Part 15
Dove più cose sono da osservarsi; prima la _quadruplice_ gradazione di purità rispondente ai quattro gradi di purità nella società degli Esseni, per ciò che riguarda il reciproco contatto; e dico quattro nel testo Misnico; giacchè ognuno comprende come coloro che sono al di fuori del farisato, cioè _bigde amaarez_, non possano ammettersi in conto. Il fatto poi dalla Misna rivelatoci come vi fossero uomini tra i Farisei che senza appartenere al ceto sacerdotale, come Iohanan Ben Gudgheda ivi stesso rammemorato, od anche al ceto sacerdotale appartenendo come Iose ben Ioezer che vien chiamato col nome significantissimo di _Hasid_, come dico, tali vi fossero che in tutti i loro rapporti quella rigida osservanza serbassero di purità, ora qual si conviene al sacro cibo di _Teruma_ come Iose il Hasid, ora qual si addice anzi alle offerte stesse approssimate agli altari, come l’altro, Iohanan Ben Gualgheda. E questa è la prima classificazione e la memoria ed il segno che di essa è rimasto nei libri rabbinici. Ma io dissi, se ben vi ricorda, come duplice classificazione distinguesse gli Esseni. Qual’è la seconda classificazione? Ella è quella che riguarda, non già come la prima il diverso grado di purità, ma ciò che più monta, il genio riguarda e l’officio diverso delle classi che la società componevano. E quante erano queste classi? Eran due. Si dicevano i primi _Esseni pratici_, si dicevano i secondi _Esseni contemplativi_. Che cosa erano gli _Esseni pratici_? Eran coloro che senza troppo gittarsi nel turbine delle faccende mondane non lasciavano però di conversare familiarmente cogli uomini in società; che non solo praticavano il matrimonio, ma lo predicavano eziandio santo e legittimo, e conforme sopratutto alle mire provvidenziali per la conservazione della specie umana; erano coloro di cui così favellava Giuseppe nel 2º delle Guerre: «_V’è ancora un altro ordine di Esseni che ha l’istesso metodo di vita, i medesimi costumi e le medesime regole, toltone l’articolo delle nozze, questi dicono che sia tôrre alla vita umana una delle sue parti più considerabili, lo impedirne la successione col non ammogliarsi, e che se tutto il mondo fosse di questo parere il genere umano presto correrebbe al suo fine. Ma spendono tra anni ad esplorare gli animi delle lor spose; e quando sono state tre volte in questo tempo purgate conchiudono che sono atte ad aver figliuoli, e le sposano._» Queste sono le parole di Giuseppe intorno agli Esseni che si dicono pratici. Se fossero a voi famigliari i libri e le sentenze dei nostri Dottori, trovereste siccome io trovo, una mirabile uniformità di linguaggio tra gli Esseni, secondo Giuseppe e i Dottori più celebrati, intorno la necessità, il dovere del matrimonio; tantochè se non mancano esempj, come altra volta vi dissi, di celibato volontario ascetico in seno ai Dottori, non si può negare che il comun genio e le prevalenti dottrine non consentano piuttosto col genio, colle dottrine di quella parte di Esseni che si nomano pratici. Ma una seconda divisione nell’Essenato vi additava, ed è quella degli _Esseni contemplativi_. Che cosa sono gli Esseni contemplativi? Sono quelli che ponevano ogni amore nello studio e nella vita contemplativa, quelli che passavano i loro giorni, dice Filone, a meditare i libri sacri e la filosofia dai maggiori imparata; che continuamente rinchiusi nelle loro cellette, nè uscivano, nè parlavano con chicchessia, e che _di fronte alle speculazioni e allo studio_, continua Filone, _ogni altro religioso dovere tenevano a vile_. Queste sono le due classi, e questo il ritratto che ce ne offre principalmente Giuseppe. Filone istesso non lascia di autorizzare la esistenza di questa duplice classe. Filone, come altra volta vi dissi, scritto aveva due libri l’uno «_ogni uomo onesto è libero_» e parlava degli Esseni l’altro, _de vita contemplativa_ e vi trattava dei Terapeuti; ma ciò che grandemente interessa la questione presente, si è il modo, si è la frase con cui Filone trapassa dal 1º libro al 2º da quello cioè che concerne gli Esseni a quello che riguarda i Terapeuti. Egli usa parole che non solo confermano la esistenza della duplice classe da noi accennata, ma ci additano altresì la speciale composizione dello Essenato Palestinese ed Egizio e quale e nell’uno e nell’altro predominasse degli accennati elementi, _Pratico_ o _Contemplativo_. _Avendo già_, così dice Filone all’esordire del 2º libro, _avendo già fatto parola degli Esseni_ (e già aveva detto precedentemente come cotesti la Palestina avessero a patria), _i quali menano una vita pratica e attiva, conviene al presente ch’io tratti di quelli che si danno alla Contemplazione_. Che cosa vedete in queste parole? Non solo vedrete la identità generica, la suprema medesimezza degli Esseni e dei Terapeuti che taluno volle revocare in dubbio; non solo vi vedrete la distinzione delle due classi, ma ciò che al tempo stesso non vi potrà non apparire manifesto si è, come benissimo avvertiva l’illustre sig. Munk, il prevalere del pratico elemento tra gli Esseni di Palestina come la preponderanza che aveva la parte contemplativa tra i Terapeuti, ch’è quanto dire tra gli Esseni di Alessandria. Nè altrimenti poteva procedere la bisogna. L’Egitto, e specialmente l’Egitto siccome fatto lo avevano la greca filosofia e le religioni orientali, era la patria naturale, propria di ogni ascetismo comecchè trasmodante. Il celibato, la solitudine, il disprezzo del mondo, il divorzio di ogni civile consorzio, erano piante che in niun altro terreno meglio avriano potuto attecchire che nel terreno egiziano. Non così per Palestina, dove se la vita contemplativa non cessava di essere in onore grandissimo, non era di quella tempra viziosa, esclusiva che colpisce di paralisi ogni più attuosa facultà, e le più prestanti e rigogliose aspirazioni consuma in un misticismo vaporoso. La vita contemplativa dei Dottori non procedeva per lo più scompagnata dall’esercizio della umana attività, dalla santificazione del corpo, mercè il culto esteriore, dalla santificazione del mondo e dei piaceri e delle occupazioni del mondo, mercè il suggello e quasi non dissi il crisma che gl’imponeva la fede. Misticismo, vi era chi lo nega? Ma era quello di buona lega, quello che non scinde, non smembra, non mutila l’uomo a favore delle facoltà sue superlative, ma che tutto l’uomo, i pensieri come le opere, gli studj come la pratica, il corpo come lo spirito, prende a santificare, e tutto, anche le opre più vili, gli fa praticare in _ispirito e verità_; era quel misticismo sincero, di cui nobilissimamente discorreva Vincenzo Gioberti presso a cui s’impara più d’Ebraismo che non per avventura presso a tanti sedicenti israeliti scrittori, quando nella _Filosofia della Rivelazione_ dettava queste parole, a cui ogni buon Israelita potrebbe soscrivere «_La vera vita contemplativa implica l’attiva, o esterna e sensata. L’attiva perchè la somma anzi l’unica attività, è quella del pensiero. L’esterna perchè questa è necessaria a svolgere l’intelligente e a passare allo stato di mentalità pura; gli orientali e gli ascetici che rigettano la vita esterna e collocano la vita contemplativa nella mera passività, non s’intendono di vera contemplazione._» E Gioberti ha ragione per l’oriente eterodosso. L’oriente ortodosso però, i Profeti e Dottori, comecchè recassero la vita contemplativa sino alle sue ultime conseguenze, non la fuorviarono mai dalla via che conduce al perfezionamento dell’uomo intero, e Paradiso e Civiltà se non eran per essi due termini sinonimi, certo eran strettamente correlativi. Moralmente parlando l’Ebraismo aveva collocato da lungo tempo la terra in cielo, pria che nascesse Copernico. E questo era il misticismo palestinese, e questo principalmente il suo Essenato, in cui la parte maggiore si componeva, voi la udiste, di quei Dottori, di quei fratelli, che tutto che vivessero e conversassero tra gli uomini in società, e nozze contraessero, e gioje e dolori e vicende coi fratelli tutti dividessero, ciononostante tale inflessibile regola presiedeva ad ogni loro atto, tali i vincoli che li univano comecchè disgregati talvolta, tale l’unità di vita e di mire a tutti comune, che per essi non sarebbe profanazione ripetere ciò che fu detto per quel Dio che sì nobilmente adoravano: che la sua circonferenza non è in nessun luogo e che il suo centro è da per tutto. Non si vuol dire con ciò che _contemplativi_ veri, proprj, esclusivi, non esistessero in Palestina, e se io lo dicessi, non solo Giuseppe, ma i Dottori stessi, ma il _Talmud_, ma _il Zoar_ sorgerebbero a smentirmi. Ciò che dico questo si è, ch’eran pochi, non solo, ma che anche nel concetto universale era quello uno stato di sovrumana perfezione, a cui non avrebbero potuto senza periglio aspirare che pochissimi, a cui natura avesse conceduto la forza di vivere sulla terra la vita dei Celestiali. Ma pure esistevano, e se esistevano, mestieri è per essi come pei Pratici, rinnovare quella inchiesta che non cessammo di ripetere ad ogni nuovo elemento che ci si porse dinanzi della Essenica esistenza. Havvi di questa distinzione memoria tra i nostri Dottori, consuona questa duplice divisione di Pratici, di Contemplativi, con quel che di sè narrano i Dottori delle proprie divisioni? Abbiamo insomma, anche da questo verso, ragione di credere alla identità da noi propugnata delle due scuole di Esseni e di Farisei? La prossima conferenza ce ne darà adeguata risposta.
LEZIONE DECIMATERZA.
Di due sorta classificazioni studiammo nella società degli Esseni nella conferenza passata: abbiamo veduto in che cosa consistesse la prima, e come getti le sue radici in una identica distinzione che la Misna ci additava in seno al Farisato. Abbiamo veduto in che cosa consistesse e su che principalmente si fondasse la seconda distinzione; distinzione di officio, di genio, di peculiare indirizzo, per cui in due principalissime categorie si dividevano tutti gli Esseni, in _Pratici_, in _Contemplativi_. Erano i pratici coloro che del tutto non si separavano dal mondo. Eran i contemplativi coloro che all’amor dello studio, al ritiro, alla contemplazione sacrificavano ogni altro culto, ogni affetto, ogni ambizione: di queste due classi noi abbiamo costatato, quanto era mestieri, l’indole, il carattere particolare; abbiamo veduto come più si affacesse ai primi la patria Palestinese, e come piuttosto si acconciasse ai secondi il soggiorno di Egitto. Se questa fosse semplice e nuda esposizione della Essenica organizzazione, se non ci fossimo sin da principio proposti di restituire il nostro Essenato al più vasto seno, alla più vasta scuola dei Farisei, se non dovessimo porre questa identità al raffronto di ogni fatto che si presenta, e da quello nuovo argomento derivare in favor nostro; se questa restituzione non fosse di sommo, di capitale interesse nella storia religiosa del popolo nostro, forse noi, postergato questa sera l’argomento presente, procederemmo difilati più oltre. Però grave debito c’incombe e lo adempiremo. Noi dobbiamo sperimentare quanto e come regga al confronto dei fatti il nostro supposto, dobbiamo vedere se la distinzione di cui si favella nella società degli Esseni, risponde ad altrettale distinzione in seno al Farisato; in una parola, dobbiamo anco una fiata vedere se la propugnata identità non è una favola. Io chieggo dunque: conobbe egli il Farisato distinzione siffatta? Havvi tra esso una scuola, un sistema che sia e che si appelli _contemplativo_? Havvi al tempo istesso un altro che le dottrine professi e il titolo rechi di _Pratici_? Io oso dire che la distinzione esiste, e tale esiste che meglio non potrebbe allo scopo conferire. Esiste in tutta la estensione della Enciclopedia Rabbinica dei primi secoli, esiste nei fatti, negli uomini, nelle dottrine e infine sotto due principalissime forme due modi di storica rimembranza. Prima forma io chiamo quei casi innumerevoli in cui l’una o l’altra scuola, i Pratici o i Contemplativi s’introducono ad agire, a parlare isolatamente, separatamente dalla scuola e dal sistema contrario, così che noi esamineremo successivamente, passando prima in rassegna tutto ciò che nella Rabbinica Enciclopedia allude agli uomini, ai fatti, alle dottrine dei _Pratici_, e poi ai fatti e agli uomini che si dicono _Contemplativi_. Ma quanto più vivo interesse, quanto più efficacia nella forma seconda! In questa _Pratici_ e _Contemplativi_, sistema e sistema, dottrina e dottrina più non ti appariscono lontani e disgiunti; ma con bella e parlante antitesi interloquiscono ambedue ad un tempo; e fede fanno ad un tempo della loro esistenza, e la distinzione pongono più chiaramente in rilievo in virtù del contrasto. E prima, che nome recano negli scritti Rabbinici le due scuole? Che nome pei primi i Pratici?—Ora il nome di _Iere het, che temono il peccato_, ora quello più espressivo di _anse maase, gli uomini della pratica_, i _Pratici_, come udirete dagli esempj. Che nome recano i Contemplativi?—Il nome principalmente di _Hasidim_. Noi dell’uno e dello altro conosciamo i nomi; dove ora le dottrine, dove i fatti e dove gli uomini? Dove in primo luogo i Pratici?—Eccoli quando predicano l’insufficienza della sola speculazione; quando vogliono lo studio delle cose divine congiunto alla pratica dei doveri sociali _iafe talmud tora im dereherez, im en dereherez en tora_; quando dicono l’uomo non doversi dalla società sequestrare _leolam tee datho sceladam meurebat im abiriot_; quando insegnano nessuna virtù tornar gradita comecchè trascendente; quando dal centro vivificatore si sequestri, dalla religiosa comunanza, dalla chiesa di Dio; quando levano a cielo la necessità del lavoro _ghedola melaha scemehabbedet bealea; ghedolim baale umaniot_ l’amore dell’industria, la fatica del corpo e i benefici influssi di una vita laboriosa ed attiva alla salute dell’anima. Dove sono i Contemplativi? Vedeteli nel Talmud in _Sotà_ ove coi più celebri Dottori si lamentan perdute altresì le più rare virtù, e dove specialmente con _Iose ben Catnuta_ si dice oscurato il lustro dei Hasidim; vedeteli nel Talmud Gerosolimitano, ove di un’opera e di un titolo si accenna, che non so come si potrebbe desiderare più appropriato pel caso nostro; è la menzione di un’opera che il titolo reca di _Misnat hasidim_, ed in cui tutto ed al sommo c’interessa, persino una curiosa variante. Interessa una citazione che ivi stesso è riprodotta dell’opera in questione, e dove in brevi ma espressivi tratti ti si dipingon le fattezze dei Contemplativi; ove si legge, p.e.: _se tu per un solo giorno mi abbandoni, io ti abbandonerò per due_, volendo dire come l’assiduità e la perseveranza sia precipua somma condizione nei sacri studj; e noi sappiamo qual ritratto ci abbia Filone lasciato della applicazione istancabile dei Terapeuti ai cari studj. Dissi persino una variante, e ve lo provo. Io lessi _Misna hasidim Lettura o tradizione dei Hasidim_ per che così recano parecchi autorevolissimi testi, per che così par confermato da altri passi talmudici, come tra poco intenderete, e perchè finalmente, quando pure si meni buona la diversa lezione, pure il senso rimarrebbe a parer mio invariato. Ma qual è la seconda lezione? Leggono invero alcuni testi _Meghillat Setarim_ invece di _Misnat hasidim_. Ma che vuol dire _Meghillat Setarim_? Vuol dire _il volume dei Misteri_. Io non so s’è dato afferrare da ora l’attinenza che corre strettissima fra le due lezioni. Bisognerebbe che precorso aveste in parte il mio dire. Bisognerebbe che voi sapeste come i libri degli Esseni fossero tenuti in gelosissima custodia, nè ad altri ne fosse comunicata contezza, tranne ai più fidi, ai meglio provati. Comprendereste allora l’origine di questa variante; vedreste siccome io veggo come naturalmente siensi presentate ambedue le lezioni, e vedreste ancora come se la vera e originale lezione non è al certo che una, pure non può essere senza grave cagione ammessa, introdotta la seconda lezione, e questa cagione e questa origine e la somma convenienza di libri, di opere esotteriche quando si parla di Esseni; siccome quelli che la storia accenna veramente possessori e custodi di libri siffatti.[58]
Ma in altre parti ancora della Rabbinica Enciclopedia lasciarono di sè vestigia i _hasidim_. Lasciaronle nel Talmud Babilonico ove a chiunque, ed eziandio a quei Dottori che alle più rigide regole non soggiacquero del Hasidut, e solo allo strettissimo _Jure_ mostrino di attenersi, si suole maravigliando interrogare, ella è forse cotesta la _Misna dei hasidim_? Quasi dicessero, egli è questo il fare severo, irreprensibile dei hasidim?—Lasciaronla nel trattato _Berahot_, dove degli antichissimi hasidim si narra il lungo orare, e le protratte preparazioni, e la giornata quasi interamente sacrata agli uffici di devozione quando si dice: _Gli antichi hasidim un’ora spendevano in preludio a preghiera, un’ora nell’orare, un’altra pria di congedarsi da Dio e così facevano tre volte al giorno._ Ove dunque gli studi e dove l’industria per vivere?—Si ripiglia lo stesso Talmud: sendo costoro _hasidim_, il poco studio fruttava assai e lo scarso industriarsi sopperiva al bisogno. O io sbaglio, o questo passo del Talmud è un bizarro accozzamento di antiche tradizioni e di più moderne spiegazioni. Mestieri è che sappiate che cosa sia il Talmud Babilonico; come fuori fosse compilato di terra santa, come gli autori che dierongli la forma sua definitiva, nè la Palestina per avventura vedessero mai, nè i partiti, nè le vicende più importanti gli fossero conte di Palestina; quindi i non rari anacronismi nella storia palestinese, i fatti storici a quella relativi narrati in confuso, e quindi infine il sentenziare presente. Per tradizione conoscevano per avventura gli antichissimi _Hasidim_ e li ricordano, udito avevano la vita a perfezione religiosa atteggiata, e così la dipingono; le orazioni lunghissime, la giornata spesa in devozioni e tale la narrano in verità, obbliarono però o non udirono come la speciale loro organizzazione, la comunanza dei beni, il lavoro in comune, questo tenore di vita straordinario gli consentissero, cioè le lunghissime ore trascorse in offici pietosi, quindi le più tarde e forzate spiegazioni, il ricorrere al prodigio, l’attribuire ad una grazia ognor rinnovata ciò ch’era effetto della loro istituzione, e quindi il bizzarro accozzamento di un fatto vero e di una ragione arbitraria, di una tradizione verace e di una interpretazione gratuita.[59] E lasciarono di sè manifeste vestigia in Hasidim, in quella eccezione singolare per cui un ceto intero dei cultori della legge viene formalmente dispensato da ogni pratica religiosa, siccome apertamente dispensa il Talmud da ogni religioso dovere coloro che fanno unica somma loro occupazione la meditazione della legge, o come dice il Talmud, _che altra professione non eserce tranne lo studio_; e quando infine per colmo di maraviglia volendo citare il Talmud un uomo, una scuola che alle condizioni tutte abbia adempito necessarie a questa dispensa, il gran nome cita e la gran scuola ad esempio.[60] R. Simon ben Johai e i suoi compagni, insegnandoci al tempo stesso nella citazione preziosissima e il carattere ascetico, speculativo, studioso, eccezionale di quella famiglia e la preziosa indicazione della esistenza istessa di una scuola da quel gran nome capitanata, e infine la bellissima coincidenza delle due dispense, quella che il Farisato consentiva al Ben Johai ed alla scuola sua da ogni pratica osservanza, e quella che gli Esseni rispettavano nel più perfetto del loro Istituto da ogni pratica esteriore;[61] e quindi nuova e preziosissima conferma e della identità generale della Farisaica colla Essenica scuola, e tra i medesimi Farisei una più speciale affinità colla scuola mistico-teologica, dei cabbalisti di cui fu principe e restauratore Simon Ben Johai. Ma io vi dissi che non solo disgiuntamente lasciarono di sè vestigio nei Rabbinici monumenti ed Esseni pratici ed Esseni contemplativi; dissi ancora, e vado a provarlo, che la coesistenza in seno al Dottorato di questa duplice ramificazione, resulta anco più spiccata, anco più manifesta in tutti quei luoghi, e sono molti e sono parlanti, nei quali gli uni figurano a costa degli altri, in cui Pratici e Contemplativi si fanno lume, si spiegano, si suppongono scambievolmente, ora Dottrina contrapponendo a Dottrina, ed ora professori a professori. E dove fan questo? Dove in primo luogo l’antitesi delle dottrine? Antitesi, io dico, chiarissima nel Talmud Berahot, dove Pratici e Contemplativi scendono a disputare.—E qual’è del disputare l’obbietto? Niente meno che la quistione grandissima che tra essi verteva, voglio dire la eccellenza maggiore di ambo le vite, della vita _pratica_ e della vita _contemplativa_. Voi comprendete il gran momento di questo trovato. Ma che sarà poi se il nome intenderete dei disputanti, se vi dico, per esempio, che l’avvocato della vita pratica, della vita socievole è Ribbi Ismaele, e se aggiungessi di più che l’apologista della vita contemplativa è R. Simon Ben Iohai? Certo che in questa disputa, in questi nomi vedreste l’impronta del vero.—Certo direste, ma non invano, il Ben Iohai è sempre nelle pagine del Talmud l’infallibile rappresentante della vita, delle dottrine, della società degli Asceti. Certo, direte, che i vincoli che le sua alla scuola stringevan degli Esseni, vincoli dovevano essere forti, numerosi, strettissimi. Ma che? La verità si fa strada da sè, e non fa d’uopo che lasciarla parlare per rimanere convinto. Udiste poc’anzi un cabbalista, un Fariseo, R. Simon Ben Johai, attribuirsi, patrocinare il sistema, la vita, le idee degli Asceti. Udite ora un altro Fariseo, un altro Cabbalista gli stessi principii propugnare e le stesse dottrine: e chi è cotesto? Egli è Ribbi Akiba, il cui nome nei fasti cabbalistici suona non meno celebre del suo celebratissimo discepolo Ribbi Simon Ben Johai. Ma quanto del disputare il campo non si estende! Quanto più ampliata la discussione! Quanto più il tema elevato! Non si tratta già di sapere soltanto se la vita pratica, la pratica sociale debba entrare qual elemento, qual ausiliare alla vita dell’anima; ma si tratta sapere se la _pratica_ in generale, la sociale come la religiosa, la civile come la spirituale, se sottostia, se sovrasti alla vita speculativa, studiosa, contemplativa. Era pur grande consesso cotesto ove siedevano i più illustri tra i Tanaiti, tra le mura di _Lydda_ in Palestina dove il gran tema fu proposto—_Qual sia delle due più eccellente, la vita pratica o la vita contemplativa._
Chi sostenne la prima, chi difese la pratica? R. Tryphon. Chi antepose la contemplativa? Voi l’udiste. Egli è R. Akiba, il visitatore del mistico _Pardes_,[62] il maestro di Ben Iohai, il corifeo del Misticismo. Or che sarà se vedremo la caratteristica del _Hasidut_ apposta a R. Akiba in tre luoghi del Talmud, vale a dire il distintivo e l’appellazione essenica come noi presumiamo? Nel primo (Berahot 27), secondo la lezione di R. Nissim nell’_Ammafteah_ (25. 2), in cui si dice che chiunque vede R. Akiba in sogno aspiri al _hasidut_. Nel secondo (Sanedrin XI), ove il verso dei salmi: radunatemi i miei pii (_hasidai_) s’interpreta per _R. Akiba e suoi compagni_. Il terzo infine ove per significare, come quel Dottore si dilunghi talvolta dalle abituali sue dottrine, si dice: _Abbandonò R. Akiba il suo hasidut._