Storia degli Esseni: Lezioni

Part 13

Chapter 133,101 wordsPublic domain

Noi dicevamo in principio di volerci occupare del luogo, del teatro ove ebbe stanza principale la società degli Esseni. Noi sappiamo già qualche cosa della loro dimora; sappiamo da Filone che per quanto un centro di convergenza avessero, pure i loro raggi si estendevano, voi lo udiste, _tra Barbari e Greci_; sappiamo da Giuseppe che questo centro era in Palestina e nella parte meridionale di Palestina; sappiamo in ultimo che queste due indicazioni, ve l’ho provato, si attagliano a meraviglia ai Farisei, alla parte speculativa filosofica mistica dei Farisei.[52] Ma se la parte abitavano gli Esseni di mezzogiorno, quale presero ad abitare a preferenza, le città o i campi? qual vita menarono a preferenza, solitaria od urbana? cittadinesca o anacoretica? Solitaria, vi risponde Giuseppe nel secondo delle Guerre Giudaiche, ove dice _amare costoro a preferenza la solitudine, i campi ove avevano eziandio domicilio_; solitaria, vi risponde Filone (_De vita contemplativa_) quando dice dei Terapeuti che per la massima parte vivevano fuori di Alessandria presso ad un lago; solitaria, vi dice Plinio quando li pone ad abitare poco lungi dal lago Asfaltide; e solitari pure ragion vuole che fossero i grandi contemplativi; che non a caso scelsero gli Esseni per loro stanza la quiete, la pace, il silenzio dei campi. È là, è nella solitudine, è nel libero e forte ripiegamento dell’animo sovra sè stesso, è nella concentrazione di tutte le nostre morali facoltà, tanto lungi dallo sperperamento cotidiano della vita cittadinesca, è là che l’anima si tempra a forte, a maschio sentire, che lo spirito si eleva nei grandi pensieri, che l’immaginazione spicca libero e naturale il suo volo, ed è là che si educavano, che si dovettero educare gli Esseni contemplativi. Credete che siano ubbie coteste mie, che faccia a guisa dei poeti il panegirico della solitudine, e come i poeti, ponga i piedi sul vano, sull’aereo, sull’imaginario? Io ne voglio a giudice, a testimone l’uomo più competente, la scienza più positiva e per ciò stesso più decisiva; voglio che lo udiate per me da un medico, e da un medico filosofo, e chi è questo? È il Descuret in quell’aureo trattatello della _Medicina delle passioni_. Sentite come si esprime il Descuret. _Lo scrittore_, ei dice, _può acquistare in società facilità e stile brillante, eleganza e gentilezza di frasi, ma giustezza di vedute, profondità e concatenazione di pensieri, fuoco e vita nel discorso, trovano origine per consueto nel ritiro, nella meditazione. I più grandi scrittori hanno creati i loro immortali capolavori nella pace della solitudine, tanto atta ai concepimenti del genio._ Che cosa si contiene in questo squarcio, che io non abbia detto, e che cosa che a capello non si acconci al nostro Istituto? Il quale non solo nel preferire e rive e campi, obbediva al proprio genio, ma sì ancora si conformava fedelmente al genio ebraico, alle tradizioni ebraiche, ed agli esempi ebraici. Io dico cosa che forse parravvi strana, e appunto per questo non la direi, se non avessi argomenti di avanzo, e se tanti non ne avessi da dovere perciò stesso affrettare anco più il mio passo. Dissi il genio ebraico, la fede ebraica, amare i campi; e come no? Abramo prega e sacrifica all’aria aperta sopra un monte; nel silenzio, nella solitudine pianta boschetti, e là sacrifica e là adora il Signore, nel che è imitato di poi dal suo figlio Isacco: Isacco per pregare lascia l’abitato e trae su per i campi orando dice il Testo, orando conferma la tradizione e orando, conferman pure essi i Samaritani per quanto non ligi al certo alle nostre tradizioni. Giacobbe ha visioni, prega, fa voti in una solitudine nelle vicinanze di Luz o Bet El. Agar ha visioni promesse e prodigii nel deserto di Beer Scebah; Mosè pascola, medita per quarant’anni, e poi ha visioni, rivelazioni portentose nelle solitudini dell’Oreb; se Mosè vuol orare al Signore, egli trae fuori dall’abitato e colà alza all’eterno le palme; se ha in Egitto rivelazioni, le ha nei campi lungi dalla città. La legge, la legge di Dio non è data nè in Egitto nè in Palestina, ma nel deserto, per accennare, dicono i Dottori, alla copia che gratuitamente fa di sè ad ognuno; per non far nascere, dicono altri, tralle tribù gelosia, rivalità. Eliseo fonda la sua scuola profetica nelle prossimità del Giordano, e quivi vedeste in altra lezione adunarsi la bella scuola di quel Signore dell’altissimo canto, i Recabiti di Geremia, progenitori a senso nostro degli Esseni, Ezechiele, che fuori di Terra Santa patisce difficoltà a profetare, trae fuori pei campi e profetizza. Che diremo poi se dai Bibblici trascorreremo agli uomini e ai tempi rabbinici? Qui gli esempi si accumulano, si affollano e in guisa tale che appena è tempo di accennarli; qui nel _Ieruscialmi_ (Scebihit 6.) parecchi esempi come di Ieuda Js Cozi, che si ritira in una spelonca e dice addio al mondo per viversene a Dio soltanto;—qui nel 2º di Sciabbat il fatto più cospicuo, il fatto modello, il tipo degli anacoreti, il grande Essena _Rabbi Simone ben Iohai_ che per tredici anni vive solitario in una grotta, ove si fa così perfetto nella legge di Dio, che al rivedere il suocero dopo tanti anni, tutto che estenuato si fosse nella persona, non potè a meno di esclamare: Beato me che malconcio mi rivedi, poichè ricco cotanto esco dal mio romitorio; ed ove infine secondo i Cabbalisti meditò gran parte delle cose contenute nel Zoar. Qui il Zoar istesso, e questo è grave assai, poichè attesta sempre più quella conformità di genio che è base all’identità da me sostenuta, qui il Zoar, ove si può dire senza tema di errore, non è colloquio, non è incontro, non è polemica, non esposizione che non avvenga o all’ombra di un palmizio, o presso i recessi di una spelonca, o in un campo seduti, o sul ciglio di un fiume, o in una rustica abitazione. Non basta; qui il Zoar che non solo vi dice essere tutte queste cose avvenute laddove avvennero, ma che il fatto vi offre altresì preziosissimo di stanza, di soggiorno, di domicilio che in quelle solitudini avevano i soci, i fratelli come tra essi si chiamavano, della società cabbalistica. Egli è questo un fatto, un gran fatto a cui non si potrebbe prestare abbastanza attenzione, nè io dubito che un dotto di buona fede non ne trarrebbe argomento a gravissime reflessioni. Aprite il Zoar, apritelo nel vol. 2º a pagina 13, dove non solo vedrete come i Cabbalisti dimorassero nella pace dei campi, ma le vestigia vi troverete eziandio luminosissime di ben altre sorprendenti analogie che vorrei tutte analizzare, ma che per ora non mi è dato. Troverete consorteria, organizzazione sociale, e sopratutto vi troverete libri acroamatici ove i misteri si contenevano della Religione; i quali libri non si mostravano che di volo e ai meglio provati, appunto come accadeva in seno al nostro Essenato;—apritelo nello stesso volume 2º, a pag. 183. Che cosa vi vedrete? Vedrete Rabbi Simone, Rabbi Eleazar suo figlio, Rabbi Abba, Rabbi Iose che procedono per via. Chi è questo che gli si fa incontro? È un vecchio ed ha per mano un fanciullo: al solo vederlo dice Rabbi Simon a Rabbi Abba: _Cose nuove apprenderemo da questo vecchio. Chi sei tu_, gli chiede quando è vicino, _e d’onde sei? Ebreo io sono_, risponde l’altro, E LA MIA DIMORA è TRA I FARISEI DEL DESERTO OVE DO OPERA ALLO STUDIO DELLA LEGGE. _Gioì Rabbi Simone e disse: Sediamo; conciossia che Dio a noi t’abbia inviato, deh! non ti spiaccia farci udire delle parole nuove, ma antiche_ (Che bell’antitesi novità e antichità ad un tempo!) _che piantaste laggiù nel deserto intorno a questo settimo mese_. Allora sorge il vecchio e colle parole esordisce di Mosè ove agli Israeliti ricorda l’assistenza divina per lo deserto, e in mezzo alla sua sposizione esce fuori con questa aperta allusione ai suoi, alla setta di cui era parte: _E noi egualmente ci separammo dall’abitato per vivere nei deserti onde meditarvi la legge_, CONCIOSSIACHÈ NON SI COMPRENDANO DAVVERO LE PAROLE DI DIO SE NON NEL DESERTO; quindi riprende il santo vecchio il divisato argomento, e tante e sì belle cose va dimostrando sui giorni e sui riti pasquali che l’anima elevano ed il pensiero al solo fraintenderle; tanto vanno improntati di una sublime e trascendentale metafisica. Che sarà poi quando udirete il termine con cui il Zoar conchiude la narrazione? _Intanto_, dice il Zoar, _piangeva Rabbi Simone; ed era pianto di gioia: levarono tutti gli occhi e videro cinque di quei Farisei che dietro al vecchio procedevano per raggiungerlo; alzaronsi tutti. Disse Rabbi Simon: Dinne il nome tuo—Rispose lo straniero: Neorai il vecchio, conciossiachè altro più giovane Neorai sia fra noi.—Disse Rabbi Simone ai nuovi venuti: Qual’è il vostro cammino?—Noi seguiamo, risposero, il santo veglio le cui acque noi beviamo del continuo per lo deserto. Allora gli si appressò Rabbi Simone e baciollo,[53] e disse: Luce tu ti appelli, e luce è con te_: nè guari andò che accommiatitosi da quei solitari ripresero i tre Dottori il loro cammino. Questi sono i due fatti che volli citarvi appunto perchè sendo registrati nel libro più illustre dei Teosofi nostri o cabbalisti, tolgono sempre più a confermare quella identità che fu ed è mio officio il dimostrarvi fra l’antica scuola dei nostri Teologi e l’Istituto degli Esseni.

Egli è forse per questo che gli altri rabbinici monumenti ci porgano meno significanti gli esempi di questa predilezione dell’amore del ritiro, della quiete dei campi e del sommo suo confacimento agli studi ed agli atti di Religione? Tutt’altro. Vi dissi, non è molto, come esempi non pochi vi fossero d’insigni Dottori in ambedue i Talmud che chiesero al silenzio, al ritiro, l’acquisizione dei misteri e delle religiose dottrine,[54] e solo perchè meglio gli individui riguardavano le istituzioni, gli usi e i generali costumi, ne feci separata e preventiva menzione. Ma quanto più non tornan all’uopo efficaci gli esempi generali, gli usi, le istituzioni, le leggi stesse da questo spirito informate! Le leggi, quando sentenziano che ove tra i coniugi sorgessero contestazioni sulla scelta del domicilio, a quella parte si debbe piuttosto attendere che preferisce alla città i villaggi, _conciossiachè_, dice il Talmud, _il soggiorno delle grandi città torni non poco alla morale periglioso, pei costumi pel solito più molli e più rilassati_. Le idee più intime dei nostri Dottori quando ponendo in bocca alla Chiesa Israelitica quelle parole di Salomone: Deh, gli fan dire (Talmud Tract Irrubin) al Signore; deh non giudicarmi come gli abitanti delle grandi città, tra i quali è violenza, lussuria e maldicenza; ma usciamo ai campi, (notate queste parole) ove ti mostrerò i cultori della tua legge che meditano del continuo e tra angustie la tua parola, mattiniamo alle vigne, cioè (continua il Talmud) ai tempj ed agli studi dove vedremo la vite fiorire, cioè la Bibbia coltivarsi: e così via discorrendo. Ma quali parole quelle che attribuisce alle città i vizi discorsi! E quanto bene consuonano con quel che dice Filone a proposito del ritiro e delle solitudini dei Terapeuti; maravigliosa consonanza in verità! _Primieramente_, dice Filone, _abitano in campagna e schivano le città grandi, a cagione del mal costume che in esse regna per ordinario, persuasi che siccome si contrae una malattia col respirare un aria infetta, così i mali esempj degli abitanti fanno impressione indelebile sull’animo nostro_. Ma io dissi anche gli usi generalissimi, anche istituzioni permanenti. Potrò io dimostrarlo? Sarei io in grado di provarvi che tanto spinsero oltre l’amore pei campi, da farne il prediletto, il durevole, il venerato soggiorno? Facilmente, solo che io vi rammenti la benedizione di _Meen Scebach_. Che cosa è questa? Voi lo sapete, perciocchè l’udite la vigilia di ogni sabato. È quella benedizione che dopo la preghiera sommessa pronunzia il Ministro e che non è, a veder bene, che un compendio o sommario della istessa _Amida_. Che cosa è questa benedizione e perchè istituita? Chiedetene al Talmud, ai Ritualisti, chiedetene ad ognuno, ed ognuno vi dirà quello che andiamo cercando; cioè vi dirà che ai tempi misnici, ai tempi talmudici gli oratorii, gli studi sorgevano tutti in mezzo ai campi, lontano dall’abitato, nella solitudine e nel silenzio; vi diranno che all’orazione vespertina convenivano da ogni parte i fedeli, che parte solerti giungevano a tempo e la preghiera cominciavano e finivano col popolo tutto, parte trattenuti dai negozi o dal cammino protraevano le loro orazioni alquanto più tardi. Perchè non rimanessero soli costoro fuori dell’abitato, che cosa fecero? Istituirono il _Meen Scebah_ che mandando un poco più alla lunga la orazione offriva agio ai ritardanti di terminare prima che il popolo si partisse. Un gran fatto emerge da tutto questo; ed è la presenza delle antiche sinagoghe e dei pubblici studi nella solitudine; ch’è quanto dire un nuovo riscontro col costume presso che generale degli Esseni, dei Terapeuti.

Io non vi dirò adesso ciò che scrisse Beniamino di Tudela nelle sue peregrinazioni. Ebbi luogo di ricordarvelo quando voleva provare la provenienza Recabitica del nostro Istituto, e spero che non l’avrete obliato. Narra Beniamino di aver veduto nel Iemen tra le numerose popolazioni israelitiche di quella regione, uomini, Dottori, Asceti che perseveravano nell’antico costume degli Esseni, nella solitudine e nel ritiro. Non vi dirò nemmeno come i nostri meno antichi moralisti, p. e., il _Hobod Allebabod_, che fu non ha guari trasferito in italiano, il Rescit hohma di un Cabbalista discepolo del Rabbi Isaac Loria, facciano tutti e due menzione di una scuola di religiosi che predilegeva l’isolamento e la vita anacoretica, l’ultimo in ispecie che fa menzione siccome tale di un _Rabbi Abraham apparus_ che vita menava non disforme da quella più sopra descritta. Queste cose pretermetterò volentieri poichè ho fretta di giungere all’ultima quistione; non ultima però al certo per lo interesse che desta, ed è quest’una. Rimane egli tra noi tuttavia traccia veruna di questi antichissimi costumi e degli Esseni e di una frazione dei Dottori? cioè, v’è nulla che tragga l’Israelita dal romore delle città per levare la sua mente colla vista della natura, col silenzio, colla maestà del creato, a pensieri più celestiali? Io ardisco dire che vi è, vi è almeno nei libri, conciossiachè e belle e nobili istituzioni sien cadute fra noi in disuso, ed un gran brivido mi mettesse un giorno per l’ossa il _Lamennais_, quando lessi nel suo Romanzo _les Amshaspandas et les Darvands_ quella frase terribile _les Hébreux ont perdu le sens de leurs institutions_. Dopo avere tante cose perduto, perdere ancora il _senso delle proprie istituzioni_ pareami troppo orribile cosa in verità; e vedendo tanti e tanti inconsci assolutamente di aver perduto il senso delle nostre istituzioni, pensai non forse avvenisse nella perdita del senso morale, come avviene nei sensi del corpo che non sappiamo d’averla perduta. Fatto è che la memoria, che la reliquia esiste; ed esiste in un uso a noi incognito, ma che pure praticato fu dai Talmudisti, e che solo fu in progresso ed è forse in qualche parte ancor praticato dalla scuola Cabbalistica, io vo dire il _Ricevimento del sabato_. Che cosa è ora? Egli è ora pei più un canto incompreso, egli è per pochissimi lo stare per qualche istante ritto colla persona, l’inclinare un poco a destra, un poco a sinistra, un leggiero dimenare di capo; e tutto è detto. Che cosa era e che cosa dovria essere? Era purificarsi anzi tratto il corpo, era vestirsi di candidissimi pannilini, (vi ricordi il bianco uniforme dei Nazarei, le stole dei sacerdoti, le candide vesti degli Esseni, e tra poco, vedrete anco le bianche insegne degli Esseni moderni, dei Cabbalisti,) e sopratutto egli era uscire all’aperto, rinfrancare lo spirito coi vastissimi orizzonti, colle aure purissime, colla maestà del tramonto, rannodare le antichissime tradizioni patriarcali, salutare il sabato imminente, la sposa mistica che s’avvicina. Così fecero i Talmudisti quando dicevano l’uno all’altro _esciamo ad incontrare la sposa_. Così il verace continuatore delle loro tradizioni l’_Aari_, quando per attestato dei suoi discepoli (conciossiachè egli o poco o nulla abbia scritto), vestito di quattro abiti bianchi a guisa dei sacerdoti, traeva fuori per le campagne di Safet, città boreale di Palestina, e alternando i salmi di David e il mistico poetare, riceveva il sabato. Così a tempi più tardi i Dottori di Sionne perseverando nell’uso antico cercavano pei campi la mistica sposa. L’autore del _Hemdat iamim_, Cabbalista se altri fu mai, gran scrittore, gran moralista, dolorando come divelto dalla cara Sionne non potesse dar opera, come l’usato, all’amabile rito, così si esprime in suon di lamento: _e nei giorni del mio esilio quando la sorte mi divelse dalla Eredità del Signore, nei luoghi ove ramingai pellegrino, non fummi per molte cause conceduto di proseguire nell’antico costume; sibbene questo io faceva: traeva fuori al vestibolo della sinagoga ove vasto e libero ti si schiude l’orizzonte, ed atto all’accoglienza della sposa, e colà io leggeva il Ricevimento del sabato._ Avete inteso? È l’aria aperta, è il libero orizzonte, è la vista del creato che sta a cuore al pio Dottore; egli a questo spediente si appiglia non potendo far meglio: ma ciò ch’ei fare vorrebbe, ei lo ha detto, ei lo dirà anche meglio nelle parole che seguono: _Ed ove ti sia conceduto, ascendi sulla cima di alta montagna, provvedi che il luogo sia puro, e colà recita il Ricevimento del sabato._ Quanto diversi i tempi presenti! Le persecuzioni, le reclusioni, le tirannie fecero certo gran male e più male alle anime che ai corpi, perciocchè se la Religione si conservava nei Ghetti, a caro prezzo si conservava; a prezzo di divenire rachitica, atrofica, impotente, ingenerosa, a prezzo di perdere quel fare nobile, grandioso, poetico, sentimentale che le è proprio. I Ghetti caddero, è pur vero; e gli uomini ne uscirono frettolosi, ma vi dimenticarono preziosissima gemma, _la Religione_. La Religione è sempre in Ghetto; e sempre tra le angustie, tra le tenebre, tra la melma di quei schifosi meati. Meno infelici i soggetti dello Islamismo! i quali le pratiche religiose spiegano impunemente alla luce del sole; i quali possono mostrare davvero che sia, che possa la fede ebraica. Il Fariseo Cabbalista che ascende la montagna per salutare il giorno santo, è cosa grandiosa per chi la intende, per chi _non ha perduto il senso delle nostre istituzioni_; è più grande di Byron che si affida su barca leggera al mar tempestoso per essere spettatore e forse vittima della natura infuriata, che vuol assaggiare la morte tanto per poterla descrivere; è più grande di Iacopo, la creatura del Foscolo, che cerca per balzi e dirupi emozioni fortissime. E perchè dico più grande? Perchè i poeti cercan nella natura, nelle sue grandi scene, le sorgenti del Bello, mentre i poeti teologi dell’Ebraismo ve lo recano, ve lo diffondono: conciossiachè vi rechino, non vi cerchino le grandi idee ed i grandi effetti; conciossiachè viva nel loro petto Dio creatore della natura, fonte suprema del bello e del sublime; conciossiachè abbiano in petto il tipo increato del Bello al cui raffronto sorgono giudici meglio che spettatori del Bello creato. In una parola, i poeti ricevono il raggio di Dio riflesso dalla natura, i poeti teologi dell’Ebraismo diffondono sulla natura il divin raggio riflesso dall’anima loro.—La natura divinizza i poeti—non è così? ma i poeti teologi dell’Ebraismo divinizzano la natura.

LEZIONE DECIMASECONDA.