Storia degli Esseni: Lezioni

Part 12

Chapter 123,058 wordsPublic domain

Io vengo a proseguire l’opera incominciata. Noi abbiamo degli Esseni studiato già e il nome e quello che più c’interessava, l’origine loro. Noi abbiamo, a parer mio, trovato in mezzo a tante etimologie la vera etimologia, e tralle tante congetturate origini la vera origine. Per svolgere ordinatamente il nostro assunto conviene che io vi riduca a memoria il piano, l’ordine, la seguenza che imponemmo al nostro dire. Io vi promisi sin dalla prima lezione che dopo il nome, dopo l’origine degli Esseni noi avremmo preso ad esame la loro costituzione, le loro leggi, le lor sociali discipline; e le loro costituzioni, leggi e discipline formeranno oggi il soggetto che io prenderò a trattare. Egli è naturale che dopo avere conosciuta per nome la cosa che vogliamo studiare, se ne cerchino le leggi costitutive, le leggi che presiedono, che regolano la sua esistenza. L’Essenato è persona, persona sociale, collettiva, morale, certamente, ma pur persona. Noi sappiamo come si chiama, sappiamo d’onde tratto si abbia il nascimento; che ci resta ora a sapere? Le leggi della sua esistenza, i principii regolatori della sua associazione. Però, vi ha uno studio che deve per sua natura andare innanzi alle cose accennate, ed è lo studio, ed è l’esame del teatro in cui sorse, in cui ebbe stanza il grande Essenato, in cui scelse, in cui fermò la sua residenza. In questa guisa, procedendo noi dalle cose, dalle circostanze più generali a quelle più proprie, più intime, più speciali al grande istituto; andremo sempre più intorno ad esso stringendo il cerchio delle indagini nostre: in questa guisa potremo dire che nulla di quello ci può sfuggire che può per diretto o indiretto riguardare l’Essenica associazione.

Qual è dunque il teatro in cui nacque, in cui crebbe, in cui ebbe vita il grande Istituto? Notate, o miei giovani, che io non chiedo la loro patria. La loro patria è conosciuta, e questa è la Palestina. Chiedo la loro residenza, il loro soggiorno che dal concetto di patria molto come sapete è diverso. Lo chieggo in primo luogo a Filone siccome quello che tanto studio pose nella storia dei suoi cari, dei suoi ammirati Esseni. E che cosa mi risponde Filone? Mi risponde con un passo dell’opera sua, che se non coglie precisamente nel segno, pure non lascia di avere il suo valore e grande valore nella presente quistione. Egli addita gli Esseni ai suoi lettori Pagani, e _se riscontrare_, ei dice, _volete la fedeltà della mia dipintura, mirateli ovunque sono diffusi pel grande, per l’immenso vostro impero; mirateli tra i Greci e tra i barbari, ove vivono dispersi_. E così dicendo Filone, voi di leggeri comprenderete come venga a stabilire senza meno la loro universale diffusione non solo nell’Impero Romano ma eziandio al di là dei suoi confini, fra quei popoli che i Romani seguendo l’esempio dei Greci qualificavan col nome di Barbari: (cioè secondo la genuina sua significazione _forestieri_ forse da vocabolo Arameo, siccome io da molti anni congetturai che suona uomo di fuori, gente straniera.) Gran parole son coteste di Filone e che compiono il concetto vero, storico degli Esseni qual ce lo aveva Plinio accennato nella sua storia. Plinio e Filone sono i due Restitutori del vero carattere della società degli Esseni. Plinio dove pone in sodo la loro antichità, dove, come udiste altra volta, gli assegna un’_antichità_ di secoli e secoli, Filone in questo luogo dove sancisce, autentica la loro _universalità_, Plinio restaura l’Essenato nel tempo gli rende la sua _antichità_, Filone lo restaura nello spazio, cioè gli rende la sua _universalità_. Ma in qual guisa cotesta universalità, cotesta diffusione si acconcia al nostro Istituto? come a quelle idee che pure da parecchi storici si avvalora d’isolamento, di concentrazione, di _particolarismo_? Come a quel concetto sinora predominante che volle gli Esseni limitati, circoscritti ai confini Palestinesi? Come? intendendo pegli Esseni ciò che noi intendiamo, ciò che essi son veramente, ciò che sarà continuamente dimostrato dal corso di questi studi. Intendendo cioè per Esseni la parte più alta, più nobile, più dotta, più spirituale del Farisato pel quale veramente e pel quale soltanto è vera alla lettera la sentenza Filoniana; pei quali, e pei quali soltanto, si poteva dire che sparsi, che diffusi, vivevano tra Barbari e Greci. Il poteva Filone se gli Esseni fossero diversa scuola, diverso Istituto da quel Farisaico? Poteva dire per essi che eran diffusi tra Barbari e Greci; poteva dirlo di fronte al silenzio generale, al silenzio specialmente di Plinio, e di fronte infine all’esempio degli altri settari i quali, vuoi pel numero scarso, vuoi per poca virtù espansiva, se ne vissero sempre ristretti, rannicchiati tra i patrii confini? Ma quanto bene poteva dirlo se gli Esseni non sono altro che il più bel fiore che il patriziato dei Farisei! Quanto appropriate per essi le parole _tra i Barbari e Greci_! Essi col grand’Illel in Babilonia anzichè in Palestina non emigrasse, e essi in Damasco con Rabbi Iose il Damasceno; essi in Egitto con Filone stesso, coi Terapeuti e coi Dottori Egiziani che figurano nella Misna come Anael l’Egiziano, e con quelli che ivi stesso si narrano pellegrinanti in Egitto; essi in Nisibi in Persia con R. Ieuda ben Betera che è il discendente di quegli Eroici Betera che allo straniero Illel cessero la posseduta dignità di Nasi, solo perchè più d’essi erasi mostrato nelle patrie leggi erudito; essi in Media con Nahum il Medo; essi in Arabia, in Grecia e in Italia con Ribbi Akibà che queste regioni visitò e che lascio ricordate; ed essi nell’Asia minore in Laodicea, in Antiochia, in Assia dove traevano, come altra volta vi dissi, a sedere in concilio, e dove morì il grande Rabbi Meir, come più tardi vedremo; essi nelle Gallie non solo col rammentato Rabbi Akibà che ne ricorda i paesi, i costumi, la lingua, ma anche con Dottori, dalle _Gallie_ denominati _demin gallià_; ed essi infine in Roma. In Roma non solo colla sinagoga già lungo tempo stabilitavi, non solo coi più celebri nostri Dottori che la visitarono e preziosissime indicazioni ne lasciarono scritte, ma principalmente per due tra essi, per due grandi Farisei che da Roma s’intitolarono e in Roma ebbero stanza durevole e cattedra e maestrato. L’uno è _Todos_ o _Teodozio_ che il Talmud chiama _Todos Is Romi_, Teodozio il Romano, quel desso di cui si narra nel Talmud di Pesahim, come a ricordare forse il sacrifizio pasquale, istituito avesse tra i fratelli di Roma l’uso di cibarsi d’agnello arrostito nei vespri di Pasqua; quel desso a cui s’intimava, pena la scomunica, di cessare da quell’uso; quel desso che per animare i Fedeli al martirio soleva citar loro l’esempio dei Zefardehim Rane o Coccodrilli, che al cenno di Dio, comecchè irragionevoli fossero, si gettano nei forni ardenti del popolo Egiziano. L’altro poi è Rabbi _Mattia ben Haras_ ch’ebbe seggio e cattedra in Roma e fu per lunghi anni Pastore e Dottore di quella chiesa con tanta celebrità, che quando volle il Talmud offrire l’idea di una cattedra e di un pastore modelli disse fra gli altri: _Zedek Zedek tirdof; ahar_ R. _Mattià ben haras leromì_.

Se qui, o miei giovani, fosse il luogo, vorrei mostrarvi come il soggiorno di Roma, il suo consorzio, la sua civiltà inspirassero talvolta il linguaggio di R. Mattia, siccome il registra il Talmud; vi mostrerei le nozioni mediche che vi raccolse e che bellamente applicava all’osservanza dei riti, lo specifico contro la idrofobia che egli addita nel _fegato del cane idrofobo_, la gravità somma ch’ei concedeva alle infiammazioni della trachea onde voleva il sabato per quelle impunemente violato, la indicazione del salasso nelle tracheiti istantanee da eseguirsi anche di sabato; e sopratutto mostrarvi come cogliesse nell’esperienza degli uomini e delle cose romane, nelle repentine cadute e nelle repentine elevazioni dei Cesari, quella sentenza che voi recitate al tornare di ogni primavera e che suona; _fatti coda ai leoni e non capo alle volpi_; e come infine dallo stesso soggiorno di Roma gli fosse quel detto suggerito troppo necessario a praticarsi nella città delle continue rivoluzioni: _Sii il primo a salutare ogni uomo_. E dove non recarono le loro idee, la loro presenza i Dottori antichissimi? Persino qui nella nostra Toscana, e come a me fu dato, ch’io mi sappia il primo, notare in _Pitiliano_ quando muovendo inverso Roma ne traversavano le vie _d’onde_, dice il Medrase, _udendo il frastuono, il trambusto lontano della città lasciva, sclamarono: se questa è la grandezza, o Dio! dei riprovati, qual è quella che tu tieni in serbo pei tuoi eletti?_[45]

Che se gli Esseni erano universalmente diffusi, se questa diffusione ad altri non può convenire che ai più illustri membri del Farisato, se la identità ne rimane perciò stesso sempre più confermata, vogliam dire per questo che un centro non vi fosse dal quale raggiassero per ogni dove i grandi lumi dell’Essenato, e dove vivessero secondo le norme del loro Istituto? Ciò non si vuol dire, che anzi la storia attesta il contrario, attesta cioè come vedemmo, che patria del nobile sodalizio fosse la patria Palestinese; non basta: attesta ancora che dell’istessa Palestina una parte sola fosse quella ove la società a preferenza abitava, e dove le sue scuole e dove fossero tutti i suoi centri, i suoi romitaggi. E qual’è questa parte? È la parte meridionale, è tutto quel tratto di paese che lasciando al nord Gerusalemme, è circoscritto a levante dal Lago Asfaltide, in ripa al quale, o poco stante, si ergeva anticamente Gerico la città dei palmizi dove abbiamo veduto abitare i Cheniti e dove infine più al sud è notata sulla carta Arad dove prese succesivamente ad abitare la discendenza di Jetro. Colà, dice Plinio nel quarto libro, si vedevano gli Essenici abituri. Non basta: egli accenna per nome alcune città ove a preferenza avevano stanza _Masada_ p. e. _Engaddi_ l’antica, detta pur essa così pei palmizi che vi abbondavano; d’onde poi quella celebre frase con cui Plinio caratterizza gli Esseni, _gente_ dicendoli _delle Palme amica_. _Gens socia Palmarum._ Io dissi che in quei dintorni preso avevano eziandio antichissimamente ad abitare i progenitori degli Esseni, i vetusti Cheniti. Doveva dire di più; doveva dire che su quelle rive vissero, fiorirono le più distinte scuole dei profeti, siccome abbiamo dai Re, che su quelle piagge sorgeva prima della conquista di Giosuè, una città che il nome reca caratteristico di Kiriat Sefer _la città dei libri_, il quale poi in quello fu tramutato di Debir non meno del primo significante, perciocchè suona il _seggio della parola, dell’oracolo_; siccome egualmente appellavasi il _Santo dei santi_ il seggio dell’oracol di Dio, l’_oracolario_, appunto perchè di là emanavano i venerati responsi. Gioberti lo notava scrivendo: _Fra le città cananee vinte da Giosuè vi è Chiriat Sefer detta poscia Debir; questo nome può farci subodorare un antica cultura. Forse era l’Archivio dello Stato_ (Protologia 371).[46] Doveva dire che tutta quella regione andò celebre per l’ingegno, pel sapere dei suoi abitanti; che là sorgeva Patria di quella donna che i profeti dicono _savia_, forse una Terapeutide, la quale col dolce parlare placò il paterno risentimento di Davide, quella stessa città di _Tekoa_ che per l’olio che produce squisito fu creduta perciò stesso dai Dottori educare la più colta e svegliata popolazione. E qual meraviglia se nello stato medesimo una regione si distingueva per ingegno ferace, se Cicerone diceva l’aria di Atene sottile e quindi più degli altri popoli greci gli Ateniesi vivaci e briosi, se diceva l’aria di Tebe pesante, quindi ottusi e rozzi i Tebani? Se Platone ogni giorno ringraziava gli dei per averlo fatto Ateniese e non Tebano, comecchè Tebe ed Atene città fossero, come sapete, ambedue di una stessa provincia?

Che se il mezzogiorno di Palestina fu soggiorno gradito, ordinario della società degli Esseni, del dottissimo Istituto, che l’antica fama d’ingegno accrebbe a quelle regioni, ci sarà egli dato rintracciare come nella Bibbia le antiche, così nei Dottori le moderne vestigia del loro passaggio? Io ardisco dire che lo potremo. Voi udiste come per noi fu altra volta falso addimostrato il parere di coloro che dicono tacersi affatto i Rabbini della società degli Esseni. Voi udirete in avvenire citazioni, se è possibile, anco più concludenti. Quelle però che adesso vi espongo ne sono un preludio, un apparecchio di cui non potreste disconoscere la gravità. _Vuoi tu veramente far acquisto di scienza?_ dice il Talmud: _volgiti a mezzogiorno._ Che vuol dire _volgiti a mezzogiorno_? Vuol dire forse tenere la persona nell’orare rivolta da quella parte? Così certo la intesero alcuni, ignari come io credo, del vero senso. Ma quanto meglio i più antichi! Quanto meglio, p. e., l’autore del _Aruch_ Rabbi Natan figlio di Iehiel tesoriere di papa Bonifazio! Quanto meglio, dico, R. Natan non coglieva nel segno quando diceva interpretando il passo Talmudico: _Vuoi tu fare di sapere tesoro? Va’ presso i Dottori che hanno stanza a mezzogiorno di Palestina e impara da essi la scienza._ Udite ora Simeone il Giusto, Simone che per tanti anni gloriosamente ministrò nel sommo pontificato. _Giammai_, egli diceva, _io volli le labbra accostare al sacrifizio dei Nazirei, tranne una volta quando vidi al tempio presentarsi un Nazireno dal mezzogiorno_ (e voi sapete quali rapporti stringano, secondo me, gli Esseni al Nazirato) _il quale_, continua Simone narrando per filo e per segno tutto lo accaduto, _mi disse come simile a Narciso, specchiatosi un giorno in una fonte s’innamorasse del suo bel volto; come indi vergognandosi del vano sentire, facesse voto di Nazirato, e come infine venisse adesso a bruciare l’antico oggetto del suo orgoglio, la bellissima chioma, nelle braci ardenti del sacrifizio_. Ma poco è questo. Voi udiste poc’anzi l’autore del Lessico Aruh parlare dei Dottori più insigni che vivevano nel _Darom_, a mezzogiorno di Palestina. Or bene uditene adesso menzione dalle labbra istesse dei Talmudisti; e dove, o miei giovani? Nell’ultimo capitolo di _Tamid_. Là si narra di un famoso abboccamento intravvenuto tra Alessandro il Macedone e alcuni tra i più illustri dottori in Israel: e come si chiamano questi Dottori? Si chiamano i _savi del mezzogiorno_. E su che cosa si aggira il loro favellare? Sopra parecchi e gravi argomenti in cui Alessandro la celebrata sapienza loro pone al cimento, e che troppo attestano l’indole, il genio speciale dei gravi studi dell’Essenato. Chiede Alessandro le relative distanze dal Sole alla Terra; chiede quale creato prima, se il Cielo o la Terra; chiede quale dei due abbia preceduto, la luce o le tenebre; e se a tutte le precedenti inchieste ottenne risposta, a quest’ultima però si udì intonare un modestissimo _Nescio_. Perchè non risposero gli Esseni mentre il testo mosaico sì chiaro favella? E qui permettete una piccola digressione che pure ha la sua importanza. Perchè io ridomando non risposero al testo conforme? Il Talmud tanto posteriore all’avvenimento, ne chiede, ne indaga il perchè, ma mestieri è pur confessarlo, troppo mostra nella risposta l’incertezza, l’imbarazzo nelle idee, troppo nella risposta si scorge la distanza dei luoghi e dei tempi.[47] Perchè veramente non risposero? Il perchè ce lo dirà Aristotile, il maestro di Alessandro, l’interrogante. Ci dirà Aristotile, per parlare col linguaggio del Ritter, _que les anciens Théologiens étaient en général persuadés que le meilleur sort du pire, l’ordre du désordre, puisqu’ils faisaient naitre toute chose de la nuit et du chaos_. Avete inteso? Dalla notte e dal caos, ch’è quanto dire ch’erigendo in persone reali questi Enti fantastici, ne crearono altrettanti primi principii, altrettante Divinità cosmogoniche, e Notte e Caos adorarono quai numi. Poteva darsi silenzio più opportuno? Potevano essi i Dottori _del mezzogiorno_, che sono a parer mio gli Esseni, risolvere secondo Mosè la quistione, concedere cioè alle Tenebre il primato di creazione senza concedere perciò stesso il principio d’onde la Teogonia greca prendeva le mosse, senza pericolo, senza conferma d’Idolatria?[48]

Io vorrei, o miei giovani, più a dilungo soffermarmi a studiare con voi altre cose e bellissime che contiene il precitato frammento del Talmud.[49] Mel contende il bisogno di procedere ordinato e spedito alla mèta proposta, mel contendono gli altri non meno gravi, i parlanti attestati che degli Esseni del Sud ci porge il Talmud. E dove? È il primo a pagina 70 di Pesahim, dove si narra di un Ieuda ben Dostai che, sendo venuto a contesa intorno alla convenienza del sacrifizio in giorno di sabato, si separò, dice il Talmud, dal centro Gerosolimitano, ritirossi egli e il figlio suo nella Palestina Meridionale dove assieme ai Farisei _ivi stanziati_, notate la frase, protestò contro la decisione dei Colleghi e più assai contro _Semaja e Abtalion_ due antichissimi Dottori anteriori di assai all’E. V.; lo che prova quanto antico fosse _Ieuda ben Dostai_ e quanto la raccontata sua separazione. È il secondo a pag. 23 di Zebahim dove e’ s’introducono ad esprimere una opinione circa la materia delle impurità di cui sapete omai i nostri Esseni tanto gelosi.[50] E infine è il terzo se non erro nel _Rabba_, e non temo di aggiungere il più interessante, il più prezioso di tutti. Io vorrei, o miei Giovani, che sapeste che vuol dire _Aggadà_, vorrei potervi esporre a parte a parte tutti i dati che mi hanno da lungo tempo persuaso non altro essere in bocca ai Dottori che la veste, la forma popolare, esoterica, parabolica, dirò anche iperbolica delle dottrine loro più riservate, la _Mitologia_ nel cui seno vive rinchiusa la _Teologia_,[51] vorrei sapeste da ora, come gli Esseni, e specialmente quelli tra essi che si dicevan contemplativi, andassero sopra ogni altro famosi per lo studio, per la cultura, di una gelosa e segreta Teologia come più tardi intenderete. Or bene! Che cosa dice il Medras? Dice non solo come disse il Talmud che al mezzogiorno di Palestina una scuola intera vivesse di Dottori illustri; ma dice di più, dice cioè che loro speciale, loro precipua occupazione era la coltura dell’_Agadà_, e dice infine che i più eruditi Rabbini non isdegnavano ad essi ricorrere per la interpretazione dei Testi; e in queste parole lo narra: _Disse Rabbi Ieosciuah ben Levi: di questo verso richiesi tutti i maestri dell’Agadà che vivono in mezzogiorno, e niuno me ne porse risposta adeguata._ Che più? Non è persino il Zoar istesso, che altra non cen fornisca e solenne conferma, il Zoar l’Emporio delle idee Cabbalistiche, il Repositorio delle più recondite tradizioni, il Zoar che in più luoghi appella ad una scuola di Teologi Mistici che abitavano il Sud e che chiama apertamente, _i compagni nostri, i soci nostri, che abitano il mezzogiorno_. Compagni, soci! Che gran parola! Non vi dice punto alla mente la bella frase? Non vi accenna ad una consorteria, ad un corpo, ad una società, a cui tutti appartenevano egualmente? di cui tutti si dicevano indistintamente i compagni, i soci, i fratelli? Io avrò luogo più tardi di ritornare su questa frase preziosa, e la Misna e il Talmud e il Zoar ne proveranno ad esuberanza, se già non l’hanno provato, il significato che per noi gli è concesso, e che suona sì favorevole come vedete alla identità Essenico-Cabbalistica da noi propugnata.