Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI

Part 20

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Ora un nuovo inganno, ed una terza illuvie hommi a raccontare; ma questi furono di un Napoleonide. Trovavasi Giovacchino di Napoli molto perplesso, e siccome le novelle di Germania, di Francia e d'Italia giravano fauste od infauste, si appigliava a questa parte od a quella, a questo partito od a quell'altro. Molto in lui poteva il desiderio di conservare il suo reale seggio, molto la paura di Napoleone. Perciò procedendo con la sua naturale varietà, aveva negoziato, come già abbiam descritto, ora coll'Austria, ora con Bentink, ora con Eugenio, qualche volta con tutti insieme, nè s'accorgeva che tutti il conoscevano. Intanto, già sicuro dell'Austria e dell'Inghilterra, ma non ancora sicuro di se medesimo, si avviava verso l'Italia superiore. Già occupava Roma, già occupava le Marche, nè ancora l'animo suo scopriva. Pretendeva parole d'amicizia verso il regno Italico. Le casse del regno, contro il quale si apprestava a muovere le armi, sotto spezie di amicizia, addomandava, e gli si aprivano, e vi attigneva denari; richiedeva il regno di vettovaglie, di vestimenta, di armi, ed il regno gliene somministrava. Lasciato passare in Ancona ed in Roma amichevolmente dai presidii Francesi, gettava gioconde e pacifiche parole di Francia, e di Napoleone. Non so a che cosa pensasse: ma certamente la dissimulazione era grande, e peggiore anche del fine che si proponeva. Infine veduta la ritirata del vicerè, udite le novelle dell'avvicinarsi i confederati molto grossi al Reno per invadere la Francia, ed aspettato Bentink oramai vicino a tempestare in Toscana, rimossa finalmente ogni dubitazione, si risolveva a scoprirsi del tutto, ed a fare quello che il mondo non avrebbe potuto pensare, e di che si perturbò più di ogni altra cosa Napoleone. Fermava i suoi casi coll'Austria, stipulando con lei un trattato, per cui l'imperatore Francesco si obbligava a mantenere in Italia, insino a che durasse la guerra, almeno cinquantamila soldati, ed il re Giovacchino a mantenerne almeno ventimila, con ciò promettevano e s'obbligavano entrambi ad operare d'accordo, e ad accrescere il numero delle rate rispettive, se bisogno ne scadesse; oltre a ciò Francesco guarentiva a Giovacchino ed ai suoi eredi la possessione dei dominj attualmente tenuti da lui in Italia, e prometteva d'intromettersi, come mediatore, affinchè gli alleati si facessero sicurtà della medesima possessione.

Bellegarde annunziava pubblicamente agl'Italiani la congiunzione di Giovacchino colla lega, ammonendoli delle perdute speranze dei Napoleonici. Giovacchino scoprendosi nemico in quei paesi, dov'era entrato e stato accolto come amico, sforzava il generale Barbou, che custodiva in nome di Francia la fortezza d'Ancona, e Miollis, che teneva Castel Sant'Angelo, alla dedizione. Tutto lo stato Romano veniva all'obbedienza dei Napolitani, i quali, e Giovacchino con loro, ora del papa favellando, ed ora dell'independenza d'Italia, non sapevano ciò che si dicevano. Bene ovunque passavano ogni cosa rapivano, ripassata seconda pei miseri Ferraresi e Bolognesi. I vanti poi che si davano, e le millanterìe che facevano, erano grandi.

Il primo ad uscir fuori fu il re medesimo con dire ai suoi soldati, avvertissero bene, che insinoachè egli aveva potuto credere che Napoleone imperatore combatteva per la pace e per la felicità della Francia, aveva a favor suo combattuto: ma che ora si era chiarito di tutto, e che bene sapeva che Napoleone non voleva altro che guerra; che tradirebbe gl'interessi della sua antica patria, quei de' suoi stati, quei de' suoi soldati, se tosto non separasse le sue armi dalle Napoleoniche, se non le congiungesse a quelle dei principi intenti con magnanimo disegno a restituire ai troni la loro dignità, alle nazioni la loro independenza: due sole bandiere esservi, ammoniva, in Europa; sull'una leggersi le parole religione, costume, giustizia, moderazione, leggi, pace, felicità; sull'altra persecuzioni, artifizj, violenze, tirannide, guerra, e lutto di famiglie, scegliessero. Queste cose diceva Giovacchino Napoleonide. Carascosa, Napolitano generale, arrivando a Modena, più enfaticamente parlava agl'Italiani: prometteva loro independenza a nome di Giovacchino, che già era accordato coll'Austria per ajutarla a soggettare il regno Italico.

Le forze preponderanti di Bellegarde, i progressi di Nugent sulla sponda destra del Po, lo accostamento del re di Napoli alla lega, e la presenza delle sue numerose schiere nel Modenese, toglievano al vicerè ogni possibilità di conservare gli alloggiamenti dell'Adige. Fatti pertanto gli apprestamenti necessarj, si tirava indietro e andava a porsi alle stanze assai più sicure del Mincio. Il dì otto febbrajo usciva ottimamente ordinato a campo per combattere in una campale battaglia Bellegarde. La principale schiera, in cui risplendeva la guardia reale, sortendo da Mantova, s'incamminava alla volta di Valeggio: la cavallerìa, traversato il fiume a Goito, accennava a Roverbella, e perchè il nemico fosse anche infestato alle spalle, il generale Zucchi colle genti più leggieri muoveva i passi verso l'isola della Scala. Per non lasciare poi libero campo a Bellegarde dalla parte superiore, il vicerè ordinava a Verdier, che congiuntosi prima con Palombini, varcasse il Mincio a Mozambano, e gisse ad urtare il nemico a Valeggio. Ognuno passato il fiume, correva ai luoghi destinati, quando la fortuna per un accidente improvviso ridusse il disegno bene ordinato ad un moto disordinato. Nel momento stesso in cui Eugenio si proponeva di assalire Bellegarde sulla sinistra del Mincio, si era Bellegarde risoluto ad andare a trovare Eugenio sulla destra. Dal quale impensato accidente nacque, che il vicerè, in luogo di trovare tutto l'esercito nemico a Roverbella, non ebbe più a combattere che col suo retroguardo, per modo che la vanguardia Francese era venuta alle mani col retroguardo Tedesco. Appoco appoco, e l'una dopo l'altra tutte le schiere delle due parti, sì quelle che avevano passato, come quelle che erano rimaste sulla sinistra, ingaggiavano la battaglia; combattevano furiosamente. Avevano i Francesi e gl'Italiani il vantaggio; ma per poco stette, che una rotta di cavallerìa dalla parte loro non mandasse le cose alla peggio. Pure, fatto un nuovo sforzo, si rannodavano, e si pareggiò la battaglia. L'esito fu, che Bellegarde fu costretto a tornarsene sulla sinistra del Mincio, ma intero e ristretto; il che obbligò anche il vicerè a ritirarsi tutta la sua forza sulla destra.

Intanto Eugenio si accorgeva, che non era più in sua facoltà d'indugiar a soccorrere alle cose di oltre Po, che per l'invasione dei Napolitani diventavano ogni ora più difficili. Aveva già provveduto che con qualche maggiore fortificazione si munisse Piacenza, alla guardia della quale aveva preposto con soldati di nuova leva, e con qualche veterana banda Italiana i generali Gratien e Severoli. Ma aggravandosi il pericolo vi mandava con qualche ajuto di nuove genti Grenier, nella perizia del quale consisteva massimamente la condotta, e la somma della guerra in quegli estremi momenti. Formava l'antiguardo del nemico Nugent co' suoi Tedeschi, Istriotti ed Italiani; il retroguardo Giovacchino co' suoi Napolitani. Come prima Grenier arrivava, rincacciava con forte rincalzo all'ingiù Nugent, e lo sforzava a tornarsene più che di passo al Taro. Quivi, essendo sopraggiunti i Napolitani, faceva vista di volersi difendere, ma tanto fu audace e destro Grenier, che, passato in tre luoghi il fiume, di nuovo sforzava gli avversarj alla ritirata sino all'Enza. Nugent però, sperando di arrestare l'impeto di Grenier, si era fermato con tremila soldati a Parma. Il Francese, urtando la città da ogni parte, vi entrava per viva forza, ritirandosene a tutta fretta colla minor parte de' suoi soldati il Tedesco. Combattessi in questo fatto molto aspramente a ferro ed a fuoco, con gran terrore dei cittadini. Il re di Napoli, tornato più grosso, e sforzato finalmente il passo del Taro, già s'avvicinava a due miglia a Piacenza. Quivi l'arrestavano, non la forza degli avversarj, ma più alte e più strepitose sorti.

Pellew e Bentink comparivano in cospetto di Livorno: avevano molte e grosse navi con seimila soldati da sbarco, Italiani, Siciliani, Inglesi. Il governatore vuotò la città per patto: vi entrarono gl'Inglesi il dì otto marzo. Suonavano le armi, suonavano le parole, si scrivevano i manifesti, si sventolavano le bandiere dell'Italiana independenza. Bentink in questo si mostrava molto acceso, Wilson il secondava.

Bentink a questo modo parlava con pubblico manifesto agl'Italiani: «Su, diceva, Italiani, su; ecco che siam qui per ajutarvi; ecco che siam qui noi per levarvi dal collo il fero giogo di Buonaparte. Dicanvi il Portogallo, la Spagna, la Sicilia, la Olanda quanto a generosità intenda l'Inghilterra, quanto l'interesse non curi. Libera è la Spagna pel suo valore, libera per l'assistenza nostra. Per l'uno e per l'altra ella condusse a fine un'opera fra le belle bellissima. Cacciato dai felici suoi campi il Francese, fermovvi la sua sede l'independenza, fermovvela la libertà. Sotto l'ombra dell'Inghilterra fuggì la Sicilia le comuni disgrazie; poscia per beneficio di un giusto principe da servitù a libertà passando, ora dimostra quanto un vivere non soggetto, a gloria ed a felicità conferisca. L'Olanda ancor essa intende a libertà. Or sola l'Italia rimarrassi in ceppi? Or soli gl'Italiani le sanguinose spade gli uni contro gli altri volteranno per fare che la patria loro sia serva di un tiranno? A voi spezialmente questo discorso s'indirizza, o guerrieri dell'Italia, a voi, in cui mano ora sta il compire la generosa impresa. Questo da voi non si chiede, che a noi venghiate: solo le voci nostre vi ammoniscono, che i vostri diritti rivendichiate, che a libertà vi restituiate. Applaudiremo lontani, accorreremo chiamati, e se le vostre congiungerete alle forze nostre, fia che l'Italia risorga alle sue antiche sorti, fia che di lei suoni quant'ora della Spagna suona». In questa forma l'Inglese allettava gl'Italiani: drappellava intanto le insegne delle mani giunte, sperando con queste parole e dimostrazioni di far muovere i popoli.

Ma siccome quegli che era uomo audace ed operoso, tosto giungeva alle parole i fatti. Ebbe avviso a Livorno, che Genova si guardava solamente da duemila soldati. Parvegli occasione propizia, perchè era sito di unica importanza, sì per la sua grandezza, sì per la comodità dei porto, e sì per l'agevolezza che acquista chi ne è signore, di scendere nelle pianure del Piemonte e della Lombardìa. Inoltre abbondava di armi e di munizioni navali. Pertanto Bentink si accingeva ad espugnarla. Suo pensiero era di mandar le fanterìe per le strade difficili del littorale, le munizioni pei bastimenti sottili, le armi e gl'impedimenti più gravi per le navi grosse. Giunto a Sestri di Levante, udiva che nuovo soccorso era entrato per custodir Genova, per forma che il presidio sommava a seimila soldati, presidio insufficiente alla vastità delle fortificazioni, ma bastante a rendergli molto dura l'impresa: il reggeva Fresia. Si era egli, per opporsi agli sforzi di Bentink, ordinato per modo che distendendosi dai forti Richelieu e Tecla, occupava col centro il villaggio di san Martino, e quindi arrivava colla destra, per uno spazio intricato di giardini e di ville, sino al mare. Non aveva l'avversario speranza di poter impadronirsi della piazza per una lunga oppugnazione con sì pochi soldati: pure molto gl'importava, che, in mezzo a tanti romori, e per non lasciargli raffreddare, Genova si prendesse. Da questo conseguitava, che gli era necessità d'insignorirsene per un assalto vivo. A questo ordinava i suoi, che mostravano un grandissimo ardore, ed una prontezza incredibile a fare quanto egli volesse. Mandava gl'Italiani condotti dal colonnello Ciravegna, soldato pratico ed animoso, che ancor egli sventolava le bandiere dell'independenza, a far opera contro una punta di monte, che sta a sopraccapo ed a fronte del forte Tecla. Spediva un'altra parte degl'Italiani contro il forte Richelieu, mentre un Travera colonnello, dal monte delle Fascie scendendo, con Greci e Calabresi, se ne giva a guadagnare un'eminenza, che al forte medesimo sovrasta. Quest'era lo sforzo che faceva a dritta e nelle parti di sopra; ma sotto e più accosto al mare mandava i fanti Inglesi, sotto la condotta dei generali Montresor e Macfarlane, con ordine di sgombrare, quanto possibil fosse, gl'impedimenti del paese, e di assaltar l'inimico. Succedevano i fatti a seconda de' suoi pensieri. Ciravegna, che combatteva sulla punta estrema a destra, spintosi avanti con singolar valore, cacciava il nemico dall'altura, e s'impadroniva di tre cannoni di montagna, il quale accidente vedutosi dai difensori del forte Tecla, l'evacuarono, in potestà del vincitore lasciandolo. Anche l'eminenza superiore al forte Richelieu fu presa dai Greci e Calabresi. Gl'Italiani ancor essi s'avvicinavano al forte. Non volendo il presidio aspettare l'ultimo cimento, si arrese a patti. Sulla sinistra dei confederati si sostenne la battaglia più lungo tempo, sì per la natura dei luoghi opportuna alle difese, come per la valorosa resistenza dei difensori: pure gl'Inglesi guadagnavano del campo. Finalmente gli assediati, vedendo che per la perdita dei forti Tecla e Richelieu correvano pericolo di esser presi alle spalle, fecero avviso di ritirarsi del tutto dentro le mura, lasciando le difese esteriori in poter dei confederati. Già per opera di Bentink si piantavano le batterìe per fulminare la città. In questo ad accrescere il terrore, arrivava sopra Genova Edoardo Pellew con tutta la sua armata, attelandosi a fronte di Nervi. Ai piccoli cannoni di Bentink si aggiungevano i grossi, e le bombarde di Pellew, per modo che nell'assalto che si vedeva imminente, ogni cosa presagiva un successo prospero a chi assaltava. Si venne in sul convenire: Fresia s'arrese il dì diciotto aprile.

Bentink, acquistata la possessione di Genova, d'allettamento in allettamento passando, faceva sorgere speranze di franco stato nei Genovesi. Forse credeva che i confederati avrebbero avuto più rispetto a questa condizione, se fosse e fatta sperare con parole e cominciata col fatto, che s'ei fosse stato sul severo, e non avesse parlato d'altro che di conquista. Ordinava pertanto un governo preparatorio: voleva ch'egli reggesse i dominj Genovesi secondo gli ordini della constituzione del novantasette, e insino a che si statuissero quelle modificazioni, che l'opinione, l'utilità, lo spirito della constituzione del 1576 richiedessero: che il governo si spartisse in due collegj, come nella forma antica; che durasse in ufficio sino al primo gennajo dell'ottocentoquindici, tempo in cui i collegj ed i consiglj fossero adunati a norma della constituzione. Questi erano i fatti del capitano d'Inghilterra: i motivi poi pubblicamente detti suonavano, che, stantechè i soldati d'Inghilterra retti da lui avevano scacciato dalle terre di Genova i Francesi, e che importava che alla quiete ed al governo dello stato si provvedesse, considerato ancora, che a lui pareva, che universale desiderio della nazione Genovese fosse il tornare a quell'antica forma, alla quale era stata sì lungo spazio obbligata della sua libertà, prosperità e independenza, e considerato finalmente, che a questo fine indirizzavano i pensieri e gli sforzi loro i principi collegati, che ognuno fosse rintegrato ne' suoi antichi dritti o privilegj, voleva, ed ordinava che quello, che i popoli Genovesi desideravano in conformità dei principj espressi dai collegati, si risolvesse in atto e si mandasse ad effetto. Alle quali cose dando esecuzione, chiamava al governo Girolamo Serra in qualità di presidente, e con lui Francesco Antonio Dagnino, Ipolito Durazzo, Carlo Pico, Paolo Girolamo Pallavicini, Agostino Fieschi, Giuseppe Negretto, Giovanni Quartara, Domenico Demarini, Luca Solari, Andrea Deferrari, Agostino Pareto, Grimaldo Oldoini.

Da tutto questo si vede, se i Genovesi non dovevano concepire speranza di conservare l'onorato nome, e l'essere antico della patria loro; o se qualcheduno dalle parole di Bentinck avesse dedotto questo corollario, che Genova avesse fra breve ad esser data in potestà del re di Sardegna, certamente sarebbe stato tenuto piuttosto scemo di mente che falso loico. Ma Castelreagh trovò non so che dritto di conquista, e l'utilità della lega, motivi appunto di senatusconsulti Napoleonici. Bene era spegnere Napoleone, e meglio sarebbe stato il non imitarlo.

Già tutta l'Italia era sottratta dall'imperio di Napoleone: solo restava la parte che si comprende tra il Mincio, il Po e le Alpi. Ma la somma delle cose per lei si aveva piuttosto a decidere sulle rive della Senna, che su quelle del Po. Già sinistri romori si spargevano per Napoleone: poscia le certe novelle arrivavano, essere i confederati, conducendo con esso loro tutto lo sforzo d'Europa, entrati trionfalmente in Parigi, compenso dato da chi regge il cielo a chi regge la terra delle conquistate Torino, Napoli, Vienna, Berlino e Mosca. Era oltre a ciò vociferazione in ogni luogo, che Napoleone errasse colle reliquie dell'esercito per le Sciampagnesi campagne. A ciascuna ora a cose immense aggiungeva la fama cose immense; nè ugual peso di umane moli si era agitata nel mondo, dappoichè Scipione vinse Annibale, Belisario Totila, Carlo Martello i Saraceni, Subieschi i Turchi. Poco stante si udiva, restituirsi i Borboni in Francia, Napoleone ridotto in Fontainebleau rinunziare all'imperio, dire l'ultimo vale a' suoi veterani soldati, accettare per estremo ricetto l'umile rupe d'Elba isola. Raccontare ai contemporanei sì fatti accidenti fora opera superflua, poichè la piena fama ne risuona ancora frescamente nelle orecchie loro: raccontargli degnamente ai posteri, fora opera superiore all'eloquenza, nè io mi vi accingerei, che conosco l'umile mio stile, ed il mio tarpato ingegno. Solo dirò, che per le armi più si fece che si sperasse, che colle parole più si promise, che si attenesse, che la prosperità fe' dimenticare le affermazioni della paura, e che le vecchie voglie sormontarono le necessità nuove. Pure si liberò l'Europa da una volontà sola, e da un dominio soldatesco; e chi guarderà indietro insino al principio di queste storie, e tutti gli accidenti da noi raccontati andrà nella memoria sua riandando, sentirà meraviglia, terrore, pietà, dolore, e contentezza insieme. Gli uomini straziati, le opinioni stravolte, le società sconvolte, la forza preponderante, la giustizia offesa, l'innocenza condannata, le adulazioni ai malvagi, le persecuzioni ai buoni, la licenza sotto nome di libertà, la barbarie sotto nome di umanità, la politica sotto nome di religione, e con queste virtù civili eminenti, ma rare, esempi lodevoli, ma scherniti, valore di guerra egregio, ma in favore del dispotismo, l'Europa infine divenuta scherno e vilipendio a se stessa. Se rinsavirà, non si sa, perchè ancor si sente la puzza degli andamenti Napoleonici: vive l'ambizione in chi comanda, vive in chi obbedisce, e se fia possibile l'unire la libertà al principato, è incerto. Da tutta questa lagrimevole tela, come dai ricordi antichi, almeno questo utile ammaestramento si avrà, che chi, come Buonaparte, da suddito si fa padrone della sua patria per farla serva, o il ferro ancide, o la forza atterra.

Come prima pervennero in Italia le novelle della presa di Parigi, e della rinunziazione di Napoleone, pensò il vicerè a pattuire per la sicurezza delle genti Francesi, nè si conveniva, che poichè i Borboni, ai quali erano le potenze amiche, si trovavano rintegrati in Francia, i Francesi combattessero contro di loro. Inoltre desiderava il vicerè, con facilitare le condizioni ai Borboni ed ai potentati, avvantaggiare le proprie, e fare in modo che gli alleati usassero contro a lui meno inimichevolmente la vittoria. A questo fine, uscito da Mantova, si abboccava con Bellegarde, l'uno e l'altro accompagnati da pochi soldati. Convennero che si sospendessero le offese per otto giorni, che intanto i soldati Francesi che militavano col vicerè, passate le Alpi, ritornassero nell'antiche sedi di Francia; che le fortezze di Osopo, Palmanova, Legnago, e la città di Venezia si consegnassero in mano degli Austriaci; che gl'Italiani continuassero ad occupare quella parte del regno, che ancora era in poter loro; che fosse fatto facoltà ai delegati del regno di andar a trovare i principi confederati per trattare di un mezzo di concordia, e che se i negoziati non riuscissero a felice fine, le offese tra gli alleati e gl'Italici non potessero ricominciare, se prima non fossero trascorsi quindici giorni, da che i primi si fossero scoperti delle intenzioni loro. La convenzione di Schiarino-Rizzino, che in questo luogo appunto si concluse addì sedici aprile, spegneva del tutto il regno Italico. Perchè, segregati i Francesi dagl'Italiani, nasceva una tale disproporzione di forze tra gl'Italiani ed i Tedeschi, che il capitolo, il quale dava quindici giorni di indugio alle ostilità, era piuttosto derisione che sicurezza.

Era giunto il momento dell'ultimo vale fra gli antichi compagni: i soldati di Francia salutavano commossi, abbracciavano piangenti i soldati d'Italia: a loro migliori sorti auguravano; ultimo grado di disgrazia chiamavano, che la disgrazia gli separasse; offerivano gli umili abituri loro in Francia; venissero; si ricorderebbero dell'avuta amicizia, delle comuni battaglie, della con le medesime armi acquistata gloria; fuorichè Italia non sarebbe, tutto parrebbe loro Italia, la medesima amicizia, la medesima fratellanza troverebbero; voler essi con le povere facoltà loro pagare all'Italia il debito di Francia. Così con militare benevolenza addolcivano i soldati di Francia le amarezze dei soldati d'Italia. Questi all'incontro ai loro partenti compagni andavano dicendo: gissero contenti, che se l'Alpi gli separerebbero, l'affezione e la ricordanza dei gloriosi fatti insieme commessi gli congiungerebbero; conforto loro sarebbe il pensare, che chi conservava la patria si ricorderebbe di chi la perdeva; la disgrazia rinforzare l'amicizia; avere per questo l'amore dei soldati Italiani verso i soldati Francesi ad essere immenso; vedrebbero quello che in quell'ultimo eccidio fosse per loro a farsi per satisfazione propria, e per onore dell'insegne Italiche; ma bene questo credessero, e nel più tenace fondo dell'animo loro serbassero, che, come gli avevano veduti forti nelle battaglie, così gli vedrebbero forti nelle disgrazie: queste speravano di mostrare al mondo, che se più patria non avevano, patria almeno di avere meritavano. Che Eugenio, e che Napoleone a noi, dicevano? Gloriosi, gli servimmo, benefici, gli amammo, infelici, fede loro serbammo: ma per l'Italia i nomi diemmo, per l'Italia combattemmo, per l'Italia dolore sentimmo: il dolerci per sì dolce madre fia per noi raccomandazione perpetua a chi con animo generoso a generosi pensieri intende.