Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI
Part 19
Le armi potenti seguitavano le macchinazioni impotenti. Aveva l'imperatore Francesco, che con grandissima prontezza si era allestito alla guerra, mandato un forte esercito, in cui si noveravano meglio di sessantamila buoni soldati, ai confini, per modo che cingeva tutto il regno Italico da Carlobado di Croazia insino al Tirolo. Obbedivano tutte queste genti al generale Hiller, uomo di grande sperienza per essere già molt'oltre con gli anni, e vecchio ancora di milizia. Militavano con lui non pochi generali di nome, tra i quali principalmente si notavano Bellegarde e Frimont, capitani esperti nell'Italiche guerre. Mandava fuori Hiller un suo militare manifesto, con cui, descritte primieramente le forze e le vittorie della lega, esortava gl'Italiani a levarsi contro il tiranno a generale liberazione d'Europa conquassata sì lungamente da tanti movimenti, ed a cooperazione dei poderosi eserciti che accorrevano in ajuto loro da ogni banda.
Quest'era il nembo che minacciava il regno Italico dai paesi di Settentrione, e d'Oriente. Vers'ostro i confini non gli erano sicuri; perchè gli alleati, facendo grande fondamento sulle sollevazioni dei popoli, si erano accordati, che, mentre gli Austriaci l'assalterebbero dalla parte loro, gl'Inglesi, o coi soldati proprj, o con soldati di ogni paese, massimamente Italiani raccolti in Malta ed in Sicilia, o finalmente con qualche mano di Austriaci, infesterebbero i due littorali dell'Adriatico, tanto dalla parte della Dalmazia e dell'Istria, quanto da quella d'Italia. Sapevano, che massimamente nella Dalmazia e nell'Illirio s'annidavano male disposizioni contro la dominazione Napoleonica, nella prima per le crudeltà usate da qualche generale, e per la cessazione del commercio, nel secondo per l'antica affezione alla casa d'Austria, e per la superbia di Junot governatore, che già pazzamente vi procedeva prima che pazzo diventasse. Intendevano anche a percuotere nei lidi Italiani, entrando per le bocche del Po, per far diversione in favor dello sforzo principale, che calava dalle Alpi Rezie, Giulie, e Noriche. Avevano anche speranza, sebbene il vedessero incerto e titubante, che Giovacchino di Napoli si sarebbe congiunto a loro, sì perchè allora sempre più precipitavano le cose di Napoleone, sì perchè si persuadevano, che avrebbe creduto un gran fatto, che i governi antichi con lui trattassero, lui riconoscessero, ed in luogo di alleato accettassero. Le forze del re di Napoli erano di grande momento all'Austria, perchè andavano a ferire il regno Italico a fianco ed alle spalle, e dove aveva minor difesa; perchè dei futuri casi, nissuno, e nemmeno Napoleone previdentissimo avrebbe potuto immaginare questo, che Giovacchino di Napoli fosse un giorno per muovere le armi contro il regno Italico di Napoleone di Francia.
Nè dovevano restare senza disturbo le sponde del Mediterraneo, perchè gl'Inglesi, essendo oramai certi delle intenzioni di Giovacchino, si proponevano di far impeto con quei loro soldati moltiformi, e racimolati da ogni paese, nella Toscana, provincia che credevano, non senza ragione, avversa al nuovo stato e desiderosa di tornare all'antico. Venivano con loro Bentink e Wilson generale colle loro pubblicazioni di libertà e d'indipendenza, dico Bentink, che intendeva la libertà, ma pendeva al tirato, essendo di natura piuttosto signoreggevole, e Wilson che amava la libertà, ma pendeva al largo, essendo di natura piuttosto tribunizia. Avevano essi trovato non so che bandiere con suvvi scritto il motto _Independenza d'Italia_, e dipinte due mani che si toccavano in segno d'amicizia e di colleganza. A questo modo suonava d'ogn'intorno un forte nembo al regno Italico, ed a tutta Italia. Le antiche ricordanze dell'Austria, le nuove parole di libertà, l'allettatrice mostra della padronanza propria, gli epifonemi di pace, di concordia, di felicità, le promissioni di tasse temperatissime, e di abolizione delle leve soldatesche si mettevano in opera per far muovere l'Italia; ma gl'Italiani, che già ne avevano vedute tante, non credevano nè agli uni nè agli altri.
Il vicerè forbiva ancor egli le sue armi. Aveva circa sessanta mila soldati, nei quali erano i veterani Italiani venuti di Spagna, i soldati di nuova leva, e la guardia reale Italiana, bella e valorosa gente; sommavano gl'Italiani circa ad un terzo. I Francesi anch'essi, o raccolti prestamente dai presidj, o chiamati dalla Spagna, con celeri passi accorrevano al sovrastante pericolo. Gli partiva in tre principali schiere; la prima, che obbediva a Grenier, aveva le sue stanze sulle rive del Tagliamento e dell'Isonzo, terre tante volte già combattute, e tante volte ancora gloriosamente conquistate dai Francesi; la seconda retta da Verdier alloggiava a Vicenza, Castelfranco, Bassano e Feltre. La terza, quest'era l'Italiana, posava a Verona ed a Padova: la governava Pino, non ancora stato al governo di Bologna. Una parte di lei sotto l'obbedienza dei generali Lecchi e Bellotti era mandata a custodire l'Illirio: la cavallerìa stanziava a Treviso. Per vigilare intanto sugli accidenti del Tirolo, parte che dava grandissima gelosia, una schiera di soccorso alloggiava in Montechiaro: quando poi divenne il pericolo più imminente, fu mandata, sotto il governo di Giflenga, a combattere in Tirolo contro un corpo d'Austriaci condotto dal generale Fenner. Secondavano tutto questo sforzo dalla Dalmazia, ma piuttosto per difendere che per offendere, pel picciol numero dei soldati, i presidj, la maggior parte Italiani, di Zara, Ragusi e Cattaro. Ora, diventando ad ogni momento la guerra più imminente, pensò il vicerè a spingersi più innanzi, andando a porre il campo principale a Adelsberga, terra poco distante dalla sponda destra della Sava sulla strada per a Carlobado di Croazia, e per a Lubiana di Carniola. Al tempo stesso, allargandosi alla sinistra, mandava una forte squadra a custodire i passi di Villaco e di Tarvisio, avendo avuto avviso che Hiller, fatto un assembramento molto grosso a Clagenfurt, minacciava di farsi avanti, sì per isforzare quei forti passi, e sì per condursi, montando per le rive della Drava, alle regioni superiori dell'affezionato Tirolo.
Quest'era l'ultima fine della tragedia che si rappresentava da venti anni addietro, toltone pochi intervalli pieni ancor essi, se non di sangue, almeno di rancori, e di minacce, e d'ambizione, nella dolorosa Italia. Straziata dagli uni, straziata dagli altri, tutti pretendevano promesse di felicità per lei; e peggio, che l'una parte e l'altra si lamentavano ch'ella non si muovesse a favor loro, come se fosse obbligo di lei di rendere amore per dolore. Ora infine si aveva a definire a chi dell'Austria o della Francia dovesse rimanere l'imperio d'Italia; se dovessero prevalere le nuove o le antiche sorti; se il dominio acerbo di Napoleone si dovesse mitigare o no; se l'Austria tornasse a Milano mansueta, come n'era partita, o se sdegnosa per le ingiurie; se Francia od Austria dovessero far dimenticare con le dolcezze di pace le insolenze e le rapine di guerra; se venti anni di novità dovessero o produrre secoli simili a loro, od immergersi, senz'altri segni che quelli delle storie, nel corso rintegrato dei secoli consueti; se a favellar Francese o Tedesco dovessero apparar gl'Italiani; se finalmente le parole soavi, che si dicevano agl'Italiani, fossero per loro o pei padroni; che l'allettare i popoli colle lusinghe per soggettargli fu sempre, ma più nei nostri tempi che in altri, astuzia di coloro che intendono ad appropriarsi l'altrui.
LIBRO VIGESIMOSETTIMO
SOMMARIO
Gli Austriaci condotti da Hiller cingono con forze potenti tutto il regno Italico. I Dalmati ed i Croati insorgono contro i Francesi. Eugenio si tira indietro. Battaglia di Bassano. Eugenio sull'Adige. Mala soddisfazione dei generali e soldati Italiani verso di lui. Nugent coi Tedeschi romoreggia alle bocche del Po. Giovacchino si scopre contro Napoleone e fa guerra al regno Italico. Battaglia del Mincio tra Eugenio e Bellegarde. Bentink sbarca a Livorno, parla d'independenza agl'Italiani, prende Genova, e promette ai Genovesi la conservazione dello stato. Sopraggiungono novelle funestissime per Napoleone; avere i collegati occupato Parigi, lui essere ridotto colle reliquie de' suoi battaglioni in Fontainebleau, avere rinunziato, avere accettato per ultimo ricovero l'Elba isola. Eugenio pattuisce con Bellegarde, e si ritira in Baviera. Stato degli spiriti in Milano. Tutti vogliono l'independenza, ma chi con Eugenio re, chi con un principe Austriaco. Discussioni nel senato in questo proposito. Sommossa popolare; il senato è disciolto; si convocano i collegi, che creano una reggenza, e mandano deputati a Parigi all'imperator Francesco per domandar l'independenza con un principe Austriaco. Esito della loro missione. Genova data al re di Sardegna. Conclusione dell'opera.
Gli Austriaci cignendo con largo circuito tutta la fronte dell'esercito Italico, avevano un grandissimo vantaggio, il quale ed all'occorrenza presente, ed alla natura loro sempre circospetta molto bene si conveniva. Sicura era la loro ala destra pei fatti succeduti in Germania, ed ultimamente per l'adesione della Baviera alla lega dei principi uniti contro Napoleone. In questo ancora molto momento recavano i Tirolesi pronti ad insorgere contro il nuovo dominio, per modo che l'Austria stessa per rispetto della Baviera, nuovo alleato, era costretta a tenergli in freno, acciocchè non facessero qualche incomposta variazione. Ma la inclinazione loro rendeva sicuro il loro paese alle forze Austriache, e dava sospetto al vicerè, perchè potevano offenderlo a mano manca ed alle spalle. Nè meno avvantaggiata condizione avevano gli Austriaci sulla loro sinistra: posciachè sapevano che le popolazioni Dalmate e Croate, essendo infense ai Francesi ed agl'Italiani loro confederati, erano pronte a sorgere contro i presenti dominatori; popolazioni armigere, e però di non poca importanza, massimamente in una guerra, alla quale i popoli, non che i soldati, si chiamavano. Hiller s'avvisava di condurre per modo la guerra, che facendosi innanzi con le sue ali estreme, mentre il grosso seguitava nel mezzo a seconda, ma più tardamente e più prudentemente, desse continuamente timore al vicerè di essere circuito ed assaltato alle spalle. Questa forma di guerreggiare doveva necessariamente far prevalere la fortuna degli Austriaci, perchè procedendo cautamente nel mezzo, non davano agli avversarj occasione di venire ad una battaglia campale, dalla quale solamente potevano sperare, se la vincessero, di redimersi da quel pericoloso passo, al quale erano ridotti. Da questo anche ne risultava, che si richiedeva, a voler riuscire a buon fine, nel capitano Francese maggior prudenza che audacia, piuttosto arte di andar costeggiando l'inimico per impedirgli la campagna, e difficoltargli, in quanto si potesse fare senza tentar la fortuna, i passi, che coraggio d'affrontarlo; insomma piuttosto volontà di conservar l'esercito intatto, in qualunque luogo ei si fosse, che desiderio d'avventurarlo, perchè in lui, non nei paesi occupati, consisteva la salute, o se non la salute, almeno le condizioni più onorevoli del regno. Ma il vicerè, siccome giovane, figliuolo di Napoleone, e tocco ancor egli dal vizio dei tempi, cioè di far chiaro il suo nome con fatti sanguinosi, disprezzando il consiglio più salutifero, amò meglio fare sperienza della fortuna, consumando inutilmente i soldati in piccole fazioni, che poco o nulla importavano alla somma della guerra, che fuggendo l'occasione di combattere, ritirargli intieri a' luoghi più sicuri, ed interi ancora conservargli insino a che la fortuna avesse definito, che cosa volesse farsi di Napoleone in Germania ed in Francia. Quel sangue Francese ed Italiano, sparso nell'ultima Croazia e nell'estrema Carniola, accusano Eugenio o d'ambizione, o d'imperizia, o d'imprudenza.
Correvano i Dalmati, inclinava verso il suo fine agosto, contro i presidj, i Croati contro gl'Italiani. Zara, Ragusi e Cattaro tenuti da deboli guernigioni, romoreggiando nimichevolmente i popoli d'intorno, e tenendo infestata la campagna, cedettero facilmente. Una presa di Croati, avvalorata da qualche battaglione d'Austriaci, urtando contro Carlobado, facilmente se ne impadroniva. Gli Austriaci ed i Croati più oltre procedendo, s'insignorirono di Fiume, ritiratosene il generale Janin, impotente al resistere. I Croati, che erano stati arruolati sotto le insegne Francesi, dai loro signori segregandosi, ritornavano alle antiche insegne d'Austria. Mentre a questo modo felicemente si combatteva per gli Austriaci verso l'Adriatico, mandavano pel corso della superiore Drava grossi squadroni verso il Tirolo sotto la condotta di Fenner. Giunti a Brissio scendevano per le rive dell'Adige, con intento di andar a battere nelle Veronesi e nelle Bresciane regioni. Al tempo stesso si veniva alle mani sul mezzo: fu preso e ripreso Crinburgo con molto sangue da ambe le parti. In questi fatti mostrò molt'arte e molto valore Pino, molto valore e poca arte Bellotti: combattè felicemente il primo a Lubiana, infelicemente il secondo a Stein. Sorse un gravissimo contrasto a Villaco, donde gli Alemanni volevano aprirsi l'adito al passo di Tarvisio per scendere a seconda della Fella nel cuore del Friuli. Erano i Francesi accorsi al pericolo, e dopo un feroce combattere, in cui la città fu presa e ripresa parecchie volte, e finalmente arsa per opera dei Tedeschi, restarono vincitori: corse il vicerè con molta virtù in soccorso della città consumata. Gli Austriaci, seguitando il consiglio loro, si allargavano sulle corna. Trieste, preso e ripreso più volte, venne in potestà loro; già tutta l'Istria loro obbediva. Dalla parte superiore precipitandosi dalle Alpi Tirolesi minacciavano di far impeto contro Belluno, e più alle spalle le armi loro suonavano nelle regioni vicine a Trento. Conoscendo ed usando il vantaggio, avevano passato la Sava a Crinburgo ed a Ramansdorf, per dove facevano sembianza di condursi, per Tolmino, nelle regioni superiori del Friuli. Anche contro Villaco preparavano un grande assalto.
Non era più in potestà del vicerè il resistere, ed appariva che se più oltre si fosse ostinato starsene sulle sponde della Sava e della Drava, correva pericolo che gli fosse vietato il ritorno. Avevano gli avversarj maggior numero di soldati, ed i popoli amici: erano al vicerè minori forze, ed i popoli avversi. Fermossi prima sull'Isonzo qualche giorno, poscia sulla Piave, combattendo sempre valorosamente, sempre inutilmente. A questo modo l'Illirio, staccato per la forza dell'armi Napoleoniche dal suo antico ceppo d'Austria, se ne tornava per la forza dell'armi di Francesco imperatore alla consueta dominazione. I costumi a niun rispetto si convenivano coi Francesi, poco con gl'Italiani. Oltre a ciò vi aveva Napoleone conservato i dritti feudatarj, dandogli in preda a' suoi soldati, o magistrati più fidi: piacquero a quegli antichi repubblicani, e gli riscuotevano con duro imperio, senza lasciar neppure scattar un soldo.
Le stanze della Piave non si potevano conservare. Già gli Austriaci scesi a Bassano sotto la guida del generale Eckard vi avevano fatto una testa grossa, ed insistendo alle spalle davano timore di estrema rovina al vicerè, se presto non si ritirasse. Quivi comparve evidente l'imprevidenza del principe del non essersi ritirato più maturamente; perchè per avere la ritirata sicura, fu costretto di combattere a Bassano una battaglia molto grave. Durò due giorni, il trentuno ottobre ed il primo novembre. Rifulse in questo fatto egregiamente il valore di Grenier. Vinse la fortuna Francese ed Italiana. Entrarono i vincitori, e pernottarono nella sanguinosa città. Perdettero i Tedeschi circa un migliajo di soldati, nè fu senza sangue la vittoria agli Eugeniani, perchè i Tedeschi combatterono acerbamente. Acquistò Eugenio facoltà di ritirarsi più quietamente sull'Adige: marciava indietro, parte per Padova, parte per Vicenza, andando ad alloggiarsi a Verona, ed a Legnago. In mezzo a questa ritirata, grave in se stessa, e che portendeva cose ancor più gravi, perchè già più della metà del regno Italico era signoreggiata dalle armi Austiache, i soldati Francesi ed Italiani, ma più i primi che i secondi, si portarono molto lodevolmente, astenendosi dalle rapine e dagli oltraggi; procedere tanto più da commendarsi, che la maggior parte credevano, che più non sarebbero tornati là, donde venivano. Nè è da tacersi, che i Tedeschi a questo tempo stesso, se si eccettuano le parti rannodate, in cui erano preste le munizioni, vivevano di rapina, ora qua ora là scorrazzando, secondochè gli portava o la necessità della guerra, o la cupidità del sacco; frutti tante volte calpestati della feconda Italia, tante volte riprodotti, tante volte ricalpestati. Resta, che siccome la sua bellezza e fertilità destano gli appetiti forestieri, desiderino gl'Italiani, che ella fera e selvaggia diventi; perchè forse i deserti preserveranno quello, che l'innocenza non preserva.
Sulle Veronesi sponde incominciavano a manifestarsi fra gl'Italiani mali semi contro il vicerè; colpa piuttosto sua che di loro. Eugenio o che prevedesse dai nugoli minacciosi che giravano attorno, che più gli convenisse mostrarsi Francese che Italiano, o che troppo facili orecchie prestasse ad alcuni, che presso a lui in molta grazia e suoi consiglieri più intimi essendo, intendevano ad innalzar se medesimi a pregiudizio degl'Italiani, si era lasciato uscir di bocca, già insino in Prussia dopo le disgrazie di Russia, parole di cattivo concetto verso i generali Italiani. Nè il suo disprezzo nelle semplici parole contenendosi, era trascorso sino agli atti: delle quali cose tenendosi eglino molto offesi, siccome quelli che erano parati a tollerare alcuna ingiuria o indegnità, massimamente Pino, che siccome di maggior nome, sentiva più vivamente degli altri, avevano appoco appoco sparso una mala contentezza fra i soldati: dal che ne seguivano nel campo sinistre mormorazioni, ed anche atti aperti di sdegno contro il principe. Le disgrazie inasprivano viemaggiormente le ferite in quegli animi fieri e bellicosi. Gl'imputavano il contaminato onore dell'armi Italiane, ed il sangue inutilmente sparso. Già il nome di forestiero, pessimo augurio, nelle bocche dei soldati andava sorgendo, ed i consiglieri detestavano.
Intanto non rimetteva in Eugenio il desiderio di farsi famoso in guerra per battaglie inutili, sangue con fama cambiando. Corse il Tirolo; vi fece fazioni onorate, ma senza frutto: liberò Brescia dal nemico, ma indarno: ruppelo in una grossa e bene combattuta battaglia a Caldiero, ma tornossene poco dopo là, dond'era venuto: il nemico, che era stato rincacciato sin oltre all'Alpone, venne fra breve a rinsultar San Michele di Verona. Appena la fronte dell'Adige, fiume grosso, e munito, sotto dalla fortezza di Legnago, sopra dai castelli di Verona, si poteva tenere: tanto superava pel numero delle genti il nemico. Dal che si conclude con evidenza che era necessità al vicerè, non di assaltare, ma di difendersi, non di uscire dai luoghi sicuri, ma di annidarvisi, non di far guerra viva, ma di temporeggiarsi e di aspettare.
Ogni ruina si accumulava sull'Italia: ecco un secondo nembo approssimarsi al Po, non più pel dominio di Venezia o d'Alfonso, ma per quello di Francia o d'Austria; nè questo nembo fia l'ultimo da raccontarsi, ancorchè sia prossimo il fine della mia tragedia. Aveva il generale Austriaco Nugent combattuto virilmente in Croazia ed in Istria, contro gl'Italiani che occupavano quella parte del regno. Ma quivi ogni cosa era oggimai divenuta sicura a lui, sì per la ritirata di Eugenio, come perchè le fortezze di Lubiana e di Trieste si erano arrese all'armi Tedesche. Sola restava dell'antico Austriaco, o Veneziano dominio in mano del vicerè la città di Venezia. Per la qual cosa Nugent, preso ordine con Bellegarde, chiamato generalissimo in Italia in luogo di Hiller, e messosi sulle navi a Trieste, era venuto sbarcare a Goro con una grossa mano d'accogliticci, Inglesi, Istriotti, Croati, e fuggitivi Italiani. Nè volendo indugiare, perchè sapeva che il tempo è nemico degli assalti inopinati, si spingeva tostamente innanzi, e s'impadroniva di Ferrara, abbandonata dai pochi difensori che vi erano dentro. Quivi correva il paese co' suoi soldati leggieri, chiamando in ogni luogo i popoli a sollevazione. L'importanza del fatto era, che si congiungesse con le schiere d'Austria, che, venute col grosso dell'esercito, già si erano condotte a Padova. A questo fine, Nugent, passato il Po con una parte de' suoi, e preso alloggiamento in Crespino, si era accostato all'Adige. Dall'altro lato Bellegarde, per consentire coi movimenti di Nugent, aveva avviato a Rovigo una presa di tremila soldati sotto la condotta del generale Marshall.
Come prima il vicerè ebbe avviso del tentativo di Nugent, aveva speditamente mandato un corpo sotto il governo del generale Decouchy a Trecenta, acciocchè facesse opera d'impedire la congiunzione delle due squadre nemiche. Al tempo stesso Pino, che governava Bologna, assembrava quante genti poteva, e le spingeva avanti alla guerra Ferrarese. Ripresesi Ferrara, ma indarno, per gli accidenti che seguirono. Aveva bene Decouchy, fortemente combattendo, cacciato Marshall da Rovigo con non poca strage, e costretto a ritirarsi al ponte di Bovara Padovana. Ma gli Austriaci continuamente ingrossavano coll'intento di congiungersi con Nugent, che tuttavìa era in possessione di Crespino. Mandava perciò il vicerè nuovi ajuti col generale Marcognet verso il basso Adige, acciocchè cooperassero al fine comune con Decouchy. Uscirono i Tedeschi da Bovara Padovana: Decouchy e Marcognet gli assaltavano. Sorgeva un'ostinata zuffa: combatterono i Francesi felicemente a destra, infelicemente a sinistra: si ritirarono i Tedeschi nel loro sicuro nido di Bovara Padovana; ma colto il destro, che offerivano loro la notte e la mala guardia a cui stavano i Francesi, con un impeto improvviso gli ruppero; e gli costrinsero a ritirarsi, prima a Lendinara ed a Trecenta, poi a Castagnaro. Riacquistarono Rovigo: fu tolto ogni impedimento alla congiunzione di Nugent e di Marshall. Nugent, fatto sicuro per la congiunzione, s'incamminava a Ravenna, e da Ravenna a Forlì. Usava le armi, usava le instigazioni. «Assai, scriveva agl'Italiani, assai foste oppressi, assai posti ad un giogo insopportabile: ora più liete sorti vi aspettano; restituite coll'armi in mano la patria vostra: avete tutti a divenire una nazione independente». Poi faceva un gran romore con promettere, che non si scriverebbero più gli annuali soldati, che le consumatrici tasse si allevierebbero. Intanto i suoi saccheggiavano aspramente il Ferrarese ed il Bolognese, poco lieto principio all'independenza, che si prometteva.