Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI

Part 17

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Questi furono i capitoli principali della constituzione Siciliana data da lord Bentink circa gli ordini primitivi dello stato. Ne concepirono i popoli grande contentezza, perchè quella equalità di dritti, e quella sicurezza delle persone, sono condizioni che piacciono a tutti. Furono inoltre dal parlamento per motivo espresso dei baroni statuiti certi patti fondamentali, dai quali ne veniva un grande sgravio ai popoli, e il nome dei baroni salì in onore, certo meritamente, appresso ai Siciliani. Perciò all'allegrezza comune cagionata dai capitoli principali, s'aggiunse una maraviglia non senza molta parte di gratitudine per certi capitoli aggiunti, essendone posto il partito dai baroni. Il fecero per generosità d'animo, il fecero per conciliarsi i popoli. Offerirono spontaneamente, e fu dal parlamento statuito, che il sistema feudatario fosse e restasse abolito in Sicilia, che tutti i privilegi provenienti dall'origine medesima fossero cassi, e tutte le terre libere ed allodiali. Fossero altresì abolite le investiture, i rilievi, le devoluzioni al fisco, ed ogni peso che derivasse da feudo. Quanto alle angherie, o siano dritti angarici, potessero i comuni od i particolari riscattarsene sotto condizione di debito compenso. A voler comprendere quanta agevolezza ed amore del ben pubblico fossero in queste offerte e decreti dei baroni Siciliani, basterà far considerazione, che gran parte delle loro rendite consisteva in questi dritti feudatarj: furonvi famiglie, che a cagione delle rinunzie perdettero insino a settantamila franchi d'entrata. L'annullazione massimamente delle bandite, o vogliam dire dei dritti proibitivi di caccia riservandone soltanto l'uso, a guisa degli ordini Inglesi, sulle terre circondate da mura, diede la vita a molti villaggi condotti all'ultima ruina dalle fiere o regie o baronali. Dirò anzi in questo, perchè dimostra lo spirito di quella nazione, che il re, al quale incresceva l'astenersi dalle solite cacce, fece opera di persuader ai villani, che abitavano vicini a' suoi parchi e foreste, che rinunziassero alla libertà largita dal parlamento: ne ebbe ripulsa.

Giubbilavano i Siciliani dell'ottenuta libertà, la generosità dei baroni, ed i nuovi ordini con somme lodi esaltando. Restava, che il re, cioè il principe vicario appruovasse. Fuvvi qualche soprastare. Si disse, che la regina stringesse il figliuolo affinchè vietasse: mormorossi, ch'ella per por le cose in confusione, macchinasse sollevazioni in Palermo. Si andava oltre a ciò vociferando un caso più orrendo, e fu, ch'ella con un artifizio di polvere chiusa in grossa e forte boccia, aggiuntovi scheggia ed altri stromenti mortalissimi, e gettato, ed acceso improvvisamente nella stanza del parlamento, si fosse sforzata di mandar l'assemblea a confusione ed a ruina. Certo scoppiò il ferale ordigno, ma all'entrare di una finestra, per modo che dal terrore in fuori, non fece effetto. Queste cose si dicevano della regina, non perchè se le facesse, ma perchè la credevano capace di farle.

Duro pareva a chi regnava, lo spogliarsi dell'autorità; infine tanto operarono Bentink, il parlamento, ed i segni della impazienza popolare, che il principe vicario dichiarò, piacergli i capitoli. Ne fu lodato da molti, biasimato da pochi. La regina, non potendo più resistere, costretta anche da Bentink, che conoscendo quel suo spirito indomabile, ed avendo l'animo alieno dal confidarsi di lei, malvolentieri la vedeva vicina alla sede del governo, si ritirava a Castelvetrano, terra distante a sessanta miglia da Palermo. Aspettava Bentink la stagione propizia per mandarla a Vienna, certo e sicuro, che, finchè ella restasse nell'isola, il nuovo stato non potrebbe quietare, non che radicarsi e fiorire.

Ed ecco che nel mese di gennajo dell'ottocento tredici il re (corse fama in quel tempo, che Carolina regina, avendo l'animo sempre pieno di mala soddisfazione, di nottetempo e celeremente venendo da Castelvetrano, fosse andata a trovarlo, e ad esortarlo a recarsi di nuovo la somma del governo in mano) compariva all'improvviso in Palermo, e fatti a se chiamare i ministri, dichiarava, che essendo tornato in salute, suo intento era di riassumere l'autorità regia. Parve caso strano, e che potesse portar con se accidenti molto gravi. Bentink, avvertito a tempo, mandò prestamente suoi messi a chiamar le soldatesche, che alloggiavano nei paesi circostanti. Tanta fu la celerità usata, che a mezza notte dodicimila Inglesi, armati di tutto punto, come in presente guerra, entrarono in Palermo, e rendettero le cose sicure al nuovo stato. Fu assai subito Bentink in questa faccenda, e se avesse tardato non sarebbe più stato a tempo; perchè già i partigiani dell'antico reggimento alzavano la testa, e si vantavano di aver vinto la novella constituzione. Era intento di Ferdinando di cambiare i ministri, non terminare la constituzione, annullare i capitoli accordati, rimettere in piede lo stato antico, richiamare la regina: il fine ultimo consisteva nel liberarsi dall'imperio d'Inghilterra, e dalle molestie dei democrati. Si cantarono con pompa nel duomo le prime grazie all'Altissimo per la salute ricuperata del re. Si aspettavano plausi: nissuno si scoprì. Se da una parte si sopportava mal volentieri il dominio degl'Inglesi, dall'altra si temeva quello della regina, e dei Napolitani. Intanto il capitano generale aveva condotto a fine i suoi preparamenti: soldati in armi occupavano Palermo; un romor di cannoni e di mortaj tirati per le contrade faceva un terrore grandissimo. I Palermitani gridavano che guerra fosse quella; e si lamentavano che si fosse dato occasione a quest'insolito apparato. Mandava Ferdinando il comandante domandando a Bentink, che cosa significasse quella mostra guerriera. Rispose venezianamente l'Inglese, avere udito la ricuperata salute del re, volere anche di lui palesare la sua contentezza; quelle armi e quei soldati essere venuti ad allegrezza e ad onoranza. Stette alquanto sopra pensiero il Siciliano, perchè gli pareva che il parlare di Bentink fosse piuttosto da burla che da vero. Poi gli disse, se avesse pensato agli accidenti che potevano nascere. Il capitano del re Giorgio rispose, che il re Ferdinando l'aveva chiamato suo capitano generale, che a lui aveva affidato la quiete di Palermo e del regno; che per adempire l'incarico aveva apprestato quelle armi e quei soldati. Ferdinando in questo mentre caduto in malattia o per accidente fortuito, o per angustia d'animo, riconfermò il figliuolo nella carica di vicario generale, e tornossene in villa, portando con lui diminuzione di riputazione per un tentativo male cominciato, e peggio terminato.

Volle Bentink usar l'occasione dello sgomento concetto per l'esito infelice, facendo opera di persuadere al re, che rinunziasse intieramente all'autorità regia in favor del figliuolo: mandò anche soldati per ajutar le parole coi fatti, a romoreggiare tutto all'intorno della villa abitata da Ferdinando, ma egli non si lasciò tirare a questa risoluzione, perchè i fuorusciti Napolitani, tutti o la maggior parte seguaci della regina, il dissuadettero efficacemente da questa finale rinunzia. Temevano, nè senza ragione, che se il principe vicario fosse divenuto re, pei consigli dei baroni Siciliani, che in lui molto potevano, ed erano nemici al nome loro, gli conducesse a qualche mal partito. Non potevano tornare nella patria loro, che tuttavia si trovava in potestà dei Napoleonidi, e se fosse loro stata vietata la Sicilia, non avrebbero più avuto alcun ricovero o scampo.

Intanto il tentativo fatto per riassumere l'autorità regia, rendè del tutto chiaro Bentink dell'animo della regina. Laonde, temendo non poco ch'ella facesse qualche precipitazione, si persuase che era meglio vedere una regina esule, che in pericolo l'autorità d'Inghilterra. Fatte adunque le sue diligenze, costrinse Carolina ad abbandonar la Sicilia. Dal che nacque, che portata dai venti e dall'avversa fortuna in istrani e barbari lidi, non potè, se non con disagi incredibili, rivedere la sua Vienna, riabbracciare i parenti, e respirare l'aere natìo, donde solo poteva sperar conforto della perduta potenza. Ma non fu lungo il sollievo, perchè presa da subita malattia, passò poco tempo dopo da questa all'altra vita. A questo modo fini di vivere Carolina d'Austria e di Sicilia, prima desiderosa di ridurre il governo a forme più larghe, poi sostenitrice tenacissima di governo stretto, prima favorevole ai filosofi, poi nemica acerbissima di loro, contrastatrice violenta un tempo di Napoleone imperatore per la soverchia potenza di lui, poi sua aderente per troppo amore della potenza propria; conservata dagl'Inglesi, poi fatta esular da loro; questo solo lasciò incerto, se i tempi, o ella cambiassero; che anzi se si dee, non da qualche atto della vita, ma da tutti della natura di alcuno giudicare, parrà certo, ch'ella piuttosto costante e forte, che volubile e debil donna chiamare si debba. Nè in mezzo alle tante ambizioni moderne la sua cupidigia del dominare io riprenderei, se non l'avesse condotta ad una rigidezza eccessiva. Di questo, nè io, nè, credo, altri sarà mai per iscusarla per ragione alcuna, nemmeno per l'orrendo caso della regina sorella; conciossiachè, se di vendetta in vendetta sempre dovesse andare il mondo, non si vede, che allo straziarsi colle unghie, ed al mangiarsi coi denti gli uomini al fine non dovessero pervenire. Mise chi ci creò nei nostri cuori la pietà verso i miseri, ed il piacere del perdonare ai rei, acciocchè l'umana razza s'arrestasse in mezzo al corso del tormentare umane membra, e del versare umano sangue; e se una pazzìa incomprensibile, od un desìo spaventevole ci vi spinge, almeno una salutevole pietà ci rattenga dal correre sino all'estremo termine di lui.

Rintegrato il principe vicario nel regno, e partita la regina, insistendo i ministri, massimamente Bentink, che interveniva a tutte le consulte, continuò il parlamento le sue politiche fatiche. Diessi compimento alla constituzione; si mise in atto, rimanendone i popoli con molta satisfazione. Così fu felice il principio; il seguito non corrispose. Nacque tostamente la peste dei governi liberi, dico le insolenze popolari: nacque il vizio dei paesi comandati dai forestieri, dico i favori conceduti dai dominatori ai più vili, ai più ignoranti, ai più ridicoli uomini: la parte popolare più forte, e sempre intemperante ne' suoi desiderj, principiò a non serbar più modo verso i nobili, contro di loro con parole e con fatti imperversando. Era in questo procedere, non che cecità per l'avvenire, ingratitudine del passato, perchè dei nobili, chi era stato autore della constituzione, e chi l'aveva accettata volentieri. Per la qual cosa eglino, non trovando più sotto l'imperio di lei rispetto e quieto vivere, diventarono avversi, e desiderarono il cambiamento di quello, che coi desiderj, e colle opere avevano mandato ad effetto. Pessime furono la maggior parte delle elezioni alla camera dei comuni, fatte principalmente per maneggio di Bentink, più avendo potuto nel suo animo i servigi particolari fatti a lui medesimo, che quelli fatti o da farsi al pubblico. La viltà degli eletti portò disprezzo al consesso: da spie e ligi di Carolina, a spie e ligi di Bentink non facendo i popoli differenza, concepirono la opinione, che gli scritti di penna non sono altro che scritti di penna, e che gli atti ed i risultamenti sono sempre i medesimi, cioè di dare a chi meno merita, e di tôrre a chi più merita; chi aveva disprezzo, chi odio, chi freddezza verso la nuova constituzione, e tutto in un fascio mettevano Carolina, Acton e Bentink. Torno sull'antica mia querela, che le leggi portanti a libertà in Europa son sempre guaste dal cattivo costume, massimamente dall'ambizione. S'arrose a questo, che i dazj posti ai tempi del parlamento Bentiniano secondo gli ordini della constituzione, avanzarono di gran lunga quelli che si pagavano prima, ed in virtù degli antichi statuti del regno. Del quale effetto la cagione si fu, parte la necessità del pagare i soldati altrui, parte quella di supplire con nuovi dazj alle rendite dei dritti feudatarj soppressi. A questi aggravj si risentivano i popoli, che generalmente piuttosto dal non pagare, che dal fare gli squittinj giudicano della libertà. Le persuasioni degli uomini in carica non fruttavano, perchè gli stimavano complici; gli altri scontenti: perivano i fondamenti della recente constituzione, e le cose del nuovo governo molto s'indebolivano. Ciò nondimeno durò qualche tempo; perchè, morta la regina, niuno era rimasto che le potesse dare un primo urto. Ma non così tosto il re Ferdinando, pei casi dell'ottocento quattordici, tornossi a sedere sul trono di Napoli, che con un cenno solo l'aboliva non solamente senza sommossa di popoli, ma ancora senza mala contentezza. Dal che ne seguita, che non le magnifiche parole, ma solo la felicità presente possono essere stabile fondamento alle constituzioni. I popoli di metafisica non sanno, e la felicità loro misurano, non da quello che odono, ma da quello che sentono.

Insomma Ferdinando disse, che la constituzione era stata data per forza, Bentink che era stata chiamata di volontà, Castelreagh andò per le ambagi. Vero fu, che fu desiderata prima, poco amata dopo, colpa più dei popolani che dei nobili, più dei forestieri che dei paesani. Del resto, anche qui si vide il vizio dello aver commesso in quest'Europa ciarliera ed ambiziosa la potestà popolare, cioè la potestà che debbe servire di moderatrice al governare e di guarentigia al popolo, ad assemblee numerose. Nella natura attuale degli Europei, questo è un pessimo rimedio, nè so quello che diventerebbe l'Inghilterra stessa se non avesse i borghi compri: per un vizio enorme solamente, cioè per questi borghi ella vive. L'antica sapienza Italiana seppe trovare migliori rimedj; e se quello che nelle constituzioni degl'Italiani antichi, ed anche in qualcheduna dei moderni, era solamente un principio non ordinato, o male ordinato, con buoni statuti si ordinasse, il che sarebbe non che difficile, agevole, sarebbero sicuri la libertà e l'imperio.

Mentre Guglielmo Bentink dominava in Sicilia, Edoardo Pellew signoreggiava i mari Mediterraneo ed Adriatico. Era la terra in mano di un solo, il mare in mano di un solo. Nacquero accidenti, ora in questo mare, ora in quell'altro, ma di poco momento per la superiorità tanto notabile di una delle parti, e la depressione dell'altra. Predarono gl'Inglesi già sin dall'ottocentundici molte onerarie al capo Palinuro. Nell'Adriatico poi, per istringere il presidio di Ragusi, s'impadronirono presso a Ragonizza, di una conserva di navi, anch'esse cariche di vettovaglie. Fatto di maggior importanza fu una battaglia navale combattuta aspramente nelle acque di Lissa, una delle isole antemurali dalla Dalmazia. Vinse la fortuna Britannica: le fregate Francesi la Corona, e la Bellona vennero in poter degl'Inglesi; la Flora si condusse in salvo, la Favorita andò di traverso. Per questa fazione Lissa cadde in potestà degl'Inglesi. Vi fecero una stanza ferma, ed un nido sicuro, dove e donde potevano ritirarsi ed uscire a dominar l'Adriatico. Fu per Napoleone dato avviso al pubblico della fazione di Lissa, ma a modo suo, servendosi del nome del generale Giflenga che era stato presente alla battaglia. Se non si poteva dire che l'imperatore perdesse quando vinceva, molto meno si poteva quando perdeva. Giflenga stette queto, perchè non poteva parlare, quantunque il fatto fosse assai diverso del come fu nella patente lettera di lui descritto.

Già i fati assalivano Napoleone; l'ambizione, che mai non dormiva in lui, gli toglieva l'intelletto. Dome la Francia, la Germania, l'Italia, non poteva capirgli nell'animo che di tutta Europa signore non fosse. La Russia e l'Inghilterra gli turbavano i sonni; quella amica poco fedele, questa nemica costantissima; nè poteva pazientemente sopportare, che queste due potenze gli fossero ostacolo al salire dove i suoi desiderj fossero, non dico sazj, perchè a ciò la natura sua smisurata ripugnava, ma più soddisfatti: mezza Europa non gli bastando, come non mai si fermava la sua cupidigia, la voleva tutta. Parevagli che due grandi imperj, quali erano il suo e quel d'Alessandro, non potessero sussistere insieme nel mondo. Per questo aveva dilatato i suoi confini insino alla Russia, per questo unito alla Francia Amburgo e Lubecca, per questo fortificato Danzica, per questo creato il ducato di Varsavia, per questo teneva ostinatamente stretta ne' suoi artigli la miseranda Prussia, piuttosto ombra di potenza che potenza. Nè ignorava, quanti sdegni contro lui covassero, massimamente in Germania, pel suo insopportabile dominio: l'estrema forza della Russia gli nutriva. Questi pensieri, giunti alla cupidigia dell'esser solo, tanto più gli turbavano la mente, quanto più prevedeva che non poteva domar l'Inghilterra, se prima non domasse la Russia. Qui anche covava, secondochè appare, un pensiero grandissimo, nè a lui ostava, per mandarlo ad effetto, l'amicizia che allora aveva col sultano di Turchìa. Napoleone vincitore della Russia mirava al farsi padrone di Costantinopoli per rintegrare nella sua persona l'imperio d'Oriente, ed anzi tutta la pienezza del Romano impero. Appetiva anche le Indie Orientali a distruzione dell'Inghilterra, e ad acquisto di fama pari a quella d'Alessandro Macedone. Nè che io narri cose fantastiche alcuno sarà per dire: perchè dell'andare per cammino terrestre nelle Indie non solamente si parlò in quei tempi, ma eziandio ne furono prese deliberazioni, e i luoghi esplorati, e le stanze notate, e la lontananza accertata, e tenute pratiche colla Persia. Anzi gli adulatori già spargevano, che l'impresa non aveva in se tanta difficoltà quanta il volgo credeva. Solo ostava la Russia: per questo Napoleone ambiva di soggiogarla, confidando che il vincerla gli metterebbe in seno l'imperio del mondo. Sapevaselo l'Inghilterra, che continuamente stava ai fianchi d'Alessandro, acciocchè dalle infauste e mortali mani si strigasse. A questo fine aveva anche mandato un ambasciatore straordinario ad Ispahan, affinchè tenesse il sofì di Persia bene edificato verso l'Inghilterra.

Dall'altro lato la Russia, che vedeva il cimento inevitabile, pensava che il più presto sarebbe stato il meglio: mezzo mondo era vicino a marciare in guerra contro mezzo mondo; i due imperi apprestavano l'armi con tutte le forze loro. Favoriva l'uno un esercito fioritissimo, massime di Francesi usi a vincere in tante guerre, una esperienza di tanti anni, una perizia finissima, una fama maravigliosa di capitano invitto in chi tanta mole da se solo muoveva: il favorivano la maestria delle insidie nel corrompere, e l'arte squisita di adescar gli uomini: il favorivano la guerra di Turchìa già suscitata contro la Russia, quella di Persia prossima a suscitarsi.

In pro della Russia inclinavano altre sorti: le regioni lontane, e solo assaltabili di fronte, la vastità loro, i deserti immensi, i freddi orrendi. A ciò una infinita divozione dei popoli verso l'imperatore Alessandro, e la costanza de' suoi soldati, dei quali si prevedevano i primi impeti buoni, gli ultimi migliori. Nè gran peso non recava la potenza dell'Inghilterra, che a lei si sarebbe congiunta. Efficace ajuto ancora, per la diversione e per l'esempio, recava alle cose di tramontana la guerra di Spagna e di Portogallo. Le Spagnuole geste risuonavano nel cuore dei Prussiani, ed accendendo ogni animo anche più quieto, gli chiamavano alla liberazione della patria. Gli Spagnuoli, dicevano, gente in questi ultimi tempi poco usa alle guerre, avere volto il viso e l'armi contro il comune tiranno, i Prussiani famosi giacersene inoperosi ed inonorati: cattolici assuefatti all'obbedienza servile insorgere e combattere; protestanti più usi alla libertà, quietamente e pazientemente obbedire: niuna in Ispagna maravigliosa fama essere, avere in Prussia, i più, veduto, in tutti vivere Federigo II: la spada sua lasciata a rispetto del vincitore, essere stata dal medesimo tradotta a scherno, vile trionfo di capitano barbaro: essa chiamare i Prussiani a vendetta: sorgere dalla tomba la voce di Luisa oltraggiata, rimproverare ai Prussiani la loro ignavia. Nè la restante Germania quietava. L'Austria stessa tanto temperata titubava, aspettando il tempo propizio. Che anzi la Baviera, sempre aderente alla Francia per emolazione e paura dell'Austria, seguitava la medesima inclinazione. Tanto era venuta a fastidio la potenza Napoleonica, conculcatrice sì degli amici, come dei nemici, e forse più ancora dei primi che dei secondi. Quanto all'Assia, oltre la comune servitù, era sdegnata dal procedere puerile e superbo di Girolamo Napoleonide. Così nissun voleva star ozioso a vedere l'esito della guerra, e tutti aspettavano l'occasione di scoprirsi. Quest'erano le speranze della Russia.

Quanto all'Italia, gli umori vi erano diversi, nè sì grande il suo momento, per esser troppo lontana dai campi in cui si dovevano combattere le battaglie, nè dava timore di un moto alla Spagnuola. Inoltre nelle regioni superiori di lei la lunghezza del dominio Napoleonico vi aveva, parte assuefatto gli animi, parte posto in dimenticanza gli antichi sovrani. Nella inferiore poi le crudeltà commesse vi avevano alienato gli spiriti, e se i popolani, specialmente nelle province, non amavano Giovacchino, i nobili l'amavano, grande sussidio al suo governo. Roma e Toscana nel mezzo fremevano ma impotenti; i Piemontesi, uomini armigeri, si contentavano di quelle guerriere sorti. Del regno d'Italia, la parte Milanese dipendeva piuttosto con lieto animo, che mal volentieri dal capitano invitto, per avere una capitale fioritissima, un nome ed un esercito proprio, magistrati ed impiegati del paese, una immagine d'independenza. Del resto la gloria militare di Napoleone quivi aveva cominciato, quivi continuato, i pubblici segni magnifici; eravi sorta una certa nazionale altezza. La parte Veneziana avversa; ma che sperare avesse, e per cui combattere non sapeva. Solo sapeva che per se non poteva combattere: niuna speranza avevano i Veneziani della loro nobil patria, o preda sempre, o compenso di preda.