Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI
Part 15
Il pontefice, pensando alla larghezza delle concessioni fatte, e ricorrendogli alla mente le solite dubitazioni, non ebbe dormito tutta la notte. Massimamente gli dava grande angustia il capitolo aggiunto, temendo, che per lui si fosse obbligato a venire ad un negoziato, trattato, o compromesso intorno al governo della Chiesa, ed all'esercizio dell'autorità pontificia, quanto alla parte spirituale. Per la qual cosa, presa il giorno seguente la penna, restituitagli a tempo pel negoziato, scrisse di proprio pugno sullo scritto queste stesse parole: che con sorpresa aveva veduto aggiunte alla bozza delle domande, che gli erano state fatte, le parole, _i diversi aggiustamenti_ con quello che seguitava sin alla fine del capitolo. Continuò, sempre di proprio pugno scrivendo, che le dette domande erano state da lui ammesse, nè come un trattato, nè come un preliminare, ma solamente per dimostrare il suo desiderio di soddisfare alle provvisioni delle chiese di Francia, allorquando, le cose bene considerate, si potesse di loro convenire in un modo stabile, obbligandosi a fare le dette provvisioni transitoriamente, e caso che ciò non si volesse o potesse, si obbligava a trattare di un altro modo di provvisioni. Questa sua protesta non contentando ancora l'animo del pontefice, fatti a se chiamare il prefetto, ed il gendarme Lagorsse, gendarme che era del palazzo pontificale, asseverantemente affermò loro, che non ammetteva l'ultima frase dello scritto accordato tra lui ed i vescovi. Dichiarò loro oltre a questo, che il giorno precedente, non avendo dormito tutta la notte, era come se fosse mezzo ebbro, e che conseguentemente non aveva potuto fare in quel giorno alcuna promessa; che del rimanente non intendeva essersi obbligato nè per un trattato, nè per preliminari di un trattato, che desiderava che ciò fosse chiaramente conosciuto, perchè non voleva esporsi a strepitarne, nè a parere mancar di parola; che del resto, se divenisse necessario, farebbene romore, e voleva che fosse bene inteso, che di nulla dal canto suo si era definitivamente convenuto. Poco importava ai vescovi deputati, che questa giunta fosse o no nello scritto consentito dal papa, perciocchè l'importanza del fatto era nell'instituzione da darsi dal papa o dai metropolitani, nel caso d'indugio da parte della santa sede. Per la qual cosa consentirono facilmente al cassare dallo scritto quest'ultima parte, ed il mandarono al ministro da Torino.
Non senza allegrezza annunziarono i deputati all'imperiale governo le concessioni fatte dal papa: al tempo stesso lo accertarono, che pareva impossibile l'indurre il santo padre a promettere per iscritto, che nulla tenterebbe contro le tre ultime proposizioni del clero del 1682; che solo assicurava, sua intenzione essere di nulla tentare; che ancora era impossibile che prestasse il giuramento, o che rinunziasse al dominio temporale; quanto a' due milioni dichiarare non volergli accettare, poco bastargli per vivere, e di poco voler vivere: soccorrerebbelo, diceva, la pietà dei fedeli. Fra mezzo a tutto questo i deputati si accorsero, e ne informarono il governo, che fissa ed inconcussa deliberazione del pontefice sopra tutte le altre era questa, che non voleva consentire che l'imperatore nominasse i soggetti destinati alle sedi vacanti negli stati pontificj, ed affermava, che dei medesimi a lui solo si appartenesse la nomina e l'instituzione. Come, sclamava con infinita commozione il santo padre, i titoli dei cardinali vescovi, i titoli delle chiese più suburbane saranno, o in parte o in tutto, distrutti senza il consenso della santa sede! Volersi adunque, ch'ei consenta ad un concordato, nel quale l'imperatore nominerebbe a tutti questi vescovati, anche a quelli che di accordo comune sarebbero conservati! Bene terribil cosa sarebbe questa, soggiungeva, se in tutta la cristianità il papa non potesse di suo proprio moto nominare un solo vescovo, e nulla avesse in suo potere per ricompensare i suoi servitori, che bene e fedelmente l'avessero servito nella pontificale amministrazione.
Grande allegrezza sorse, per le agevolezze promesse dal pontefice, negl'imperiali palazzi in cui si stava aspettando con molto desiderio quello, che fosse per partorire l'andata dei prelati a Savona: piacque a tutti la scomunica abolita, la instituzione assicurata. L'imperatore domato in parte il papa, si spinse avanti a soggiogarlo del tutto. Insorse adunque con maggiori richieste, volendo, che quanto nelle instruzioni date ai deputati aveva ordinato, avesse il suo effetto per modo che nissuna eccezione di vescovi si potesse fare, il papa rinunziasse al dominio temporale, e se ne tornasse servo a Roma, o se n'andasse più servo ancora ad Avignone, ed accettasse lo stipendio imperiale. A questo fine si deliberava di usar il concilio. Mandò primieramente al pontefice alcuni cardinali, non già i neri, ma i rossi, e di questi neanco tutti, ma solo quelli che gli parvero meno alieni dal secondar le sue intenzioni, Roverella, Dugnani, Fabrizio Ruffo: grande fondamento poi faceva principalmente sul cardinal Bajana, siccome quello che era molto entrante, e di risoluta sentenza, e sempre era stato nel concistoro consigliatore di deliberazioni quiete verso l'imperatore. Aggiunse monsignor Bertazzoli, arcivescovo in partibus d'Edessa, timida ed accomodante persona, congiunto per antica famigliarità col pontefice, ed in grandissima fede e favore appresso a lui.
Così Napoleone minacciava, Bajana parlava risolutamente, Bertazzoli persuadeva con preghiere e con lagrime. Intanto il ministro dei culti comandava, che nissuna persona che fosse al mondo, salvo i mandatarj, il prefetto, e Lagorsse gendarme, potesse parlare al papa. Fecero bene i mandatarj la parte loro: solo Dugnani e Ruffo diedero in qualche scappata, favellando della libertà del papa: ma furono dette loro certe parole, che fu loro forza pensare ad ogni altra cosa piuttosto che a questa, di procurare la libertà del carcerato. Intanto il concilio di Parigi faceva un decreto conforme alle ultime promesse del santo padre: portasselo a Savona una deputazione del concilio, acciocchè il papa ratificasse, e desse un breve conforme. Furono deputati, e portatori della conciliare deliberazione l'arcivescovo di Tours, l'arcivescovo di Malines, il vescovo di Faenza nominato patriarca di Venezia, l'arcivescovo di Pavia, i vescovi di Piacenza, d'Evreux, di Treveri, di Nantes e di Feltre. Gli vide umanamente e volentieri il papa: ottennero facilmente il dì venti settembre il breve, che appruovava il decreto conciliare: le sedi arcivescovili e vescovili, più di un anno non potessero vacare; l'imperatore nominasse, il papa instituisse; se fra sei mesi non avesse instituito, il metropolitano, od il più anziano instituissero essi. Solo ai notati capitoli aggiunse il pontefice il seguente, che, spirati i sei mesi, e se alcun impedimento canonico non vi fosse, il metropolitano, o il più anziano, innanzi che instituissero, fossero obbligati a prendere le informazioni consuete, e ad esigere dal consecrando la professione di fede, e tutto, che dai canoni fosse richiesto. Volle finalmente, che instituissero in nome suo espresso, od in nome di colui che suo successore fosse, e tantosto trasmettessero alla sedia apostolica gli atti autentici della fedele esecuzione di queste forme. L'avere statuito un termine alle instituzioni pontificie, oltre il quale se il papa non avesse instituito, potessero instituire i metropolitani, era cosa piuttosto di estrema che di grande importanza per la sicurezza e quiete degli stati, e in questo aveva Napoleone bene meritato della potestà secolare; imperciocchè in così stretta congiunzione delle cose temporali e spirituali possono nascere facilmente tra le due potestà gravi controversie, per terminar le quali a suo vantaggio Roma potrebbe usare contro i principi il rimedio nell'interruzione dell'episcopato per mezzo della negazione delle instituzioni. Il termine prefisso di cui si tratta, suppliva, in quanto spetta all'independenza della potestà temporale, agli ordini spenti dell'antica disciplina, o legittimi che si fossero e d'instituzione divina secondo l'opinione di molti dotti teologi, o solamente tollerati per tacita od espressa delegazione dai successori di san Pietro secondo l'opinione della curia Romana. Beato Napoleone, se ciò avesse domandato, ed ottenuto dal pontefice per amor della libertà, non per cupidigia della dominazione! Beato egli ancora, se in ciò si fossero contenuti i suoi pensieri! Ma quanto maggiore si mostrava la condiscendenza del pontefice, tanto più egli osava. Bajana, l'arcivescovo di Tours con tutti gli altri si serrarono addosso al prigioniero, acciocchè consentisse alle altre richieste dell'imperatore. Facilmente si vede, quale libertà ecclesiastica potesse ancora sussistere, se il papa prestasse il giuramento, se vivesse in Roma o in Avignone cinto dai soldati Napoleoniani, e salariato dall'imperatore, se l'imperatore nominasse tutti o quasi tutti i cardinali, se tutti i dispacci del papa si tramandassero per le poste imperiali. Certamente in questo i prelati facevano piuttosto la parte di avvocati dell'imperio, che della Chiesa, e procuravano la libertà intiera della potestà secolare. I principi avrebbero dovuto restar loro obbligati, se tale fosse stata la lor intenzione qual era il fatto. Del resto qui era un caso straordinario, dal quale non si poteva argomentare agli ordinarj; perciocchè tutte le potestà secolari erano a questo tempo serve di una sola, la quale, per l'intiera soggiogazione della potestà ecclesiastica, diventava padrona assoluta del mondo. Caso strano, ma vero: la libertà ecclesiastica era parte e sostegno della libertà universale, e caduta quella, che di tutti i freni era il solo che fosse rimasto, anche questa se n'andava in precipizio per dar luogo ad una universale tirannide.
A tutta la tempesta che gli si faceva intorno, domandava primamente il papa la sua libertà: al che rispondevano i deputati conciliarj (il narro perchè la posterità conosca l'età), ch'egli era libero. Del giuramento, del rinunziare ai vescovi di Roma, del tornare a Roma, o dell'andar ad Avignone in qualità di suddito con fermezza grandissima negava. Il dolce Bertazzoli, che aveva paura, non se ne poteva dar pace: pietosamente sclamava: «Speriamo in Dio, obbidienza al governo, ho speranza, preghiamo Dio»: e così tra queste speranze e questa obbedienza il buon prelato passava tempo, ma nulla fruttava col pontefice: anzi finalmente il papa gl'intimò, non gli parlasse più di faccende. Napoleone, veduto che non si approdava a nulla, volle pruovare, se una solenne e subita minaccia potesse far effetto. Comandò ai deputati, ed il fecero, che si appresentassero al pontefice, e ad aperte parole gli dichiarassero, esser loro per ordine dell'imperatore in sul partire da Savona, lui essere cagione che l'imperatore si ritirasse dai concordati, lui operare che i vincoli della chiesa gallicana colla santa sede si rompessero, lui fare che di tanto notabile diminuzione della cattedra di san Pietro potessero giustamente i posteri, e massimamente i suoi successori, accagionarlo; pensasse bene, quello essere l'ultimo momento, Romana chiesa perduta, imperio trionfante. Aggiungevano molte altre cose sul benefizio che riporterebbe ciascuna delle parti dalla condiscendenza del papa. Rispose, non potere contro coscienza, Dio provvederebbe, non curarsi di quanto dicesse il mondo, manco di quello che cardinali e prelati contaminati a Parigi dicessero. Partirono disconclusi.
Per ultimo cimento, e per ordine risoluto del ministro dei culti, il prefetto, venuto in cospetto del pontefice, gravemente lo ammoniva dell'importanza del fatto, delle calamità sovrastanti, dei pentimenti, che ne avrebbe, dell'opinione di tutto il clero, anzi del mondo, contraria alla sua. Aggiunse, che se non si piegasse, ed in meglio non voltasse le sue risoluzioni, aveva carico di notificargli cosa, che porterebbe grave ferita al suo cuore. Rispose, nol permettere la coscienza; che Dio mostrerebbe la sua potenza. Il prefetto gli significava allora da parte del governo, che il breve dei venti settembre non essendo stato ratificato, l'imperatore teneva i concordati per abrogati, e non soffrirebbe più, che il papa intervenisse nell'instituzione canonica dei vescovi.
Le minacce di lontano non avendo prodotto impressione, si volle far pruova, se da vicino fossero più fruttuose. Oltre a ciò già i tempi incominciavano a stringere, e i fati a dar di mano a Napoleone: quel papa renitente e lontano dava qualche timore. Deliberossi l'imperatore a tirarlo in Francia, dove potesse e vederlo e minacciarlo egli medesimo. La segretezza parve più sicura della pubblicità, la notte più del giorno. Diessi voce, che Lagorsse, capitano di gendarmi, che doveva accompagnare il papa cattivo nel suo viaggio, fosse venuto in disgrazia dell'imperatore, per essersi mostrato troppo agevole ed amico con Porta, medico del papa, e che il principe Borghese il chiamasse a Torino per udire da lui gli imperiali comandamenti. Tant'oltre andò la simulazione, che i Savonesi ingannati compativano Lagorsse, e davano attestati di buona vita a copia per discolparlo: la cosa allignava. L'ingegnere, capo dei ponti e strade, apprestava ogni cosa alla partenza. La notte dei nove giugno era scurissima per accidente; al tocco della mezzanotte, messogli addosso una sottana bianca, un cappello da prete in capo, la croce vescovile in petto, lui non ripugnante, anzi serbante serenità, spignevano il capo della cristianità nella carrozza apprestata, e l'incaminavano alla volta di Alessandria. Spargevano che fosse il vescovo d'Albenga, che andasse a Novi. Passarono per Campomarone non per Genova, per sospetto della città. Niuna cosa cambiata in Savona: ogni giorno, e durò ben quindici dopo la partenza, i magistrati andavano in abito al palazzo pontificale per far visita al pontefice, come se fosse presente: i domestici preparavano le stanze, apparecchiavano e sparecchiavano le mense, andavano a mercato per le provvisioni, cuocevano le vivande: Fenestrelle in vita, se parlassero. Le guardie vigilavano al palazzo, i gendarmi attestavano a chi il voleva udire, ed a chi nol voleva, avere testè veduto il papa con gli occhi loro o nel giardino, o sul terrazzo, o in cappella; Suard, luogotenente di Lagorsse, che era consapevole del maneggio, compiangeva il povero Lagorsse per aver perduto le grazia dell'imperatore. Chi non sapeva parlava, chi sapeva non parlava. Ma si voleva che niuno parlasse: un pover uomo della riviera ebbe a dire, per sua disgrazia, che aveva veduto il papa a Voltri: gli fu intimato si ritrattasse: quando no, mal per lui: si ritrattò, e fu lasciato andare con le raccomandazioni: fece proponimento di non nominar mai più papa. I Napoleonici stavano in sentore, se mai qualche voce in Savona, o nei luoghi vicini sorgesse: i magistrati scrivevano, ogni cosa essere sicura; nissuno addarsi. Insomma già era il pontefice a dugento leghe, che ancora si credeva che fosse in Savona. Tanto erano perfettamente orditi i disegni del Napoleonici! Arrivava il pontefice a nuovi soldateschi insulti in Fontainebleau: poco dopo arrivava anche Napoleone. Caso fatale, che là, dove otto anni prima era Pio arrivato trionfante, ora prigioniero arrivasse, e di là dove ora Napoleone signore del mondo arrivava, prigioniero due anni dopo se ne partisse.
LIBRO VIGESIMOSESTO
SOMMARIO
Accidenti di Sicilia. Constituzione data dal re Ferdinando ai Siciliani ai tempi di Bentinck. La regina Carolina, costretta dagl'Inglesi, si ritira dalla Sicilia, e muore a Vienna. Guerra tra Francia e Russia. Sono giunti i tempi fatali per Napoleone. Perisce la sua potenza in Russia. Fa un nuovo sforzo, e comparisce sui campi di Germania. È prostrato a Lipsia: tutta la Germania sdegnata insorge contro di lui. Concordato di Fontainebleau. Pratiche di Giovacchino, d'Eugenio, di Bentinck per le sorti d'Italia. Eugenio sulla Sava; l'Italia assalita da parecchie parti. S'avvicina il fine della tragedia.
Regnava in Napoli Giovacchino Napoleonide, in Sicilia Carolina d'Austria. Molto operava Napoleone nel regno di qua dal Faro per la sua potenza, molto gl'Inglesi in quello di là dal Faro per la presenza; molti, e varj furono gli effetti ed in chi regnava di nome, ed in chi regnava di fatto, ma una la cagione, cioè l'ambizione. Tanto è dolce agli uomini, ed anche alle donne il comandare! Parte degli accidenti che seguirono, già furono da noi raccontati, parte accennati: ora è ragione, che coll'ulterior narrare quelli si terminino, questi maggiormente si spieghino; poi presto verrassi al fine di questa mia troppo lagrimevole narrazione. Da più rimoto principio si ha per noi da cominciare. Era Giovacchino, siccome quegli che si nutriva facilmente con vane speranze, tutto intento a turbare le cose di Sicilia sì colle dimostrazioni guerriere, sì colle instigazioni, e colle spie. Carolina dal canto suo, in ciò ajutata dagl'Inglesi, si era in tutto dirizzata a questo disegno, che la denominazione dei Napoleonidi nel regno di terraferma mal quieta e mal sicura rendesse. Il sangue sparso a copia nelle Calabrie, i fiumi biancheggianti di umane ossa attestavano le Napolitane e le Palermitane instigazioni, e già furono da noi in queste carte vergati. Raccontammo ancora, come i tentativi armati di Giovacchino finissero: resta, che il seguito delle Siciliane mutazioni, facendo principio dall'esito delle insidie dei Napoleonidi, da noi si descriva, crudi accidenti e degni dei tempi. Tentavano principalmente i Napoleonidi Messina, per la vicinanza ed importanza del luogo. Vi avevano segrete intelligenze con alcuni uomini di umile condizione, il cui fine era operare moti contrarj al governo. I congiurati, come gente di basso stato, non avevano alcuna dipendenza d'importanza, ma si temeva ch'essi fossero gli agenti d'uomini più potenti, non potendosi restar capace come i Napoleonidi, per fare una rivoluzione in Sicilia, adoperassero gente di così piccole condizioni, come calzolari, marinari e pescatori. Per la qual cosa per iscoprire fin dove il vizio si stendesse, il governo mandava da Palermo sul luogo un marchese Artali, uomo non solo inclinato a fare quanto il governo volesse, ma capace ancora di far degenerare la giustizia in sevizia. Terribile fu il suo arrivo, terribile la dimora. Pose in carcere non solamente i rei, ma ancora i sospetti, e non che plebei e poveri, magnati e ricchi. Condotti i carcerati in sua presenza, faceva loro udire, che sarebbe meglio per loro che confessassero; quando no, avessero a sapere ch'egli era Artali marchese, che ministrerebbe giustizia alla Palermitana, che avrebbero ceppi ai piedi, manette alle mani, che gli farebbe tirare sulla colla, arroventare coi ferri, che solo che una sua parola parlasse, conoscerebbe Messina ch'egli era Artali. I fatti poi consenzienti, anzi peggiori delle parole; perchè serrati in una segreta così bassa e stretta, che nè stare in piedi nè giacere alla distesa potevano, eran lasciati per ben cinquanta giorni a dimenticanza, solo un misero panicciuolo al giorno essendo loro ministrato. Sorgeva l'acqua tutto all'intorno, il suolo aspro di acuti sassi. Non lume avevano nè aria: fra breve venne l'aria pestilente. A questi erano lacerate le carni con nerbi, a quelli scottate con ferri; a questi davansi droghe da procurar loro sogni spaventevoli, da cui solamente erano svegliati con brace accesa, o con piastrelle arroventate. Fuvvi chi ebbe le membra tirate dalla colla orribilmente, e chi la pelle tagliata fino al cranio da funicelle strettissimamente avvinte. Scioglievansi, perchè le carni davano in mortificazione: temevano i carnefici, che la morte togliesse le vittime ai nuovi ed apprestati tormenti. Fora pur troppo dolorosa narrazione l'andar raccontando minutamente il lungo e moltiforme martirio. Solo dirò, che le Messinesi carceri furono come le Verrine: la Siciliana terra rispondeva alla Napolitana, furore a furore, crudeltade a crudeltà opponendo: infausto cielo, che vide quanto possa l'eccessiva natura dell'uomo. Di Manhes e di Artali parlando, mostrano le Calabresi terre, mostrano le Siciliane la terribile natura loro; ma il primo fu inesorabile, il secondo crudo; quegli pacato, questi sdegnoso; l'uno sanò un paese, l'altro fece un paese infermo e pregno di vendetta. Messina tutta piangeva, tremava, fremeva; niuna cosa più sicura a nissuno: imprecavano e chi comandava e chi tollerava; un gran vituperio ne nasceva per gl'Inglesi andati là per difendere le popolazioni, e che le vedevano straziare. Gridarono i Messinesi, venne avviso della tragedia a Giovanni Stuart, generale dei soldati Britannici. Mandò un lord Forbes a visitare le segrete dolorose: gli diede per compagno parecchi chirurghi, perchè sapeva che abbisognavano, per sanare le vestigia impresse dal furore dei carnefici. Seppesi queste cose il governo del re Giorgio: gliene fu fatta anche fede indubitata. Non so se gl'importasse dei tormentati: bene gli calse dell'odio che ne veniva contro il governo Siciliano, e contro l'Inghilterra: indebolivasene la difesa dell'isola. Di gran momento era agl'Inglesi la conservazione della Sicilia, sì per se medesima, come pel sito opportuno a difendere Malta, ed a percuotere nel cuore del regno di Napoli. Non poca molestia dava loro il vedere, che l'imperio violento della regina, perciocchè a lei massimamente attribuivano i popoli la direzione delle faccende, tendeva ad alienare gli animi da lei e dagli alleati; perciò pensarono ai rimedj. Per verità i Siciliani, che con molta allegrezza avevano veduto la corte venire in Sicilia nel novantotto, ora mutatisi intieramente, alla medesima erano avversi. Della qual mutazione, oltre i rigori eccessivi, molte e gravi furono le cagioni. Morto Acton, col quale la regina principalmente si consigliava, era stato chiamato ministro delle finanze il cavaliere Medici, uomo, come già abbiam detto altrove, di singolare destrezza d'ingegno, ma che amava il governare assoluto. Per questo aveva piaciuto alla regina, e la regina a lui. Della sua elezione si mostrarono male soddisfatti i Siciliani, sì per questa stessa sua natura molto tirata, come perchè Napolitano era. A queste male soddisfazioni se n'aggiunsero delle altre di non poco momento. La regina che sapeva, che a volta a volta tornava al re il desiderio di prendersi nel governo tutto l'imperio che gli si conveniva, aveva fatto opera, per fermare questi rigogli, che fosse eletto a primo ministro il duca d'Ascoli, nel quale Ferdinando aveva molta affezione, e che molto ancora da lei dipendeva. Confidava in questo di essere del tutto padrona dell'animo del re sì per l'imperio proprio, come per quello del duca. Ma oltre che Ascoli era uomo d'intelletto incapace a sopportare tanto peso, e neppure gli dispiacevano i piaceri di cui tanto si dilettava Ferdinando, avvenne che appresso a lui acquistò grande autorità una donna, che chiamava col nome di sua amica. Costei traendo, contro il dovere, ad utilità propria il credito del duca, fu cagione che un gran romore si levasse contro di lui con diminuzione del suo nome presso i popoli. Il mal umore si accese anche contro la corte, massimamente contro la regina, che per tenersi il duca benevolo, accarezzava l'amica di lui.