Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V

Part 9

Chapter 93,172 wordsPublic domain

Il consolo passa con ordine mirabile il gran San Bernardo, vince a Marengo, l'Italia superiore in suo potere. Governi provvisorj del Piemonte, di Genova e di Milano. Conclave in Venezia: assunzione del cardinal Chiaramonti al pontificato, e sua rinstaurazione in Roma. Arti di Buonaparte con lui. Malta presa dagl'Inglesi. Moti di Toscana. Nuova guerra tra Austria e Francia. Battaglia del Mincio tra Bellegarde e Brune, ritirata del primo. Passaggio del monte della Spluga eseguito con mirabile coraggio ed arte da Macdonald. Nuovi successi prosperi dei Francesi. Pace con Napoli, Austria e Spagna. Tutto il mondo, salvo l'Inghilterra, in concordia con Francia.

Buonaparte intanto, cambiatore di sorti, si avvicinava, l'imperio d'Austria in Italia inclinava al suo fine. Aveva il consolo con maravigliosa celerità ed arte adunato il suo esercito di riserva in Digione, donde accennava ugualmente al Reno ed all'Italia. Ma avendo Moreau combattuto prosperamente in Germania contro Kray, gli fu fatto abilità di condursi su quei campi, in cui tuttavia vivevano i segni e le memorie delle sue fresche vittorie; cosa, che gli era cagione di somma incitazione, perchè la gloria lo stimolava, ed era sicuro di trovarvi forti aderenze. Adunque mentre lo sconsigliato Melas se ne stava martirizzandosi contro le sterili rocche dell'estrema Liguria, si avvicinava Buonaparte alle Alpi, tutto intento alle fazioni d'Italia. Varj, molti, e potenti modi aveva di condurre a prospero fine la sua impresa: soldati prontissimi a volere qualunque cosa egli volesse, generali esperti e valorosi, artiglierìe formidabili, cavallerìa sufficiente. Aveva apprestato per pascere i soldati sull'erme solitudini delle Alpi, biscotto in grande abbondanza, e per tirar su e giù secondo i casi le artiglierìe per quei sentieri rotti, stretti, ed ingombri di nevi e di ghiacci, certi carretti a modo dei traini sdrucciolevoli, che si usano in quei paesi per scendere dai nevosi gioghi. Nè questo fu il solo trovato di Buonaparte e di Marmont, che soprantendeva alle artiglierìe, per facilitar loro il passo per luoghi fino allora alle medesime inaccessi, perchè scavarono, a guisa di truogoli, tronchi di alberi grossissimi a fine di potervele posar dentro, come in un letto proprio, e per tal modo trasportarle a dorso di muli a traverso le montagne. Denaro sufficiente aveva rammassato per le necessità de' suoi fin oltre l'Alpi; poi si confidava nell'Italia. Per muovere le opinioni degl'Italiani aveva chiamato a se la legione Italiana capitanata da un Lecchi, la quale fuggendo il furore Tedesco per le rotte di Scherer, si era riparata in Francia, bella e buona gente. Per conoscere poi i luoghi, conduceva con se gl'Italiani, che più ne erano pratichi, e siccome l'intento suo era di varcare il gran San Bernardo, così si consigliava specialmente con un Pavetti di Romano in Canavese, giovane di natura molto generosa, e che camminava con molto affetto in queste bisogne della libertà.

Rammentava quindi il consolo, essendo gran maestro dell'allettare, che tornava in Italia per fondare in Cisalpina una regolata libertà, dar la pace a Napoli ed a Toscana, ristorar la religione, proteggere i preti, rimettere sul debito seggio il pontefice di Roma. A tutti poi parlava di pace, di umanità, di fin di mali, di un secolo che doveva incominciare a salute ed a felicità d'uomini. Passò per Ginevra: mostrovvisi tanto mansueto, e disposto a voler ridur le cose a forme buone e consentanee alle antiche, che gli aristocrati Ginevrini presi alle dolci parole, pigliarono animo a favellar dell'independenza, e della restituzione dell'antico stato, essendo a quel tempo Ginevra unita a Francia, e parte di lei; ma la cosa non allignò; che anzi rispose loro per forma che s'accorsero che se amava prendere, amava anche serbare. Poi tornò sulle mansuetudini, e che sarebbe contento morire, purchè la pace vedesse. Appariva sì mogio, sì pallido e sì macilento, che pareva a tutti, che stracco il corpo e l'animo per tante sue fatiche a pro di Francia e d'Europa, dovesse far tosto pace, se pure la voleva vedere. Poi lusinghevolmente procedendo, domandava di Saussure, di Bonnet, di Senebier; tacque di Rousseau. Disse, voler rimettere in onore le scienze e le lettere calpestate dalla guerra. Maravigliavansi i Ginevrini, vedendo tanto amore di dottrine pacifiche in un soldato, perchè non penetravano l'umore, nè si accorgevano, ch'egli, siccome quegli che voleva far andar il secolo a ritroso, il voleva secondare, finchè ne fosse padrone.

Grande e magnifico era il disegno di Buonaparte per riconquistar l'Italia. Suo proponimento era di varcare col grosso dell'esercito il gran San Bernardo col fine di calarsi per la valle di Aosta nelle pianure Piemontesi. Ma perchè altre genti con questa parte consuonassero, e giunte al piano potessero e muovere i popoli a romore contro l'Austria, e congiungersi con lui a qualche importante fatto, aveva ordinato che il generale Thureau dalla Morienna e dall'alto Delfinato, pei passi dei monti Cenisio e Ginevra, con una squadra di tre in quattromila soldati si calasse a Susa, e più oltre anche, secondo le opportunità, procedesse per dar timore al nemico intorno alla sicurezza di Torino, e per ajutare lo sforzo, ch'egli intendeva di fare sulle sponde della Dora Baltea. Al tempo medesimo comandava al generale Moncey, che pel San Gottardo scendesse a Bellinzona con un'eletta schiera di circa dodicimila soldati, col pensiero di mettere a romore i paesi, che nelle parti superiori al piano di Lombardia si comprendono fra il Ticino e l'Adda. Parendogli altresì, che fosse necessario di turbar le contrade fra il Ticino e la Sesia, imponeva al generale Bethancourt, che facesse opera di varcare il Sempione, e di precipitarsi per Domodossola sulle sponde del lago Maggiore là dove, restringendosi, apre di nuovo l'adito alle acque correnti del Ticino. Siccome poi non ignorava quante e quali difficoltà ostassero al passo di un grosso esercito pel gran San Bernardo, commetteva ad un corpo di circa cinquemila soldati, che passasse il piccolo San Bernardo, ed andasse a raccostarsi col grosso nella valle di Aosta. Tutte le raccontate genti insieme unite sommavano circa a sessantamila combattenti. Così il consolo tutta la regione dell'Alpi abbracciando, che si distende dal San Gottardo al monte Ginevra, minacciava invasione al sottoposto plano del Piemonte e della Lombardia. Dall'altra parte sperava che Massena, tenendo fortemente Genova, e Suchet la riviera, avrebbero trattenuto Melas, finchè egli potesse arrivare a combatterlo sui fianchi ed alle spalle. Magnifica, come abbiamo detto, e maravigliosa opera fu questa del consolo, ma che gli poteva venire rotta con grande precipizio, se Moreau avesse combattuto infelicemente sul Reno, o se Melas più accorto, o più attivo, o meglio informato fosse stato.

Lusingati con discorsi di umanità, di pace, e di civiltà quei Ginevrini tanto ingentiliti, se ne giva il consolo alla stupenda guerra. Erano le genti già adunate tutte a Martigny di Vallese sul Rodano, terra posta alle falde estreme del San Bernardo. Guardavano con maraviglia, e con desiderio quelle alte cime. Diceva loro Berthier, quartiermastro: «Vincono i soldati Renani gloriose battaglie: contrastano gl'Italici con valore estremo ad un nemico sopravanzante di numero. Accendetevi, e riconquistate, emolandogli, oltre l'Alpi, quelle terre già testimonie del Francese valore. Soldati nuovi, ecco che suona il segno delle battaglie: ite, e pareggiate i veterani tante volte vincitori: da essi imparate a sofferire, da essi a superare le fatiche inseparabili della guerra. Vi segga sempre in mente questo pensiero, che solo col valore, solo colla disciplina si vincono le guerre. Soldati, Buonaparte è con voi; vien'egli a vedere i nuovi trionfi vostri: a Buonaparte pruovate, che siete sempre quegli uomini valorosi, che condotti da lui sì famoso nome e sì luminosa gloria acquistaste. La Francia, e la umanità di pace vi richieggono: voi pace alla Francia ed alla umanità con le forti destre date».

Questo parlare infinitamente infiammava quegli animi già da per se stessi tanto incitati e valorosi. Partivano il dì diciasette maggio da Martigny per andarne a conquistar l'Italia. Maraviglioso l'ardore loro, maravigliosa l'allegria, maraviglioso ancora il moto ed il fervore delle opere. Casse, cassoni, truogoli, obici, cannoni, carretti ruotati, carretti sdrucciolevoli, carrette, lettiche, cavalli, muli, bardature, arcioni, basti da bagaglie, basti da artiglierìe, impedimenti di ogni sorte, e fra tutto questo soldati affaticantisi, ed ufficiali affaticantisi al par dei soldati. S'aggiungevano le risa e le canzoni: i motti, gli scherzi, le piacevolezze alla Francese erano quelle poche, e gli Austriaci ne toccavano delle buone. Non a guerra terribile, ma a festa, non a casi dubbi, ma a vittoria certa, pareva che andassero. Il romore si propagava da ogni banda: quei luoghi ermi, solitari e da tanti secoli muti, risuonavano insolitamente e ad un tratto per voci liete e guerriere. L'esercito strano e stranamente provvisto, al malagevole viaggio saliva per l'erta alla volta di San Pietro fin dove giunge la strada carreggiabile. Pure spesso erte ripidissime, forre sassose, capi di valli sdrucciolenti si appresentavano; i carri, i carretti, le carrette pericolavano. Accorrevano presti i soldati a braccia, sostenevano, puntellavano, traevano, e più si affaticavano, e più mettevano fuori motti, facezie e concetti, parte arguti, parte graziosi, parte frizzanti: così passavano il tempo e la fatica. I tardi Vallesani, che erano accorsi in folla dalle case, o piuttosto dai tuguri e dalle tane loro, vedendo gente sì affaticata e sì allegra non sapevano darsi pace; pareva loro cosa dell'altro mondo. Inviolati, e pagati per ajuto, il facevano volentieri. Ma più bisogna faceva un Francese, che tre Vallesani. Le parole e i motti, che i soldati dicevano a quella buona gente per la tardità delle opere e per le fogge del vestire, io non gli voglio dire. Così arrivavano i repubblicani a San Pietro, Lannes colla sua schiera il primo, siccome quello che per l'incredibile ardimento il consolo sempre mandava, lui non solo volente, ma anche domandante, alle imprese più rischievoli e più pericolose. Quivi si era arrivato ad un luogo, in cui pareva che la natura molto più potesse che l'arte od il coraggio; perciocchè da San Pietro alla cima del gran San Bernardo, dove è fondato l'eremo dei religiosi a salute dei viaggiatori in quei luoghi d'eternale inverno, non si apre più strada alcuna battuta. Solo si vedono sentieri stretti e pieghevoli, su per monti scoscesi ed erti. Rifulse la pertinacia del volere e la potenza dell'umano ingegno. Quanto si rotolava, fu posto ad essere tirato, quanto si tirava ad essere portato. Posersi le artiglierìe grosse nei truogoli, i truogoli sugli sdruccioli, e dei soldati, chi tirava, chi puntellava, chi spingeva: le minute sui robusti e pratichi muli si caricarono. Così, se Jan Jacopo Triulzi montò, e calò con grosse funi di roccia in roccia per le barricate nella stagione più rigida dell'anno le artiglierìe di Francesco primo, tirò Buonaparte quelle della repubblica sui carri sdrucciolevoli, e sulle bestie raunate a quest'intento. Seguitavano le salmerie al medesimo modo tirate e portate. Era una tratta immensa: in quelle volte di ripidi sentieri ora apparivano, ora scomparivano le genti: chi era pervenuto all'alto, vedeva i compagni in fondo, e con le rallegratrici voci gl'incoraggiava. Questi rispondevano, ed al difficile cammino s'incitavano. Tutte le valli all'intorno risuonavano. Fra le nevi, fra le nebbie, fra le nubi apparivano le armi risplendenti, apparivano gli abiti coloriti dei soldati; quel miscuglio di natura morta e di natura viva era spettacolo mirabile. Godeva il consolo, che vedeva andar le cose a seconda de' suoi pensieri, e soldatescamente parlando a questo ed a quello, che in ciò aveva un'arte eccellente, gl'induceva a star forti, ed a trovar facile quello, che era giudicato impossibile. Già s'avvicinavano al sommo giogo, ed incominciavano a scorgere l'adito, che in mezzo a due monti altissimi aprendosi, dà il varco verso la più sublime cima. Salutaronlo, qual fine delle fatiche loro, con giojose voci i soldati, e con isforzi maggiori intendevano al salire. Voleva il consolo che riposassero alquanto: _Di cotesto non vi caglia_, rispondevano, _badate a salir voi, e lasciate fare a noi_. Stanchi, facevano dar nei tamburi, ed al militare suono si rinfrancavano, e si rianimavano. Infine guadagnarono la cima, dove non così tosto furono giunti, che l'uno con l'altro si rallegrarono, come di compiuta vittoria. Accrebbe l'allegrezza il vedere mense appresso all'eremo rusticamente imbandite per opera dei religiosi, provvidenza del consolo, che aveva loro mandato denari all'uopo. Ebbero vino, pane, cacio; riposaronsi fra cannoni e bagaglie sparse, fra ghiacci e nevi agglomerate. I religiosi s'aggiravano fra i soldati con volti dipinti di sedata allegrezza: bontà con forza su quel supremo monte s'accoppiava. Parlò Buonaparte ai religiosi della pietà loro, di voler dare il seggio al papa, quiete e sostanze ai preti, autorità alla religione: parlò di se e dei re modestamente, della pace bramosamente. I romiti buoni, che non avevano nè cognizione, nè uso, nè modo, nè necessità dell'infingere, gli credevano ogni cosa. Quanto a lui, se tratto da quell'aria, da quella quiete, da quella solitudine, da quella scena insolita, si lasciasse, mutandosi, piegare a voler fare per affezione quello che faceva per disegno, io non lo so, nè m'ardirei giudicare; perchè da un lato efficacissima era certamente l'influenza di quella pietà, e di quei monti, dall'altro tenacissima incredibilmente, e sprezzatrice dell'umane cose la natura di lui. Fermossi a riposare nel benigno ospizio un'ora.

Quando parve tempo, comandava si partisse. Voltavano i passi là dove l'Italico cielo incominciava a comparire. Fu difficile e pericolosa la salita, ma ancor più difficile e pericolosa la discesa; conciossiachè le nevi tocche da aria più benigna incominciavano ad intenerirsi, e davano mal fermo sostegno. Oltre a ciò la china vi era più ripida che dalla parte settentrionale. Quindi accadeva, che era lento lo scendere, e che spesso uomini e cavalli con loro, sfuggendo loro di sotto le nevi, nelle profonde valli erano precipitati, prima sepolti che morti. Incredibili furono le fatiche ed i pericoli: poco s'avvantaggiavano. Impazienti del tardo procedere, ufficiali, soldati, il consolo stesso, scegliendo i gioghi dove la neve era più soda, precipitosamente si calavano sdrucciolando fino a Etrubles. Era un pericolo, e pure era una festa: tanto diletto prendevano, e tante risa facevano di quel volare, di quell'essere involti chi in neve grossa, e chi in polverìo di neve. Quelli che erano rimasti al governo delle salmerìe, arrivarono più tardi per gl'incontrati ostacoli. Riuniti a Etrubles, gli uni con gli altri si rallegravano dell'esser riusciti a salvamento, e guardando verso le gelate e scoscese cime, che testè passato avevano, non potevano restar capaci del come un esercito intero con tutti gl'impedimenti avesse potuto farsi strada per luoghi orribilmente disordinati da sconvolgimenti antichi, e potentemente chiusi da perpetui rigori d'inverno. Ammiravano la costanza e la mente del consolo, delle future imprese felicemente auguravano. Pareva loro, che a chi aveva superato il San Bernardo, ogni cosa avesse a riuscire facile e piana. Intanto le aure soavi d'Italia incominciavano a soffiare: le nevi si squagliavano, i torrenti s'ingrossavano, le morte rupi si ravvivavano e si rinverdivano. I veterani conquistatori riconoscevano quel dolce spirare: gridavano Italia: con discorsi espressivi ai nuovi la descrivevano: nei veterani si riaccendeva, nei nuovi si accendeva un mirabile desiderio di rivederla, e di vederla; la esperienza ricordava il vero, la immaginazione il rappresentava e l'ingrandiva; le volontà diventavano efficacissime: già pareva a quegli animi forti ed invaghiti, che l'Italia fosse conquistata; solo pensavano alle vittorie, non alle battaglie.

La vittoria consisteva nella celerità; perciocchè quelli alpestri luoghi erano sterili, il passo del San Bernardo difficile, nè si doveva dar tempo a Melas di arrivare al piano prima che l'esercito vi arrivasse. Importava altresì che il romore già sparso della ritornata dei Francesi non si rallentasse. Perciò il consolo si calava tostamente per le sponde della Dora, e con assalti di poca importanza dati all'antiguardo condotto da Lannes, mandato avanti a speculare il sito del paese, s'impadroniva facilmente della città d'Aosta e della terra di Chatillon. Ma un duro intoppo era per trovare nel forte di Bard posto sopra un sasso eminente, che, come chiave, serra la strada in quella stretta gola, che quivi forma, restringendosi, la valle. Aveva Pavetti proposto facile al consolo l'oppugnazione di questa rocca, essendo in lui sommo desiderio, che i Francesi passassero per la valle d'Aosta, acciocchè il suo paese fosse il primo ad essere restituito, come credeva, a libertà. Ma il fatto pruovò, che un umile sasso poteva divenire ostacolo ad una gran fortuna. Fatta la chiamata, rispose coraggiosamente il Tedesco, non voler dare la fortezza. S'avvicinarono i Francesi: entrarono facilmente nella terra di Bard, posta sotto al forte; poi andarono all'assalto; ricevuti con ferocia, abbandonarono l'impresa. Rinnovarono parecchie volte la batteria, ma sempre con poco frutto. Si sdegnavano i capi, e di un'infinita impazienza si travagliavano nel vedere, che una piccola presa di gente, poichè il presidio non sommava che a quattrocento soldati, ed un'angusta roccia interrompessero il corso a tante vittorie.

Pareva loro troppo grave ed insopportabil cosa, che un piccolo Bard arrestasse coloro, cui non avevano potuto arrestare nè la poderosa Mantova, nè i ghiacci eterni dell'enorme San Bernardo. Sapevano che il loro movimento era presentito al piano, e che Melas, lasciata l'inutile impresa del Varo, con presti passi accorreva per puntellare la fortuna pericolante. Nè la valle d'Aosta, sterile e povero paese, era abile a pascere tante genti, massime in quel caso non preveduto: già sorgevano i primi segni della penuria. Pensavano al rimedio, e nol trovavano. Batterono la rocca dalle case della terra, batterono con un cannone tirato sul campanile. Ma essendo il luogo ben difeso, e di macigno, non facevano frutto. Avvisarono, se potessero passare, continuando il forte in possessione dell'inimico. S'innalzava con irregolari gioghi a sinistra della terra di Bard il monte Albaredo, che dai superiori luoghi domina la fortezza, negl'inferiori ne è dominata. Fecero i Francesi, essendo primo autore di questo consiglio Berthier, pensiero di trovar passo per questo monte. In men che non fa due giorni, cavarono gradi nei siti più duri ed erti, alzarono parapetti sugli orli dei precipitosi, gittarono ponti sui precipizi per modo che fu loro aperta la strada al passare, oltre il tiro dei cannoni della fortezza. Fu quest'opera molto maravigliosa, e degna di essere raccontata nelle storie. Gli uomini sicuramente varcavano. Restavano le artiglierìe e gl'impedimenti, che non potevano avviarsi per una strada tanto ripida e stretta. Lannes, che già era arrivato sino ad Ivrea, correva pericolo di essere assalito dagli Alemanni, mentre ancora era privo delle artiglierìe, armi tanto necessarie nelle battaglie dei nostri tempi. Un nuovo assalto dato al forte dal pertinace consolo, aveva avuto sinistro fine. Grave pericolo sovrastava, perchè i tempi non pativano indugio, quando Marmont si avvisava di un nuovo stratagemma. A fine d'impedir il rumore dei carretti, distendeva letame per la contrada principale di Bard, avviluppava con istrame i cerchi delle ruote, e tirando alla dilunga, velocemente e di notte tempo operava, che le artiglierìe riuscissero felicemente oltre alla terra. S'accorgeva il castellano dell'arte usata dagli avversari, e folgorava con grandissimo furore fra il buio della notte; ma la oscurità da una parte, la celerità dall'altra furono cagione, che i repubblicani patirono poco danno in questa straordinaria passata: con tutte le armi allestite e pronte si apprestavano ad inondare il Piemontese dominio. Poco stante Chabran divallatosi dal piccolo San Bernardo costringeva alla dedizione il comandante di Bard, salvo l'avere e le persone, e con fede di non militare sino agli scambi.