Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V
Part 8
Mentre che le cose dell'armi procedevano in questa forma a Voltri, Otto aveva rincacciato Miollis dai monti Cornua e delle Fascie, per modo che il Francese impotente al resistere aveva preso partito di ritirarsi nella valle del Bisagno, e sulla destra sponda della Sturla. Così Massena privato della campagna, si era ridotto a difender Genova, ed i luoghi più vicini. Presidiava Miollis il forte Richelieu, ed il monte del Vento, distendendosi oltre il Bisagno sino al forte dello Sprone. Verso Ponente il generale Gazan teneva la riva sinistra della Polcevera fino a Rivarolo, ed inoltrando l'ala sua destra fino al monte dei Due Fratelli, ed al forte Diamante, si congiungeva con Miollis. Massena con la grossa schiera alloggiava in città. Intanto le frontiere della republica sull'Alpi Marittime restavano esposte all'impeto Tedesco. Piantava il generalissimo d'Austria il suo alloggiamento in Sestri di Ponente; ma non volendo lasciar indebolire la fama dei recenti fatti, nè dare tempo a Suchet di ricevere rinforzi, si accingeva a cacciare per forza il generale di Francia da tutta la riviera di Ponente. Vinselo in una fazione improvvisa a Torìa: recatosi in mano il colle di Tenda, il minacciava alle spalle, e sul fianco sinistro. Suchet, che era capitano esperto, avendo fatto quanto per lui si poteva colle poche forze che gli restavano, per ritardar il corso al nemico, si ritirava sulle terre dell'antica Francia oltre il Varo. Solo lasciava guernigioni sufficienti nei forti di Ventimiglia e di Montalbano, affinchè il paese di Nizza non rimanesse tutto in preda all'avversario. Il seguitava l'Allemanno, ed impossessatosi di tutta la contea di Nizza, compariva sulla sinistra del fiume. Alloggiavano gli Austriaci ascendendo dal mare sino ad Aspramonte. I Francesi, per impedire il passo al nemico, avevano fortificato assai gagliardamente con trincee e terrapieni un capo di ponte, ed alloggiato all'incontro nei siti più guadosi; la principale stanza loro era a San Lorenzo. Vennero quivi ad annodarsi alcuni reggimenti, sebbene deboli, di regolari; chiamavano le guardie nazionali della Provenza. Sapendo poi, che il miglior mezzo per vincere è l'essere informato dei disegni del nemico, aveva Suchet provveduto, che un telegrafo piantato sul forte di Montalbano, lo accontasse ad ora ad ora delle mosse di Melas. Ciò fu cagione, che non così tosto il Tedesco faceva un apparecchio, il Francese si apprestasse a combatterlo. In questo tempo ebbersi le novelle che il forte di Ventimiglia si era arreso alle armi imperiali, arrendevasi altresì al generale San Giuliano il castello di Savona. Intanto si combatteva aspramente sulle rive del Varo. Due volte i Tedeschi assaltarono con singolare audacia il ponte, la prima volta Melas medesimo, la seconda Esnitz; due volte furono con uguale valore risospinti. Risplendettero in questi fatti la perizia di Suchet, e la prodezza del generale Rochambeau. Risplendè anche molto chiaramente l'ingegno, e la virtù del generale Campredon, che aveva fortificato il ponte. In tale modo con somma sua lode, ed utilità grande della repubblica, difendeva Suchet il territorio di Francia, e secondava l'opera immensa concetta dal consolo.
Già il canuto e vittorioso Melas si accorgeva, che era caduto nell'insidia tesagli dal giovane guerriero, e che, non che fosse tempo di conquistar la Provenza, gli era forza pensare di conservare, se ancor potesse, l'Italia. Erangli giunti i primi avvisi del calarsi Buonaparte dalle Pennine Alpi: ebbe sulle prime il fatto in poco concetto: errò nel credere, che il consolo fosse uomo da comparir debole sulle sommità delle Alpi; avrebbe anzi dovuto persuadersi, che dov'era Buonaparte, là fosse tutta la fortuna della guerra, là covasse la ruina dell'Austria. Mandava sui primi romori una schiera in Piemonte pel colle di Tenda; ma quando s'accorse, che se la fama era stata grande, il fatto era più grande ancora, si risolveva a torsi velocemente da quell'estremo ed infruttuoso campo, dove combatteva, per condursi in quei luoghi, nei quali vincitore avrebbe a far con vincitore. Ordinava Melas ad Esnitz, che aveva lasciato alla guerra contro Suchet, prestamente si tirasse indietro, e venisse od a raggiungere Otto, che instava contro Genova, se Genova ancora si tenesse, o lui stesso nei piani d'Alessandria, se la capitale della Liguria già avesse ceduto alle armi d'Austria. Ritiravasi Esnitz, seguitavalo velocemente Suchet. Serratogli ogni passo pel Genovesato, si riparava l'Alemanno per la valle d'Ormea nelle Piemontesi contrade; il Francese spintosi avanti stringeva il castello di Savona.
A questo tempo consisteva la guerra in due accidenti principalissimi: l'assedio di Genova, e la scesa di Buonaparte in Italia: l'uno era strettamente congiunto coll'altro. Otto faceva ogni sforzo per impadronirsi della piazza, bramando di poter correre alla guerra definitiva nei campi d'Alessandria. Massena, che per coraggio e per l'arte de' suoi uffiziali, e dei patriotti fuorusciti del Piemonte, che andavano e venivano a portar novelle, traversando con estremo pericolo loro gli alloggiamenti dei Tedeschi, era bene informato di quanto accadesse sulle Alpi Pennine, desiderava più lungamente che possibil fosse tenerla, per la ragione contraria. Nacquero da questa sua ostinazione fatti molto memorandi, e tali che raramente si leggono nei ricordi delle storie. La città capitale della Liguria, posta a guisa di anfiteatro, dond'ella fa magnifica mostra, sul dorso dell'Apennino tra la Polcevera e il Bisagno, è chiusa da due procinti di mura, uno più largo, l'altro più stretto. Sono questi due procinti muniti di bastioni e di cortine consenzienti alla natura del luogo aspra, scoscesa e disuguale.
Il primo incominciando dalla riva destra del Bisagno in riviera di Levante sotto alle porte Romana, e Pila, s'innalza sul dorso del monte sino al forte dello Sprone, donde volgendosi a ponente, e fasciando la città, dopo di essersi rizzato in un forte, che chiamano la Tanaglia, presso alla Crocetta, se ne va a terminare presso alla Lanterna, ed al molo nuovo. Il secondo partendo da levante gira accosto, e ferma le mura; ma s'interrompe a mezza strada, e non arriva sino al molo nuovo. La parte più difendevole è il forte dello Sprone, ma siccome è sottoposto a più alti gioghi, e da loro dominato, così fu d'uopo piantarvi due forti, uno sul monte dei Due Fratelli, l'altro più in su, a cui per la sua forma fu dato il nome di forte del Diamante. Chi ha in mano questi due forti, si può stimar padrone di Genova, perchè stanno sopra a tutte le altre fortificazioni. La parte più debole del procinto trovandosi al luogo più basso verso la foce del Bisagno, si pensò a munire con forti le eminenze vicine, cioè con quello di Quezzi il monte del Vento, con quello di Richelieu il monte Manego, e finalmente con quello di Santa Tecla la eminenza di questo nome. Nè ciò bastando alla difesa di questa parte, si fecero trincee sui monti vicini dei Ratti, delle Fascie, e di Becco. Tali erano le difese di Genova, quando stava in propria balìa: elle bastavano, perchè con breve assedio non si poteva prendere, i lunghi erano impossibili per le emolazioni delle potenze. Consistevano le difese vive di Massena in diecimila soldati Francesi; aveva con se Soult, Gazan, Clauzel, Miollis, Darnaud. Accostavansi a queste forze circa due mila Italiani di nazione diversa, ordinati da Massena in corpo regolare sotto la condotta di un Rossignoli Piemontese, uomo di natura molto generosa, di gran cuore, ed amantissimo della libertà. Le corroborava la guardia nazionale di Genova, fedele, parte per amore di Francia, parte per odio d'Austria, parte per paura del sacco, se qualche accidente contrario alla quiete sorgesse. Queste genti unite insieme non componevano certamente un presidio sufficiente per un sì vasto circuito. Inoltre vi si viveva in molta apprensione per le vettovaglie, massime di grani.
Gl'Inglesi governati da Keit, impedivano le provvisioni di Corsica e di Marsiglia. Del governo, che era allora in Genova, poche cose dirò. Non era nè più libero, nè più servo dei precedenti, e vi era stata fatta una gran mutazione di forma, poichè, spento il direttorio in Francia, la moda empirica e servile volle che si spegnesse anche in Liguria: creossi, in luogo del direttorio, una commissione di governo. Lodossi il cambiamento, pure secondo la corrente servile. Questo con buona volontà, ma sommessa ed umile, perchè il pericolo e le lunghe disgrazie avevano rotto gli animi, secondava Massena.
La forza che investiva Genova era molto varia. Il principal nervo consisteva in Tedeschi; ma con loro andavano congiunte torme numerose di villani sì Genovesi delle due riviere, che Monferrini, i quali non mossi da alcun desiderio buono, ma dall'odio, dalla vendetta, e dall'amor del sacco, erano accorsi alle voci di Azzeretto, uomo che era stato incomposto e rotto, quando militava coi Francesi, ed ora si mostrava incomposto e rotto, militando coi Tedeschi. Nè piccolo momento recavano alla oppugnazione le navi Inglesi e Napolitane, non solamente con intraprendere i viveri sul mare, ma ancora coll'ajutare, fulminando le spiaggie, gli sforzi degli Austriaci, principalmente verso il Bisagno, dove i luoghi avevano contro il mare minore difesa, che verso la Polcevera. Fece Otto, che soprantendeva all'assedio, il dì ventitre aprile una grossa fazione sulla sinistra della Polcevera. Il reggimento di Nadasti, cacciati prima i Francesi da Rivarolo, s'impadroniva anche di San Pier d'Arena. Ma uscito Massena colla vigesima quinta gli rincacciava. Sapevano gli assalitori, che la parte più debole della piazza era verso levante. Però si deliberarono a darvi un assalto, tentando di occupar le eminenze. Il dì trenta aprile, prima che aggiornasse, givano all'assalto per modo che Hohenzollern e Palfi si lanciavano contro il monte dei Due Fratelli, il colonnello Frimont, scendendo dal monte delle Fascie, si avventava contro il monte dei Ratti, il forte di Quezzi, ed il forte Richelieu, Rosseau si scagliava contro Santa Tecla, Azzeretto tempestava co' suoi villani intorno al Diamante; Gottesheim, passata la Sturla, s'avvicinava a San Martino d'Albaro, ed alle mura della città. Per consuonar con tutti questi moti a levante, Otto attaccava Rivarolo a ponente. Riuscirono a buon fine quasi tutti gli assalti dei Tedeschi: guadagnarono il monte dei Ratti, quello dei Due Fratelli, il forte Santa Tecla; già circondavano i forti di Richelieu e del Diamante; Gottesheim, acquistata la metà di San Martino, instava per acquistar l'altra. Era un gran pericolo pei Francesi, perchè se i Tedeschi avessero conservato i luoghi conquistati, Genova non aveva più rimedio. Massena si metteva al punto di rimettere la fortuna. Mandava Soult al conquisto dei Due Fratelli, Darnaud al rincalzo di Gottesheim, Miollis contro Santa Tecla e Quezzi. Vinsero tutti: gl'Italiani del Rossignoli, i primi, riconquistarono i Due Fratelli. Massena infaticabile, invitto, impaziente, animato dal prospero successo usciva nuovamente alla campagna il dì undici maggio. Il suo fine era di cacciar i Tedeschi dal monte delle Fascie, perchè da quella eminenza potevano calarsi a rovina delle difese più prossime alla piazza. Ordinava l'assalto per modo che Soult girasse a dorso del monte, Miollis lo attaccasse da fronte. Combattè infelicemente il secondo, favorì la fortuna l'impresa del primo recando in sua mano, dopo una battaglia molto feroce, il conteso monte. Nol conservarono lungamente i repubblicani, perchè Hohenzollern e Frimont mandati da Otto il ricuperarono. Massena intanto raccoglieva viveri alla campagna, breve ed insufficiente ristoro. Volle quindi acquistare il monte Creto, come sito dominatore, e passo comune da levante a ponente. Mandava alla fazione due grosse squadre, la destra condotta da Soult, la sinistra da Gazan. I Tedeschi fortificati stavano a diligente guardia. Fu furioso l'assalto, valorosa la resistenza; pure andava superando la fortuna dei Francesi, quando sopravvenne un temporale grossissimo; abbujossi l'aria, straordinariamente piovve; i combattenti sforzati a ristarsi. Rasserenato il cielo, ricominciarono a menar le mani; l'accidente diè tempo a Hohenzollern ad arrivare con genti fresche: ruppe i repubblicani, e gli sforzò a tornar dentro le mura. Combattessi in questa fazione con incredibile rabbia a corpo a corpo: fu Soult, mentre animosamente confortava i suoi alla carica, ferito sconciamente nella gamba destra, e fatto prigione.
Questa infelice spedizione pose fino al sortire di Massena; perchè perduti i suoi migliori soldati, era troppo indebolito per uscire alla campagna. Pure tanto ancora gli restava di forza, che gli alleati nol potessero sforzare; ma quello che l'armi degli avversarj non potevano operava la fama. Stando io per descrivere qual fosse l'aspetto di Genova in questi ultimi giorni dell'assedio, non posso non deplorare il destino di un popolo Italiano ridotto agli estremi casi, non perchè per lui si trattasse di esser libero, o servo, ma perchè si definisse a chi dei due, o d'Austria o di Francia, avesse a servire: città desolata per le rapine, pel sangue, per la fame, per la peste. Keit per mare non lasciava entrar viveri, Otto per terra; le provvisioni fatte scarse, le scarse dissipate.
Fuvvi fame prima che mancassero i viveri: prima si scorciarono i cibi, poi si corruppero, infine si mangiarono i più schifi e sozzi, non solo i cavalli ed i cani, ma ancora i gatti, i sorci, i pipistrelli, i vermi, e beato chi ne aveva. Eransi gli Austriaci impadroniti dei molini di Bisagno, di Voltri e di Pegli, nè si poteva più macinare. Rimediossi per un tempo coi molini a mano, con quei da caffè massimamente, perchè erano presti; l'accademia consultò dei migliori: s'inventarono ingegni, ruote e molini nuovi. Con certi più grossi un uomo solo poteva macinare uno stajo di grano al giorno. In ogni strada, su per ogni bottega si vedevano girar molini. Nelle case private fra le adunanze famigliari, si macinava; le donne il facevano per vezzo. Infine mancò del tutto il grano: cercaronsi altri semi per supplirvi. Quei di lino, di panico, di cacao, di mandorlo furono i primi; riso ed orzo più non se ne trovava. Gli stritolati e strani semi, prima abbrustoliti, poi misti col miele, e cotti parvero delicatura. Rallegravansi i parenti e gli amici con chi avesse potuto sostentare un giorno di più se e la famiglia con lino, o panico, o tre granelli di cacao. La crusca, materia tanto ribelle alla nutrizione, si macinava ancora essa, e cotta con miele serviva di cibo, non per ispegnere, ma per ingannare la fame: le fave stimate preziosissime: felice, non chi viveva, ma chi moriva. Erano i giorni tristi per la fame e per le lamentazioni degli affamati; le notti più tristi ancora per la fame, e per le spaventate fantasìe. Mancati i semi, pensossi all'erbe. I romici, i lapazj, le malve, le bismalve, le cicorie selvatiche, i raperonzoli diligentemente si ricercavano, e cupidamente, come piacevolezze di gola, si mangiavano. Si vedevano lunghe file di gente, uomini di ogni condizione, donne nobili e donne plebee, visitare ogni verde sito, massime i fertili orti di Bisagno, e le amene colline d'Albaro, per cavarne quegli alimenti, cui la natura ha solamente alle ruminanti bestie destinati. Sopperì un tempo il zucchero: zuccheri rosati, zuccheri violati, zuccheri candi, ogni maniera di confetti andavano attorno, rivenditori e rivenditrici pubblicamente gli vendevano, con fiori e con serti gli eleganti loro cestellini adornando: strano spettacolo in mezzo a quei volti pallidi, scarni e moribondi. Tanto possente cosa è l'immaginazione dell'uomo, che si compiace in abbellire eziandio quanto havvi di più lagrimevole e di più terribile; rimedio di provvidenza che non ci vuol disperati. Basta: e' furon viste donne e gentil donne nutritesi con sorci la mattina, mangiarsi tregge delicate la sera. L'aspetto della miseria estrema non ispegne la malvagità in chi è malvagio; del che troppo manifesto e troppo orribile esempio si ebbe in quelle ultime strette di Genova; conciossiachè uomini privi di ogni senso di umanità, per un vile guadagno non abborrirono dal mescolar gessi in luogo di farine nei commestibili che vendevano, per modo che non pochi avventori ne restarono avvelenati, morendosene con dolori mescolati di fame, e di veleno.
Durante l'assedio, ma prima della fine ultima, una libbra di riso si pagava lire sette, una di vitello quattro, una di cavallo soldi trentadue, una di farina lire dieci, o dodici, le uova lire quattordici la serqua, la crusca, soldi trenta ciascuna libbra. Poi venendo maggiore la stretta, una fava si vendeva due soldi, un pane biscotto di once tre dodici franchi, e non se ne trovava. Maggiori agevolezze dei particolari non vollero Massena, nè gli altri generali: apparecchiavano come i plebei; lodevole fatto, e molto efficace a fare star forti gli altri a tanta sventura. Poco cacio, legumi rari erano quanto nutrimento si dava a chi languiva per malattie o per ferite negli ospedali. Uomini e donne tormentate dalle ultime angoscie della fame e della disperazione, empievano l'aria dei loro gemiti e delle loro strida. Talvolta così gridando, e le fameliche viscere con le rabbiose mani di lacerare tentando, morti per le contrade cadevano. Nissuno gli ajutava, perchè ognuno pensava a se: nissuno anche a loro abbadava, perchè la frequenza aveva tolto orrore al fatto. Pure alcuni fra gli spasimi e stridi spaventevoli, e con scosse e contorte membra davano l'ultimo sospiro in mezzo alle popolari folle. Fanciulli abbandonati da parenti morti, o da parenti disperati imploravano con atti, con pianti, e con voci miserabili la pietà di chi passava. Nissuno gli ajutava, ed aveva loro compassione, perchè il dolore proprio aveva spento il compassionare l'altrui. Razzolavano quell'innocenti creature bramosamente nei rivoletti delle contrade, nelle fogne, negli sfoghi de' lavatoj, per vedere se qualche rimasuglio di bestia morta, o qualche avanzo di pasto di bestia vi si trovasse, e trovatone, se gli mangiavano. Spesso chi si corcava vivo la sera, era trovato morto la mattina, i fanciulli più frequentemente degli attempati. Accusavano i padri la tarda morte, ed alcuni con le proprie mani violentemente se la davano. Ciò facevano i cittadini, ciò facevano i soldati. Dei Francesi alcuni, anteponendo la morte alla fame, da per se stessi si ammazzavano, altri le armi a terra sdegnosamente gettavano protestando non più esser abili, per la perduta forza, a portarle. Altri una disperata dimora abbandonando, nel nemico campo se ne andavano, Inglesi ed Austriaci di quella pietà, e di quei cibi richiedendo, che tra Francesi e Genovesi più non ritrovavano. Crudo poi, ed oltre ogni dire orribile spettacolo era quello dei prigionieri di guerra Tedeschi ditenuti su certe barcacce sorte nel porto; perchè la necessità ultima delle cose aveva operato che ad essi nutrimento di sorte alcuna già da alcuni giorni non si compartisse. Mangiarono le scarpe loro, mangiarono le pelli dei soldateschi zaini; già con occhi torvi guardavano, se non avessero a mangiarsi i loro compagni. Si venne a tale che si tolsero loro le guardie Francesi, perchè si temette, che sforzati dal famelico furore non si avventassero contro a loro, e sbranatele, non se le divorassero. Tanta era la disperazion loro, che tentarono di forar le barche per andar a fondo, amando meglio perire affogati dalle acque, che straziati dalla fame. S'aggiunse, come accadde, alla orrenda fame la mortalità pestilenziale. Febbri pessime le genti all'altra vita con morti spessissime si portavano sì negli ospedali del pubblico, sì negli ultimi casolari dei poveri, e sì nei superbi palazzi dei ricchi. Mescolavansi sotto il medesimo tetto i generi delle morti: chi moriva arrabbiato dalla fame, chi stupido dalla febbre, chi pallido per difetto di nutritiva sostanza, chi livido per petecchiali macchie. Niuna cosa esente da dolore, niuna da paura; chi viveva, o aspettava la morte o vedeva morire i suoi. Tal era lo stato della una volta ricca ed allegra Genova, del quale il pensier peggiore era questo, che il soffrir presente non poteva riuscire ad alcun utile suo nè per la libertà, nè per l'independenza.
Era rotta la costanza di tutti: solo Massena non si piegava, perchè aveva la mente fissa nel pensiero di ajutar l'impresa del consolo, e di serbare intatta la fama acquistata di guerriero indomabile. Infine venendogli onorevoli proposte da Keit, e non potendo più bastare quei sozzi e velenosi cibi, che per due giorni tanta era l'estremità del vivere, inclinava l'animo ad un accordo, ma più da vincitore che da vinto. Si accordarono (volle Massena, che l'accordo s'intitolasse convenzione, non capitolazione, e fu forza compiacerlo della sua domanda) che uscisse Massena, che uscissero i suoi uffiziali e soldati in numero circa di ottomila, liberi della fede e delle persone loro; per la via di terra potessero ritornare in Francia, e chi non potesse per terra, fosse trasportato dagl'Inglesi per mare ad Antibo, o nel golfo di Juan; i prigionieri Tedeschi si restituissero; nissuno potesse essere riconosciuto pei fatti passati, e chi se ne volesse andare, fosse in libertà di farlo; dessersi viveri, si avesse cura degl'infermi; Genova a dì quattro giugno si consegnasse alle forze Austriache ed Inglesi. Infatti il nominato giorno le prime occuparono la porta della Lanterna, le seconde la bocca del porto. Poi entravano trionfando con tutto l'esercito Otto, con tutta l'armata Keit, possessione ottenuta per lunga guerra, poi fatta breve per grossa guerra. I democrati più vivi se ne andarono coi Francesi, fra gli altri Morando, l'abate Cuneo, l'avvocato Lombardi, i fratelli Boccardi. Suonaronsi le campane a festa, cantaronsi gl'inni, accesersi i fuochi dei partigiani per amore, più ancora dagli avversi per paura, tutto secondo il solito. Ricomparvero in copia il pane, le carni, gli ortaggi, le grasce, e chi vi si abbandonò senza freno su quel primo fervor della fame, se ne morì: così chi non era morto per lunga inanizione, se ne moriva per improvvisa satolla. Vollero i trecconi e i rivenduglioli starsene sul tirato pei prezzi, a cagione dell'ingordigia del guadagno; ma il popolo infuriato diè loro una tal mano, che presto s'accorsero, che male si stimola la fame. Pruovaronsi i villani dell'Azzeretto a porsi in sul sacco contro i democrati, come dicevano, perchè saccheggiavano anche gli aristocrati; ma Hohenzollern posto a guardia della città da Otto, con militare imperio gli frenava. Creava il capitano Tedesco una reggenza imperiale e reale, a cui chiamava Pietro Paolo Celesia, Carlo Cambiaso, Agostino Spinola, Gian Bernardo Pallavicini, Gerolamo Durazzo, Francesco Spinola di Gian Battista, e Luigi Lambruschini. Frenava la reggenza le vendette prossime a prorompere, comandamento lodevole; veniva sul toccar le borse, comandamento inevitabile, ma crudele nella misera Genova. Del rimanente nissun cenno, nè da parte di Hohenzollern, nè da quella di Melas per l'independenza, nè per la rinstaurazione dell'antico governo; il che dava qualche sospetto. Ciò non ostante gli aristocrati gridavano _viva l'imperatore_ per odio contro i democrati, siccome i democrati avevano gridato _viva Francia_ per odio contro gli aristocrati; servi, ciechi e pazzi gli uni e gli altri, che non vedevano, che dai loro odj privati nasceva la ruina della patria, e la signorìa forestiera.
LIBRO VIGESIMO
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