Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V

Part 4

Chapter 42,910 wordsPublic domain

Morirono in Napoli per l'estremo supplizio e tutti con invitto coraggio Ignazio Ciaja, Ercole d'Agnese, cittadino di Francia, ma originario di Napoli, Giuseppe Logoteta, dotto e virtuoso uomo, Giuseppe Albanese, Marcello Scotti letterato eruditissimo, ed autore del catechismo dei marinarj, un Troisi, sacerdote piissimo e dottissimo, con molti altri, ornamento e fiore delle Napolitane contrade. Fu anche affetto coll'ultimo supplizio Ettore di Ruvo, condotto, come abbiam detto, da Pescara a Napoli sotto fede del cardinale. Morì, qual era vissuto, indomito, animoso, ed imperturbabile. Come nobile, fu condannato ad aver il capo mozzo. Volle essere decapitato supino, per veder la mannaia, che gli doveva tagliar il collo.

La terra di Napoli era fumante di sangue, le acque del mare ne furono parimente penetrate e tinte. Il principe Francesco Caraccioli, primo onore e primo lume della Napolitana marinerìa, amato dal re, stimato dal mondo, dopo più di otto lustri impiegati ai servigi del regno, fece ancor esso una compassionevole fine. Si era Caraccioli, ed in questo certamente il suo fallire fu enorme, perchè il re gli era affezionato, molto travagliato in favore dello stato nuovo. Fatta la capitolazione dei castelli, e vedendola rotta, si era ritirato a Calvirano, pregando il duca di questo nome, acciocchè per sicurezza della sua vita minacciata dai regj, che da ogni parte il circondavano, gli fosse mediatore presso il cardinale, allegando, sperare, che l'avere obbedito per forza alcuni giorni alla repubblica Francese, non sarebbe per prevalere a quarant'anni di fedelissimo servizio. Non avuta risposta favorevole, se ne fuggiva ai monti. Scoperto da un suo domestico, fu condotto, legate le mani al dorso, e indegnamente maltrattato da villani ferocissimi (sì deplorabili mutazioni di fortuna partoriscono le rivoluzioni) a Nelson, che tuttavia stanziava nel porto di Napoli. Convocava l'ammiraglio incontanente a bordo della sua nave il Fulminante un consiglio militare, composto di uffiziali di marina Napolitani, e presieduto dal conte di Thurn, a cui diede facoltà ed ordine di giudicare, se Francesco Caraccioli fosse reo di ribellione contro il re delle due Sicilie per avere combattuto la fregata Napolitana la Minerva. Allegò l'accusato per discolpa, averlo fatto per forza, ma nol potè pruovare. Dannavalo il consiglio a morte. Nelson comandava, s'impiccasse all'antenna della Minerva, il suo corpo si gettasse al mare. Il misero principe pregava dicendo, essere vecchio, non aver figliuoli che fossero per piangere la sua morte, per questo non desiderare la vita: solo pesargli il morire da malfattore; pregare, il facessero morire da soldato. Le compassionevoli preghiere non furono udite. Volle il condannato pregare d'intercessione la donna, che era a bordo del Fulminante; ma Emma Liona non si lasciò trovare. Il capestro adunque, come piacque all'Inglese, strangolò il principe Caraccioli; il suo corpo gettato al mare. Così fu mandato a morte da Nelson un principe Napolitano, prima suo antico compagno in pace, poi suo nemico generoso in guerra: ed il giudizio di morte venne da una nave del re Giorgio. Poi, che vuol significare quella pressa di giudizio e di morte? Non era il re vicino? Non a lui si doveva ricorrere? Perchè intercludere la strada alla grazia? Si temè l'amore, non il rigore del re. Da un'altra parte, perchè gettare il corpo ai pesci? Non era vicino il lido? Non pronti i parenti e gli amici a raccogliere le amate reliquie? Adunque un principe Caraccioli, un servitor del regno per quarant'anni, un ammiraglio di Napoli, un uomo che per un sì lungo corso d'età era stato ed amato e riverito da Europa, non trovò sepoltura, se non nella bocca dei voraci mostri del mare! Non saziò la sua morte il crudo Inglese, volle ancora, che s'incrudelisse contro quell'onorato volto, contro quelle membra insensibili! Queste sono le glorie di Nelson nel golfo di Napoli.

Grande fu la strage nella capitale, sì pei giudizj, sì per la rabbia popolare. Non fu minore nelle province: perironvi in modo sempre violento, spesso crudele, quattromila persone, quasi tutte eminenti o per dottrina, o per legnaggio, o per virtù; carnificina orribile.

Io già feci, scrivendo queste storie, sì frequenti accoppiamenti d'idee dolci e terribili o di virtù e di patiboli, o di fede e di tradimenti, o d'innocenza e di vizj, che non so se il lettore me ne comporterà ancora un altro. Pure, se fia ch'ei debba muovere a sdegno ed a compassione i nostri posteri, io il mi racconterò. Domenico Cimarosa, cui tutta la generazione proseguiva con infinito amore per le sue mirabili melodìe, ed a chi chiunque non era straniero alla delicatezza del sentire, era obbligato di tanti affetti soavi pruovati, di tante tristi ed annuvolatrici cure scacciate, non trovò grazia appo coloro che reggevano le cose di Napoli con le ire, e le ire coi supplizj. Pregato, egli aveva composto la musica per un inno repubblicano, opera di un Luigi Rossi. Venuta Napoli in mano dei sicarj di Ruffo, furono primieramente le sue case saccheggiate, anzi il suo gravicembalo, fonte felicissimo di canti amabili, gittato per le finestre a rompersi sulle dure selci; poi egli medesimo cacciato in prigione, dove stette ben quattro mesi, e vi sarebbe stato anche di più, se i Russi ausiliarj del re non fossero giunti a Napoli. Saputo il caso, e non avendo potuto ottenere dal governo Napolitano, al quale l'avevano domandata, la sua liberazione, generale ed ufficiali corsero al carcere, e l'Italico cigno liberarono. Così in una Italia, in una Napoli la salute venne a Cimarosa dall'Orsa. Mi vergogno per l'Italia, rendo grazie alla Russia. Pure il misero Domenico, quantunque fosse posto in libertà, tra per l'afflizione dell'animo, ed i patimenti del corpo al tempo della sua carcerazione, se ne morì poco dopo a Venezia, dove era stato chiamato per comporre un'opera.

Riconquistata la sanguinosa Napoli, premiava il re con magnifici doni coloro, che l'avevano tornata a sua divozione. Investì il cardinale Ruffo della badìa di Santo Stefano, che ha una valuta all'anno di cinque mila ducati di regno: davagli oltreacciò il possesso in proprio di un'altra tenuta con rendita di circa cinquemila ducati. Queste furono le dimostrazioni del re utili al cardinale. Del resto ei non ebbe più grazia, e gli fu tolto il governo delle faccende, a ciò instigando il re Acton per gelosia, Nelson per dispetto, perchè il cardinale aveva voluto che si osservassero i patti. Fu a Palermo eretto un tempio alla gloria, nel quale entrando in mezzo a plausi infiniti Nelson, gli fu posta dal principe Leopoldo, figliuolo del re, una corona d'alloro in capo. Il presentava il re con una spada gioiellata, duca di Bronte chiamandolo. Diegli inoltre una rendita di sei mila once di Napoli. Nè mancarono i presenti per Hamilton ambasciadore; Emma Liona ebbe ancor essa i suoi.

Essendo, nel modo che abbiamo raccontato, caduta nelle due estremità d'Italia la potenza dei Francesi, restava ancor in poter loro la Romana repubblica, ma non sì, che non si vedesse vicina la inevitabile rovina loro anche in questa parte. Suonavano dentro, e d'intorno le armi dei confederati, o regolari o collettizie. Avevano gli Aretini sempre infiammati nell'impresa loro contro i Francesi, in ciò secondati anche dai Cortonesi, avendo le due città in così grave occorrenza posto in disparte le antiche emolazioni, fatto un moto importante sulle rive del Trasimeno, e sforzato Perugia ed il suo forte alla dedizione. A questo modo si erano posti in mezzo, onde i Francesi rimasti alla guardia di Roma e dei luoghi circonvicini non potessero più comunicare coi loro compagni, che se ne stavano assediati in Ancona. Lo stato Romano quasi tutto tumultuava e tornava all'obbedienza pontificia. Ufficiali antichi del pontefice, preti, frati, canonici, le rabbiose popolazioni stimolavano e guidavano, e se fu insolente in quelle regioni il dominio dei repubblicani, non fu meno sfrenato quello dei pontificj che risorgevano. Le vendette non solo si facevano contro le insegne inanimate della repubblica, ma ancora contro i corpi viventi dei repubblicani. Furonvi al solito uccisioni, rapine, ingiurie a uomini e a donne, con tutte l'altre pesti indotte dei popoli mossi a romore. In questa guisa i Francesi ed i soldati della repubblica Romana furono sforzati a ritirarsi ai luoghi forti, lasciando gli avversarj signori della campagna. Da un'altra parte nè Froelich, che aveva nella Romagna il governo delle genti, nè il re di Napoli, dopo la ricuperazione del regno, avevano trasandato le Romane cose. Ad essi accostavansi gli Inglesi con qualche squadrone di genti da terra, e con navi condotte dal capitano Trowbridge nelle acque di Civitavecchia. Diversi, secondo la diversità degli umori e degl'interessi delle potenze, erano i pensieri di ciascuna. L'Austria intendeva a conquistare per se, Napoli a questo medesimo fine, ed a fare la corona libera dalle molestie della corte di Roma. Agl'Inglesi poi pareva, che molto memorabil caso fosse, che venissero a rimettere un papa nel suo cattolico seggio.

Adunque la repubblica Romana era chiamata a ruina da tutte le parti. Nè il generale Garnier, che ne stava alla custodia, perduto avendo ogni speranza di soccorso, e mancando di genti, poteva resistere a tanta piena. Froelich faceva impeto in primo luogo contro Civitacastellana, ed avendola occupata facilmente, s'incamminava a Roma. Dalla parte bassa salivano i Napolitani condotti da un Burcard Svizzero, e turbavano tutto il paese sulla sinistra del Tevere. Erano con loro gl'Inglesi di Trowbridge, che, procurata prima la resa di Capua e di Gaeta, se ne venivano alla conquista di Roma. Usciva Garnier alla campagna, piuttosto per non capitolare senza combattere, che per combattere, per vincere. Fuvvi un duro e lungo incontro tra i repubblicani sì Francesi che Romani da una parte, ed i Napolitani dall'altra, presso a Monterotondo. Ritiraronsi i Napolitani ai luoghi più alti e montuosi. Non erano ancora i soldati di Garnier riposati dalla fatica della battaglia di Monterotondo, che gli conduceva contro Froelich; ma sebbene con molto valore combattesse, fu costretto a ritirarsi nelle mura di Roma, restando in suo potere le sole fortezze di castel Sant'Angelo, Corneto, Tolfa e Civitavecchia. Questo fatto diè cagione di risorgere anche ai Napolitani dall'altra parte. Perlochè riavutisi dalla rotta di Monterotondo, s'avviarono di nuovo contro Roma. Posero gli Austriaci le loro prime guardie alla Storta, i Napolitani a Portaromana, ed a Pontemolle. Consideratosi da Garnier il precipizio delle cose, e pensando che il cedere a tempo sarebbe non solamente la salute de' suoi, ma ancora quella dei repubblicani di Roma, che avevano seguitato la fortuna Francese, aveva introdotto una pratica d'accordo con Trowbridge, quale fu condotta a perfezione, e sottoscritta da ambe le parti il dì venticinque settembre. Le principali condizioni furono le seguenti: uscissero i Francesi da Roma, Civitavecchia, Corneto e Tolfa con ogni onore di guerra; serbassero le armi, non fossero prigionieri di guerra; si conducessero in Francia od in Corsica; i Napolitani occupassero castel Sant'Angelo e la Tolfa, gl'Inglesi Corneto e Civitavecchia; i Romani, che volessero imbarcarsi coi presidj Francesi, e trasportare le proprietà loro, il potessero fare liberamente, e quei che rimanessero, e che si fossero mostrati affezionati alla repubblica, non si potessero riconoscere nè delle parole, nè degli scritti, nè delle opere passate, e fossero lasciati vivere quietamente, sì veramente che vivessero quietamente, e secondo le leggi. Penò qualche tempo Froelich a consentire all'accordo, parte per dispetto, perchè Garnier aveva amato meglio trattare con gl'Inglesi e coi Napolitani che con lui, parte e molto più, perchè per esso si venivano a troncare le speranze concette delle conquiste. Commise ancora il generale Austriaco qualche ostilità; ma finalmente, veduto che senza troppo scoprirsi, e dar sospetto, che i pensieri dell'Austria non si terminassero nella ricuperazione delle cose perdute, non poteva turbare l'accordo, vi accomodò l'animo, e voltate le bandiere verso l'Adriatico, se ne giva all'assedio d'Ancona, sola piazza che nello stato Romano ancora si tenesse pei repubblicani. S'imbarcarono i Francesi a Civitavecchia, e con essi tutti coloro fra i Romani, che stimarono più sicuro l'esiglio, che il commettersi alla fede di un governo provocato con tante ingiurie. Burcard occupò primo la città, poscia vi venne don Diego Naselli, dei principi d'Aragona, mandato da Ferdinando con potestà suprema militare e politica, per ridurre a qualche sesto le cose scomposte dalla rivoluzione, innanzichè il governo pontificio vi fosse restituito. Creò un superiore magistrato con titolo di suprema giunta del governo, a cui chiamò i principi Aldobrandini e Gabrielli, ed i marchesi Massimi e Ricci. Aggiunse un tribunale di giustizia sotto nome di giunta di stato, a cui chiamò per presidente il cavaliere don Jacopo Giustiniani, e per avvocato fiscale monsignor Giovanni Barberi. Ufficio di questo tribunale fosse, che la quiete dello stato non si turbasse, e chi la turbasse, fosse castigato. La suprema giunta notò i beni venduti ai tempi della repubblica, come nazionali, ed abrogò le vendite fatte, riserbando agli spossessati il ricorso dei compensi: contenne il libero scrivere, frenò la licenza del vestire sì degli uomini che delle donne, e richiamò ai luoghi loro le suppellettili rapite o vendute del Vaticano e delle chiese, rimborsando però il valore a chi le avesse comperate. Inibì l'ingresso e la dimora in Roma a tutti che avessero avuto cariche nella repubblica, e bandì da tutto lo stato Romano i cinque notaj Capitolini, che avevano rogato l'atto della sovranità del popolo, e della deposizione del sommo pontefice. Oltreacciò i beni dei repubblicani furono generalmente sequestrati, poi confiscati, e quindi molti di loro ridotti a crudele miseria. Gran numero di coloro che avevano partecipato nel governo precedente, dopo di essere stati esposti ad infinite vessazioni ed insulti, furono gettati in carcere, fra i quali merita particolar menzione il conte Torriglioni di Fano, che era stato ministro dell'interno, uomo di alto merito e d'illibati costumi; gli antichi consoli Zaccaleoni e Dematteis, uomini rispettabili, condotti a dorso d'asino in via del Corso in mezzo agli scherni di una scatenata plebaglia. Tutte queste enormità violavano la capitolazione, ed erano incomportabili; perchè se la impunità di chi aveva errato pareva scandalosa al governo di Roma, assai più scandaloso, e di peggiore esempio era il rompere la fede data. Del resto non si fece, come a Napoli, sangue per giudizj; moderazione degna di molta lode. Ma la sfrenatezza delle soldatesche Napolitane suppliva in questo, perchè oltre al rubare nelle botteghe e nelle strade, il giorno come la notte, uccisero anche parecchie persone, che vollero difendersi dalla loro rapacità. Questi delitti andavano impuniti. Un povero fabbro, per aver voluto, contro il divieto di alcuni uffiziali Napolitani, usare del diritto che aveva per contratto legale, di attinger acqua ad una fontana nel palazzo Farnese, fu dai medesimi condannato alla pena del bastone per cui morì: la sventurata sua moglie se ne morì di dolore. Roma offesa dai Napolitani, era compresa da un alto terrore.

Le vittorie di Kray e di Suwarow avevano posto in mano degli alleati la valle del Po, quelle di Ruffo, e le mosse dei sollevati di Toscana, tolto al dominio dei Francesi e dei repubblicani il regno di Napoli, lo stato Romano e la Toscana. Sulla destra degli Apennini, altra sedia non avevano più i Francesi, che Genova con la riviera di Ponente, sulla sinistra Ancona. Conservavano gelosamente i repubblicani il Genovesato, perchè siccome prossimo ai loro territorj, poteva facilmente servir loro di scala al riacquistarsi il Piemonte e l'Italia. Ma Ancona tanto lontana non poteva più avere speranza di far frutto importante, ed il volervisi tenere più lungo tempo era piuttosto desiderio di buona fama, e gelosia di onore, che pensiero di arrecar qualche momento nelle sorti della guerra. Tuttavia non si smarriva d'animo il generale Monnier, che stava al governo della piazza con un presidio, che tra Francesi, Cisalpini e Romani, non passava tre mila soldati, e forse nemmeno arrivava a questo numero. Erano in questa parte d'Italia le condizioni della guerra le seguenti. Occupava Monnier col suo presidio Ancona, non sì però rinserrato, che non uscisse fuori di quando in quando a combattere, di sotto fino a Ripatransone ed Ascoli, di sopra sino a Fano ed a Pesaro. Ma siccome il suo più sicuro ricetto era Ancona, così alle antiche aveva, con somma diligenza ed arte, aggiunto nuove fortificazioni. Muniva con qualche trincea e forza d'artiglierìe la montagnola, che domina la strada per a Sinigaglia. Più vicino alla piazza affortificava con un ridotto frecciato, palizzato, affossato, ed armato di ventiquattro pezzi d'artiglierìa il monte Gardetto, il quale siccome quello che signoreggia la cittadella ed il forte dei Cappuccini, era di grandissima importanza, ed il principale mezzo di difesa; perchè se il nemico ne fosse impadronito, avrebbe fatto vano il resistere degli assediati. Aveva anche munito il monte Santo Stefano, che più da vicino che il Gardetto batte la cittadella. Perchè poi l'adito fosse intercluso al nemico di avvicinarsi a questi due monti, nella conservazione dei quali consisteva quella della piazza, guerniva anche di trincee e d'artiglierìe i monti Pelago e Galeazzo, che sono come propugnacoli naturali, od opere avanzate ai monti Gardetto e Santo Stefano. Nè lasciava senza batterìa il monte Ciriaco, che posto a riva il mare difende il molo d'Ancona. Sul molo stesso ed al fanale piantava cannoni, perchè siccome non gli era ignoto che i collegati l'avrebbero assaltato anche dalla parte del mare, desiderava di assicurarsi dagl'insulti loro. A questo medesimo fine piantava molte batterie al Lazzaretto, magnifica opera del pontificato di Pio VI. A questo modo la piazza d'Ancona, la quale, ancorchè munita di una forte cittadella, non ha in se molta fortezza per esser dominata dalle eminenze vicine, era per la diligenza usata da Monnier divenuta fortissima: non si poteva venire agli approcci della piazza, se prima non erano sforzate le fortificazioni esteriori, effetto difficile a conseguirsi per la natura dei luoghi.