Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V
Part 23
Imponeva a questo fine a Duhesme ed a Gardanne, che assaltassero il ponte: era murato e rotto; ma Lacombe San Michele, generale d'artiglieria, con un petardo, esponendosi a grave pericolo perchè i Tedeschi fulminavano dalla riva sinistra, rompeva il muro, ed il generale Chasseloup con pari valore riattava il ponte. Passarono i soldati armati alla leggiera: ma fortemente pressati dai Tedeschi correvano grandissimo pericolo. Non indugiò Gardanne a venire in soccorso loro col grosso delle sue compagnìe, e rinfrescò la battaglia. Si combatteva con molto valore e con vario successo da ambe le parti. L'arciduca che aveva il suo campo a San Martino, mandò tostamente nuovi soldati in soccorso de' suoi donde nasceva un più vivo e più generale combattere; Duhesme ancor egli era passato con tutta la sua schiera. Per quel giorno non fu compiuta pei Francesi, ancorchè avessero il vantaggio, la vittoria, e fu loro forza di tornarsene ad alloggiare sulla destra del fiume, conservando però in poter loro la signorìa del ponte. Mancarono in questi fatti dalla parte dei Tedeschi circa tre mila soldati tra morti, feriti e prigionieri, con qualche perdita di cannoni. Nè fu senza sangue la vittoria pei Francesi scemati di un migliajo di combattenti. Massena, o che il ritenesse il forte sito dell'arciduca, o che volesse aspettare che San Cyr l'avesse raggiunto, o che desiderasse prima di cacciarsi avanti, udire i fatti ulteriori di Germania, se ne stette più giorni senza fare alcun motivo d'importanza. In questo gli sopraggiunsero desideratissime novelle: avere tutto l'esercito di Mack, salvo una piccola squadra fuggita sotto la condotta dell'arciduca Ferdinando, deposto le armi, ed essersi dato, il dì diciassette ottobre, vinto e cattivo in mano di Napoleone; il che importava l'annichilazione quasi intiera delle forze Austriache in Alemagna. Napoleone imperatore aveva in questi fatti per arte e per fortuna superato Buonaparte generale e consolo. Cambiavansi le sorti dell'Italica guerra. Fu l'arciduca obbligato a debilitarsi con mandar parte de' suoi in ajuto dell'imperio pericolante del fratello. Sgomentaronsene i Tedeschi, presero animo i Francesi. Massena udito il maraviglioso caso di Ulma, si risolveva, senza frappor tempo in mezzo, ad assaltar l'avversario nel suo forte alloggiamento di Caldiero. Il giorno ventinove ordinava il passo del fiume. Duhesme e Gardanne erano destinati a varcare per l'acquistato ponte, Seras a stanca al passo di ponte di Polo, Verdier a destra più sotto tra Ronco ed Albaredo, luoghi già tanto famosi pei casi di Arcole. Duhesme e Gardanne, passato il ponte, si erano allargati a destra, Seras passato più sopra seguitava ad altro disegno le falde dei monti, ed occupando le alture di val Pantena, che signoreggiano il castello di San Felice, che con le artiglierìe aveva molto nojato i Francesi al passo del ponte, aveva obbligato i Tedeschi a sgombrare da Veronetta. Ciò diede abilità ad altre squadre di passare, massimamente ai cavalli, per modo che gli Austriaci cacciati da tutti i siti, e perfino da San Michele, si ritirarono con grave perdita, sempre però animosamente combattendo, oltre San Martino. I Francesi pernottarono in Vago. Si risolveva l'arciduca a far fronte a Caldiero, piuttosto coll'intento di non cedere la possessione d'Italia senza combattere in una giusta battaglia, che colla speranza di cambiare le condizioni della guerra già troppo preponderanti in favor di Napoleone. Si ordinava la mattina del giorno trenta l'arciduca alla battaglia, sprolungandosi a destra fin sopra alle eminenze di San Pietro rimpetto al villaggio di Fromegna, e distendendosi a sinistra verso l'Adige fin oltre a Gambione. Questi siti erano diligentemente fortificati. Perchè poi in un caso sinistro vi fosse luogo a far risorgere la fortuna, aveva adunato la cavallerìa, ed un grosso corpo di ventiquattro battaglioni di granatieri verso Villanova al bivio, dove la strada di Verona in due partendosi porta da un lato a Monigo, dall'altro a Vicenza.
Il generale di Francia aveva partito i suoi in tre schiere: la mezzana condotta da Gardanne, la destra da Duhesme, la sinistra da Molitor. Un grosso ordinato alle riscosse, e composto dai granatieri di Partonneaux, e dai cavalli di D'Espagne e di Monnet, se ne stava accampato in poca distanza alle spalle. Massena, avendo inteso che le fazioni ordinate di Seras e di Verdier avevano avuto il fine ch'egli si era proposto, si deliberava ad attaccare la battaglia. Il primo a far impeto fu Molitor: assaltò furiosamente, e furiosamente ancora fu risospinto. Fecersi avanti Gardanne e Duhesme, e ben tosto si cominciò a combattere su tutta la fronte da ambe le parti. Gardanne spingendosi avanti con estrema forza, faceva piegare la fortuna in favor suo; perchè, cacciati da luogo a luogo i Tedeschi, ancorchè fortemente contrastassero, s'impadroniva, avventandosi con le bajonette, di Caldiero. La qual cosa vedutasi dalle due ali estreme, si scagliarono ancor esse con forza contro il nemico, ed il costrinsero a piegare: ma rannodatosi sulle eminenze, vi faceva una ostinata difesa; tuttavia la giornata inclinava del tutto a favor dei Francesi. Erano le quattro della sera: l'arciduca mandò avanti il retroguardo, che, come narrammo, serbava alla ricuperazione della battaglia; ne era reintegrata, e le cose si mantenevano in modo bilanciate che non più in una, che in un'altra parte pendevano. Massena, veduto il nuovo rincalzo, mandava innanzi anch'esso il suo retroguardo: la zuffa divenne acerbissima e mortale; perchè così i granatieri ed i cavalli Tedeschi, come i granatieri ed i cavalli Francesi, che novellamente erano entrati nella mischia, facevano egregiamente il debito loro. Prevalse finalmente la cavallerìa di Francia: resistevano ancora i granatieri dell'arciduca, ma quei di Partonneaux, dato mano alle bajonette, con tale vigorìa gl'incalzarono, che gli obbligarono a dar indietro. Così i Tedeschi, lasciando la vittoria in potestà di chi poteva più di loro, cedettero del campo, e si ritirarono alle batterie, che l'arciduca aveva piantate sopra le eminenze che torreggiano oltre Caldiero. Fu notabile questo fatto d'armi per la somiglianza dei disegni orditi dai due avversi capitani, perchè ambidue ordinarono le ordinanze con una prima fronte, e con una schiera di riserbo, ed ambidue in lei posero un grosso nervo di granatieri, ed un battaglione fiorito di cavallerìa. Perderono gli Austriaci trenta cannoni, e tremila cinquecento soldati: i Francesi circa millecinquecento. Si portarono egregiamente tutti i generali di Massena: si dolse l'arciduca di Wukassowich, che trovandosi a campo a Campagnola, e standovi, come pare, a mala guardia, si lasciò fare un assalto improvviso addosso, il che disordinò i disegni del generalissimo d'Austria: tal'è l'incertezza delle guerriere sorti; imperciocchè questo era quel Wukassowich, che meritò tante lodi in queste storie di perito, animoso, e vigilante capitano.
Mentre si combatteva a Caldiero, aveva l'arciduca mandato a sua destra verso i monti una colonna di cinquemila soldati sotto la condotta d'Hillinger col proposito di circuire e di combattere i Francesi alle spalle. Questa mossa aveva ordinato, o che non sapesse che Seras assai forte marciava su quelle medesime terre, o che credesse potere più lungo tempo resistere a Caldiero. Ne nacque un grave accidente a danno delle forze Austriache. Seras oltre procedendo, ed intromettendosi tra Hillinger e l'arciduca, tagliò fuori la squadra segregata, e la ridusse alla necessità dell'arrendersi.
Il fatto di Caldiero, la calamità d'Hillinger, gli ordini dell'imperatore suo fratello non lasciarono più luogo ad elezione nell'arciduca. Per la qual cosa la notte del primo novembre principiò a tirarsi indietro per la strada di Vicenza: poi continuando, non senz'arte, a cedere del campo, conduceva le sue genti più intere che le perdite prime, e la presta ritirata potessero promettere, sulle sponde della Sava, ponendosi alle stanze di Lubiana. Il seguitarono velocemente i Francesi: raccolsero alcuni corpi, ma piccoli, disbrancati, e grossi magazzini di viveri, principalmente in Udine e Palmanova. A questo modo i fertili paesi delle terraferma Veneta, conquistati di nuovo dalle armi vincitrici di Napoleone, furono tolti all'Austria. Solo la città di Venezia restava in poter dei Tedeschi.
Era in questo mezzo tempo arrivato da Napoli San Cyr. Massena trovandosi in necessità di seguitare a seconda l'arciduca nelle montagne della Carniola e della Carintia, non voleva, per timore di qualche sbarco di Russi e d'Inglesi, lasciare senza difesa i lidi Veneziani. Ordinava pertanto a San Cyr, che si allargasse, e custodisse le spiagge dalle bocche dell'Adige sino a Venezia. Questa provvidenza ebbe felice successo, non contro i tentativi di mare, che nissuno fu fatto, ma contro uno di terra. Napoleone, volendo prostrare le forze d'Austria, che tuttavia tenevano le alte rupi del Tirolo e del Voralberga, aveva mandato da Augusta Ney contro l'arciduca Giovanni, Augerau contro Jellacich. Ney, guadagnato celeremente il passo di Scharnitz, occupava il Tirolo Tedesco; poi guadagnato con la medesima prestezza il passo di Sterzing, s'impadroniva del Tirolo Italiano, ritiratosene, o piuttosto fuggitosene a grave stento l'arciduca per ricoverarsi nella Carniola. Augerau cacciossi avanti Jellacich cedente da Voralberga: il capitano Tedesco, trovate le strade del Tirolo chiuse da Ney, fu costretto alla dedizione. La conquista del Tirolo partorì un altro effetto di grande importanza. Un grosso di settemila fanti e mille cavalli, sotto la condotta del principe di Roano, costretto a calarsi per le sponde della Brenta verso i piani bagnati da questo fiume, incontratosi a Castelfranco con San Cyr, dopo un furioso conflitto, fu obbligato, ad arrendersi. Dopo questo fatto Massena securo alle spalle, vieppiù innoltrava la sua fronte, e fermava gli alloggiamenti in Lubiana, ritiratosene l'arciduca per internarsi nella Croazia, e di là nel principato di Sirmio in Ischiavonia tra la Drava e la Sava. Seras occupava Trieste. I soldati di Massena e di Ney si congiunsero a Villaco ed a Clagenfurt: i due eserciti di Francia Germanico ed Italico si congregarono alle future imprese del Danubio. Grandi, audaci, ed ottimamente composte furono tutte queste mosse di Napoleone: il fine rispose alla maestrìa, colla quale erano state concette. L'apparato bellico dell'Austria, in men che non fece un mese, fu distrutto, e l'imperator Francesco, privo quasi interamente delle forze proprie, non aveva più altro rimedio che gli ajuti della Russia, sufficienti prima delle rotte, insufficienti dopo: l'Italia sgombra, come ai primi tempi di Napoleone, da uomini Alemanni.
Ambiva Napoleone di per se stesso gli stati altrui, e facilmente senza cagione o pretesto se gli appropriava: molto più volentieri se gli appropriava, quando se ne gli dava cagione. Di ciò con estremo suo eccidio ebbe pruova il re di Napoli. Aveva Ferdinando, siccome per noi si è narrato, stipulato la neutralità; ma quando appunto la guerra si definiva in favor di Francia in Germania, e nell'Italia superiore, essendo già corso oltre il suo mezzo il mese di novembre, arrivavano nel golfo di Napoli due navi Inglesi con molte onerarie, sopra le quali erano quindici mila soldati, dodici mila Russi venuti da Corfù, tre mila Inglesi venuti da Malta. Sbarcarono soldati, armi e munizioni tra Napoli e Portici, annunziando venire non solo per proteggere il regno, ma ancora per correre verso l'Italia superiore in ajuto degli Austriaci. Non fece il re, non bene considerando quel che potesse portare seco il tempo futuro, alcuna dimostrazione nè protesta per impedire lo sbarco di queste genti nemiche a Francia. L'ambasciador di Napoleone, viste le insegne del nemico, molto acerbamente si risentiva, e calati gl'imperiali stemmi dalla fronte del suo palazzo, richiedeva il re dei passaporti, e l'infedele terra, come diceva, abbandonando, se ne partiva alla volta di Roma. Per mitigarlo mandava fuori il governo un editto, per cui prometteva ai Francesi, Italiani, Liguri, e ad altre nazioni unite all'impero Francese, che sarebbero le proprietà loro, ed i traffichi securi e salvi. Fu la dimostrazione indarno, perchè non solo nissuna protestazione conteneva contro il moto dei confederati, ma nemmeno portava alcun dispiacere di quello, che la Francia aveva sentito sì gravemente. Gli effetti che ne seguitarono, e che per molti anni tolsero al re la possessione del regno di qua dal Faro, saranno da noi fra breve raccontati.
Vinceva Napoleone nei campi di Osterlizza una campale battaglia. Vinti i Russi ausiliarj, fu talmente prostrata l'Austria, che fu costretta a consentire a durissimi patti. Si fermarono a Presburgo d'Ungherìa il dì ventisei decembre. Consentiva l'imperator d'Alemagna e d'Austria a tutte le unioni dei territorj italiani: riconosceva le risoluzioni prese dall'imperator di Francia rispetto a Lucca ed a Piombino, riconosceva l'imperator di Francia, come re d'Italia, con ciò però che, seguìta la pace generale, le due corone, a seconda delle promesse fatte dall'imperator Napoleone, l'una dall'altra fossero separate, nè mai in perpetuo potessero esser riunite: dava in potestà dell'imperatore medesimo di Francia tutti gli stati dell'antica repubblica di Venezia a lui ceduti pel trattato di Campoformio, e consentiva, che fossero uniti al regno d'Italia, riconosceva ancora nei duchi di Virtemberga e di Baviera la qualità, ed il titolo di re: cedeva a quest'ultimo, oltre parecchi paesi situati sulle sponde del Danubio, il Tirolo, compresi i principati di Brissio e di Bolzano, le sette signorìe di Voralberga, e parecchi altri paesi sulle rive del lago di Costanza: dal canto suo l'imperator Napoleone guarentiva l'interezza dell'impero d'Austria; consentiva, che Salisburgo già dato all'arciduca Ferdinando di Toscana, al medesimo impero si unisse, e si obbligava ad intromettersi appresso al re di Baviera, perchè cedesse Visburgo all'arciduca in compenso di Salisburgo.
Si mandava ad effetto il trattato. Venezia e gli antichi suoi territorj, dopo otto anni di dominio Austriaco, tornavano sotto quello di Francia. Venne Law Lauriston a prenderne possesso da parte del re d'Italia. Confortava i Veneziani a star di buon animo, promettendo loro felicità, e chiamandogli figliuoli di Napoleone; bella consolazione per certo a tanti mali. Il dì diecinove gennajo arrivarono in Venezia per fondarvi la terza servitù, i soldati di Napoleone, gli mandava Miollis, destinato dai cieli a commettere in Italia duri fatti con molli parole. Arrivava il dì tre di febbrajo in Venezia Eugenio vicerè, testè sposato ad Amalia di Baviera. Fecersi i soliti rallegramenti, i quali, siccome quelli che o costretti erano dalla forza, o procurati dall'adulazione, muovevano piuttosto a compassione che a gioja.
A questo tempo si rinfrescavano le Napolitane ruine. Napoleone vittorioso pensava a soddisfare all'ambizione ed alla vendetta. Già sull'uscire del precedente anno aveva pubblicato, parlando a' suoi soldati, queste parole: «Da dieci anni io feci quanto per me si potè, per salvare il re di Napoli, e da dieci anni ei fece quanto per lui si potè per perdersi. Dopo le battaglie di Dego, di Mondovì, e di Lodi deboli forze gli restavano per resistermi: fidaimi nelle sue parole, anteposi la generosità alla forza. Risolvè poscia Marengo la seconda lega; aveva il re, di tutti il primo, incominciato la guerra; da suoi alleati abbandonato a Luneville, solo e senza difesa rimase. Implorò perdono, gliel concedei. Voi a Napoli già vicini avevate in poter vostro il regno; i tradimenti io sospettava, le vendette poteva fare; novella generosità amaimi; che sgombraste il regno, ordinaivi; la terza volta restommi della salute sua la casa dei reali di Napoli obbligata. Perdonerò io la quarta ad una corte senza fede, senza onore, senza ragione? No; ceda dal regno la Napoletana famiglia; non può ella col riposo d'Europa, coll'onore della mia corona sussistervi. Ite, marciate, precipitate nell'onde quei deboli battaglioni dei tiranni del mare; seppure a loro basterà l'animo di aspettarvi: ite, e mostrate al mondo, come da noi si puniscano gli spergiuri; ite, e fate ch'egli presto s'accorga, che nostra è l'Italia, che il più bel paese della terra ha oramai gettato via dal collo il giogo d'uomini perfidissimi: ite, e mostrate che è la santità dei trattati vendicata, che sono le ombre de' miei soldati, sopravvissuti ai naufragi, ai deserti, a cento battaglie, ed alle uccisioni nei porti della Sicilia, mentre tornavano dall'Egitto, placate e paghe. Guideravvi mio fratello: partecipe della mia potenza, partecipe de' miei consigli, in lui fidatevi, come io in lui mi fido».
A queste aspre e superbe parole del terribile vincitore d'Osterlizza tenevano dietro consenzienti fatti. Giuseppe fratello con esercito poderoso marciava contro il regno; gli aveva dato Napoleone, conoscendolo irresoluto e solito a lasciarsi portare dalla volontà degli altri, per compagno e sostenitore de' suoi consigli Massena. Pruovossi Ferdinando di stornare la tempesta, con mandar Ruffo cardinale appresso allo sdegnato signore per iscusare il fatto dello sbarco. Adducesse, comandava, essere gli alleati stati troppo forti, lui troppo debole, nè aver potuto impedire; pregasse concordia, promettesse ammende, offerisse sicurtà. Nè vedeva il re, che Napoleone più serviva all'ambizione che alla vendetta; imperciocchè quanto allo sbarco, vi si poteva rimediare con qualche perdita di provincie o di denaro, senza venirne alla radice ed all'intiera distruzione del regno. Quanto all'ombre dei soldati, aveva Napoleone, dopo la uccisione, fatto amicizia col re; il che aveva dimostrato in quale conto avesse il sangue e l'ombre loro. Nè si vede perchè il re mandasse Ruffo cardinale a placar Napoleone, se non forse perchè credeva, che per qualche somiglianza di natura fossero facilmente per accordarsi. Mostrossi Napoleone inesorabile; gli piaceva Napoli; preparava reali seggi ai fratelli; voleva, per le sue cupidità, fermare in ogni luogo stati dipendenti intieramente da lui.
Quando pervennero a Ferdinando le novelle della volontà di Napoleone, si ristrinsero insieme i suoi consiglieri per deliberare su quanto la necessità del caso richiedesse. Pensava ad abbandonar Napoli, e desideravano che i Russi ed Inglesi si mettessero a qualche forte passo degli Abruzzi, per vietare ai Francesi l'entrata nel regno. Ma l'imperatore Alessandro, che amava meglio la salute de' suoi soldati, essendo anche l'impresa molto dubbia, aveva comandato per un corriero espresso, che tostamente s'imbarcassero, ed in Corfù tornassero. La ritirata dei Russi, che erano la più grossa parte rendè necessaria anche quella degl'Inglesi. Gli uni e gli altri partirono, quelli per Corfù, questi per Sicilia, lasciato Ferdinando nell'ultima ruina. Veduto che il regno andava senza indugio in manifesta perdizione, si risolvette nel consiglio, che il re si ritirasse in Sicilia, che seco conducesse la famiglia, i ministri, e quanti soldati e denari potesse. Già il nemico insultava da Ferentino, già si apprestava ad invadere le provincie. Si deliberò altresì, che il figliuolo primogenito del re andasse in Calabria per animare quelle popolazioni armigere, e sempre addette a chi più accesamente le instiga. Era in questa provincia rotta e sanguinosa il conte Ruggiero con qualche banda di regolari; si sperava, che i popoli congiungendosi a loro, avrebbero potuto tener vivo il nome regio fintantochè qualche favorevole accidente desse occasione di risorgere. Lasciava Ferdinando la real sede il dì ventitrè di gennajo. Così finì allora il suo regno, regno pieno, per la sfrenatezza dei tempi, di casi lamentevoli ed atroci; ma non pertanto cessarono le opere crudeli, come se fosse fatale che perpetuo sangue vi si versasse, o che il regno, o che la repubblica vi dominassero, o che forestieri d'Inghilterra o che forestieri di Francia la potestà del comandare vi esercessero.
Partito Ferdinando sul vascello reale l'Archimede, fu lasciata una reggenza composta dal generale Naselli, dal principe di Canosa, da don Michelagnolo Cianciulli, e da don Domenico Sofia. Era la città paventosa delle cose avvenire; si temeva del popolo, dei Francesi, dei Calabresi. Accrebbe il terrore un grave tentativo dei carcerati al serraglio, che se avesse avuto effetto, Napoli sarebbe andata a ruina. Marciavano intanto i Francesi alla conquista. Giuseppe fulminato vendetta contro la corte, e promesso dolcezza al popolo, se si sottomettesse, velocemente viaggiava contro la capitale. Correva a destra, a riva il mare, Regnier, nissun ostacolo in nessun luogo incontrando, salvo in Gaeta, piazza forte di sito, e custodita dal principe di Assia, capitano valoroso. Intimato di resa, rispose negando. Assaltarono i Francesi il bastione di Sant'Andrea, e se lo presero, non senza sangue. L'altra parte si difendeva egregiamente; ma essendo i Napoleoniani grossi, lasciato genti all'oppugnazione, passarono. Massena a sinistra senza impedimento alcuno camminando, poichè Capua già si era data, arrivava ai quattordici di febbrajo sotto le mura dell'appetita città. S'arresero castel Nuovo, castel dell'Uovo, castel del Carmine, e castel Sant'Elmo. Entrava Duhesme il primo con una scelta fronte di soldati leggieri sì fanti che cavalli. Faceva il dì seguente il suo ingresso Giuseppe a cavallo con molto seguito di generali, e con tutte le ordinanze in bellissima mostra. Smontò al palazzo reale; trovollo squallido, e spogliato dai fuggitivi. Addì sedici visitava la chiesa di San Gennaro; udita la messa di Ruffo Cardinale, presentava il Santo con doni, primizie del futuro regno. Tornatosi nella reggia sede dava le udienze ai magistrati, vedeva con viso benigno la reggenza di Naselli; ma tosto la cassava per crearne un'altra; fecene capo Saliceti. Erano nella serva Italia certe persone perpetue, alcune perchè Napoleone le amava, altre perchè le disamava; Vignolle, Menou, Miollis, Saliceti. Per far denaro si mantennero le tasse vecchie, se ne imposero delle nuove; per far sicurezza, si tolsero le armi ai cittadini, e si venne sul suono di far morire soldatescamente chi le portasse. Queste minacce già tante volte fatte, ed anche eseguite da ambe le parti, dimostrano, qual dolcezza di vivere fosse allora in Italia.
Intanto le Calabrie non quietavano. Si era il duca di Calabria accostato con un corpo di soldati uscito con lui da Napoli al conte Ruggiero, che con una squadra riempiuta di soldati Siciliani, Tedeschi, Napolitani, e con qualche misto di raunaticci, parte buona, parte pessima, aveva fatto un alloggiamento fortificato sulle rive del Silo nel principato di Salerno. Arso il ponte, schierava i suoi sulla riva. Parve il caso d'importanza; vi fu mandato Regnier. Andò il Francese all'assalto, mandò i Napolitani in rotta, perseguitò i vinti fino a Lagonero. Rannodaronsi i regj a Campotenese; venne loro sopra Regnier il dì nove marzo, e con un forte assalto gli risolvette facilmente in fuga. A stento salvossi il conte con mille soldati tra fanti e cavalli. Il Francese vittorioso s'inoltrava nella Calabria ulteriore; occupato Reggio, muniva di presidio la fortezza di Scilla, posta alla punta d'Italia, dove è più vicina alla Sicilia; il che dava e freno e sospetto agl'Inglesi, che in Messina si erano raccolti a difesa dell'isola.