Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V

Part 22

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Rispetto poi alle regole di disciplina, essersi creduto, come vescovo, asseverava, tenuto a riformar gli abusi: di ciò averne fatto il concilio di Trento espresso precetto. Le medesime protestazioni di obbedienza e di fede fece il vescovo, e le mandò al pontefice, quando passando per Firenze, se n'andava in Francia all'incoronazione. Ma papa Pio, tornando da Parigi, e ripassando per la capitale della Toscana, fece sapere a Ricci, che l'abbraccerebbe volentieri, se prima volesse sottoscrivere una dichiarazione. Voleva, che il Pistojese vescovo dichiarasse, accettare con rispetto puramente, e semplicemente di cuore e di spirito tutte le constituzioni apostoliche emanate dalla santa sede contro gli errori di Baius, Giansenio, Quesnel, e loro discepoli dai tempi di Pio quinto sino ai presenti, e specialmente la bolla dogmatica _auctorem fidei_, che dannava le ottantacinque proposizioni estratte dal sinodo Pistojese; ripruovare e dannare tutte e singole le proposizioni sopradette nella conformità e significati espressi nella bolla; desiderare, perchè fosse lo scandalo corretto, che la dichiarazione si rendesse pubblica; protestare finalmente voler vivere e morire nella fede della chiesa cattolica, apostolica, romana con sommessione perfetta, ed obbedienza vera a nostro signore papa Pio settimo, ed a' suoi successori, vicari di Gesù Cristo. Ricci stretto dai tempi, e temendo che il rifiuto gli fosse apposto a pertinacia, sottoscrisse. L'aspettavano il papa, e la regina nel palazzo Pitti: il pontefice gittatosegli al collo, l'abbracciava, e fattolo sedere accanto a lui, molto l'accarezzava, della presa risoluzione con esimie espressioni commendandolo. Passate le prime caldezze, consegnava il vescovo nelle mani del pontefice uno scritto, l'importanza del quale era, che per mostrare la obbedienza e sommessione sua alla santa sede aveva volentieri sottoscritto; ma stantechè tutta la sua coscienza riandando, nissuna altra dottrina vi trovava, se non quella che era definita dalla bolla di Pio sesto, per obbligo di verità e di coscienza era obbligato dichiarare, come dichiarava, non mai avere o creduto, o sostenuto le enunziate proposizioni nel senso eretico giustamente condannato dalla bolla, avendo sempre avuto l'intenzione, che se qualche espressione equivoca fosse trascorsa, questa incontanente fosse ritrattata e corretta. Pregare conseguentemente, soggiungeva, il pontefice, accettasse benignamente questa rispettosa dichiarazione, come un'effusione del suo cuore. Appruovò Pio questa seconda dichiarazione, affermando, non dubitare della purezza cattolica di Ricci, e ne farebbe fede al concistoro. Ciò detto, con nuove dimostrazioni accarezzava il vescovo. Scrissegli Pio da Roma lunghe ed affettuose lettere: avere Ricci, affermava, per aver posposto l'amor proprio alla verità, ed alla cristiana obbedienza, ad essere tramandato con gloria alla posterità, ed il suo nome collocato fra quello degli uomini più illustri. Il lodò nell'allocuzione al concistoro; ma il governo Toscano non lasciò stampar l'allocuzione, perchè non si riaccendessero i fuochi spenti, e le disputazioni non si rinnovassero. A questo modo Pio, vittorioso di Napoleone, trionfava anche di Ricci, due avversari potenti, uno per la forza dell'armi, l'altro per la forza delle opinioni. Tuttavia vi rimasero in Italia semi e radici contrarie. I discepoli di Ricci non solamente perseveravano nelle medesime sentenze, ma predicavano, Ricci non avere apertamente ritrattato. In fatti egli è certo, che il vescovo nelle sue giustificazioni per tal modo, sebbene copertamente, favellò, che facilmente si scorgeva, nodrire opinione avversa all'infallibilità del papa, ed a quella pienezza di potestà, che i curialisti di Roma attribuiscono al Romano seggio.

Mentre pel concordato con Francia aveva il pontefice dato sesto alle faccende religiose di quel regno, un altro pensiero mandava ad effetto, dal quale confidava che dovesse risultare molto benefizio alla sedia apostolica; e siccome per l'accordo fatto con Napoleone aveva posto freno alla setta filosofica, così con un'altra deliberazione voleva medicare dalle radici il male, che credeva provvenire dalla setta che l'impugnava, pretendendo le massime e gli usi della chiesa primitiva. La giurisdizione dà ai pontefici Romani nei paesi esteri la potenza esterna, le informazioni e le insinuazioni la segreta. In quest'ultima bisogna molto efficace opera prestavano i gesuiti, perciocchè dall'una parte in virtù degli ordini loro ogni cosa che spiassero, facevano con diligenti informazioni nota al loro generale in Roma, e questi al governo pontificio; dall'altra consigliando i principi, ed ammaestrando la gioventù, tiravano e chi reggeva e chi era retto là dove volevano, soliti a voltar a fini mondani i mezzi della religione. Ordine potentissimo era questo per comandare ai re ed ai popoli, e che dinota in chi primamente il concepì, un capo gagliardo, ed una cognizione profonda delle cose umane. Napoleone stesso col suo disordinato ed incomposto procedere, non ebbe mai, per farsi padron del mondo, pensiero così forte qual ebbero un fraticello di Spagna, ed un preticello di Roma. Adunque i gesuiti, poichè, quantunque spenti, il loro spirito viveva, gran maestri del saper accomodare i consigli ai tempi, con sagacità maravigliosa spargevano; per questo appunto esser nate le rivoluzioni, per questo la rovina dei reali seggi, per questo imperversare una libertà scapestrata, per questo l'anarchia dissolvere ogni buon ordine, perchè era stata soppressa la società loro; per questo la filosofica e la giansenistica piena avere tutto allagato: a sì potenti e sì ostinati nemici i re soli senza il papa, nè il papa solo senza i re, nemmeno i re ed il papa insieme congiunti non poter resistere, se non s'accosta l'opera ajutatrice, e tanto efficace dei gesuiti: sedurre la filosofia gli animi ardenti ed allegri con torre il freno alle passioni, sedurre il giansenismo gli animi ardenti e rigidi con un'apparenza di santimonia e di austerità: non esser padroni i re dell'ammaestrare i giovani a seconda dei pensieri loro, non esser padrone il papa di piegar uomini male ammaestrati: necessario essere l'ajuto di coloro, che radici buone sanno porre negli spiriti, e di quanto gli spiriti concepiscono, e di quanto le mani fanno, possono essere, e sono diligentemente informati: conspirare il volgo contro i potenti, doversi accordare i potenti per resistere al volgo; nè un modo qualunque al grand'uopo poter bastare; richiedersi il più alto, il più stretto, il più generale: soli a questo fine valere i gesuiti; doversi loro chiamare ad instaurazione della società sciolta, a salute dei principi pericolanti, a rannodamento dell'Europa disordinata: o gesuiti, o rivoluzioni da rivoluzioni; nè altro modo di salvamento trovarsi che in loro. Queste cose spargevano, come se il mondo non sapesse, ch'eglino solo allora si facevano i difensori dei sovrani, quando i sovrani si facevano servi di loro.

Lo spavento è mal consigliero, perchè fa velo al giudizio. Alcuni principi mossi dall'artifizioso parlare desideravano i gesuiti, non pensando che per diventar padroni dei popoli, si facevano servi di altrui. Nè anco in questo vi era sicurezza alcuna, poichè solamente le monarchìe cattoliche, in cui vivevano i semi e le radici gittate dai gesuiti, rovinarono per rivoluzioni, non le protestanti, dov'erano ignote le dottrine e le arti loro. Del resto nissuno più apertamente e più tenacemente dei gesuiti sostenne la dottrina, che fosse lecito uccidere certi re. Supplicava il re Ferdinando di Napoli al papa, acciocchè per ammaestrare la gioventù del suo reame nelle rette e salutevoli dottrine, come diceva, vi rinstaurasse, siccome già in Russia aveva fatto, la compagnia di Gesù. Il pontefice facilmente gliene consentiva; un Gabriello Gruber la ordinava; misera condizione degli uomini, che non san trovar rimedio ad un eccesso, se non coll'eccesso contrario. Così fu principiata la risurrezione dei gesuiti dannati da un papa, e da tutti i re, e fu principiata da un re, attivo cooperatore della soppressione, e da un papa uscito dai benedettini, nemici acerrimi dei gesuiti; opera, come strana nel principio, così immensa nel risultamento. Se ciò fia con utile dell'umana società i nostri nepoti il vedranno; ma se si debbe giudicare del futuro dal passato, pensieri sinistri debbono annuvolar la mente degli uomini savj, che amano la quiete degli stati, l'independenza dei principi, la libertà dei popoli.

Mentre il pontefice s'ingegnava di confermare la potenza novellamente riacquistata, nuove ferite si apprestavano alla sanguinosa Europa. L'assunzione di Napoleone al trono imperiale di Francia, aveva sollevato gli animi di tutti i potentati, e dato loro cagione di temere nuovi sovvertimenti, e nuova servitù. Solo la Prussia se ne contentava e se ne rallegrava, perchè credeva, che più stabile fondamento all'ingrandimento dei suoi stati fosse la nuova potenza di Napoleone, che l'antica dell'Inghilterra e della Russia. Due cose massimamente si scorgevano nell'esaltazione ed incoronazione di Napoleone; era la prima, che per loro si veniva a torre ogni speranza del veder restituiti i Borboni, l'altra che avendo acquistato l'autorità imperiale, aveva ridotto in mano sua maggiore forza a far muovere i popoli della Francia dovunque egli volesse; nè che fosse per usarne moderatamente, da nissuno si confidava, manco dall'Austria. Oltre a questo si pensava, che non fosse prudente di dar tempo a Napoleone, onde mettesse radici sul suo imperio. Si portava opinione, che i repubblicani di Francia, e gli amatori del nome Borbonico a quell'imperiale capriccio di Napoleone si fossero risentiti, e divenuti meno inclinati ad ajutarlo, quando si venisse ad una nuova mossa d'armi. Si conosceva ch'egli non era uomo da non usare efficacemente la sua fresca potenza per solidarla, e che se gli si desse tempo, sarebbe stato non che difficile, impossibile il frenarlo. Nè egli pel desiderio ardentissimo del comandare troppo s'infingeva. Il suo procedere già era da imperatore d'Occidente. Questo voler significare, argomentavano, quegl'onori di Carlomagno offerti il giorno dell'incoronazione tanto a Parigi, quanto a Milano, questo la corona ferrea dei Lombardi, questo i motti che metteva fuori già fin d'allora, che l'Italia fosse vassalla del suo impero. Aggiungevansi nella mente dell'imperatore Alessandro alcune ragioni particolari di tenersi mal soddisfatto dell'imperator Napoleone, delle quali la principale consisteva nella uccisione del duca d'Anghienna, giovane di sua età, e da lui specialmente conosciuto, ed amato. Da questi motivi era sorto nelle principali potenze d'Europa il desiderio di una nuova collegazione a difensione comune, ed a conservazione degli antichi stati contro la Francia, il cui fine era o di accordarsi con Napoleone, se qualche termine di buona composizione a beneficio dell'independenza dei consueti sovrani con lui si potesse trovare, o di venire con esso lui al cimento dell'armi, quando ancora era tenero su quel suo sovrano seggio. Nè l'Inghilterra mancava a se stessa, non solo per l'antica nimicizia, ma ancora pel pericolo che pareva sovrastare al cuore stesso del suo stato; conciossiachè avesse Napoleone raccolto un esercito molto grosso sulle coste della Picardìa e della Normandìa, minacciando d'invasione i tre regni. Nè era privo di un sufficiente navilio, avendo allestito, oltre alla grosse navi di guerra, una quantità considerabile di legni minori. Secondavano le intenzioni dell'imperatore con calore grandissimo i popoli di Francia con proferte di denari e di navi. Guglielmo Pitt, che a questo tempo reggeva i consiglj del re Giorgio, aveva questo moto in poco concetto, conoscendo, che pel prepotente navilio d'Inghilterra difficile era l'approdare, più difficile l'acquistare piè stabile nell'isola, prima che le sorti fossero definite. Ciò non ostante l'apparato di Francia travagliava la nazione, ed interrompeva i traffichi. Per la qual cosa intendeva con tutto l'animo a suscitar nuovi nemici, e ad ordinare una nuova lega contro la Francia. A questo fine, e già fin del mese d'aprile era stato concluso a Pietroburgo tra la Russia e l'Inghilterra un accordo, col quale si erano obbligate ad usare i mezzi più pronti ed efficaci per formare una lega generale, e che per conseguire quest'intento adunassero cinquecentomila soldati, non compresi i sussidj d'Inghilterra; il fine fosse d'indurre, o costringere il governo di Francia alla pace, e ad una condizione in Europa, in cui nissuno stato preponderasse sopra gli altri; evacuasse Napoleone l'Annoverese e la settentrionale Germania, rendesse independenti l'Olanda e la Svizzera, restituisse il re di Sardegna con qualche accrescimento di territorio, desse sicurezza al re di Napoli, sgombrasse da tutta Italia, compresa l'isola d'Elba. Già la Svezia e l'Austria erano entrate in questa lega. Prima però che all'aperta rottura si venisse, sì per vedere se ancora qualche modo di onesta composizione vi fosse, e sì per aver comodità di fare i necessarj apprestamenti, e di dar tempo agli ajuti di Russia di arrivare, si deliberarono gli alleati a mandare a Parigi il barone di Novosiltzoff, perchè le proposte loro vi recasse, e di un accordo conforme l'imperator Napoleone sollecitasse.

Già era l'inviato dei confederati giunto a Berlino, quando sopraggiunsero le novelle dell'unione di Genova all'imperio di Francia; accidente contrario alle dichiarazioni di Napoleone, ed agli interessi dell'Austria in Italia. Arrestossi a tale improvvisa notizia Novosiltzoff, donde, fatto sapere all'imperatore Alessandro il fatto, era tostamente richiamato a Pietroburgo. Per questo medesimo accidente, e pel caso di Lucca, che poco dopo si seppe, l'Austria più strettamente si congiungeva con la Russia. Incominciarono i discorsi politici soliti a precedere le guerre. Mandò dicendo l'Austria a Napoleone, desiderare cooperar con la Russia e con l'Inghilterra al fine di un onesto e securo pacificamento d'Europa: ciò avere desiderato prima della unione di Genova e di Lucca, ciò ancora e molto più desiderare dopo. A tali mortificazioni si risentiva Napoleone: rispondeva, poco sperare dalla Russia, e dall'Inghilterra; l'Austria potere sforzarle a consigli pacifici, perchè per venir contro Francia dovevano passare pe' suoi territorj: ma non potersi fidar dell'Austria; armare lei in Polonia, ingrossare fuor di misura in Italia, empiere il Tirolo di soldati: se pur pace volesse, tirasse indietro dal Tirolo Italiano e Tedesco i reggimenti novellamente mandati, cessasse ogni fortificazione nuova; restituisse al pacifico numero i soldati posti alle stanze nella Stiria, nella Carintia, nel Friuli, e nei territorj Veneti; dichiarasse all'Inghilterra, volersene star neutrale.

Da questi discorsi si vedeva, che poca speranza restava di pace; nè Napoleone era uomo capace di disfare per minacce ciò che aveva fatto, nè l'Austria si voleva tirar indietro dalle sue risoluzioni, sapendo che Alessandro già aveva avviato verso i suoi confini due eserciti ciascuno di cinquanta mila soldati. Insorgeva adunque più vivamente ed a Napoleone rappresentava il suo desiderio d'amicizia con Francia, di pace di tutta Europa; ma essersi violato per gli ultimi accidenti in Italia il trattato di Luneville, promettitore d'independenza per la Italiana repubblica; essersi con nuove rovine di stati independenti spaventata l'Italia: non dovere una sola potenza arrogarsi il diritto di regolare da se gl'interessi delle nazioni con esclusione delle altre; richiedere la Francia dell'osservazione dei patti; richiederla della dignità e dei diritti delle altre potenze; offerire a norma delle condizioni stipulate la concordia, offerirla ora, che con le armi ancora non si contendeva, offerirla quando già si combattesse, e sempre essere parata a convenire, salvi i trattati conclusi, e l'independenza delle nazioni.

Seguitarono queste protestazioni altri discorsi sul medesimo andare da ambe le parti, nei quali e il desiderio di pace, ed il rispetto pei dritti altrui si pretendevano. Intanto le armi si apprestavano. L'imperatore di Francia, che con la celerità aveva sempre vinto, vedendo la nuova lega ordita contro di lui, e la guerra inevitabile, stando coll'animo riposato dal canto della Prussia, che accecata dalla cupidigia di avere l'altrui, falsamente giudicava della natura di Napoleone, ordinò incontanente all'esercito raccolto sulle coste di Francia verso l'Inghilterra, marciasse in Alemagna, soccorresse alla Baviera minacciata dall'Austria, ributtasse la forza colla forza. Poco dopo, descritti nuovi soldati, si avviava egli medesimo verso i campi d'Alemagna, sapendo quanta mole della guerra fossero il suo nome ed il suo valore. Dal canto suo l'Austria commetteva all'arciduca Ferdinando, giovane animosissimo, l'esercito Germanico, dandogli per moderatore della sua gioventù il generale Mack, nel quale l'imperatore Francesco, piuttosto per industri parole che per egregi fatti, aveva molta fede.

Dalla parte d'Italia, le condizioni delle cose militari erano le seguenti. L'Austria, considerato quanta efficacia fosse per avere il nome dell'arciduca Carlo, lo aveva preposto all'esercito Italico, schierato sulle rive dell'Adige. I forti passi del Tirolo erano dati in guardia all'arciduca Giovanni con una grossa schiera congiungitrice dei due eserciti Germanico ed Italico. Si era fatto disegno, che a queste forze si accostasse sbarcando in qualche parte d'Italia, un grosso ajuto di Russi e d'Inglesi, che allora erano raccolti nelle isole di Corfù e di Malta. Ma Napoleone, contuttochè principal cura avesse delle cose di Germania, non pretermise quelle d'Italia, e poichè seppe che l'arciduca Carlo era stato posto al governo della guerra, avendo più fede nella fortuna di Massena che in quella di Jourdan, surrogava il capitano Italico al capitano Germanico. Mandava intanto nuovi soldati, per modo che tra Francesi ed Italiani Massena aveva un esercito fiorito, ed uguale pel numero all'Alemanno, che sommava circa a ottanta mila soldati. Stavasi Massena alloggiato sulla destra dell'Adige, pronto a tentar il passo, come prima fosse dato il segno della battaglia. L'imperatore di Francia, che in tutte le sue guerre poco curandosi delle estremità, ed amando le guerre grosse piuttosto che le sparse, badava sempre al cuore, perchè sapeva che a chi n'andava il cuore, ne andavano anche le estremità, fece disegno d'ingrossare sull'Adige, con mandarvi quella parte che sotto Gouvion San Cyr alloggiava nel regno di Napoli. Il che, perchè con sicurtà potesse eseguire, aveva con sue pratiche, e per mezzo del marchese del Gallo, ambasciadore del re a Parigi, indotto Ferdinando a sottoscrivere un trattato di neutralità. S'obbligava per quest'accordo il re a starsene neutrale durante la presente guerra, a respingere colla forza ogni tentativo fatto contro la sua neutralità, a non permettere che alcuna truppa nemica sbarcasse, o ne' suoi regni entrasse, a non ricettare ne' suoi porti alcuna nave nemica, a non commettere i suoi soldati, o le sue piazze ad alcun ufficiale o Russo, od Austriaco, o d'altra potenza nemica, ed in questo capitolo s'intendessero anche compresi i fuorusciti Francesi; il che particolarmente accennava al conte Ruggiero di Damas. Dalla parte sua Napoleone, fidandosi, come si spiegava, nelle obbligazioni e promesse del re, consentiva a sgombrar il regno dei suoi soldati, ed a consegnare i luoghi occupati agli ufficiali Napolitani. Si obbligava oltre a ciò, e prometteva di conoscere, ed aver per neutrale nella guerra presente, il regno delle due Sicilie. San Cyr marciava verso l'Adige.

I discorsi secondo il solito precedevano le armi, moderati dal canto dell'arciduca, più vivi da quello del capitano Napoleonico. Quando poi già le armi suonavano in Alemagna, e già la Baviera era invasa dagli Austriaci, il principe Eugenio, vicerè d'Italia, pubblicava con parole aspre contro l'Austria la guerra. Avere Vienna contro il popolo Francese, contro il popolo Italiano risoluto la guerra: la casa d'Austria, prevalendosi della nobile sicurezza e confidenza di Napoleone imperatore, invadere i territorj di un principe dell'impero, solo perchè fedele ai trattati, amico ed alleato si era conservato all'imperator dei Francesi, ed al re d'Italia: ma non dubitassero, continuava dicendo, Napoleone guidare gli eserciti; sopra di loro lui riposarsi, sopra di lui riposassero, combattere a favor suo Iddio sempre terribile agli spergiuri; combattere la sua gloria, la sua mente, la sua giustizia, il suo valore, combattere finalmente la fedeltà e l'amore de' suoi popoli; saranno, terminava, i nemici vinti.

Già si combatteva aspramente in Germania, quando ancora si riposava dall'armi in Italia; imperciocchè a petizione dell'arciduca, che desiderava, prima di combattere, sapere a qual via s'incamminassero gli accidenti della guerra Germanica, si era fatto tra lui e Massena un accordo, perchè le offese non si potessero cominciare prima dei diciotto ottobre. Grande errore degli Austriaci fu questo, perchè cercar definizione di fortuna in un sol luogo, potendo in molti, non fu mai prudente consiglio. Aggiunge gravezza all'errore la congiunzione di San Cyr con Massena, alla quale per l'indugio si poteva dar luogo prima del combattere. Non commise simile errore Napoleone, che con incredibile velocità dalle spiagge marittime della Picardìa alle sponde del Danubio viaggiando, arrivò, e combattè gli Austriaci innanzi che i Russi giungessero sul campo di battaglia in ajuto loro. Dall'errore dell'Austria nacque, che l'arciduca fu, pei fatti di Germania, prima superato che combattuto.

Già vincevano le Napoleoniche stelle. L'imperatore dei Francesi arrivando in Alemagna innanzi che gli Austriaci avessero avuto tempo di riuscir oltre i passi della Selva Nera, e di fortificargli, si avventava, in ciò mostrando, oltre la celerità, una grandezza di militari concetti straordinaria, contro il nemico tante volte vinto. Trovossi Mack in pochi giorni cinto da ogni parte, segregato da Vienna, ridotto dentro le mura di Ulma. Aveva vinto Napoleone una prima battaglia a Vertinga, una seconda a Gunsburgo. Due accidenti principalmente gli avevano aperto l'adito a queste vittorie, l'aiuto dei Bavari, e l'aver calpestato, stimando più il vincere che l'osservanza della fede, la neutralità della Prussia a Bareit e ad Anspach: il primo fu cagione che i Francesi riuscissero sulla destra ad Augusta ed a Monaco, sulla sinistra a Novoburgo, Ingolstadt e Ratisbona, quinci e quindi alle spalle degli Austriaci. Per tale guisa non solamente furono serrati gli Austriaci, ma fu ancora Mack separato dall'arciduca Giovanni.

Spuntava appena il giorno diciotto ottobre, termine della tregua, che sapendo già Massena, essersi venuto alle mani in Germania con prospero successo de' suoi compagni, si deliberava a cominciar la guerra. Alle quattro della mattina, dando due assalti uno sotto, l'altro sopra Verona, si accingeva a sforzare sul mezzo il passo.