Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V
Part 21
Presa in Monza la ferrea corona, e non senza solenne pompa a Milano trasportata, si apriva l'adito all'incoronazione. La domenica ventisei di maggio, essendo il tempo bello, ed il sole lucidissimo, s'incoronava il re. Precedevano Giuseppina imperatrice, Elisa principessa in abiti ricchissimi; ambe risplendevano di diamanti, dei quali in Italia meno che in qualunque altro paese avrebbero dovuto far mostra. Seguitava Napoleone portando la corona imperiale in capo, quella del regno, lo scettro, e la mano di giustizia in pugno, il manto reale, di cui i due grandi scudieri sostenevano lo strascico, in dosso. L'accompagnavano uscieri, araldi, paggi, ajutanti, mastri di cerimonie ordinari, mastro grande di cerimonie, ciamberlani, scudieri pomposissimi. Sette dame ricchissimamente addobbate portavano le offerte; ad esse vicini con gli onori di Carlomagno, d'Italia, e dell'imperio procedevano i grandi ufficiali di Francia e d'Italia, e i presidenti dei tre collegi elettorali del regno. Ministri, consiglieri, generali accrescevano la risplendente comitiva. Ed ecco Caprara cardinale affaccendatissimo, e rispettoso in viso, col baldacchino, e col clero accostarsi al signore, e sino al santuario accompagnarlo. Non so se alcuno in questo punto pensasse, avere da questo medesimo tempio Ambrogio santo rigettato Teodosio tinto del sangue dei Tessalonici; ma i prelati moderni non la guardavano così al minuto con Napoleone. Sedè Napoleone sul trono, il cardinale benediceva gli ornamenti regj. Saliva il re all'altare, e presasi la corona, ed in capo postolasi, disse queste parole, che fecero far le maraviglie agli adulatori, cioè a tutta una generazione: _Dio me la diede, guai a chi la tocca_. Le divote volte in quel mentre risuonavano di grida unanimi d'allegrezza. Incoronato, givasi a sedere sopra un magnifico trono alzato all'altro capo della navata. I ministri, i cortigiani, i magistrati, i guerrieri l'attorniavano. Le dame specialmente, in acconce gallerìe sedute, facevano bellissima mostra. Sedeva sopra uno scanno a destra Eugenio vicerè, figliuolo adottivo. A lui siccome a quello a cui doveva restare la suprema autorità, già guardavano graziosamente i circostanti. Onorato e speciale luogo ebbero nell'imperial tribuna il doge, ed i senatori Liguri; stavano con loro quaranta dame bellissime e pomposissime. Giuseppina ed Elisa in una particolar tribuna risplendevano. Le volte, le pareti, le colonne sotto ricchissimi drappi si celavano, e con cortine di velo, con frange d'oro, con festoni di seta s'adornavano. Grande, magnifica, e maravigliosa scena fu questa, degna veramente della superba Milano. Cantossi la solenne messa, giurò Napoleone; ad alta voce dagli araldi gridossi: «Napoleone primo imperatore dei Francesi, e re d'Italia è incoronato, consecrato, e intronizzato; viva l'imperatore e re». Le ultime parole ripeterono gli astanti con vivissime acclamazioni tre volte. Con questo splendore, e con quel di Parigi oscurò e contaminò Buonaparte tutte le sue Italiane glorie; conciossiachè a colui, che od in pace, od in guerra, non per la patria, ma per lui s'affatica, anzi questo nell'abbominevole suo animo si propone, di servirsi dei servigj fatti a lei per soggettarla, e porla al giogo, il mondo e Dio faran giustizia; sono queste azioni scelerate, non gloriose. Se piacquero all'età, dico, che l'età fu vile. Terminata la incoronazione andò il solenne corteggio a cantar l'inno ambrosiano nell'ambrosiana chiesa. La sera, Milano tutta festeggiava: fuochi copiosissimi s'accesero, razzi innumerevoli si trassero, un pallone aereostatico andava al cielo; in ogni parte canti, suoni, balli, tripudj, allegrezze. A veder tante pompe si facevano concetti d'eternità; già gli statuali si adagiavano giocondamente sui seggi loro.
Mentre con lusinghe e con onori s'intrattenevano in Milano il doge, ed i Liguri legati, per un concerto con gli aderenti più fidi, un empio fatto si tramava. Sollevava Napoleone a cose nuove la travagliata Liguria. Vi si spargevano prima parole, poi aperti discorsi intorno alla necessità dell'unione con Francia. Questo avevano significato le parole di Napoleone, quando pochi giorni prima favellando al suo senato in Parigi aveva detto, nissuna nuova provincia dover essere aggiunta al suo impero. Allegavasi per suggestione e comandamento di lui da uomini prezzolati nelle Liguri province, allora essere stata perduta la independenza, quando fu fatta la rivoluzione; d'allora in poi essere stata sotto diversi nomi, e reggimenti diversi Genova serva; aver lo stato più pesi, che portar possa da se; potergli portare facilmente congiunto con Francia; sperarsi invano che il potente non manomettesse il debole; di ciò manifeste testimonianze aver dato l'Austria, che venne come amica, la Francia come alleata; ripugnare la natura umana, sempre superba, ai moderati desiderj, nè la giustizia regnare in chi troppo può; essere cangiate le sorti d'Europa; preponderare oltre modo la Francia, già abbracciare stringere da ogni parte pel Piemonte unito, e pell'Italico regno obbediente l'esile Liguria; che starsi a fare, che non si domanda l'unione a Francia! Giacchè non più si può comandare da se, savio consiglio essere il comandare con altrui; le umili Genovesi insegne non rispettarsi sui mari dai barbari buttati fuori dalle caverne Africane, rispettarsi le Francesi, i Napoleonici segni avere a render sicuri i Liguri navilj; così una sola deliberazione politica essere per fare ciò che le antiche armi della repubblica più non potevano. A queste parole si aggiungevano le adulazioni sulla felice condizione di esser posti al freno di Napoleone eroe. Le giurisdizioni domandavano l'unione con Francia, supplicava il senato Napoleone, la decretasse.
Avendo le arti e i comandamenti del signore di Francia e d'Italia sortito l'effetto loro, acciocchè dai Genovesi s'implorasse quello, che l'imperatore aveva ordinato che implorassero, comparivano al suo cospetto in Milano il dì quattro giugno i Liguri legati. Girolamo Durazzo doge, serbato dai cieli a veder ii fine della sua nobil patria, ed al quale erano state celate le arti usate in Liguria, dopochè egli era venuto a Milano, tutto pallido e sgomentato in cotal guisa orava: «Portano i Liguri legati ai piedi di Vostra Maestà Imperiale e Reale i voti del senato e del popolo Ligure. Prendendo il carico di rigenerar questo popolo, voi vi addossate anche quello di farlo felice. A questo solo il possono condurre la sapienza ed il valor vostro. Le mutazioni introdotte nei popoli vicini, da loro intieramente segregandoci, rendono la condizione nostra infelice, e necessariamente richieggono la nostra unione con questa Francia, che voi tanto glorificate. Questi sono i desiderj del popolo Ligure, questi ei manda ad esprimere all'augusto cospetto vostro, questi per noi vi prega di esaudire. Le ragioni che a questa deliberazione ci muovono, pruovano all'Europa, ch'ella non è l'effetto di alcun impulso straniero, ma bensì il necessario risultamento della nostra condizione presente. Degnatevi, o Sire, udire benignamente la voce di un popolo, che nel tempi più difficoltosi sempre si mostrò affezionato alla Francia: unite all'imperio vostro questa Liguria, primo campo delle vostre vittorie, primo grado del trono, sopra il quale vi siete per la salute di tutte le civili società seduto. Siate, supplichiamovene, verso di noi tanto benigno, che consentiate a darci la felicità, che dall'esser vostri sudditi deriva: nè più devoti, nè più fedeli potrebbe la Maestà Vostra trovarne.»
Dettesi queste umili parole dal miserando doge, e porti i suffragi del Ligure popolo al signore, rispondeva Napoleone: essere da lungo tempo venuto a parte delle faccende del Liguri, a buon fine sempre averle indirizzate; essersi accorto, che per loro era impossibile, che qualche cosa degna dei padri loro facessero: l'avara Inghilterra chiudere a piacer suo i porti, infestar i mari, visitar le navi: le Africane rapine andare ogni ora più crescendo: essere servitù nell'independenza Ligure: essere necessità ai Liguri di unirsi ad un popolo potente: adempirebbe i loro desiderj, gli unirebbe al suo gran popolo volentieri, memore dei servigi prestati: tornassero nella loro patria: visiterebbegli fra breve, suggellerebbe la felice unione in Genova.
Lessersi i voti. A cagione che la Liguria non ha forza sufficiente per mantenere la sua independenza, che gl'Inglesi non riconoscono la repubblica, che chiuso è il mare dai Barbari, la terra dalle dogane, supplicare il senato all'imperatore e re, la Liguria al suo impero unisse. Seguitavano le condizioni: si soddisfacesse dallo stato ai creditori Liguri, come a quei di Francia: si conservasse il porto franco di Genova; nell'accatastare si avesse riguardo alla sterilità delle terre Liguri, ed al caro delle opere; si togliessero le dogane e le barriere tra la Francia e la Liguria; si descrivessero i soldati solamente all'uso di mare; si regolassero per modo i dazi sugli introiti e sulle tratte, che i proventi e le manifatture della Liguria ne sentissero beneficio, le cause sì civili che criminali si terminassero in Genova, od in uno dei dipartimenti più vicini dell'impero; gli acquistatori dei beni nazionali fossero indenni e sicuri nel possesso, e nella piena proprietà di loro. Avviluppossi Napoleone, rispondendo, nelle ambagi, perchè dei patti della dedizione solo voleva osservar quelli ch'ei voleva, non quelli che volevano i Liguri. Intanto desiderando mitigare l'acerbità del fatto con un uomo di temperata e prudente natura, mandava a Genova il principe Lebrun, arcitesoriere dell'impero, perchè lo stato nuovo ordinasse a seconda delle leggi Francesi.
Restava, che con le feste si celebrasse la perduta patria. Arrivava Napoleone il dì trenta di giugno a Genova, tratto dal diletto di udire le Genovesi adulazioni, e di vedere popoli servi. Tutta la città si muoveva per vederlo. Veniva dalla Polcevera: l'incontrava la cavallerìa a Campo Marone; le campane suonavano a gloria, i cannoni rimbombavano, le fregate e i legni minori sorti nel porto esultando mareggiavano: chi traeva alle ambizioni si componeva nei sembianti; le Genovesi donne attentamente il guardavano per giudicare di che cosa sapesse; del popolo chi si maravigliava, chi diceva arguzie da marinaro. Succedevano le adulazioni dei magnati. Michel Angelo Cambiaso, creato sindaco da Lebrun, si appresentava con le chiavi: Genova superba per sito, essere ora superba per destino, disse: darsi ad un eroe: avere gelosamente e per molti secoli custodito la sua libertà: di ciò pregiarsi; ma ora molto più pregiarsi, le chiavi della città regina in mano di colui rimettendo, che savio e potente più di ogni altro valeva a conservargliela intatta e salva. Rispose benignamente, restituì le chiavi. Spina, cardinale arcivescovo, sulla soglia della chiesa di San Teodoro aspettandolo, col sacro turibolo l'incensava. Luigi Corvetto presidente del consiglio generale, venuto alla presenza del signore, favellava, avere lui liberato il buon popolo di Genova, averlo in figliuolo adottato; essere quivi in mezzo a' suoi figliuoli, dimenticare il Genovese popolo le passate calamità; ogni altro affetto in questo solo affetto comporsi dello amore dell'imperatore e re; per questo essere i Genovesi sudditi deditissimi; per questo i doveri più sacri affortificarsi dalle affezioni più dolci: non isdegnasse, pregava, la semplicità delle parole loro: eroe, sovrano, e padre, in buon grado accettasse il tributo dell'ammirazione, dell'amore, e della fedeltà loro. Poscia a nome proprio, e di Bartolomeo Boccardi, uomo di non mediocre ingegno, e stato sempre dedito alla parte Francese, Luigi Corvetto medesimo pregava felicità per la sua patria, chiamando Napoleone più grande di Cesare, e confortandolo a cambiare l'antica cesarea divisa in quest'altra _venni, vidi, felicitai_. Piacque la squisita lusinga: Luigi Corvetto fu creato consiglier di stato. Bene ne occorse ai Liguri, che, perduto l'antico nome, trovarono in Corvetto chi affettuosamente gli amava, chi prudentemente gli consigliava, e chi utilmente appresso al signor del mondo gli avvocava, non a sdegni, nè ad antichi rancori in tempi tanto solenni servendo, ma solamente al benefizio dei suoi compatriotti risguardando.
Queste smodate lodi a viso scoperto con tanta franchezza si ascoltava Napoleone, ch'io non so qual fronte fosse la sua. Alloggiava al palazzo Doria a quest'uopo diligentissimamente preparato. Terminati i complimenti si veniva alle feste. Incominciossi dal mare. Faceva magnifica mostra un tempio, che di Nettuno, o Panteon marittimo chiamarono: eretto sopra un tavolato di navi, senza però che ciò apparisse, perciocchè pareva fondato sopra un verdeggiante suolo, se ne andava sulle marine acque per forza d'ignoti ordigni galleggiando. Una gran cupola aveva per colmo, sedici colonne d'ordine Jonico il sostentavano, le immagini dei marini Dei l'adornavano. Sulle due facce interna ed esterna della cupola si leggeva una inscrizione, parto del padre Solari, la quale significava, i Liguri augurare a Napoleone imperatore e re l'imperio del mare, come già si aveva quello della terra. Opera bella ed ingegnosa fu questo tempio: sopra di lei, condotta che fu in mezzo al porto, sedeva Napoleone, i circostanti festeggiamenti rimirando. Quattro isolette, che rappresentavano quattro giardini cinesi adorni di palme, cedri, limoni, melaranci, melagrani, rinfrescati da zampilli di acque limpidissime, coperti da una cupola listata di più colori, ed adornata da quantità mirabile di campanelli, che messi in moto dal continuo aggirarsi della macchina con dolce concento tintinnavano continuamente, givano con morbide giravolte ora qua, ora là a galla ondeggiandosi. Un numero innumerabile di battelli, burchietti, schifetti, liuti, gondolette in varie guise ed elegantemente ornate, facevano che alla instabilità del mare nuova instabilità di barche e di vele si aggiungesse, e mille variati aspetti ad ogni momento agli occhi dei risguardanti si raffigurassero. S'apriva la regata, o vogliam dire, gara di navi in numero di sei: partite dalle tre porte di mare, due da ciascuna con velocità maravigliosa contesero della vittoria, vinse la bandiera del ponte di Spinola: gli applausi e le grida festose montavano ai cielo. Fecesi notte intanto: diventò più bello lo spettacolo. Lumiere di cristallo, che fra le colonne del galleggiante tempio stavano sospese, subitamente accese gittavano sulle incostanti acque, che con lampi di vario colore gli rimandavano, raggi di abbondante e rallegratrice luce. Le cupolette dei giardini anch'esse illuminate consentivano con la sopravvanzante luce del tempio. Fuochi in aria a forma di stelle, secondochè insegna Vitruvio, si volteggiavano intorno al tempio, ed ai quattro giardini cinesi. Le agili barchette, poste fuori anch'esse i lumi loro, facevano apparire giri, guizzi, e baleni, che con la piena luce dei tempio, e delle isolette da un canto si confondevano, dall'altro a chi d'in sulle spiagge di lontano mirava, l'oscurità della notte con la immagine d'innumerevoli e vaganti stelle tempestavano. Alla dolce vista consuonava un soave ascoltare: imperciocchè dalle cinesi isolette uscivano suoni e concenti giocondissimi mandati fuori dai petti, e dagli appositi strumenti di musici vestiti alla Cinese. Al tempo stesso le mura della città risplendevano per una immensa luminaria; i palazzi e le case quasi tutte avevano anch'esse i lumi accesi a festa: tutto l'anfiteatro della superba Genova con maraviglioso splendore rispondeva ai marini splendori. La torre della Lanterna accesasi ad un tratto da innumerevoli lumi con bel disegno ordinati, trasse a se gli occhi dei festeggianti spettatori, che con intense grida applaudirono. Accrebbe la maraviglia, che bentosto prese a buttar fuoco dalla cima a guisa di volcano, come se veramente volcano fosse. Nè i fuochi artificiati furono la parte meno notabile del magnifico rallegramento; poichè due bellissimi tempj di fuoco sorsero improvvisamente dalle due punte dei moli, ed altri fuochi con mirabile artificio apprestati, ora si tuffavano nelle acque, ed ora più vivi che prima fossero, ne uscivano. Così fra il molle ondeggiare, il vago risplendere, il giocondo suonare, nasceva una scena, a cui niuna può esser pari in dolcezza ed in grandezza.
Stette in queste allegrezze Napoleone sino alle dieci della sera: poi sceso dal marino tempio se ne giva al magnifico palazzo di Girolamo Durazzo, dove trovò nuovi e squisiti onori, nuova e squisita adulazione. Festeggiavano con maggior pompa la servitù, che mai avessero festeggiato a libertà, il che non dee recar maraviglia; la libertà piace a tutti, e nissuno vuol piacere a lei; il dispotismo piace a nissuno, e tutti vogliono piacere a lui. Diessi un festino sontuoso a Napoleone nel palazzo pubblico in quel luogo stesso, dove i maggiori della spenta repubblica tante volte prudentemente e fortemente sulle più gravi faccende di lei avevano deliberato. Intervennero Giuseppina di Francia, Elisa di Piombino. Fu allegra la festa; se mescolata di antiche ricordanze, io non lo so. Cantossi l'inno Ambrosiano nella cattedrale di San Lorenzo. Quivi giurarono nelle parole dell'imperatore l'arcivescovo, ed i vescovi. Poi dispensò le insegne della legion d'onore, più eccelse a Durazzo, Cambiaso, Celesia, Corvetto, Serra, Cattaneo, arcivescovo Spina: presentò con dorate gioje Cambiaso, Durazzo, Corvetto, Gentile: questi furono i premj, e i segni della spenta patria. Comandò che si restituisse la statua d'Andrea Doria; quest'affronto mancava ad Andrea atterrato dai giacobini, rinnalzato da Napoleone. Contento allo aver fatti servi, e veduto comportarsi da servi i Genovesi, se ne tornava Napoleone per Torino ai suo imperiale Parigi. Rimase al governo di Genova il principe Lebrun, il quale temperatamente secondo la natura sua procedendo, diede norma allo stato nuovo riducendolo alla forma di Francia: ordinò con prediletto pensiero l'università degli studj; vedeva i professori volentieri: tra il bene operare ed il buon ricompensare cresceva il zelo ed in chi ammaestrava, ed in chi era ammaestrato; l'università Genovese diventò fiorente. Passarono alcuni mesi tra l'introduzione degli ordini Francesi, e la unione alla Francia: finalmente orando Regnault di San Giovanni d'Angely, decretava il dì quattro ottobre il senato, che i territorj Genovesi fossero uniti al territorio di Francia. A questo modo finì uno dei più antichi stati, non che d'Italia, d'Europa. Gl'innorpellamenti non mancarono nella bocca di Regnault: fra tutti fu lepidissimo il suo trovato, che la Francia distruggeva l'independenza di Genova, questo appunto significavano le sue parole, perchè l'Inghilterra non la rispettava. Fu lieto il principio; per la potenza di Napoleone tornarono in patria i Genovesi, schiavi della crudele Africa.
La repubblica di Lucca anch'essa periva: così si verificava il detto di Napoleone, che le monarchìe non potevano vincere le repubbliche. Diè primieramente Piombino ad Elisa sorella, poi Lucca e Piombino a Bacciocchi ed Elisa. Fossevi in Lucca un senato: soldati non vi si scrivessero, ma tutti fossero soldati; tassa e tributo nissuno vi si pagasse se non per legge. Le cariche, salve le giudiziali, non si potessero conferire se non ai Lucchesi; principi di Lucca fossero Bacciocchi ed Elisa: nella nobile Lucca Bacciocchi dominava.
Animato dall'osare, viemmaggiormente osava Napoleone: avviava Parma all'unione con Francia: le leggi Francesi vi promulgava; già le ambizioni Parmigiane si voltavano alla fonte Parigina, Moreau di san Mery secondava l'imperatore piuttosto per piacere a lui, che a se, perchè amava il comandare assai più che a modesto ed attempato uomo si convenisse; ma dolce era il cielo, dolci gli abitatori, dolce il comandare.
Mentre con trionfale pompa scorreva per l'Italia Napoleone, e gl'Italiani stati rovinavano, tornava nella sua Romana sede il pontefice Pio. Parlò agli adunati cardinali delle cose fatte e delle cose sperate, molto beneficio per la religione, e per la Romana chiesa dal suo Parigino viaggio promettendosi. Ordinate le faccende religiose in Francia, aveva desiderato di compor quelle, che più vicino a lui avevano romoreggiato, e gettato anzi larghe radici in tutte le parti d'Italia: quest'erano le differenze tra la santa sede, e Ricci vescovo di Pistoja. Aveva papa Pio sesto gravemente censurato con la sua bolla _auctorem fidei_ le proposizioni del sinodo di Pistoja, massimamente l'ottuagesima quinta; colla quale il sinodo dichiarava aderirsi alle quattro proposizioni del clero di Francia. Quando poi la Toscana se ne viveva sotto la reggenza imperiale fondatavi dai Tedeschi, era stato il Ricci confinato nella sua villa dì Rignano. L'arcivescovo di Firenze instantemente il confortava, e gravemente anche l'ammoniva, si ritratasse. Il vescovo, stando sui generali, affermava, non avere mai avuto le opinioni, che uomini perversi gl'imputavano: essere di mente, come di cuore e di coscienza cattolico. Frattanto morto Pio sesto, ed assunto al trono pontificale Pio settimo, scriveva, per mezzo del prosegretario Consalvi, nuove lettere al nuovo pontefice, protestando della sua riverenza verso l'autorità pontificia, fondata, come diceva, su quella sacra scrittura, della sua adesione a tutte le verità cattoliche, e dell'integrità della sua fede ortodossa. Queste cose scriveva parte perchè, salva qualche restrizione mentale in lui, erano vere, parte perchè la reggenza di Toscana, che procedeva molto vivamente, lo spaventava: erano tempi molto diversi dai Leopoldiani. Non soddisfecero le lettere. Gli si scrisse da Roma, o in modo formale e speciale gli errori del sinodo ritrattasse, o il papa rigorosamente procederebbe contro di lui con le censure. Gli fe' poi sentire da Toscana, che se non accedesse senza indugio alcuno alle domande di Roma, sarebbe stato portato in castel Sant'Angelo, per modo che non vedrebbe più lume. Quest'erano le intimazioni della reggenza. In su questo, vennero novellamente i Francesi ad occupar la Toscana. Compose allora il vescovo una nuova e più lunga apologìa, nella quale ad una ad una esaminando le ottantacinque proposizioni, le affermava ortodosse. Sulla ottuagesimaquinta, e rispetto a quanto s'attiene alla dichiarazione del clero di Francia, protestava, non credere aver fatto ingiuria a quell'illustre chiesa, la sua dottrina accettando: avere il gran Bossuet, al quale la comunione cattolica per tanti segnalati servigj restava obbligata, i quattro articoli difesi e mantenuti: non avergli lui nel suo sinodo, come dogmi addottati, ma come un mezzo potente e sacro per mostrare i limiti, che dividevano le due potestà ecclesiastica e secolare.