Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V
Part 19
Ordinate col consentimento del papa le faccende religiose in Francia, si rendeva necessario che il consolo le acconciasse coll'intervento pontificio nell'Italica; imperciocchè il pontefice non aveva tralasciato di muovere querele intorno alle deliberazioni prese senza che la potestà sua fosse non che consenziente, richiesta, nell'Italiana constituzione. Il consolo per un suo gran fine voleva gratificare al papa. Per la qual cosa, dopo alcune pratiche tenute a Parigi tra il cardinal Caprara, legato della santa sede, e Ferdinando Marescalchi, ministro degli affari esteri della repubblica Italiana, fu concluso il dì sedici settembre, in nome del pontefice e del presidente un concordato, l'importar del quale fu quasi in tutto conforme al concordato di Francia. Ma bene ne ampliò le condizioni a favore della potestà secolare Melzi vice-presidente, nodrito nelle dottrine leopoldiane. Decretava, che la facoltà di vestire e di ammettere alla professione religiosa fosse ristretta agli ordini, conventi, collegi monasteri, che per istituto fossero dediti all'istruzione ed educazione della gioventù, alla cura degl'infermi o ad altri simili uffizi di speciale e pubblica utilità; che per vestire, o far professione religiosa individuale, e per la promozione agli ordini sacri, il beneplacito del governo si richiedesse; che la libera comunicazione dei vescovi colla santa sede non importasse nè devoluzione di cause da trattarsi in via contenziosa avanti i tribunali, nè dipendenza alcuna dall'autorità spirituale nelle cose di privata competenza dell'autorità temporale; che le bolle, i brevi, ed i rescritti della corte di Roma non si potessero recare in uso esteriore e pubblico senza il beneplacito del governo; che solamente i sacerdoti, gl'iniziati negli ordini sacri, i chierici ammessi nei seminari vescovili, ed i vestiti o professi negli ordini religiosi fossero esenti dal servizio militare; che il governo non darebbe mano forte per l'esecuzione delle pene esterne ordinate dall'autorità ecclesiastica per correggere gli ecclesiastici delinquenti, e gli appellanti dalle medesime, se non se in caso di abuso manifesto, ed osservati sempre i confini ed i modi della rispettiva competenza; finalmente, che la vigente disciplina della chiesa nella sua attualità, salvo il diritto della tutela e giurisdizione politica, si mantenesse. Sane e salutari e necessarie guarentigie erano queste in pro ed a conservazione dell'autorità secolare; imperciocchè la religione cattolica ha più che qualunque altra, modo d'influire per mezzo de' suoi ministri, che sono uomini, nelle deliberazioni dei reggitori dei popoli, e verso di lei debbonsi da questi usare cautele efficaci, perchè siano salvi la libertà ed i diritti della potestà temporale. Ma le sentì molto gravemente il pontefice, e vivamente se ne dolse col presidente. Egli si temporeggiava alle risposte, e nelle solite ambagi avviluppandosi, nè dava, nè toglieva speranza di ammendazione. Intanto, quantunque il concordato Italico, e massime il decreto del vice-presidente fossero più accetti a chi amava le dottrine Pistojesi, e le riforme di Leopoldo, che ai papisti, servirono ciò non ostante a tranquillare le coscienze timorate del popolo, il quale avendo sempre perseverato nella fede, e nella riverenza verso il papa, vedeva malvolentieri le dissensioni con Roma: ed ora della ristorata concordia si rallegrava. I magistrati, i preti, i filosofi, i soldati, il popolo predicavano il presidente unico: il buonapartico nome a tutti sovrastava, ed a tutto.
Ma già le bilustri trame del consolo si avvicinavano al loro compimento. Glorioso per guerra, glorioso per pace, nissun nome nè negli antichi, nè nei moderni tempi alle allucinate generazioni pareva uguale al suo. Ancora spesseggiava il suono nelle bocche degli uomini, e fresca era negli animi la memoria delle sue maravigliose geste in Italia e prima e dopo le Egiziache fatiche. Avere lui, si ricordavano, subitamente l'umile fortuna della repubblica innalzato al più alto grado di gloria e di potenza; senza di lui essere ricaduta, con lui risorta; i mostri, così scrivevano, avere prevalso, lui lontano; essere stati vinti, quasi da Ercole secondo, lui presente: con esso lui lontano la guerra avere seguitato la pace, con esso lui presente la pace avere seguitato la guerra; nè solo con l'Austria avere procurato la concordia, ma ancora con la Russia, con l'Inghilterra, con la Turchia, col Portogallo, col duca di Vittemberga, col principe d'Oranges: i barbari stessi avere a beneficio di Francia pattuito con lui, Algeri e Tunisi essere tornati all'antica amicizia di Francia; nè più spaventare i Francesi cuori l'aspetto delle Africane crudeltà; potere le Francesi navi liberamente e securamente attendere ai traffichi loro nel Mediterraneo, nè i Libici ladroni più oltre insultare alle insegne della repubblica; avere lui solo spenta la civile discordia; lui solo restituito la patria agli esuli, lui solo restituito onore a papa Pio sesto, ed alle sue venerate ossa dato riposo; avere a pace delle coscienze, a conservazione dei costumi, a salute delle anime convenuto con papa Pio settimo; per lui essere restituita a luogo suo la generosità e la fedeltà Francese verso la sedia apostolica: lui avere stornato i Vaticani folgori dalla religiosa Francia; lui averla riconciliata con se stessa e con la cristianità; ciò quanto al politico ed al religioso: quanto al prospero, a lui essere obbligate le finanze dell'abbondanza loro, a lui i magistrati dei pagati stipendi, a lui i soldati delle diligenti paghe, a lui i viandanti delle racconce strade, a lui i naviganti dei ristorati canali, a lui i commercianti degli aperti mari: ogni cosa tornare all'antico splendore; i palazzi laceri dal tempo o dalla rabbia degli uomini, ristorarsi, nuovi edifizi innalzarsi: la Francia bella per natura, divenir più bella per arte; dileguarsi le ruine, segni abbominevoli delle passate discordie: sorgere moli, segni magnifici di generoso governo: tali essere i frutti della pace, tali quei della concordia; essere finita la rivoluzione, e con lei serrata l'officina di tante disgrazie: rotta, esser vero, di nuovo essere dall'infedele ed ambizioso Britanno la guerra; ma già correre sulle coste dell'Oceano le vendicatrici schiere, già apprestarsi le conquistatrici antenne, già Londra stessa esser mal sicuro nido ai corsari dominatori del mare; presto aversi a vedere quanto potessero a benefizio dell'umanità contro gli avari e superbi tiranni, che soli fra tutti restavano a domarsi, la Francia potente, ed il fortunato consolo; minacciare, esser vero, la Russia, essere appresso a lei efficaci le arti, e le profferte d'Inghilterra; ma lontano essere Alessandro, nè spoglio d'umanità, nè i dispareri poter durare tra chi a bene intende: così avere il consolo dato a Francia pace sicura, ed occasione di vittoria. Di tanti obblighi nissuno premio poter essere, non che maggiore, pari.
Queste cose si dicevano, ed ancor più si scrivevano. Il consolo non abborrendo dal scelerato proposito di ridurre in servitù una nazione, che con una piena di tanto amore si versava verso di lui, pensò essere arrivato il tempo di dar compimento a' suoi disegni. Perciò, allettati gli amatori del nome reale con la patria, i soldati coi donativi, i preti col concordato, i magistrati con gli onori, il popolo coi commodi, si accinse ad appropriarsi la parola di quello, di cui già aveva la sostanza, accoppiando in tal modo il supremo nome alla suprema potenza. Restava che i repubblicani assicurasse: il fece con l'uccisione del duca d'Anghienna. Diè le prime mosse il tribunato: il senato non s'indugiò a seguitare parte per paura, parte per ambizione: il dì diciotto maggio chiamava Napoleone Buonaparte, imperator dei Francesi.
Questo atto, ancorchè inaspettato non fosse, empiè di maraviglia il mondo. I pazzi reali s'accorsero, che Buonaparte non era uomo, come aspettavano, che volesse fare il Monk: i pazzi repubblicani videro, che non era uomo da voler fare, come si promettevano, il Cincinnato, questi più inescusabili di quelli; perchè, tacendo anche gli altri suoi andari, quell'aver detto al consiglio dei Giovani il dì nove novembre del novantanove, che la realtà non poteva più vincere in Europa la repubblica, avrebbe dovuto fargli accorti, ch'ei voleva fare che la realtà vi vincesse la repubblica. Poi, siccome il secolo era tutto di piacere, nulla di coscienza, come bene sel conobbe Buonaparte, i reali dimenticarono tosto la realtà, i repubblicani la repubblica, e gli uni e gli altri trassero cupidamente agl'imperiali allettamenti. Pochi dall'una parte e dall'altra si ristarono; il secolo gli chiamò pazzi. Delle potenze d'Europa l'Inghilterra, che non s'era mai ingannata sulle qualità di Buonaparte, contrastava, ma invano; contrastava anche invano il lontano ed ingannato Alessandro: la Turchìa, per timore della Russia, si peritava; l'Austria doma taceva; la Prussia, che tuttavia per le sue emolazioni verso l'Austria continuava ad ingannarsi, non solamente aveva consentito, ma ancora esortato. Quest'era stato uno dei principali fondamenti dell'ardimento di Napoleone. Primario confortatore a questi consigli era il marchese Lucchesini ministro del re Federigo a Parigi. Luigi decimottavo, re di Francia, che fino a questo tempo, forse per qualche speranza, aveva più temperatamente che degli altri governi Francesi, parlato e scritto di Buonaparte, a questo estremo atto di assunzione di potenza, per cui ogni aspettazione di buon fine era tolta, grandemente risentendosi, con gravissime parole contro l'usurpazione fin dall'ultimo settentrione, dove esule dai suoi regni se ne stava, protestò. Il Piemonte si confortava della perduta independenza per la unione con chi comandava; Genova ingannata sperava almeno di conservar l'antico nome; la repubblica Italiana, giacchè era perduta la libertà, si prometteva almeno la potenza; la Toscana, che meglio di tutti giudicava delle faccende presenti, non sapeva nè che sperasse, nè che temesse; bene si doleva che i Leopoldiani tempi fossero perduti per sempre; Napoli, già servo il regno di qua dal Faro, stava in dubbio se almeno potesse conservar libero quello oltre il Faro. Il papa era spaventato dalla grandezza di Napoleone; ma egli si confortava con le promesse, con le adulazioni, ed ancor più con le richieste; imperciocchè vedendo, che, poichè alle antiche consuetudini se ne tornava, non aveva titolo legittimo, nè volendo ammettere la dottrina della sovranità del popolo, perchè l'ammetterla era un confessare che chi faceva poteva disfare, ed ei non voleva esser disfatto, il pontefice con grandissime istanze, non purgate da qualche minaccia, richiedeva, che a Parigi se ne venisse per consecrarlo imperatore. Parevagli che la consecrazione del papa gli desse nell'opinione degli uomini quello, che per altre parti gli mancava. Era certamente un gran fatto, che il capo supremo della chiesa, in età già grave, in stagione sinistra, la lontana e straniera terra se n'andasse per legittimare con la santità del suo ministerio quello che tutti i principi d'Europa chiamavano o apertamente, o occultamente una usurpazione. Per indurre il papa a questa deliberazione, Napoleone gli prometteva, che se già molto aveva fatto a benefizio della religione e della Santa Sede in Francia, molto più era per fare, ove il papa consentisse alla consecrazione. Si trovava il pontefice da queste domande molto angustiato, perchè dall'una parte desiderava di satisfare a Napoleone, sperando di farne nascere frutti profittevoli alla religione; dall'altra il confermare con la efficacia del suo ufficio gli effetti della prepotenza militare, gli pareva duro e disonorevole consiglio.
Tanto poi più se ne stava sospeso, quanto e Luigi decimottavo, e l'imperatore di Germania, e quel di Russia, e il re medesimo d'Inghilterra più o meno manifestamente il confortavano al non offendere con un atto tanto strepitoso la maestà reale, ed i principj, sopra i quali tutte le moderne sovranità si trovavano fondate. Non si commettesse, dicevano, abbandonando gli amici antichi, alla fede di un amico nuovo; la forza soldatesca non santificasse; la ruina d'Europa non appruovasse; considerasse, fugaci essere le cose violente, rovinare di per se stesse le eccessive; pensasse dopo quel nembo facilmente dileguantesi dovere avere bisogno dei patrocinj antichi; non più trattarsi di salvare la religione già salva, ma di salvare i seggi antichi: o legittimità o usurpazione, o temperanza o tirannide, o leggi o soldati, o civiltà o barbarie, di ciò trattarsi. Avvertisse finalmente quanto enorme sarebbe, se il pontefice di Roma, se il capo della cristianità si muovesse a santificar il sommo grado in chi usava la religione per fraude, le promesse per inganno, le armi per sovvertimento; vedesse la serva Italia, osservasse la tremebonda Germania, riflettesse alla soggiogata Francia, e giudicasse se gli fosse lecito, la dignità apostolica sua contaminando, onestare con sì solenne dimostrazione ciò, che tutte le leggi divine ed umane condannavano.
Queste esortazioni grandemente muovevano il pontefice. Ciò non ostante non gli sfuggiva, poichè al benefizio della religione aveva l'animo intento, che la religione, per essere in Francia la parte avversa tanto potente, per esservi la instaurazione tanto recente, per essere Napoleone imperatore in tutte le cose sue tanto arbitrario e tanto subito, maggiore pericolo vi portava, se a Napoleone non consentisse, che in Austria e negli altri paesi cattolici della Germania, se ai desiderj di Francesco imperatore non si uniformasse. Quanto alla Spagna, piuttosto suddita che uguale alla Francia, per la divozione del principe della Pace ai Buonapartidi, sapeva il pontefice, che la sua risoluzione a favor di Napoleone vi sarebbe stata udita volentieri.
Da un altro lato il signore di Francia tanto si dimostrava amorevole e lusinghiero verso la Santa Sede, che il papa venne in isperanza, non solamente di tenerlo nei termini, ma ancora di volgerlo in quella parte alla quale ei volesse. Confidava massimamente di poter conseguire qualche utile modificazione negli articoli organici annestati da Napoleone al concordato di Francia, e da Melzi a quello d'Italia. Desiderava altresì, e sperava d'indurre Napoleone a dare qualche larghezza di più al culto esteriore, al quale effetto erano corsi prima non pochi dispareri, perchè Napoleone intendeva il culto pubblico ad un modo, e Pio ad un altro. Nè dubitava punto che la presenza sua in Francia efficacemente non avesse ad operare, perchè la religione meglio si conoscesse, e meglio si amasse. Aveva anche difficoltà a persuadersi, che una sì lunga e grave fatica, ed una tanta condiscendenza in un affare di tanto momento per Napoleone, non fossero per ispirare al cuore di lui, quantunque di soldato fosse, affetti più miti, e maggiore agevolezza verso il Romano seggio.
Tutte queste cose molto bene e maturamente considerate, e co' suoi cardinali parecchie volte ponderate, implorato anche l'ajuto divino, siccome quegli che piamente da lui ripeteva ogni evento o prospero od avverso, si deliberava a voler fare quello, che da tanti secoli non si era veduto che alcuno fatto avesse. Per la qual cosa risolutosi del tutto a voler posporre al benefizio della religione ogni altro umano rispetto, convocati i cardinali il dì ventinove ottobre con queste gravi ed affettuose parole loro favellava:
«Da questo medesimo seggio, venerabili fratelli, noi già vi annunziammo, siccome il concordato con Napoleone imperatore dei Francesi, allora primo consolo, era stato da noi concluso; da questo stesso vi partecipammo la contentezza che aveva ripieno il nostro cuore, nel veder volte novellamente, per opera del concordato medesimo, alla cattolica religione quelle vaste e popolose regioni. D'allora in poi i profanati tempj furono aperti e purificati, gli altari riedificati, la salvatrice croce innalzata, l'adorazione del vero Dio restituita, i misteri augusti della religione liberamente e pubblicamente celebrati, legittimi pastori a pascere il famelico gregge conceduti, numerose anime dai sentieri dell'errore al grembo della felice eternità richiamate, e con se stesse, e col vero Dio riconciliate: risorse felicemente da quella oscurità in cui era stata immersa, alla piena luce del giorno in mezzo ad una rinomata nazione la cattolica religione.
«A tanti benefizj di gioja esultammo, e le esultazioni nostre a Dio nostro signore dall'intimo del nostro cuore porgemmo. Questa grande e maravigliosa opera non solamente ci riempiva di gratitudine verso quel potente principe, che usò tutto il potere e l'autorità sua per fare il concordato; ma ancora ci spinse, per la dolce ricordanza, ad usare ogni occasione che si aprisse, per dimostrargli, tale essere verso di lui l'animo nostro. Ora questo medesimo potente principe, il nostro carissimo figliuolo in Cristo Napoleone imperatore dei Francesi, che con le opere sue sì bene ha meritato della cattolica religione, viene a noi significandoci, ardentemente desiderare di essere coi santi olj unto, e dalle mani nostre l'imperiale corona ricevere, acciocchè i sacri diritti, che sono in così alto grado per collocarlo, siano col carattere della religione impressi, e più potentemente sopra di lui le celesti benedizioni appellino. Richiesta di tal sorte non solo chiaramente la religione sua, e la sua filiale riverenza verso la Santa Sede dimostra; ma siccome quella che accompagnata da espresse dimostrazioni e promesse, da speranza che sia la fede sacra promossa, e che siano le dolorose ingiurie riparate; opera, che già ha egli con tanta fatica e con tanto zelo in quelle fiorite regioni procurato.
«Voi vedete pertanto, venerabili fratelli, quanto giuste e gravi siano le cagioni, che ad intraprendere questo viaggio c'invitano. Muovonci gl'interessi della nostra santa religione, muoveci la gratitudine verso il potente imperatore, muoveci l'amore verso colui che con tutta la forza sua adoperandosi, ebbe in Francia alla cattolica religione libero e pubblico esercizio procurato, muoveci il desiderio, che d'avanzarla viemaggiormente in prosperità ed in dignità ci dimostra. Speriamo altresì, che quando al cospetto suo giunti saremo, e con lui volto a volto favelleremo, tali cose da lui a benefizio della cattolica chiesa, sola posseditrice dell'arca di salvazione, impetreremo, che giustamente con noi medesimi dello avere a perfezione condotto l'opera della nostra santissima religione congratularci potremo. Non dalle nostre deboli parole tale speranza concepiamo, ma dalla grazia di colui, di cui, quantunque immeritamente, siamo il vicario sopra la terra, dalla grazia di colui, che per la forza dei sacri riti invocato essendo, nei bene disposti cuori dei principi discende, specialmente quando padri dei popoli si mostrano, specialmente quando all'eterna salute intendono, specialmente quando di vivere e di morire veri e buoni figliuoli della cattolica chiesa deliberano. Per tutte queste cagioni, venerabili fratelli, e l'esempio seguitando di alcuni nostri predecessori che la propria sede lasciando, in estere regioni per promuovere la religione, e per gratificare ai principi, che della chiesa bene meritato avevano, peregrinarono, ci siamo ad intraprendere il presente viaggio deliberati, avvengadiochè da tale risoluzione avessero dovuto allontanarci la stagione sinistra, l'età nostra grave, la salute inferma. Ma non fia che a tali impedimenti ci sgomentiamo, solo che voglia Iddio farci dei nostri desiderj grazia. Nè fu il negozio, prima che ci risolvessimo, da ogni parte ed attentamente non considerato. Stemmo dubbj, ed incerti un tempo; ma con tali assicurazioni si fece incontro ai desiderj nostri l'imperatore, che ci rendemmo certi, essere il nostro viaggio a pro della religione per riuscire. Voi ciò sapete, che su di ciò a voi chiesi consiglio: ma per non preterire quello che ogni altra cosa avanza, sapendo benissimo, che conforme al detto della divina sapienza, le risoluzioni dei mortali, anche di quelli che per dottrina e per pietà più riputati sono, di quelli altresì, il cui parlare, quale incenso, alla presenza di Dio sen sale, sono deboli e timide ed incerte, le nostre fervorose preghiere al padre di ogni sapere indirizzammo, instantemente richiedendolo, che ci sia fatto abilità di solo fare quello che a lui piacer possa, solo quello che a prosperità ed incremento della sua chiesa tornare prometta. Ecci Dio, al quale coll'umile nostro cuore tante volte supplicammo, al quale nel suo sacro tempio le supplici nostre mani alzammo, dal quale e benigna audienza ed ajuto propizio in tant'uopo implorammo, testimonio, che niun'altra cosa vogliamo, a niun'altra intendiamo, che alla gloria ed agli interessi della cattolica religione, alla salute delle anime, all'adempimento dell'apostolico mandato, a noi, quantunque immeritevoli, commesso. Di questa medesima sincerità nostra voi stessi, venerabili fratelli, a cui tutto apersi, siete testimonj. Adunque quando un negozio sì grande con l'ajuto della divina assistenza vicino è a compirsi, qual vicario di Dio, Salvator nostro, operando, questo viaggio, al quale tante e sì ponderose ragioni ci confortano, imprenderemo.
«Benedirà, speriamo, il Dio d'ogni grazia i nostri passi, ed in questa epoca nuova della religione con uno splendore di accresciuta gloria si manifesterà. Ad esempio di Pio sesto di riverita memoria, quando a Vienna d'Austria si condusse, abbiamo, venerabili fratelli, provveduto, che le curie, e le audienze siano e restino secondo il solito aperte; e siccome la necessità del morire è certa, il giorno incerto, così abbiamo ordinato, che se durante il viaggio nostro a Dio piacesse di tirarci a lui, si tengano i pontificj comizj. Infine da voi richiediamo, voi instantemente preghiamo, che vi piaccia per noi sempre quell'affezione medesima conservare, che finora ci mostraste, e che noi assenti, l'anima nostra all'onnipotente Iddio, a Gesù Cristo nostro Signore, alla gloriosissima sua Vergine madre, al beato apostolo Pietro, acciò questo nostro viaggio, e felice sia nel corso, e prospero nel fine, raccomandiate. La quale cosa, se, come speriamo, dal fonte di ogni bene impetreremo, voi, venerandi fratelli, che di ogni consiglio nostro e di ogni nostra cura foste sempre partecipi fatti, della comune contentezza ancora voi parteciperete, e tutt'insieme nella mercè del Signore esulteremo, e ci rallegreremo».
Giunto il pontefice sulle Francesi terre, fu per ordine dell'imperatore, ed ancor più per la pietà dei fedeli in ogni luogo con riverenza veduto. A Parigi, anche quelli che non credevano nè al papa, nè alla religione, si precipitavano a gara, o per moda, o per vanità, o per adulazione, alla sua presenza per esprimergli con parole sentimenti di rispetto. Incoronava Napoleone il dì due decembre. Il fece l'imperatore aspettare nella chiesa di Nostra Donna in Parigi un'ora prima che vi arrivasse: vollero, quando il pontefice si mosse alla volta di lui, i pii circostanti applaudire al venerando vecchio; furonne da Napoleone con imperioso e forte segno impediti: partito da Nostra Donna il consecrato ed incoronato Napoleone, fu lasciato Pio, come un uom del volgo, avviluppato ed impedito fra l'immensa folla del popolo concorso; tristi presagi dei casi avvenire. Napoleone consecrato diè nel campo di Marte solennemente le imperiali aquile a' suoi soldati: le auliche insegne della repubblica, che avevano veduto le Renane, Italiche, Egiziache vittorie, lasciate nel fango, che era in quel giorno altissimo. Tanto i soldati di tutti già erano divenuti soldati di un solo! Disprezzar la gloria era segno, che non si sarebbe rispettata la libertà.
Andarono i magistrati, ed i capi dell'esercito a rendere omaggio all'incoronato loro signore. Cervoni, antico compagno, vedendolo non più così scarso del corpo, com'era una volta, con esso lui della prospera salute si rallegrava. _Sì_, rispose il sire, _ora sto bene_.
LIBRO VIGESIMOSECONDO
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