Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V
Part 18
Il dì ventinove di giugno entrava in ufficio il nuovo governo in cospetto di Saliceti, ministro plenipotenziario di Francia. Orò Saliceti con parole acconce, ma in aria al solito, e teoretiche.
Ringraziato dal senato, il consolo rispondeva: amare la Francia i Liguri, perchè in ogni fortuna avevano i Liguri amato la Francia, non temessero di niuna potenza, la Francia gli aveva in tutela: dimenticassero le passate disgrazie, spegnessero gli odii civili, amassero la constituzione, le leggi, la religione; allestissero un navilio potente, rinstaurassero l'antica gloria del nome Ligure: sarebbesi sempre delle prospere cose dei Liguri rallegrato, dell'avverse contristato.
Seguitavano le adulazioni. Decretava il senato, che a Cristoforo Colombo per avere scoperto un nuovo mondo, ed a Napoleone Buonaparte per avere pacificato l'universo, ampliato i confini della Liguria, stipulato i suoi interessi, riordinato le sue leggi, due statue marmoree, una a ciascuno, nell'atrio del palazzo nazionale s'innalzassero, e l'opera alla cura del magistrato supremo, alla emolazione degli artisti, all'amor patrio di tutti i Liguri si commettesse e raccomandasse. Oltre a questo i Sarzanesi, accalorandosi sempre più questo negozio delle adulazioni, supplicarono al nuovo governo, fosse loro lecito fondare nella loro città un monimento a memoria della famiglia Buonaparte, che in lei, come affermavano, avea avuto origine; allegavano avere avuto i Buonapartidi per tre secoli prima del cinquecento sede e cittadinanza in Sarzana; chiara esservi stata la famiglia loro sì per le cariche, sì per le attinenze; dal connubii loro essere nato il cardinale Filippo, fratello uterino che fu di Niccolò quinto, papa di gloriosa memoria. Fu udito benignamente il supplicare dei Sarzanesi, e concesse loro volentieri la facoltà del monimento.
Mentre Menou trasordinava in Piemonte, i reali di Sardegna andavano esuli per l'Italia. Il re Carlo Emanuele, deditissimo alla religione, perseguitato da fantasmi malinconici, ed avendo per le sofferte disgrazie in poco concetto le cose umane, si deliberò di rinunziare al regno, acciocchè da ogni altra mondana sollecitudine rimoto, solamente ai divini servigi, ed alla salute dell'anima vacare potesse; rinunziazione senza fasto, che dimostrò al mondo, che, se l'ambizione è tormento a se stessa, la moderazione rende felice l'uomo così negli alti, come negli umili seggi. Per la rinunziazione di Carlo Emanuele venne il regno in potestà di Vittorio Emanuele suo fratello, che allora dimorava nel regno di Napoli. Riuscì la signorìa di Vittorio assai più dolce di quanto portasse la opinione, perciocchè siccome si era mostrato dedito all'armi, si dubitava che da guerriero fosse per governare. Nondimeno, mentre in ogni parte d'Europa per la prepotenza delle soldatesche a gran fracasso rovinavano le reggie, governò quietamente Vittorio Emanuele con pochi soldati l'isola di Sardegna: nè di ciò furono reconditi i consigli; la giustizia e la mansuetudine gli diedero forza e successo.
Il consolo, che aveva indugiato ad unire formalmente il Piemonte alla Francia, venne finalmente a questa deliberazione, non perchè Alessandro consentisse, ma perchè le cose sue colla Russia già tendevano a manifesta discordia. Le sue minacce contro il corpo Germanico, l'autorità militare che continuava ad arrogarsi negli stati del papa, in Toscana, e nel regno di Napoli, la signorìa della Svizzera sotto nome di mediazione, la presidenza dell'Italica, le non adempite promesse pei compensi del re di Sardegna, avevano mostrato ad Alessandro, che Buonaparte meglio amava prendere che dare. Avvisava il consolo, che fra quegli umori già tanto mossi, il non unire il Piemonte non ristorerebbe l'amicizia, l'unirlo non accrescerebbe l'inimicizia. Per la qual cosa decretava il dì undici settembre il suo senato, che i dipartimenti del Po, della Dora, di Marengo, della Sesia, della Stura e del Tanaro, fossero e s'intendessero uniti al territorio della repubblica Francese. Principiò l'unione del Piemonte la sequela dell'Italiane aggiunte, quella opportuna per Francia, queste fantastiche e capricciose. Si fecero per la unione allegrezze in Piemonte; dai nobili volentieri, perchè per le carezze del consolo e di Menou vedevano, che il dominio interrotto dalle intemperanze democratiche di nuovo veniva loro in mano, dal popolo non senza sincerità, perchè sperava che col reggimento legale fosse per cessare il dominio incomposto del capitano d'Egitto.
Continuossi a vivere qualche tempo in Italia, eccettuata la parte Veneta, dal Piemonte fino a Napoli con due governi, l'uno di nome, l'altro di fatto. In Piemonte piuttosto Menou che Buonaparte regnava, in Parma piuttosto Buonaparte che San Mery, a Genova piuttosto il consolo che il senato, in Roma piuttosto il consolo che il papa, in Toscana piuttosto Murat che Lodovico, in Napoli piuttosto Napoleone che Ferdinando. Rotte e superbe erano spesso le intimazioni a tutti questi Italiani governi. Solo Menou faceva quel che voleva, e dominava a suo arbitrio. Il consolo gli comportava ogni cosa, e solo che l'Egiziano gli toccasse che erano democrati coloro che si querelavano, tosto l'appruovava ed il lodava. Pagava il Piemonte le tremende ambagi d'Egitto. Gli altri obbedivano, chi per paura, chi per le ambizioni.
A questo tempo morì di febbre acuta il re Lodovico d'Etruria. Per la sua morte fu devoluto il trono nell'infante di Spagna Carlo Lodovico, il quale per essere minore d'età fu commessa la reggenza alla vedova regina, Maria Luisa. Ma qual regno fosse devoluto all'infante bene dimostrarono i comandamenti pubblicati nel tempo della sua assunzione da Murat in Livorno, dando questa città, come dichiarata d'assedio, nel governo de' suoi soldati. Mandava inoltre il generale buonapartico truppe a Piombino, ed in tutto il littorale Toscano per impedire ogni pratica cogl'Inglesi, arrestava gl'Inglesi, prendeva le loro navi sorte nel porto, e molestava co' suoi corsari, che uscivano da Livorno, i traffichi Inglesi. Queste cose faceva, perchè, dopo breve pace, era sorta nuova guerra con la Gran Brettagna. Prendeva in mezzo a queste insolenze forestiere nel mese d'agosto possessione del regno Carlo Lodovico sotto tutela della regina madre. Giurarono fedeltà il senato Fiorentino, i magistrati, i deputati delle principali città. Furonvi corse di cocchi, emblemi, luminarie, fuochi artificiati, e le solite poesie elogistiche. Non solamente si lodava Carlo Lodovico, ma ancora Murat ed il consolo, gli chiamavano instauratori d'independenza, dolci e giusti governatori di popoli.
Le Toscane cose vieppiù turbava un insolito e doloroso accidente, conciossiachè sorse in sul finire dell'autunno del milleottocentoquattro nella egregia città di Livorno una pestifera infermità, alla quale diede occasione, siccome pare, la state che trascorse in quell'anno, sotto il dominio continuo di venti australi, oltre al solito calda e piovosa. La quale infermità da alcuni chiamata febbre gialla, da altri vomito nero, nomi l'uno e l'altro che a lei molto bene si confanno, pei segni strani che l'accompagnano. Incominciò ad infierire nelle parti più basse, più fitte e più sucide della città, per modo che a questi toglieva la vita in sette giorni, a chi in cinque, a chi in tre, ed a chi ancora nel breve giro di un giorno. Dire quali e quanti fossero gli effetti, che, in chi ella s'appiccava, ingenerasse, fora materia assai lunga e difficile, perchè chi assaliva ad un modo e chi ad un altro, ed era molto proteiforme. Pure sormontavano sempre i due principali segni, che il corpo, massimamente il busto, e prima e dopo morte, giallo divenisse, e certo sozzume nero a guisa della posatura del caffè in copia lo stomaco recesse. Nè più facilmente nei cagionevoli, che nei sani s'accendeva il mortale morbo; perciocchè si vedevano spesso giovani gagliardi passarsene dallo stato il più florido di salute fra brevissimo tempo in fine di morte. Nè uno era nei diversi tempi l'aspetto del morbo, tre particolarmente notandosene: in sul primo poco aveva, che dalle solite ardenti febbri il differenziasse: l'insulto primo accompagnava un ribrezzo di freddo, massimamente lungo il dorso ed alla regione dei lombi, doleva acerbamente il capo, ma più alle tempia ed alla fronte, che altrove, dolevano in singolar modo le membra alle giunture, gli occhi accesi e come pieni di sangue; duri e presti i polsi: la pelle ardeva di calore intensissimo, nè godeva l'ammalato del benefizio del ventre, e delle orine. Augurio funesto erano principalmente un molesto senso alla forcella dello stomaco, ed una inclinazione al vomitare. Questo primo tempo concludeva una grande insidia, per modo che quando più pareva al malato, ai parenti ed agli amici vicina la guarigione, più vicina era la morte. Tutto il mortifero apparato s'attutiva ad un tratto, e cessata la febbre, se un leggieri sudore ed una somma debolezza si eccettuavano, sano si mostrava il corpo, ed a perfetta salute inclinante. Ma ecco improvvisamente, e dopo il breve spazio di poche ore, sorgere nuova e più fiera tempesta; che la molestia della bocca dello stomaco diveniva dolore acerbissimo, e dalla regione del ventricolo a quella del fegato si estendeva; nè il toccare queste parti, ancorchè leggierissimo fosse, era a modo alcuno sopportabile all'ammalato. Abborriva da ogni cibo e da ogni bevanda; gli occhi rossi, gialli si facevano, gialle ancora le orine e giallo il corpo, la faccia ed il collo più di ogni altra parte il giallore vestivano. Lo stomaco impaziente vomitava ogni presa vivanda, benchè leggierissima fosse; ovvero pretta bile, o bile mista a vermini buttava.
A questo si aggiungevano oppressione ai precordi, sospiri frequenti, purgamenti del corpo fetidissimi, liquidi, e come di color di cenere. Nè regola certa più restava ai medicanti per giudicar del male; perchè i polsi ad ogni momento variavano; ora tardi, ora celeri, ora piccoli, ora spiegati, ora urtanti, ora languidi, ora depressi, mostravano che se insorgeva qualche volta natura, invano ancora insorgeva, superando la prepotente forza del morbo. In mezzo a tanto tumulto, come se chi era per morire meglio dovesse vedere la sua morte, libera si conservava la mente ed intiera. Succedeva tantosto l'ultimo tempo più vicino a morte, in cui tremavano le membra, i reciticci divenivano, non più di muchi o di bile, ma di materia nera fetidissima, come di sangue putredinoso e marcio. Trasudava anche, e spesso in gran copia dalle gengive, e dalle fauci questo nero sangue; e così ancora dalle narici, e dal fondamento, e dall'utero copiosamente usciva: ogni cosa si volgeva a putredine ed a mortificazione. Bruttavano la pelle o macchie nere a guisa di piccoli punti, o larghi lividori a guisa di pesche, massimamente in quei luoghi a cui si appoggiava il corpo. Facevano la bocca disforme ed orrida, le labbra turgidissime e nere: gli occhi lagrimosi e tristi ogni vivo lume perdevano; quindi il delirio, od il letargo fra le convulsioni, ed un mortale freddo di membra la vita troncavano. Chi moriva nel primo, chi nel secondo, chi nel terzo tempo. Ma quando prima la malattia invase, più morivano nel primo che nell'ultimo; più nell'ultimo, che nel primo, ma non molti, quando già trascorsi essendo circa due mesi, o fosse per l'abitudine dei corpi, o fosse per la diminuzione delle cagioni, già era stata ammansita la ferocia del funesto influsso. Pessimi presagi erano la violenza della prima febbre, i dolori acutissimi delle membra, massime al petto, l'affanno sommo, la prostrazione delle forze, il vomito pertinace e nero, il comparire sulle prime il giallore, l'aggravarsi lo spirito, il chiudersi la via delle orine, il singhiozzo: ottimi la moderata febbre, il vomito raro e mucoso senza putridume, il giallore tardo, la transpirazione libera, il corpo lubrico, ma di bile, non di sangue, e il non tremare, e il non prostrarsi. Per le orine trovava per ordinaria via la natura a discacciare il veleno mortifero; imperciocchè quando copiose ed intensamente gialle fluivano, annunziavano l'esito felice. Ma non una era la maniera del guarire; conciossiachè si è veduto lo uscire improvvisamente e copiosamente sangue dalla bocca e dalle narici, chiamare inaspettatamente a vita chi già pareva preda d'inevitabil morte. Furono viste femmine guarite dal correre improvviso di mestrui abbondanti: fu visto lo sconciarsi della concetta creatura, ed il copioso versarsi del sangue che ne conseguitava, redimere la sofferente madre dalla fine imminente. Crudo era il male, e nemicissimo alla vita: funeste vestigia, anche già quando se n'era ito, nei corpi lasciava: lunghe, tristi, penose si vedevano le convalescenze: chi restava stupido lungo spazio, chi tremava, chi spaventato da funeste fantasime passava malinconici i giorni, spaventose le notti, miserabili segni che stata era vicina la morte. Strana ed orrenda contaminazione di corpi, che spesso, oltre le raccontate alterazioni, insolite apparenze induceva: a questo veniva in odio l'acqua, come se da cane arrabbiato morso fosse: a quello la vista si pervertiva, o doppio, o più grande del solito vedendo: a quest'altro gonfiavano straordinariamente le parotidi: a chi venivano bollicine piene di umore corrosivo in pelle, ed a chi pioveva sangue dagli orecchi. Escoriavasi la pelle, come se dal fuoco bruciata fosse, in quei luoghi dove la suffusa bile si spargeva: trascolava dai vescicatorj una linfa intensamente verde, simile piuttosto al sugo di cicoria che ad altro, la quale sì caustica e sì pungente natura aveva, che la pelle delle toccate membra dolorosamente infiammava, e tostamente cancrenava. Più feroce infierì il male contro i giovani robusti, più mite contro i deboli, contro i vecchi, contro le donne. Ma le gravide quasi tutte, che prese ne furono, morirono: i fanciulli passarono quasi tutti indenni. L'intemperanza di ogni genere, specialmente il darsi al bere eccessivo del vino e degli spiriti, ed il gozzovigliare, ed il trascorrere nei cibi cagionavano e più certa malattia, e più certa morte.
Ogni cosa poi sozza così dentro come fuori; imperciocchè negli sparati cadaveri le narici si vedevano imbrattate di nero sangue, e la morta bocca recere ancora, tanto n'era pieno il corpo, quel sucidume nero e fetido, che nelle ultime ore della vita da lei pioveva. Pieno ancor esso, e zeppo e gonfio di questo medesimo putridume infame e nero si trovava il ventricolo, roso oltre a ciò da serpeggiante cancrena, e rosi gl'intestini; la rete chiamata dai medici omento, rosa del tutto, mostrava quanta forza di distruzione l'orribile malore avesse. Un fluido rosso e giallastro, come di bile mista a sangue, il cavo torace ingombrava; e sangue nero e putredinoso tutti aveva pieni i polmoni, cospersi ancor essi di macchie livide e cancrenose; livido ed infiammato il setto trasverso; livida e di corrotto sangue piena la milza; livido, molle, putredinoso e di colore, come se cotto fosse, il fegato, sul quale, e così sul ventricolo pareva essersi specialmente scagliata con tutti i suoi effetti più tremendi la pestilenza. Insomma o putridume sanguinolente, o sangue nero, o infiammazione vicina a sfacelo, o distruzione intiera di parti in quel luogo, e nelle più vitali viscere si discoprivano. Nè perchè la funesta corruttela tali mortiferi effetti producesse, lungo tempo richiedevasi; che anche in coloro, i quali nel breve spazio di ventiquattr'ore restavano morti, si scorgeva che uno sfacelo universale, che un'aura venefica aveva il corpo tutto invaso, ed allo stato di morte ridotto, che tale vide, tale descrisse con singolar medica maestrìa questa esiziale infermità il dottor Palloni, mandato dal Toscano governo a vedere, se alcun senno, od umano provvedimento contro la medesima valesse. Nè solamente i visceri, che più vicini e concorrenti all'opificio della digestione, quali sono per esempio il fegato ed il ventricolo, ma ancora i più segregati e più lontani erano da lei tocchi e contaminati; posciachè la vescica, che serve di ricettacolo alle orine, vuota si rinveniva e di strisce sanguinose listata: il cerebro stesso, fonte principale di vita, ed i suoi proteggitori invogli col sozzo aspetto di vasi sanguigni strapieni, e con le cavità bruttate di un fluido sviato e giallastro alla vista si appresentavano. Corrotta era a bile, corrotta e sparsa per tutto il corpo dei miseri contaminati. Pessimi il quinto e settimo giorno; pure notati di morti frequenti anche il primo, il secondo ed il terzo; in alcuni, ma rari, indugiò la morte insino al decimoterzo, od al decimoquarto.
Varj furono gli argomenti usati dai medici per domare la dolorosa infermità; ma i più semplici, come suole, riuscirono anche i più vantaggiosi. Tenere il ventre libero col calomelano e con la gialappa, buono; buono promovere il sudore; buonissime le limonee con qualche piccola dose di tartaro emetico; utili i fomenti caldi, in cui fosse stata cotta senape. Nè mancò di sovvenire efficacissimamente agli ammalati l'acido nitrico, massimamente quando si usava in sulle complessioni deboli, e quando, essendo già molt'oltre trascorso il male, le emorragìe, il vomito nero, ed altri segni la incominciata dissoluzione del corpo indicavano. Deteriorava pei vescitatorj la condizione degli ammalati; pure giovarono in qualche caso applicati alla regione del sottoposto ed infestato fegato. Le orine soppresse la digitale purpurea giovava. Ma forte e sopra tutti supremo rimedio mostrossi l'aria pura, e spesse volte rinnovata, della quale tanta era l'efficacia, che per lei, anche a piccola distanza, si distruggeva la venefica qualità, ed il fomite stesso del male.
Dall'altro canto si vedeva, che per l'aria pregna di esalazioni animali si trasportava da uomo a uomo facilmente il morbo, e più fieramente l'infettato tormentava. Serve di argomento a compruovare questo accidente, che le contrade più piene d'immondizie, e meno ventilate della città, e le case dei poveri furono le più miseramente contaminate. Al contrario le contrade spaziose, e le case commode, pulite e di aria aperta e libera o andaronne esenti, o non peggiorovvi, o non vi appiccossi da corpo a corpo la corruzione; che anzi nel contaminato individuo si contenne, gli assistenti, i parenti, i medici, i ministri di Dio immuni lasciando. La quale cosa questa malattia dalle altre contagiose febbri, e specialmente dalla peste d'Egitto differenzia, il cui veleno largamente e lontanamente si appicca. Nè in contado si propagava, abbenchè continuamente infinite persone, ed infinite mercanzie da contrada a contrada, e dalla città nel contado si trasportassero e si diffondessero. Nè l'uomo sano, ancorchè nella vicinanza degli ammalati vissuto fosse, mai ad altri la infezione, se prima egli medesimo tocco dalla malattia stato non fosse, comunicava; nè per gl'individui sani delle contaminate famiglie, nè per gli arnesi loro, nè per le altre suppellettili delle case giammai fuori la corruzione si avventava; e sì pure che le monete, le carte, le merci tutte in un continuo giro, ed in un indistinto commercio dentro e fuori della città versavano. L'abitudine, per un mirabile e non conosciuto artifizio dei nostri corpi, al malefico influsso gradatamente avvezzandogli, gli salvava. Infatti pel funesto male che tanti fra la minuta gente toglieva di vita, un solo ministro di Dio, tre soli ministri di salute perirono, quantunque e gli uni e gli altri frequentissimamente, e con tutta cura agl'infettati assistessero. E quanta fosse la forza del rinnovato aere a domare l'acume del veleno, confermò visibilmente il provvedimento dato da chi reggeva nell'ospedale di San Iacopo, il quale quasi a riva il mare situato, ed ottimamente a salute edificato, di un'aria libera, sfogata e purissima godeva; conciossiachè non così tosto gl'infetti, ancorchè languidi, oppressi, e già quasi vinti fossero dalla malattia, la soglia di quel salutifero edifizio toccavano, ed in lui riposti erano, che i vitali spiriti in loro si rinvigorivano mirabilmente, e dalle angosce più crudeli subitamente ad un confortevole stato passavano. Toscano pregio fu rimedio all'inquilino morbo, perchè oltre alla purezza procurata dell'aria, la pulitezza delle case, la nettezza delle vestimenta, la mondezza dei corpi, qualità tanto eminenti nel Toscano paese, sovvennero agl'infermi, e per sanargli bastarono le consuete abitudini. Nè anco in così nemico tempo si scoverse quel fine crudele di schifare, e di fuggire gl'infetti per acquistar salute: a tutti rimasero i debiti sussidi o per la carità dei parenti, o per l'amorevolezza degli amici, o per la pietà dei cherici, o per la provvidenza del pubblico; dei quali vantaggi debbono i Livornesi o ad una maggiore civiltà, od a più celesti inspirazioni restare obbligati.
Adunque se oltre una naturale disposizione dei corpi, a restare contaminato dal morbo abbisognavano o la vicinanza, o il contatto dell'uomo ammalato, o delle robe che a suo uso avevano servito nel corso della malattia, se l'aria stagnante e chiusa, e zeppa di animali effluvi la dava, se l'aria aperta o sfogata o l'allontanava o l'alleggiava, se le persone sane, benchè vissute in prossimità degl'infetti, e le merci da loro tocche, solo che al puro e ventilato aere esposte fossero, l'infezione fuori della città non trasportavano, e se finalmente il medesimo aere ventilato e puro il malefico fomite presso al suo fonte stesso, cioè all'ammalato, distruggeva ed annientava, si deduce, che, o l'accidente mortifero di Livorno, quantunque avesse in se raccolti tutti i segni di quel morbo, che alcuni febbre gialla, altri vomito nero appellano, era nondimeno molto dal medesimo diverso, opinione non verisimile, perciocchè i segni indicano identità di natura, o che il terrore e la mossa immaginazione l'hanno in altri paesi fatto parer diverso da quello ch'egli è veramente, tassandolo di contagio, quando veramente contagioso non è a modo delle malattie, che i medici chiamano specialmente con questo nome, come per cagion d'esempio la peste di Egitto. Nè dimorerommi io a dire come in Livorno stato fosse recato; perchè, se il vi recasse, come corse fama, un bastimento venuto da Vera Croce, è incerto, siccome ancora è incerto, se da altro contagio qualunque, o se da mera disposizione del cielo piovoso e caldo, come alcuni credono, e pare più verisimile, ingenerato e sorto fosse. Certo è bene, ch'ei fu contaminazione schifosa ed abbominevole, e che funestò per numerose morti Livorno, spaventò le città vicine, tenne lunga pezza dubbiosa ed atterrita l'Europa per la fama delle province devastate in America. Queste cose ho voluto raccontare con quella maggiore semplicità che per me si è potuto, acciocchè la nuda verità meglio servir potesse a far conoscere per forza di comparazione, la natura ed i rimedi di un male, che omai minaccia di voler accrescere la soma di tutti quelli che già pur troppo affliggono la miseranda Europa.