Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V

Part 17

Chapter 173,548 wordsPublic domain

Mentre questi semi si spargevano nel pubblico, Petiet coi capi della Cisalpina negoziava, affinchè i comandamenti imperativi del consolo avessero a parere desiderj e supplicazioni spontanee dei popoli. Maturati i consigli, a Parigi pel disegno, a Milano per l'esecuzione, usciva un decreto della consulta legislativa della repubblica: ordinava, che una consulta straordinaria si adunerebbe a Lione in Francia, e suo ufficio sarebbe l'ordinare le leggi fondamentali dello stato, ed informare il consolo intorno alle persone che nei tre collegj elettorali dovessero entrare; sarebbe l'assemblea composta dai membri attuali della consulta legislativa, da quei della commissione, eccettuati tre per restare al governo del paese, da una deputazione di vescovi e di curati, e dalle deputazioni dei tribunali, delle accademie, della università degli studj, della guardia nazionale, dei reggimenti della truppa soldata, dei notabili dei dipartimenti, delle camere di commercio. Sommò il numero a quattrocento cinquanta. Risplendevanvi un Visconti, arcivescovo di Milano, un Castiglioni, un Montecuccoli, un Oppizzoni, un Rangoni, un Melzi, un Paradisi, un Caprara, un Serbelloni, un Aldrovandi, un Giovio, un Pallavicini, un Moscati, un Gambara, un Lecchi, un Borromeo, un Trivulzi, un Fantoni, un Belgiojoso, un Mangili, un Cagnoli, un Oriani, un Codronchi, arcivescovo di Ravenna, un Belissomi, vescovo di Cesena, un Dolfino, vescovo di Bergamo. Andarono a Lione chi per amore, chi per forza, chi per ambizione; grande aspettazione era in Cisalpina; in Francia le menti attentissime. Pareva un fatto mirabile, che una nazione Italiana si conducesse in Francia per regolare le sue sorti. Il governo Cisalpino esortava con pubblico manifesto i deputati: gissero a fondare gli ordini salutari della repubblica in mezzo alla maggior nazione, in cospetto dell'autore, e del restitutore della Cisalpina; nissuno l'ufficio ricusasse: mostrassero con le egregie qualità loro, quanto la Cisalpina nazione valesse; a lei amore e rispetto conciliassero; ogni pretesto di calunnia togliessero; nel Lionese congresso livore nissuno, odio nissuno, parzialità nissuna, recassero; al mondo disvelassero, buonamente, nobilmente, affettuosamente verso la patria procedendo, esser loro quei medesimi Cisalpini, che nell'inevitabile tumulto di tante passioni, nell'avviluppamento di tante vicende, nell'alternativa di politici eventi tanto contrarj, mai non attesero a vendette, a discordie, a fazioni, a persecuzioni, a sangue; pruovassero, che non invano aveva il Cisalpino popolo nome di leale e di buono; pruovassero, che se a sublime grado fra le nazioni erano destinati, a sublime grado ancora meritavano di essere innalzati; dovere a se stessa dei proprj ordini restare la Cisalpina obbligata; solo se medesima potrebbe accagionare, se tanti lieti augurj, se tante concepite speranze fossero indarno.

Questi nobili consentimenti verso la Cisalpina patria, e questa rinunziazione di ogni affetto parziale ed interessato predicava un Sommariva, presidente del governo. Trovarono in Lione il ministro Taleyrand, che aveva in se raccolti tutti i pensieri del consolo; trovarono Marescalchi, che riconosciuto da Francia per ministro degli affari esteri della Cisalpina, guardava dove accennasse in viso Taleyrand, e il seguitava. L'importanza era, che vi fosse sembianza di discutere liberamente quello, che già il consolo aveva ordinato imperiosamente. Già aveva sparso sue ambagi: volere la felicità della Cisalpina; volere consigliarsi con gli uomini savj di lei; niuna cosa più desiderare, che la independenza e la salute sua; amarla come sua figliuola prediletta, stimarla principal parte della sua gloria. L'arte allignava; bene si disponeva la materia. Partivansi i deputati in cinque congregazioni, che rappresentavano i cinque popoli; esaminassero la constituzione già data dal consolo per Petiet a Milano, e come per leggi organiche si potesse mandar ad esecuzione.

Discutevasi a Lione dai mandatarj; la licenza soldatesca straziava intanto i mandatori; un inesorabile governo con le tasse gli conquideva. Dolevansi e delle perdute sostanze, e degli innumerevoli oltraggi, e della durissima servitù: le grida degli straziati a Milano furono soffocate dalle grida dei festeggianti a Lione. A Lione si discorreva, e si obbediva. Allungato il farne pubblica dimostrazione quanto potesse parere dignità e sufficienza di discussione, arrivava il consolo: era l'undici gennajo; Lionesi e Cisalpini a gara accorrevano. Era spettacolo grande a chi mirava la scorza, compassionevole a chi dentro, perchè là si macchinava di spegnere per legge la libertà, che già innanzi era perita per abuso. Ognuno maravigliava la dolcezza, e la semplicità del consolo: pareva loro, che fossero parte di grandezza; le adulazioni sorgevano. I repubblicani, se alcuno ve n'era, si rodevano, ma s'infingevano, non tanto per non esser tenuti faziosi, quanto per non esser tenuti pazzi o sciocchi; che già con questi nomi cominciava a chiamargli l'età. Buonaparte metteva mano all'opera; chiamava i presidenti delle congregazioni, e con loro discorreva intorno alla constituzione: ora approvava, ora emendava, ora domandava consiglio. Contradditor benigno, e docile alle risposte, pareva, che da altri ricevesse quello che loro dava. Chi conosceva l'intrinseco, ammirava l'arte; chi l'ignorava, la molestia. Infine dai discorsi permessi si venne alla conclusione comandata: fu appruovata la constituzione; parve buono e fondamentale ordine quello dei collegi elettorali: nominolli per la prima volta il consolo su liste doppie presentate dalle congregazioni. Ma non s'era ancor toccato il principal tasto, per cui mezza Italia era stata fatta venire in Francia. Meno una constituzione, che un esempio si aspettava dagl'Italiani. Trattavasi di nominare un presidente della Cisalpina. Importava la persona, importava la durata del magistrato: a Buonaparte non piacevano i magistrati a tempo. Fu data l'intesa ai Cisalpini, perchè il chiamassero capo della repubblica, e gli dessero il magistrato supremo di presidente per dieci anni, e potesse essere rieletto quante volte si volesse. Avevano queste due deliberazioni qualche malagevolezza, parte coi Cisalpini, parte con le potenze, per la evidente dipendenza verso Francia, se il consolo fosse padrone della Cisalpina. Importava anche il confessare, che niun Cisalpino fra i Cisalpini fosse atto a governare: alcuni andavano alla volta di Melzi. I ministri di Buonaparte fecero diligenze coi partigiani, ora lodando Melzi, ora asseverando, che avrebbe grande autorità nei nuovi ordini. Ebbero le arti il fine desiderato. Appresentaronsi colla deliberazione fatta i Cisalpini al consolo, nella quale era tanta adulazione di lui, e tanta depressione di loro medesimi, che non credo che nelle storie vi sia un atto più umile, o più vergognoso di questo. Confessarono, e si sforzarono anche di pruovare con loro ragioni, a tanto di viltà gli aveva ridotti, che nissun Cisalpino era, che idoneamente gli potesse governare. Gradì il consolo nelle umili parole i proprj comandamenti: disse, che domani fra i convocati Cisalpini in pubblica adunanza sederebbe. Accompagnato da ministri di Francia, dai consiglieri di stato, dai generali, dai prefetti, e dai magistrati municipali di Lione fra le liete accoglienze ed i plausi festivi dei Cisalpini, in alto seggio recatosi così loro favellava: «Hovvi in Lione, come principali cittadini della Cisalpina repubblica appresso a me adunati: voi mi avete bastanti lumi dato, perchè l'augusto carico a me imposto, come primo magistrato del popolo Francese, e come primo creator vostro riempire io potessi. Le elezioni dei magistrati io feci senza amore di parti o di luoghi: quanto al supremo grado di presidente, niuno ho trovato fra di voi, che per servigi verso la patria, per autorità nel popolo, pel sceveramento di parti abbia meritato, ch'io un tal carico gli commettessi. Muovonmi i motivi da voi prudentemente addotti; ai vostri desiderj consento. Sosterrò io, finchè fia d'uopo, la gran mole delle faccende vostre. Dolce mi sarà fra tante mie cure l'udire la confermazione dello stato vostro, e la prosperità dei vostri popoli. Voi non avete leggi generali, non abitudini nazionali, non eserciti forti: ma Dio vi salva, poichè possedete quanto gli può creare, dico popolazioni numerose, campagne fertili, esempio da Francia».

Questo favellare superbo del consolo fu da altissimi plausi e di Francesi e di Cisalpini seguitato. La servitù era dall'un de' lati mitigata dall'imperio sopra i forestieri, dall'altro amareggiata dal vilipendio; pure lietissimamente applaudivano i servi doppi come se onorati, e liberi fossero. Dimostrarono desiderio che la repubblica (quest'era un concerto coi più fidi) non più Cisalpina, ma Italiana si chiamasse, cosa molto pregna massimamente in mano di Buonaparte. Consentì facilmente il consolo. Riprese, adulando, le parole Prina Novarese, il quale essendo di natura severa ed arbitraria, molto bene aveva subodorato il consolo, ed il consolo lui, e si voleva far innanzi al dominare. Piacque, e per rimunerazione fu fatto grande.

Chiamarono gl'Italici ad alta voce il consolo presidente per dieci anni, e rieleggere si potesse. Ebbe Melzi luogo di vice-presidente. Era Melzi uomo generoso, savio, molto amato dagl'Italiani: pendeva all'assoluto, ma piuttosto per grandezza, che per vanità.

Restava che si ordinasse la constituzione. Cominciossi dagli ordini ecclesiastici. Fosse la religione cattolica, apostolica e Romana, religione dello stato; ciò non ostante i riti acattolici liberamente si potessero celebrare in privato; nominasse il governo i vescovi, gl'instituisse la santa sede; nominassero i vescovi ed instituissero i parochi, il governo gli appruovasse; ciascuna diocesi avesse un capitolo metropolitano ed un seminario; i beni non alienati si restituissero al clero; si definissero le congrue in beni pei vescovi, pei capitoli, pei seminarj, per le fabbriche, fra tre mesi; si assegnassero pensioni convenienti ai religiosi soppressi; non s'innovassero i confini delle diocesi; per gl'innovati si domandasse l'appruovazione della santa sede; gli ecclesiastici delinquenti con le pene canoniche fossero dai vescovi puniti; se gli ecclesiastici non si rassegnassero, i vescovi ricorressero al braccio secolare; se un ecclesiastico fosse condannato per delitto, si avvisasse il vescovo della condanna, acciocchè quanto dalle leggi canoniche fosse prescritto, potesse fare: ogni atto pubblico, che i buoni costumi corrompesse, od il culto, od i suoi ministri offendesse, fosse proibito; niun paroco potesse essere sforzato da nissun magistrato a ministrare il sacramento del matrimonio a chiunque fosse vincolato da impedimento canonico. A questo modo fu ordinata la chiesa Italiana nella Lionese consulta. Alcuni capi, ancorchè laudabili e sani, toccavano la giurisdizione ecclesiastica, e sarebbe stato necessario l'intervento del pontefice. Nondimeno con acconcio discorso a nome di tutto il clero Italico assentiva l'arcivescovo di Ravenna, assentimento non necessario, se l'autorità civile aveva dritto di fare quello che fece, non sufficiente, se l'intervento dell'autorità pontificia era necessario. Ma il consolo su quelle prime tenerezze d'amicizia col papa non aveva timore, e sapeva che l'ardire comanda altrui.

Quanto agli ordini civili, i tre collegi dei possidenti, dei dotti, e dei commercianti erano il fondamento principale della repubblica: in loro era investita l'autorità sovrana. Ufficio dei collegi fosse nominare i membri della censura, della consulta di stato, del corpo legislativo, dei tribunali di revisione e di cassazione, della camera dei conti. Ancora accusassero i magistrati per violata constituzione, e per peculato; finalmente i dispareri nati tra la censura ed il governo per accuse di tal sorte definissero. Sedessero i possidenti in Milano; i dotti in Bologna, i commercianti in Brescia: ogni biennio si adunassero.

Magistrato supremo era la censura; componessesi da nove possidenti, da sei dotti, da sei commercianti; sedesse in Cremona; desse per se, e giudicasse le accuse date per violata constituzione e per peculato; cinque giorni dopo la fine delle adunanze dei collegi si adunasse; dieci giorni, e non più sedesse. Ordine buono era questo, ma l'età servile il rendeva inutile.

Fosse il governo della repubblica commesso ad un presidente, ad un vice-presidente, ad una consulta di stato, ai ministri, ad un consiglio legislativo. Avesse il presidente la potestà esecutiva, il vice-presidente nominasse; fossero i ministri tenuti d'ogni loro atto verso lo stato.

Ufficio della consulta fosse l'esaminare ed il concludere le instruzioni pei ministri presso le potenze, e l'esaminare i trattati. Potesse nei casi gravi derogare alle leggi sulla libertà dei cittadini, ed all'esercizio della constituzione: provvedesse in qualunque modo alla salute della repubblica. Se dopo tre anni qualche riforma giudicasse necessaria in uno o più ordini della constituzione, sì la proponesse ai collegi, ed i collegi definissero.

Aveva il consiglio legislativo facoltà di deliberare intorno ai progetti di legge proposti dal presidente, e di consigliarlo sopra quanti affari fosse da lui richiesto.

Il corpo legislativo statuisse le leggi proposte dal governo, ma non discutesse, nè parlasse: solo squitinasse.

Tali furono i principali ordini della constituzione dell'Italiana repubblica, forse i migliori, massime i tre collegi ed il magistrato di censura, che Buonaparte abbia saputo immaginare.

Letta ed accettata la constituzione, se ne tornava il consolo, traendo a calca e con acclamazioni il popolo, nel suo Lionese palazzo. Poscia, ricevute le salutazioni degl'Italici, e nominati i ministri, si avviava, contento del successo del suo Italiano sperimento, al maraviglioso e maravigliato Parigi.

Fecersi molte allegrezze nell'Italiana repubblica per la data constituzione, e per l'acquistato presidente le adulazioni montarono al colmo, fastidiose per uniformità. Presersi solennemente i magistrati secondo gli ordini nuovi; Melzi, prendendo il suo, parlò magnificamente del consolo, modestamente di se, acerbamente dei predecessori; toccò principalmente delle corruttele. Il lusso fu grande; Melzi viveva da principe, ma non con grandezza affettata. Essendo il presidente lontano, pareva l'indipendenza maggiore; i soldati si descrivevano, ed in buoni reggimenti si ordinavano. Prina, ministro di finanza, talmente rendè prospera la rendita dello stato, che non ostante il tributo annuo che pagava alla Francia, erano le casse piene, i pagamenti agevoli. Le lettere e le scienze fiorivano, ma più le adulatorie che le libere. Chi voleva favellare con qualche libertà, era posto dove nissuno il poteva più udire. La consulta di stato, che per questo era stata creata, siccome quella che era docilissima, sapeva fare star cheto chi avesse voglia di parlare. Seppelo Ceroni, giovane d'ingegno vivo e generoso, che per qualche verso, che toccava d'independenza, andò carcerato, poi esiliato; con lui si trovarono nelle male peste Teuillet, generale Italiano, Cicognara, ed alcuni altri, solo per aver lodato i versi di Ceroni. Le quali cose udite dagli altri poeti e letterati, si misero in sul più bello dell'adulare. Diceva Buonaparte, che era tempo di mettere il freno; nel che aveva tutta la ragione; ma il male fu, che il mise ugualmente sul favellar bene, e sul favellar male. Molte cose si scrissero in quell'età; nissuna che avesse nervo, se non forse qualche imprecazione contro l'Inghilterra, perchè le imprecazioni contra di lei erano diventate parte d'adulazione. Nissuna cosa si scrisse che avesse dignità, serpeggiando l'adulazione per tutto; nissuna che avesse novità, perchè la lingua ed i pensieri erano levati di peso dalla lingua e dai libri Francesi, e neanco dai buoni, ma dai più cattivi; i più insipidi libricciattoli, le più informi gazzettacce servivano d'esemplare. Buon modo aveva trovato Buonaparte presidente perchè gli scrittori non facessero scarriere; questo fu di arricchirgli, e di chiamargli ai primi gradi. Pareva loro un gran fatto, ed accettando il lieto vivere, tacevano, o adulavano. Tuttavia qualche volta il mal umore gli assaliva, e negl'intimi simposj loro si sfogavano, e si divertivano a spese del presidente di Parigi. Il sapeva e ne rideva, perchè non gli temeva. Insomma la letteratura fu servile, le finanze prospere, i soldati ordinati, l'independenza nulla. Pure un certo sentimento dell'essere e del vivere da se nasceva, e si propagava negli animi, che col tempo avrebbe potuto fruttare. Melzi, uomo di natura tutta Italiana, e che amava l'Italia, nodriva questi pensieri con arte; il che giunto alla grandezza del suo procedere aveva molta efficacia. Questi andamenti non piacevano al presidente; e però nol teneva più in quella grazia, in cui l'aveva per lo innanzi.

Fra tutto questo sorgevano opere di singolare magnificenza; il foro Buonaparte, come il chiamavano, fondossi nel luogo dove prima s'innalzavano le mura del castello di Milano. Fu questo un maraviglioso disegno, che molto ritraeva della Romana grandezza. Diessi mano al finirsi il duomo di Milano da tanto tempo imperfetto, e tanto fu promossa l'opera, che in poco d'anni vi si fece più lavorìo, che in parecchi secoli. Rendevasi la libertà impossibile, si acquistava la bellezza. Tutte queste cose, e quel nome di repubblica Italiana, singolarmente allettavano i popoli della penisola. Così vissesi qualche tempo in lei, finchè nuovi disegni di Buonaparte l'incamminarono a nuovi pericoli, ed a nuovi destini.

A questo nome di repubblica Italiana, ed all'essersene Buonaparte fatto capo, s'insospettirono le potenze, massimamente l'Austria, alla quale stavano per le sue possessioni più a cura le Italiane cose. L'imperatore Alessandro stesso, che già aveva concetto qualche sinistra impressione per la grande autorità che il consolo si era arrogata nella Svizzera, vieppiù si alienava da lui pei risultamenti della Lionese consulta, e le cose della Russia colla Francia già si scoprivano in manifesta contenzione. Il consolo, che non voleva essere arrestato a mezzo viaggio, tentò di mitigare questi mali umori col pubblicare una scrittura, colla quale si sforzava di mostrare, che la Francia, conservando l'Italiana repubblica, non aveva preso troppo per se, nè tanto quanto avevano per se stessi preso gli altri potentati. Fatta comparazione della potenza della Francia prima della rivoluzione alla presente, discorreva, che prima ella aveva autorità negli stati del re di Sardegna per la vicinanza, e per le pretensioni dell'Austria sul Monferrato, in Venezia per la necessità in cui era questa repubblica di trovare appoggio contra la vicina ed ambiziosa Austria, nel regno di Napoli pel patto di famiglia. Ma che ora Venezia apparteneva all'imperatore, e che il patto di famiglia era rotto. Concludeva che l'Austria sarebbe stata padrona dell'Italia, se la Francia non si fosse attribuita una nuova forza per l'accessione della repubblica Italiana. Tacque del Piemonte, come se il tacere più valesse che l'appropriarsi. Nelle altre parti d'Europa, seguitava, la Polonia preda e nuova forza delle maggiori potenze, la Turchia inutile, la Svezia impotente, l'acquisto dei quattro dipartimenti del Reno non compensare nè far giusto contrappeso per lo spartimento della Polonia. Toccò poi anche la fine di Tippo Saib, grande aumento all'Inghilterra; moderatissimi essere i desiderj della Francia; avere restituito in pace quello, che aveva conquistato in guerra; ma non volere, col debilitar troppo se stessa, derogare alla sua dignità, ed alla consueta sua potenza; solo volere che nissuno preponderasse in Germania, nissuno in Italia; non voler dominare altrui, ma non voler anco esser dominata; a chi bene considerasse, essere evidente, ch'ella non aveva pei nuovi acquisti conseguito nuova forza, solo avere conservato l'antica.

Genova sentiva ancor troppo pel recente governo di democrazìa: volle il consolo venirne alla solita scala dell'aristocrazìa. Il supplicarono, affinchè desse loro una costituzione: consentiva facilmente. I governatori di Genova lietamente annunziavano le felici novelle ai loro concittadini: essere arrivati al compimento dei desiderj loro: darebbe forma alla repubblica chi aveva dato pace all'Europa; avere dovuto la grande opera acquistare immortalità da un eroe: averlo essi di ciò pregato spinti dall'amor patrio, e dai patrj esempi; sperarne sorti felicissime; esserne sorta una constituzione annunziatrice della religione, conservatrice della libertà; essere il reggimento dello stato commesso a chi aveva, a chi industriava, a chi sapeva; esser posti in sicuro i diritti dei cittadini; restare che la pubblica saviezza tutelasse la pubblica felicità. Dimostrasse, aggiungevano, la nazione Ligure fra le Italiane nazioni a nissuna seconda in memorie illustri, che non erano spenti in lei i semi dell'antiche virtù, e che non degenere dagli avi era degna di conservare un nome grave di tanta gloria. Questo scritto dei reggitori Genovesi, disteso in lingua e stile assai più purgato, che le sucide scritture Cisalpine, Toscane e Napolitane, non era, quanto alla forma, senza dignità. Da Genova già erano venuti molti buoni esempi, ora veniva anche quella della limpidezza del parlare.

Importava la constituzione, che un senato reggesse con potestà esecutiva la repubblica: presiedesselo un doge: dividessesi in cinque magistrati: il magistrato supremo, quello di giustizia e legislazione, quello dell'interno, quello di guerra e mare, quello di finanza. Trenta membri il componessero. Ufficio suo fosse presentare ad una consulta nazionale le leggi da farsi, eseguire le fatte; eleggesse il doge sopra una lista triplice e presentata dai collegi.

Il doge presiedesse il senato ed il magistrato supremo: stesse in carica sei anni; rappresentasse, quanto alla dignità ed agli onori, la repubblica; sedesse nel palazzo nazionale; la guardia del governo gli obbedisse; un delegato del magistrato supremo in ogni suo atto l'assistesse.

Fosse il magistrato supremo composto del doge, dei presidenti degli altri quattro magistrati, e di quattro altri senatori: il senato gli eleggesse; gli s'appartenesse specialmente l'esecuzione delle leggi e dei decreti; pubblicasse gli ordini e gli editti che credesse convenienti; tutti i magistrati amministrativi a lui subordinati s'intendessero; reggesse gli affari esteri; avesse facoltà di rivocare i magistrati da lui dipendenti, di sospendere per sei mesi i non dipendenti, anche i giudici dei tribunali; provvedesse alla salute sì interna che esterna dello stato; vegliasse che la giustizia rettamente e secondo le leggi si ministrasse; sopravegghiasse alle rendite pubbliche, agli affari ecclesiastici, agli archivi, alla pubblica istruzione; comandasse all'esercito. Quest'ordine del magistrato supremo rappresentava nella nuova constituzione l'antico piccolo consiglio, che i Genovesi chiamavano consiglietto; in lui era tutto il nervo del governo. L'autorità del doge era, come negli antichi ordini, piuttosto onorifica che efficace: contro di lui manifestamente si vedeva la gelosìa degli antichi governi aristocratici d'Italia.

Quest'era il governo della repubblica Ligure. Restava a dichiararsi, in qual modo si attuasse. Stanziò il consolo, che vi fossero i tre collegi dei possidenti, dei negozianti, dei dotti, dai quali ogni potestà suprema, o politica, o civile, o amministrativa, come da fonte comune, derivasse. Eleggessero ogni due anni i collegi un sindacato di sette membri: in potestà del sindacato fosse censurare due membri del senato, due della consulta nazionale, due di ogni consulta giurisdizionale: due di ogni tribunale, e chi fosse censurato, immantinente perdesse la carica. Le giurisdizioni o distretti nominassero ciascuno una consulta giurisdizionale, le consulte giurisdizionali i membri della consulta nazionale eleggessero: sedesse in questa la potestà legislativa.