Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V
Part 14
La sospensione di Treviso ridusse alle strette il re di Napoli, perchè per lei potevano i Francesi più espeditamente attendere alla ricuperazione dei paesi perduti. Il conte Ruggiero, volendo cooperare con Bellegarde, si era mosso coi Napolitani, e, traversato lo stato Romano, era entrato in Toscana, alloggiandosi in Siena. Dall'altro lato il marchese Sommariva con qualche squadrone di Tedeschi, e coi fuorusciti Aretini, s'era ancor egli fatto avanti, ed aveva levato a romore le parti superiori del gran ducato. Al quale moto sollevati gli Aretini, siccome quelli che mal volentieri sopportavano il nuovo dominio, di nuovo erano corsi all'armi, ed avevano condotto in grave pericolo Miollis, che con poche genti custodiva la Toscana. Messi in confusione e sconquasso i confini, s'incamminavano Sommariva da una parte, il conte Ruggiero dall'altra all'acquisto di Firenze, dove il generale Francese aveva la sua principale stanza. Queste cose accadevano sul principiar dell'anno. Disperando Miollis, perchè si sentiva più debole pel poco numero de' suoi soldati, misti di Francesi, Cisalpini, e Piemontesi, di far fronte ad un tratto ai due nemici, s'appigliò prudentemente al partito di combattergli separati, usando celerità. Marciavano primieramente contro i Napolitani condotti dal conte. Guidava il generale Pino l'antiguardo di fanti Cisalpini, e di cavalli Piemontesi. Affrontava tra Poggibonzi e Siena una grossa colonna di cinque o sei mila fanti Napolitani, e valorosamente urtando con le bajonette, gli voltava in fuga. Volle il conte far testa in Siena; ma Pino guidato dal proprio valore, da quello de' suoi, dal fervore della vittoria, dava dentro incontanente, e fracassate coi cannoni le porte, vittoriosamente vi entrava. Ritirossene il conte; poi fece opera di rannodarsi sui poggi vicini, ma pressando viemmaggiormente i Cisalpini ed i Piemontesi, fu costretto ad abbandonar tostamente i territorj Toscani, ritirandosi in quei di Roma per l'oscurità della notte. Il marchese, udito il sinistro caso del conte, ritraeva prestamente i passi, e giva a ricoverarsi in Ancona. In tal modo Miollis pel valore de' suoi, e per la provvidenza propria riduceva di nuovo in arbitrio di Francia le cose di Toscana, e teneva in timore il sinistro fianco di Bellegarde. Quest'erano le condizioni di Toscana quando, conclusa la sospensione di Treviso, nella quale non fu compreso il re di Napoli, le cose del regno restarono esposte a grandissimo pericolo; perchè Murat, siccome gli era stato comandato dal consolo, già venuto con le nuove reclute in Italia, s'incamminava a gran passi contro la Toscana e la Romagna per invadere il regno. Ai soldati di Murat s'accostava al medesimo fine una forte squadra dell'esercito vittorioso di Brune: ogni cosa cedeva alla riputazione della vittoria. Il resistere pel re era impossibile, la sua ruina certa. La salute, caso da non essere presentito, gli venne dal settentrione. Carolina regina, che quantunque fosse di natura pur troppo risentita, e si lasciasse tropp'oltre trasportare dallo sdegno, aveva mente forte, e non dava molta fede alle matte credenze, ed alle parole gonfie degli stravolti nemici di Francia, si era risoluta, voltando tutto l'animo alle speranze Russe, e non isperando in altro modo congiunzione con Francia, di andar a Pietroburgo per pregare l'imperatore Paolo ad intromettersi, come mediatore, tra il consolo e Ferdinando. Piacque la fede a Paolo: già rappattumato col consolo, mandava in Italia il generale Lewashew, affinchè s'intromettesse a concordia fra le due potenze. Si soddisfece Buonaparte del procedere di Paolo, perchè in primo luogo vedevano le nazioni, principalmente gl'Italiani, che uno dei più potenti principi del mondo, non solo riconosceva il suo governo, ma ancora aveva amicizia con lui; in secondo luogo vedeva egli medesimo il regno di Napoli sottratto dalla divozione Inglese, e ridotto nuovamente nella propria. Fecersi a Lewashew venuto in Italia onorevoli accoglienze in ogni parte, parendo che rilucesse nella persona sua tutta la grandezza di Paolo: i popoli si maravigliavano, che la Russia tanto nemica a Francia, le fosse ora divenuta amica, e paragonando i tempi di Suwarow con quei di Lewashew, ammiravano la potenza e la felicità del consolo. Venne per parte del re il cavaliere Micheroux a trovare Murat a Foligno: non istettero a negoziar lungo tempo, essendo le due parti sommamente desiderose di convenire, una per piacere a Paolo, l'altra per paura di Buonaparte. Fu adunque il dì diciotto febbrajo, accordata tra Francia e Napoli, con corroborazione dell'autorità della Russia, una tregua, i principali capitoli della quale furono, che i soldati regj sgombrassero dallo stato Romano, che i repubblicani occupassero Terni, ma che la Nera non oltrepassassero; che tutti i porti di Napoli e di Sicilia si serrassero contro gl'Inglesi e contro i Turchi; che ogni comunicazione cessasse tra Porto-ferrajo e Porto-longone nell'isola d'Elba, fintantochè gl'Inglesi non avessero sgombrato da Porto-ferrajo; che Dolomieu si liberasse dalle carceri di Messina, che si restituissero gli ufficiali ed i generali Francesi; che si obbligasse il re ad udire favorevolmente le raccomandazioni di Francia per coloro, che fossero o banditi, o carcerati per opinioni politiche. Ebbe questo trattato subito effetto: vuotò il conte Ruggiero il territorio della Chiesa: prevenendo le instanze del consolo, aboliva i tribunali straordinarj, e condonava ogni pena pel crimenlese. Murat tra per vanagloria ad entrar qual liberatore in Roma, e per adescare ai futuri disegni venutovi dentro, e concorrendo a lui il popolo, si condusse a far riverenza al pontefice.
Ogni cosa si componeva a concordia: più poteva a Vienna il terrore, che le Inglesi esortazioni. Negoziavasi a Luneville per l'Austria dal conte Luigi Cobentzel, per la Francia da Giuseppe Buonaparte, l'uno e l'altro avendo mandato e possanza di concludere. Dopo qualche contenzione, pigliarono forma, che il trattato definitivo di pace fosse sottoscritto il giorno nove di febbrajo. I capitoli principali, quanto all'Italia, furono quelli stessi del trattato di Campoformio, solo variossi pei confini: l'Adige, principiando dove sbocca dal Tirolo insino alla sua foce, fosse confine tra la Cisalpina e gli stati d'Austria; la destra parte di Verona, e così quella di Portolegnago spettassero alla Cisalpina, la sinistra all'Austria; si obbligava l'imperatore a dare la Brisgovia al duca di Modena in ricompensa del perduto ducato; rinunziasse il gran duca alla Toscana ed all'isola d'Elba, e la Toscana e l'isola si dessero all'infante duca di Parma; il gran duca si ricompensasse con stati competenti in Germania; conoscesse, e riconoscesse l'imperatore le repubbliche Cisalpina e Ligure, e rinunziasse ad ogni titolo, sovranità e diritto sopra i territorj della Cisalpina; consentisse alla unione dei feudi imperiali colla repubblica Ligure. Del Piemonte nulla si stipulava, perchè Buonaparte voleva serbarsi o una occasione per pigliarlo per se, od un appicco per piacere a Paolo.
Il re di Napoli ridotto alla necessità di obbedire alla forza lontana di Paolo, ed alla vicina di Buonaparte, si quietava anche col consolo, convenendo in un trattato di pace a Firenze il dì vent'otto di marzo sottoscritto per parte di lui da Micheroux, per parte della Francia da Alquier. Convenissi come nella tregua, e di vantaggio, che il re rinunziasse primieramente, e per sempre a Porto-longone, ed a quanto possedesse nell'isola d'Elba, secondamente cedesse alla Francia, come cosa propria, e da farne ogni voler suo, gli stati dei presidj ed il principato di Piombino; ancora perdonasse ogni delitto politico commesso fino a quel giorno; restituisse i beni confiscati, liberasse i detenuti, potessero gli esuli tornare nel regno sicuramente, e fosse loro restituita ogni proprietà; da ambe le parti si dimenticassero le offese.
Le cose si fermarono anche con nuova composizione colla Spagna, essendosi stipulato un trattato a Madrid il dì ventuno marzo da Luciano Buonaparte per parte di Francia, e dal principe della Pace per parte di Spagna. S'accordarono le due parti, che il duca di Parma rinunzierebbe al ducato in favore della repubblica di Francia, che la Toscana si darebbe al figliuolo del duca con titolo di re; che il duca padre si compenserebbe con rendite e con altri stati; che la parte dell'isola d'Elba che apparteneva alla Toscana, spetterebbe alla Francia, e che la Francia ne ricompenserebbe il re d'Etruria collo stato di Piombino; che la Toscana s'intendesse unita per sempre alla corona di Spagna; che se il re d'Etruria morisse senza prole, succedessero i figliuoli del re di Spagna.
Così in men che non fa un anno, ogni ostacolo cedendo ai Buonapartiani fati, vinse il consolo Austria ed Italia. Poscia, essendo in tutti, parte pei medesimi, parte per diversi rispetti la medesima intenzione alla pace, composte tutte le controversie, contrasse amicizia coll'imperatore Paolo, s'accordò coll'imperatore Francesco, e rinnalzò Francia da bassa ad eminente fortuna.
LIBRO VIGESIMOPRIMO
SOMMARIO
Il consolo s'accorda con Roma, e rinstaura la religione cattolica in Francia. Concordato. Discussioni nei consigli del papa su di questo atto. Articoli organici aggiunti dal consolo, e querele del pontefice in questo proposito. Ordini Francesi introdotti in Piemonte, che accennano la sua unione definitiva colla Francia. Menou mandato ad amministrar questo paese in vece di Jourdan. Murat in Toscana. Suo manifesto contro i fuorusciti Napolitani. La Toscana data al giovane principe di Parma con titolo di regno d'Etruria. Il consolo insorge per arrivare a più ampia autorità, ed a titolo più illustre. Fa per questo sue sperienze Italiane, e chiama gl'Italiani a Lione. Quivi il dichiarano presidente della repubblica Italiana per dieci anni con capacità di esser rieletto. Constituzione della repubblica Italiana. Genova cambiata, e sua nuova constituzione. Monumento in Sarzana ad onore della famiglia Buonaparte, natìa di questa città. Il Piemonte formalmente unito alla Francia. Carlo Lodovico, infante di Spagna, re d'Etruria per la morte del principe di Parma. Descrizione della febbre gialla di Livorno. Le bilustri trame di Buonaparte arrivano al loro compimento; si fa chiamar imperatore. Pio settimo condottosi espressamente in Parigi, lo incorona.
Le cose della religione cattolica erano in gran disordine in Francia. L'assemblea constituente aveva interrotto la unione con la sedia apostolica rispetto alla instituzione pontificia dei vescovi, qual era stata accordata tra Leone decimo, e Francesco primo, e tolto i beni alla chiesa con appropriargli alla nazione. I governi che vennero dopo, massimamente il consesso nazionale, non solamente distrussero gli ordini statuiti dall'assemblea, ma spensero ancora ogni ordine religioso, perseguitarono i ministri della religione, ed alcuni anche sforzarono, cosa nefanda, a rinegare il proprio stato, e le proprie opinioni. Il direttorio continuò a perseguitare i preti, ora confinandogli nell'esiglio, ora serrandogli nelle prigioni, e sempre impediendo loro, massime ai non giurati, che liberamente e pubblicamente celebrassero i riti divini. Fra tante amarezze dell'anime pie, qualche consolazione recavano i preti giurati colle esortazioni, e coi conforti loro: ad essi la Francia debbe restar obbligata della conservazione della fede; della conservazione medesima la sedia apostolica debbe sentir loro obbligo, sebbene abbia cagione di dolersene per la diminuzione da loro introdotta, e pertinacemente sostenuta con le parole, con le opere, e con gli scritti, nella giurisdizione della cattedra di San Pietro. Conservarono eglino la fede, che è la radice, senza la quale ogni religione, non che ogni disciplina ecclesiastica, sarebbe impossibile. Ma la religione senza un culto ordinato, e senza riti accordati con la pubblica autorità, e da lei riconosciuti e protetti, non potrebbe sussistere lungo tempo, la cattolica meno di ogni altra, solita a cattivar gli animi con le pompe e solennità esteriori. Ciò si vedevano gli uomini prudenti, nei quali era entrata la persuasione, che le credenze religiose sono un ajuto efficace alle leggi civili: quest'istesso vedevano gli uomini religiosi, che si dolevano, che quello che nelle menti e nei cuori loro pensavano ed amavano, non potessero in ordinato e pubblico modo manifestare. Era adunque nato un desiderio in Francia di veder ristorati i riti della religione cattolica, e molti Francesi in questo desiderio tanto più s'infiammavano, quanto più difficile sembrava la rintegrazione. Certo pareva, che ove una prima insegna di Cristo si fosse rizzata, là sarebbero concorsi cupidamente, e con amore avrebbero abbracciato coloro, che rizzata l'avessero. Buonaparte non era uomo da non vedersi queste cose, meno ancora da non usarle per edificare la sua potenza, e per arrivare a' suoi fini smisurati. Per questo aveva dato parole di pace, di religione, di rispetto, e d'amicizia verso il papa, quando ritornò, dall'Egitto arrivando, in Francia; per questo tenne i medesimi discorsi quando andò alla seconda conquista d'Italia; per questo le medesime protestazioni accrebbe quando vittorioso nei campi di Marengo se n'era tornato nella sua consolar sede di Parigi. Adunque divenuto libero dai pensieri, che più nella mente sua pressavano, della guerra, applicava viemaggiormente l'animo al negoziare col papa, col fine di venirne con lui ad un aggiustamento in materia religiosa. Offeriva di dare stato, culto, e comodi pecuniari alla religione cattolica, ed ai suoi ministri. Aggiungeva le solite lusinghe, favellando con accomodate parole della mansuetudine, e della santità del Chiaramonti, vescovo d'Imola. Nè tralasciava le consuete dimostrazioni del suo amore verso la religione, e verso i Francesi. Alcuni accidenti ajutavano queste pratiche, altri le disajutavano. Dava favore al consolo un concilio nazionale di vescovi giurati che dipendentemente da un altro tenuto nel novantasette, con suo consentimento espresso era per adunarsi in Parigi il dì di San Pietro. Non solamente ei non impediva che questi vescovi parlassero, ma gl'incitava anche a parlare, quantunque fossero giurati, e contrarj a quella pienezza di potestà, che i papi pretendono spettarsi alla sedia apostolica. Della quale facoltà largamente usando, mandavano circolari esortatorie ai vescovi, e preti loro compagni della chiesa gallicana, acciocchè imitando, come dicevano, quella carità, di cui Gesù Cristo aveva lasciato il precetto e l'esempio, venissero al destinato giorno ad unirsi nel concilio di Parigi. Compissesi, confortavano, l'opera incominciata nel concilio del novantasette, dessesi occasione ed incitamento al rinnovare queste nazionali e sante assemblee presso tutte le altre nazioni della cristianità, assemblee tanto raccomandate, e tanto commendate dalla veneranda cristiana antichità; nodrissesi speranza, che fossero esse il principio di un concilio ecumenico, la di cui convocazione già da più secoli interrotta, sebbene il concilio di Costanza avesse prescritto che ogni dieci anni si convocasse, era santa e necessaria cosa rintegrare. Mandavano al tempo stesso pregando il papa, col quale già il consolo negoziava per venirne allo statuire con lui precetti contrarj, inviasse suoi deputati per certificarsi, quale e quanta fosse la purità della fede loro: con lui si lamentavano di essere stati prima condannati che uditi da Pio sesto; affermavano, per opera loro non essere stato interrotto il corso della potestà episcopale: forse, sclamavano, poter essere loro imputato a peccato l'avere somministrato i sussidj, ed i conforti della religione a sì copioso numero di diocesi, e di parrocchie abbandonate dai pastori loro? Allegavano, che la facoltà di teologia, e di diritto canonico di Friburgo in Brisgovia aveva profferito una sentenza tutta a loro favorevole, sebbene non provocata; imploravano il parere di tutte le altre università cattoliche, offerendosi pronti a dire ed a scrivere quanto loro fosse addomandato a dilucidazione della controversia. Protestavano finalmente, essere figliuoli obbedienti della Chiesa una, santa, cattolica, apostolica, e romana; e con parole efficacissime testimoniavano, nel grembo suo voler vivere, nel grembo suo morire.
Trattavasi in queste controversie principalmente della elezione dei vescovi, cioè quanto al temporale, se la elezione fatta dal popolo fosse valida, come quella fatta dai re e da altri capi di nazioni, e quanto allo spirituale, se, perchè il filo della successione episcopale non fosse interrotto, fosse necessaria l'instituzione del pontefice Romano, o se bastasse quella fatta da un altro vescovo. Trattavasi poi anche di quest'altro punto, se gli ecclesiastici dovessero vivere per le sole obblazioni dei fedeli, o se dovessero possedere beni in proprio, e se dottrina eretica fosse il mantenere che la potestà temporale, pei bisogni generali dello stato potesse por mano senza il consenso del Romano pontefice nei beni della chiesa. Non era punto nè incerta, nè ignota la opinione dei vescovi giurati adunati in Parigi intorno alle annunziate questioni, poichè ognuno sapeva, che sentivano contro le dottrine della Romana sede. Nè solo queste opinioni in Francia erano sorte, ma a loro non pochi uomini dottissimi, e di ogni religiosa virtù ornati in Italia si erano accostati; conciossiachè, tacendo del Ricci, vescovo di Pistoja, che più vivamente di tutti procedeva, nella medesima sentenza erano venuti i professori Degola, Zola, Tamburini, Palmieri, e con loro Gautier, prete Filippino di Torino, Vailua canonico d'Asti, con molti altri sì Toscani, che Napolitani, che dal Ricci, o dai fratelli Cestari avevano le medesime dottrine imparato. Non dubitava Gautier di affermare, quale principio incontrastabile, che le elezioni dei vescovi sono di diritto divino, od almeno di apostolica constituzione, che sì fatto modo di elezione venne statuito dagli apostoli stessi, e servì di esemplare alla disciplina praticatasi universalmente nella chiesa nei secoli posteriori intorno ad un articolo di tanta importanza: allegava il Filippino a confermazione della sua dottrina, che l'elezione di San Mattia era stata fatta, non da San Pietro solamente, ma da tutti i discepoli adunati nel cenacolo, che sommavano a centoventi: finalmente usciva con dire, che se in fatto il pontefice Romano usava da più secoli la facoltà di instituire i vescovi, per mera usurpazione ne usava. Da tutto questo concludeva, che il papa doveva riconoscere, e confessare per veri e legittimi vescovi coloro, ch'erano stati creati in conformità degli ordini stabiliti dall'assemblea constituente di Francia. Voleva adunque Gautier, ed esortava i vescovi, andassero, non ammessa scusa alcuna, o pretesto in contrario, al concilio di Parigi per ingerirsi in quella gran causa, perchè pareva a lui, che chiunque diritto e senza prevenzione mirasse, avesse a venire in questa sentenza, che l'innocenza, la ragione, la giustizia, secondo i sani principj dei canoni stessero intieramente in favore dei pastori ordinati a norma della constituzione del clero di Francia; che essi veri e legittimi pastori fossero, siccome quelli che erano stati eletti dal popolo cristiano, ed appruovati e constituiti nelle loro chiese dai rispettivi metropolitani secondo i canoni primitivi dalla venerazione di tutto l'universo confermati, e contro i quali nissuna consuetudine potrebbe prevalere. A queste opinioni con l'autorità sua, e con gli scritti dava favore Benedetto Solaro, vescovo di Noli, mostrando gran desiderio di recarsi al concilio Parigino.
Pure da un'altra parte la Romana curia ardentemente impugnava le medesime dottrine: Pio sesto pe' suoi brevi dei dieci marzo e tredici aprile del novantuno, le aveva solennemente condannate, affermando, e costantemente asseverando, che la potestà di compartire la giurisdizione ecclesiastica secondo la disciplina da più secoli venuta in costume, e dai concilj, ed ancora dai concordati confermata, non apparteneva neppure ai metropolitani; che anzi questa potestà era alla fonte, dond'era derivata, ritornata, siccome quella che unicamente nell'apostolica sede ha la sua stanza, che presentemente al Romano pontefice spettava il provvedere di vescovi ciascuna chiesa, come spiega il concilio di Trento; dal che ne conseguitava che niuna legittima instituzione di vescovi può esservi, eccetto quella che dalla sedia apostolica si riceve; così avere statuito la Chiesa universale debitamente adunata in concilio; così avere constituito il concordato concluso tra Leone decimo pontefice, e Francesco primo re di Francia; dal che si vedeva, che sebbene solamente dal secolo decimoquinto i pontefici successori di San Pietro instituissero nelle sedi loro i vescovi, incontrastabile nondimanco era in questa materia il diritto loro, perciocchè vicarj di Cristo essendo, in se tutta avevano raccolta la potestà data da Dio in terra pel governo della chiesa; e se i vescovi erano posti a reggere le chiese particolari, ciò solamente potevano fare, quando dal supremo ed universal pastore ne avevano ricevuto il mandato.
A queste dottrine della curia Romana, come le chiamavano, non potevano star forti, nè udirle pazientemente gli avversarj, e con parole e con iscritti e con allegazioni di testi, e con sequele di ragionamenti continuamente le combattevano. Nè ciò facendo, del tutto modestamente procedevano: perciocchè, quantunque usassero discorsi artifiziosamente umili verso il pontefice, mescolavano nondimeno motti acerbi, e sentenze ancor più acerbe, quando favellano della potestà pontificia, e le disputazioni, come di teologi, s'innasprivano. Insomma, siccome per la constituzione civile del clero ordinata dall'assemblea constituente pareva loro avere vinto una gran causa, così con tutti i nervi, e con tutte le forze loro tentavano di riconfermare la conseguita vittoria.
Queste contese teologiche molto piacevano al consolo, e gli dimostravano una grande opportunità, perchè non dubitava che il papa, temendo ch'ei non fosse per gettarsi in grembo agl'impugnatori della santa sede, avrebbe mostrato più docilità nel concedere ciò che desiderava; perciò questi umori non solo favoriva, ma incitava. Questi erano gli accidenti favorevoli al consolo; ma per natura, e per uso, e per massima amava egli molto più il governo stretto e monarcale del papa, che il governo largo e popolare degli avversarj, e gli pareva che gli ordini papali, rispetto alla potestà unica ed universale, fossero un grande, utile e maraviglioso pensamento. Chiamava i giansenisti gente di molta fede, e di ristretti pensieri; nè gli pareva che la constituzione del clero, siccome cosa antiquata e cagione di molte disgrazie, si potesse utilmente rinfrescare. Un nuovo e vivace pensiero, e più conforme ai desiderj dei popoli, gli pareva che abbisognasse.