Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V

Part 13

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Pareva disperata l'impresa, e sarebbe stata, se non fosse arrivato Macdonald, il quale spinto da ardente desiderio di emolare il consolo, e prevedendo che lo stare importava la distruzione per la mancanza dei viveri, con accesissime esortazioni tanto fece, che le stanche ed atterrite genti di nuovo s'incamminavano. Precedevano quattro forti buoi a pestar le nevi; seguitavano quaranta palajuoli ad appianarle ed a fare il sentiero; i zappatori venendo dopo l'assodavano; due compagnìe di fanti a destra ed a sinistra perfezionavano pel sicuro passo ciò che ancora si trovava imperfetto. A questi s'attergavano le altre genti, fanti e cavalli: le artiglierìe e le bestie da soma viaggiavano alla coda; quest'era l'antiguardo. Arrivava sulla cima all'ospizio, con infinita allegrezza si ricongiungeva col salvato Laboissiere. Poi seguitando il cammino per la pianura del Cardinello, giungeva a campo Dolcino. Allo stesso modo varcavano il dì secondo e terzo di dicembre due altre squadre di fanti, di cavalli, e d'artiglierìe: il tempo freddo e sereno, le nevi indurite in ghiaccio facilitavano il passo. Solo alcuni soldati per la forza di quell'insolito rigore o morivano gelati, o perdute le estremità con le membra monche restavano. Crudo era il viaggio, ma speranza di terminarlo felicemente, quando il dì quattro (rimaneva a varcarsi il retroguardo in cui si trovava Macdonald), si levava una spaventevole bufera, che e gli uomini col soffio violentissimo arrestava, e sotto monti di lanciata neve gli seppelliva, ed ogni traccia che fatta si fosse di strada, intieramente scassava. La disperazione entrava negli animi: le guide, uomini del paese, atterrite attestavano l'impossibilità del passare, e l'opera loro ricusarono. Era per perire Macdonald sotto monti di neve, come era perito Cambise sotto monti d'arena. Ma vinse la virtù sua e dei compagni: queste sono opere piuttosto da giganti che da uomini. Incoraggiò le guide, incoraggiò i soldati. Accorreva, e gridava: «Francesi, ha l'esercito di riserva vinto il San Bernardo, vincete voi la Spluga: superate per gloria vostra quello, che la natura ha voluto fare insuperabile: i destini vi chiamano in Italia; ite e vincete, prima i monti e le nevi, poscia gli uomini e l'armi». La lunga tratta delle squadre desolate riprendeva il cammino. Imperversava vieppiù la bufera: spesso le guide piene di un alto terrore tornavano indietro, spesso gli uomini sepolti, spesso dispersi spesso la stretta foce della sublime valle si trasformava in monte di neve; là era un muro bianco e sodo, dove prima era l'aperta; chiusa ogni strada. S'aggiungeva un freddo intensissimo, maggiore, quanto più si saliva, e che gli animi attristava, e prostrava, e le membra con renderle inutili aggrezzava. Le nevose ed estemporanee mura spesso si rinnovavano, l'inesorabile inverno spaziava largamente, e dominava; le Rezie Alpi in atto di sorbirsi gli audaci Francesi. Rifulse in tanto estremo caso mirabilmente, quanto possa questa portentosa umana natura; perchè non restandosi Macdonald nè i suoi a quel mortale pericolo, aprivano ciò che era chiuso, spianavano ciò che era montuoso, rompevano ciò che era ghiacciato, assodavano ciò che era cedevole, sgretolavano ciò che era sdrucciolente, coprivano o riempivano ciò che era abisso. Per tale modo, quantunque un rovinoso inverno gli chiamasse a distruzione ed a morte, l'inverno vincevano, e contrastando a quanto hanno di più terribile e di più insuperabile i furibondi elementi, riuscivano nella Valtellina valle a salvamento. Rallegravansi dell'acquistata vita l'uno con l'altro, perchè si erano creduti morti: godevasi Macdonald il raccolto frutto dell'invitta costanza. Imprese son queste che pajono impossibili, e più a coloro che le hanno effettuate. Non le crederebbe la posterità, se il secolo nostro, tanto abbondante raccontatore, non uno, ma cento testimonianze non fosse per tramandarne; nè ricorda alcuna storia o antica o moderna fatto più maraviglioso, o più erculeo di questo. Da lui si vide con qual nemico avessero a fare gli Austriaci; perchè certamente non si sarebbero eglino mai posti a fatti sì rischievoli; il valore era pari da ambe le parti, maggiore l'audacia da quella dei Francesi. Chiamanla alcuni temerità; pure la fortuna è amica degli audaci, ed il mondo è di chi se lo piglia.

Sebbene la prima parte dell'impresa fosse compita, restavano ad effettuarsi le due altre, che avevano anch'esse gran momento di difficoltà; quest'erano il passo dalla Valtellina nella valle Camonica, cioè dall'acque dell'Adda a quelle dell'Oglio, ed il passo dalla Valtellina nel Trentino, cioè dall'acque dell'Adda a quelle dell'Adige. Apriva il primo il monte Priga, il secondo il monte Tonale. Non ebbe prospero fine il tentativo contro quest'ultimo, perchè gli Alemanni vi si erano fortemente trincerati, e sebbene Macdonald due volte con grande vigorìa gli combattesse, ajutati dalla stagione, dalla fortezza del luogo, e dal proprio valore il risospinsero. Da un'altra parte sortiva esito felice il passo della Priga. Traversato, non senza gravi difficoltà e pericoli, quell'aspro monte, vedevano i repubblicani le acque dell'Oglio, e passato Breno, si raccoglievano a Pisogna, terra posta sulla settentrional punta del lago d'Iseo, cui l'Oglio con le sue acque forma e nodrisce. Vi trovavano la legione Italiana di Lecchi, e vettovaglie fresche, provvidenza di Brune, che ve le aveva mandate a ristoro di quelle stanche ed eroiche genti.

Erasi sul fine di novembre disdetta la tregua, e denunziate le ostilità da una parte e dall'altra, ma non si venne tosto alle mani in Italia, perchè Brune non voleva principiar la guerra innanzi che Macdonald, occupato allora nel passo dei monti, fosse venuto a congiungersi con lui. Nè stava senza timore che il suo fianco destro pericolasse, stantechè Dupont, dopo la conquista della Toscana, era ritornato con la maggior parte delle truppe al campo principale, lasciato solamente in quel paese Miollis con tre o quattromila soldati. Oltre a ciò il re di Napoli, stimolato dagl'Inglesi, e volendo cooperare coll'Austria, aveva radunato un'esercito campale sotto la condotta del conte Ruggiero di Damas; il quale traversato lo stato pontificio, già s'avvicinava alla Toscana. Perciò il generale di Francia stava aspettando che Macdonald si accostasse, e che i soldati novelli, che già erano arrivati in Piemonte, gli pervenissero. Nè meno desiderava indugiar la guerra Bellegarde, volendo aspettare che Laudon e Wukassowich fossero scesi dal Tirolo. Inoltre trovandosi alloggiato in sito forte per natura e per arte, amava meglio essere assaltato, che assaltare.

Avvicinandosi oggimai la fine dell'anno, ed essendo giunto Macdonald sui campi, donde poteva cooperare con Brune, e volendo il generalissimo secondare i movimenti di Moreau in Germania, che con armi prospere minacciava il cuore dell'Austria, si deliberava a dar principio alle ostilità: assaltati impetuosamente i corpi che Bellegarde aveva posto alle stanze sulla destra del Mincio, gli sforzava a rivarcare il fiume. Restava ch'egli medesimo il passasse, difficile opera, perchè gli Austriaci forti di numero e di sito, si erano risoluti a difendere gagliardamente il fiume. Erano i Francesi partiti in tre schiere: la superiore, cioè la sinistra governata da Moncey, guardava a Peschiera, la mezzana, a cui presiedeva Suchet, stava rimpetto a Borghetto, la inferiore o la destra guidata da Dupont alloggiava alla Volta, e si distendeva sino a Goito. Fece Brune pensiero di varcare al passo di Mozambano, perchè quivi le rive essendo meno paludose facilitavano lo accostarsi, ed il combattere più fermamente nei luoghi occupati. Perchè poi il passo gli riuscisse più facile, avvisò di ingannar il nemico con fargli credere, ch'ei lo volesse passare più sotto tra la Volta e Pozzuolo. Con questo fine ordinava a Dupont, facesse qualche forte dimostrazione di voler varcare in questo luogo, e tanto vi tempestasse, che Bellegarde si persuadesse, che quest'era il passo veramente, che i Francesi avevano intenzione di effettuare, non dubitando, che per questo timore vi avrebbe il generale Tedesco mandato gran parte delle sue genti, e perciò, nudando il suo destro fianco, dato più facile esecuzione al disegno di Mozambano. Ciò non ostante voleva Brune, e così aveva comandato a Dupont, che si contentasse di una dimostrazione sulla riva sinistra, non vi prendesse alloggiamento stabile, non v'ingaggiasse battaglia giusta. Correva il giorno venticinque decembre, cui il generalissimo di Francia aveva destinato al passaggio del Mincio. Fu il primo Dupont a mandar ad effetto la fazione che gli era stata commessa. Passava primieramente coi soldati leggieri sulle barche trovate a caso, poi, accomodate le piatte, construiva il ponte, e varcava con la maggior parte delle genti, che erano le due squadre di Watrin e di Monnier. S'impadroniva, dopo breve contrasto, della terra di Pozzuolo, e senza aver rispetto alle condizioni delle cose, vi fermava le sue stanze; felice ad un tratto, ed infelice pensiero, perchè se l'impadronirsi di Pozzuolo era fatto importante, la circostanza era tale, che avrebbe potuto partorire la difazione intiera dei Francesi, e per poco stette, che non abbia fatto quest'effetto. Sarebbe stato e miglior partito per non deviare dalla volontà del generalissimo, e più sicuro per Francia, che Dupont, acquistata la facoltà del passare, attendesse, prima di effettuare il passo, che Brune avesse ancor egli varcato a Mozambano. Ne sorse un gravissimo pericolo; perchè Brune avendo trovato le strade molto sinistre, non potè mettersi all'impresa il giorno venticinque; il che fu cagione che Bellegarde, che alloggiava col grosso a Villafranca, terra poco lontana, corse subitamente con tutto il pondo de' suoi contro Dupont. Si difese virilmente il Francese, ancorchè Bellegarde si fosse scoperto con quasi tutto il suo esercito in battaglia; fecero i suoi soldati quanto in accidente sì pericoloso per uomini valorosi si poteva fare. Ma tanto preponderava il nemico, combattendo colla maggior parte delle sue forze contro una piccola di quelle dell'avversario, che già Dupont, non essendo potente a resistere col suo corpo solo, cedeva, e si vedeva vicino ad essere rituffato nel fiume, portando in tal modo la pena dell'aver preso animo, contro gli ordini del capitano generale, di fermarsi, e far grossa battaglia sulla riva opposta del fiume. Sarebbe adunque stata l'ala destra dei Francesi conquisa intieramente e rotta, se non fosse giunto improvvisamente un non pensato soccorso. Suchet, che dall'eminenze della Volta scopriva quanto Dupont fosse pressato dal nemico, consigliandosi piuttosto con la necessità dell'accidente, che con gli ordini di Brune, perciocchè il generalissimo gli aveva ordinato che andasse ad ajutare il passo di Mozambano, frettolosamente marciava al mal auguroso Pozzuolo. L'arrivo di Suchet ristorava la fortuna della giornata oramai perduta. Tuttavia gli Austriaci grossi e sicuri sul loro destro fianco facevano una battaglia forte, e molto ostinata. Tre volte s'impadronirono di Pozzuolo, e tre volte ne furono risospinti. Infine fu costretto Bellegarde a tirarsi indietro a Villafranca, lasciando i repubblicani in possessione di Pozzuolo. Patì molto in questa battaglia; perciocchè gli mancarono circa cinquemila soldati tra morti e feriti; tremila prigionieri attestarono quanto spesso le fini delle battaglie siano diverse dai principj. Tre bandiere, undici cannoni ornarono il trionfo dei vincitori. Non fu però senza strage la vittoria ai Francesi: duemila soldati mancarono o per morte, o per ferite; pochi vennero in potestà di Bellegarde. Il seguente giorno, come aveva destinato, passava Brune il fiume a Mozambano per guisa tale che tutto l'esercito di Francia si trovava condotto sulla sinistra del Mincio.

Bellegarde, considerato il successo della fazione di Pozzuolo, nè volendo avventurarsi a battaglie campali in quella facile largura tra il Mincio e l'Adige, ancorchè molto prevalesse di cavallerìa, accomodava le sue deliberazioni agli esiti delle cose, e ritirava le genti sulla sinistra dell'Adige, solo lasciando sulla destra alcuni corpi, non per signoreggiare il paese, ma soltanto per meglio difendere il passo del fiume. Brune, fatto più ardito dalla vittoria, applicava l'animo a cacciare l'avversario oltre Verona, ed a far sentire l'impressione delle armi Francesi nel Vicentino, nel Padovano, e nel Trivigiano. Ciò meditando, a modo tale ordinava la fazione, che piuttosto sopra Verona che sotto effettuasse il passo, perchè in questa guisa procedendo, Macdonald poteva più facilmente cooperare con lui, ed aveva speranza d'impedir la congiunzione di Laudon, e di Wukassowich, che già scendevano dal Tirolo. Per la qual cosa, avvicinandosi col grosso all'Adige, mandava Moncey con un corpo sufficiente verso Corona e Rivoli, affinchè serrasse la strada a Laudon ed a Wukassowich, e nel caso in cui eleggessero di rivoltarsi là, dond'erano venuti, gli perseguitasse anche all'insù. Sapeva che Macdonald procedendo pei monti superiori, ed entrando dalla valle dell'Oglio in quella del Mela, da questa in quella della Chiesa, e pervenendo alla superior coda del lago di Garda, si proponeva di riuscire per montagne scoscese e rotte, sopra a Trento. La quale mossa, se avesse avuto il suo effetto, Laudon e Wukassowich, combattuti sopra da Macdonald, sotto da Moncey, non avrebbero più avuto scampo. Succedeva felicemente il pensiero di Brune, rispetto al passo del fiume, perchè facilmente gli veniva fatto di varcarlo a Bussolengo, luogo già tanto famoso pei successivi passaggi, ora di Francesi, ora di Tedeschi. Bellegarde, informato del viaggio di Macdonald, aveva fatto debole dimostrazione per impedire il transito ai repubblicani, e si ritirava, lasciato solamente nel castello di San Felice di Verona un presidio, che poco dopo s'arrese, sulle rive della Brenta. Al tempo stesso accortosi, quanto la guerra fosse pericolosa a Laudon ed a Wukassowich, aveva loro comandato, che risalissero più presto che potessero l'Adige, e per la valle della Brenta con frettolosi passi venissero a congiungersi con lui nei contorni di Bassano. In questo punto pervennero le novelle, che dopo la vittoria di Hohenlinden guadagnata da Moreau contro l'arciduca Giovanni, era stata conclusa a Steyer il giorno venticinque decembre, una tregua tra il generale Francese e l'arciduca Carlo. Propose Bellegarde a Brune un trattato simile di sospensione di offese; ma esigendo conforme alle istruzioni, che gli si cedesse, oltre Peschiera, Ferrara, Ancona e porto Legnago, anche Mantova, il trattato non potè aver effetto, e si continuò la guerra.

Le cose pressavano molto nel Tirolo. Moncey e Macdonald intendevano a serrare da ogni parte Wukassowich e Laudon, per impedir loro la facoltà del ritirarsi. Ma il primo alloggiato superiormente al secondo, e prestamente obbediendo a Bellegarde, entrato per Pergine nella valle della Brenta, schivava il pericolo, e sicuramente per la sponda di questo fiume camminava alla volta del suo generalissimo; il secondo pel contrario si trovava in molto ardua condizione, imperciocchè già si era condotto tanto innanzi, che era disceso fin sotto a Roveredo, e non poteva più tornare indietro per Trento innanzichè Macdonald vi arrivasse. Era oltre a ciò aspramente combattuto da Moncey dalla parte inferiore per modo, che cacciato all'insù da un sito all'altro aveva anche abbandonato al vincitore la possessione di Roveredo. Al tempo stesso Macdonald, superata la resistenza, che Davidowich con un po' di retroguardo di Wukassowich aveva fatto a Trento, s'impadroniva di questa capitale del Tirolo Italiano. Era adunque tolto ogni scampo a Laudon per la strada maestra, nè altra speranza gli restava, che quella di condursi per le strette ripide e malagevoli di Caldonazzo, a Levico. Il passo era impossibile ad eseguirsi per sentieri tanto difficili, massime pei cavalli, per le bagaglie, e per l'artiglierìe, se vivamente i Francesi l'avessero perseguitato. Mandò dicendo a Moncey, essere conclusa una tregua, cosa non vera, tra Brune e Bellegarde; il richiedeva dell'osservazione: prestò fede il Francese, e si astenne dal combattere. Laudon intanto, usando l'occasione e frettolosamente marciando, arrivava a salvamento a Levico, donde calandosi con viaggio prospero, si avvicinava a Bellegarde. Diede Moncey all'insù di Roveredo, Macdonald all'ingiù da Trento: incontraronsi fra le due città i due generali della repubblica, dolenti ambidue, che per inganno fosse loro stata tolta l'occasione di un segnalato fatto a propria gloria, e ad utilità della patria. Rammaricossene più spezialmente Macdonald, per avere incontrato indarno tanti pericoli e fatiche. Restava che compisse un'altra parte del suo disegno, piacendogli le imprese grandi ed audaci: quest'era di montar l'Adige fino a Bolzano ed a Brissio, poi di entrare nella valle della Drava per riuscire alle spalle di Bellegarde, e tagliargli la strada al suo ricetto d'Austria. Infatti già era arrivato col suo antiguardo a Bolzano, combattendovi gagliardamente il generale Auffenberg, che vi stava a difesa con quattromila soldati: non la guerra, ma la pace impedì a Macdonald l'esecuzione del suo animoso pensiero.

Eransi Wukassowich e Laudon ricongiunti con Bellegarde, che ancora poteva tener in pendente la fortuna; ma non volle più avventurare le sorti, avendogli interrotto la speranza le novelle allora pervenute della sospensione di Steyer. Per la qual cosa si ritirava dalla Brenta, riducendosi sulle sponde della Piave. Il perseguitava Brune: era il fine della guerra. A petizione del generale d'Austria si concluse il dì sedici gennajo a Treviso un trattato di tregua coi capitoli seguenti: si sospendessero le offese; le due parti non potessero rompere il trattato, se non dopo quindici giorni di disdetta; le piazze di Peschiera e di Sermione, i castelli di Verona e di Legnago, la città e la cittadella di Ferrara, la città e il forte d'Ancona si consegnassero ai Francesi; Mantova restasse bloccata dai repubblicani a ottocento braccia dallo spalto con facoltà al presidio di procacciarsi viveri di dieci in dieci giorni; i magistrati Austriaci si rispettassero, la tregua durasse trentatrè dì, compresi i quindici; nissuno per fatti od opinioni politiche potesse essere molestato. Non piacque al consolo l'accordo di Treviso, perchè non giudicava a suo proposito, che l'Austria possedesse Mantova. Mandò adunque minacciando, trovandosi in condizione vittoriosa, all'Austria, che se non gli desse Mantova, sarebbe di nuovo interrotta la concordia, e non avrebbe per rate nè la convenzione di Steyer, nè quella di Treviso, e rincomincierebbe la guerra. Fu forza all'imperatore il consentire, e per un nuovo accordo fatto a Luneville, fu quella principalissima fortezza data in mano dei Francesi.