Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V

Part 12

Chapter 123,465 wordsPublic domain

Erano, come abbiam detto, quei della commissione di governo uomini pacifici e dabbene. Pure mossi dalle grida dei democrati, stanziarono una legge d'indennità, della quale il minor male che si possa dire, è, ch'era contraria ai capitoli d'Alessandria. Si risarcissero dai briganti e nemici della patria (così chiamavano i fautori dell'antico stato e dell'Austria) i danni ai danneggiati; se non avessero di che risarcire, risarcissero per loro i comuni; radice pericolosa era questa di enormi arbitrj. Ammonì gravemente Dejean i reggitori dell'errore, rammentò i patti d'Alessandria, e la volontà del consolo. Non istettero i Genovesi in capitale al passo; il ministro del re di Francia crebbe di riputazione; rallegrossi il consolo dell'occasione aperta di mostrar generosità e tutela verso i partigiani del reggimento antico.

Con questi accidenti si viveva il governo povero obbligato a sopperire allo stato, ed ai soldati forestieri: Keit dominava i mari, e serrava i porti: Genova sempre in servitù, o periva di fame, o periva per ferro: contristava vieppiù la città venuta a crudeli strette per la forza, la malattia pestilenziale, che, non che cessasse, montava al colmo. Duemila perirono in un mese. Brevemente, la condizione dei tre stati contermini era questa: in Piemonte fame, peste di carta pecuniaria, incertezza d'avvenire; in Cisalpina abbondanza di viveri, erario sufficiente, maggiore speranza, se non di stato libero, almeno di stato nuovo; in Genova fame, peste, e povertà d'erario. Nel resto in tutti tre servitù; i governi fattori di Francia.

Intanto la fortuna preparava a Buonaparte il più efficace fondamento che potesse desiderare a' suoi disegni, fondamento più potente delle armi, più potente della fama. Morto Pio sesto pontefice nella sua cattività di Francia, era stato assunto al pontificato nel conclave di Venezia il cardinal Chiaramonti, sotto nome di Pio settimo. Temeva dell'Austria, sperava in Francia, il consolo confidava di ridurlo a' suoi pensieri con accarezzar la religione. Ciò produsse effetti di grandissima importanza.

Ricevettero i Romani con molte dimostrazioni di allegrezza le novelle della creazione del pontefice. Erano in servitù dei Napolitani: speravano, che il signore proprio avesse a liberargli dal signore alieno. Partiva papa Pio il dì nove di giugno da Venezia, e dopo travagliosa navigazione arrivava ai venticinque a Pesaro. Mandati avanti con suprema autorità per ricevere lo stato dagli agenti del re Ferdinando, e per dar qualche assetto alle cose sconvolte, i cardinali Albani, Roverella, e della Somaglia, entrava in Roma il terzo giorno di luglio in mezzo alle consuete allegrezze dei Romani. Provvide alla Chiesa colla creazione di nuovi pastori, allo stato con quello di nuovi magistrati; ridusse ogni cosa, quanto possibil fosse, alla forma antica. Fu mansueto l'ingresso, mansueto il possesso, i partigiani della repubblica salvi. Stanziò che i beni venduti al tempo del dominio Francese alla Chiesa apostolica ritornassero, salvo il rimborso del quarto ai possessori. Nè molto tempo corse, che volendo provvedere dall'un de' lati alla camera, dall'altro all'interesse dei comuni e dei particolari, tolse alcune tasse, nuove ne pose. Volle che i comuni si liberassero dai debiti, sulla camera pontificia trasferendogli, salvo i debiti contratti per l'annona, e gl'interessi corsi dei debiti anteriori: liberava i comuni dai luoghi di monte sullo stato investendogli, ma al tempo medesimo statuiva, che finchè l'erario non fosse ristorato, solo i due quinti dei frutti dei monti si pagassero. Comandava, che i quattro quinti si corrispondessero ai possessori dei monti vacabili, e che i luoghi di monte sì perpetui che vacabili fossero esenti da ogni qualunque tassa o contribuzione. Aboliva le gabelle privilegiate, dico quelle dei bargelli, del bollo estinto, dei cavalli morti, o le trasferiva a beneficio dei comuni. L'opera poi delle contribuzioni indirizzava a più generale ed uniforme condizione: creava due tasse, abolito ogni privilegio e consuetudine antica che fosse contraria. Chiamò l'una reale, l'altra dativa. Quattro erano le parti della prima, un terratico di paoli sei per ogni centinajo di scudi d'estimo pei fondi rustici, una imposizione di due paoli per ogni centinajo di scudi di valuta sui palazzi e case urbane, un balzello di scudi cinque sui cambj per ogni centinajo di scudi di frutti, una contribuzione di valimento, che doveva sommare alla sesta parte di tutte le rendite dei capitali naturali e civili, rustici ed urbani sopra coloro, che consumassero le loro rendite fuori di stato. La dativa consisteva nella gabella del sale sforzato, in quella della mulenda, o macinato, ed in quella di tre paoli per ogni barile di vino che s'introducesse in Roma, salva la esenzione pei padri di dodici figliuoli, e pei religiosi mendicanti. Buoni ordini furono questi, fatti anche migliori dal beneficio dei repubblicani di aver cassa del tutto la carta pecuniaria.

Non omise il consolo di considerare le Romane cose. Prevedeva, che come la pace coi re era per lui grande mezzo di potenza, così maggiore sarebbe la pace colla Chiesa. Quando poi seppe, che il cardinale Chiaramonti era stato esaltato al supremo seggio, concepì maggiori speranze, perchè il conosceva fornito di pietà sincera, e però più facile ad esser tirato. Era gran cosa quella che veniva offerendo il consolo, perchè il ristorare la religione cattolica in Francia importava non solamente la restituzione di un gran reame alla Santa Sede, ma ancora la conservazione pura ed intatta degli altri: conciossiacosachè non era da dubitare, che se la Francia avesse perseverato nell'andare sviata in materia di religione, anche gli altri paesi sarebbero stati, o tardi o tosto, contaminati dall'esempio. Per la qual cosa papa Pio settimo prestava benigne orecchie a quanto il consolo gli mandava dicendo. Adunque, tentati prima gli animi da una parte e dall'altra, si venne poscia alle strette del negoziare, e finalmente alla conclusione, come sarà per noi nel seguente libro colla solita nostra ingenuità raccontato.

Buonaparte dominava la terra, Nelson il mare. Quando arrivarono nel regno di Napoli le novelle della vittoria d'Aboukir, conceputasi dei Maltesi la speranza, che preponderando l'Inghilterra nel Mediterraneo, non potessero più i Francesi mandar nuovi soccorsi all'isola, si sollevarono in ogni parte contro i conquistatori, e gli costrinsero a ridursi nella Valletta, che essendo fortissima per natura e per arte, non poteva facilmente essere espugnata. Governava il presidio Vaubois; ma i soldati, che sul principiar dell'assedio sommavano circa a quattromila, erano scemati per modo dalle malattie, che non passavano i due mila. S'aggiungevano i marinari delle navi il Guglielmo Tell, la Diana, e la Giustizia avanzate alla ruina di Aboukir, che posti a terra, e capitanati dall'ammiraglio Decrès, cooperavano alle difese. Erano comparse al cospetto dell'isola alcune navi Portoghesi condotte dal marchese di Nizza, le quali tosto diedero opera a bloccare il porto. Nè soprastette lungo tempo Nelson ad arrivare colla vincitrice armata, e tolse, se alcuna ancor restava, ogni speranza di redenzione agli assediati. Concorse il re Ferdinando alla espugnazione sì col mandar due fregate, sì col provveder d'armi e di munizioni i sollevati, e sì finalmente coll'impedire che dalla Sicilia non si portassero vettovaglie. Un grosso corpo di Inglesi posto a terra impediva, cooperando coi Maltesi, ai repubblicani l'uscire dalle mura. Fece più volte, ma invano, Nelson la chiamata a Vaubois. S'incominciava a patire maravigliosamente dentro di vitto, d'abiti, e di denaro, le malattie si moltiplicavano. Non per questo rimetteva Vaubois della solita costanza, nè allentava la diligenza delle difese. Per provvedere ai cambj costrinse i principali isolani a dargli carte d'obbligo da scontarsi dalla Francia alla pace generale, e con queste pagava i soldati. Per vestirgli si fe' dar tele e drappi; per pascergli, farine; spianava pane, obbligava gl'isolani a venir levare le farine da lui; moltiplicava i conigli ed il pollame, per modo che molto tempo bastarono. Infieriva lo scorbuto; il combattevano con coltivare a molta cura nei luoghi più acconci gli ortaggi. Un Niccolò Isoard di Malta, maestro di musica, componeva opere, e recitavano, e cantavano, e ballavano. Pure la fame pressava. Provavasi il governatore a mandar in Francia per soccorso il Guglielmo Tell, ma i vigilanti e lesti Inglesi se lo pigliarono. Stava attento, e provvedeva con mirabile accortezza a tutti gli accidenti. Fecero i Maltesi di fuori congiure con quei di dentro: Vaubois le scopriva; davano assalti, e gli risospingeva; pruove mirabili in chi si moriva di fame e di morbo. In cospetto degli assediati tre navi Tolonesi cariche di tre mila soldati, e di munizioni sì da bocca che da guerra, venivano in poter di Nelson. Ogni giorno, anzi ogni ora la fame cresceva. Mandava fuori le bocche disutili, gl'Inglesi, barbaramente, come se vi fosse pericolo di vicino soccorso, le rincacciavano. Parecchi morirono di fame sotto le mura, gli altri più morti che vivi furono di nuovo ricettati dai Francesi. Prevedeva Vaubois avvicinarsi l'ultima fine. Mandava al mare per preservarle, se fosse possibile, le due fregate la Diana e la Giustizia: la prima fu presa, la seconda arrivò a salvamento nei porti di Francia. La fame sopravvanzò il valore. Vennesi a resa, ma onorevole, il dì cinque settembre: fosse il presidio prigioniero di guerra fino agli scambj, e condotto in Francia a spese d'Inghilterra; nissun Maltese di quanto avesse o detto o fatto in favor dei Francesi potesse essere molestato. Così un forte presidio di veterani dell'esercito Italico fu perduto per Francia, un'isola fortissima, freno e sicurezza del Mediterraneo venne in poter di Inghilterra, le reliquie dell'Egiziana ruina distrutte, o cattive, accrebbero il trionfo di Nelson. Fu glorioso certamente il vincitore di Malta, ma non fu inglorioso il difensore; perciocchè nè maggior valore, nè maggior costanza, nè maggior perspicacia si poteva desiderare in Vaubois. Abbandonato da tutti, contrastò due anni; non le armi il vinsero, ma quel flagello che toglie all'uomo sempre la forza, spesso la volontà del resistere.

Mentre l'Inghilterra, che già per la possessione di Gibilterra aveva la chiave del Mediterraneo, si sforzava di acquistarvi una stanza sicura per la espugnazione di Malta, ordinavano concordemente la Russia e la Porta Ottomana le condizioni delle possessioni Ioniche. Statuirono, che dai notabili del paese sotto forma di repubblica fossero governate, e che la repubblica fosse, come quella di Ragusi, vassalla della Porta; che la sua superiorità conoscesse, e per solenne legazione mandata a posta a Constantinopoli le pagasse ogni anno un tributo di settantacinque mila piastre, e con ciò s'intendesse libera, ed esente da ogni altra imposizione verso la Turchìa; la repubblica delle Sette Isole avesse i medesimi privilegj che Ragusi, e formasse una constituzione, alla quale le due potenze ratificherebbero; se fosse necessario, durante la presente guerra, e non più, potessero la Russia e la Porta mandarvi genti, e navi armate per presidio; i vascelli della repubblica godessero la libera navigazione del mar Nero, la Russia guarentisse l'integrità della repubblica, e procacciasse che fosse riconosciuta dalle potenze sue alleate; Prevesa, Parga, Vonizza, e Butintrò, terre poste sulla terraferma dell'Epiro, cedessero in potestà della Porta, con ciò però che fossero tenute solamente ad obbedienza simile a quella dei cristiani Valacchi e Moldavi, e non maggiore; i Maomettani non vi potessero possedere; i cristiani per due anni non pagassero nissuna tassa, potessero riedificare le chiese loro, mai non rendessero alla Porta tributi maggiori di quelli, di cui erano obbligati a Venezia. Diedero gl'isolani forma al loro governo con creare un senato composto dai notabili, in cui era investita la potestà legislativa, ed un presidente, in cui sedeva la esecutiva. A questo modo le Veneziane isole arrivarono in mezzo a tante guerre ad una condizione, non solo tollerabile ma buona, ed in lei vissero parecchi anni assai felicemente: vennero poi nuove guerre e nuove ambizioni nuovamente a turbarle.

La sospensione delle ostilità non rallentava gli apparecchi di guerra nè dall'una parte nè dall'altra. Buonaparte, che mentre si combatteva in Germania ed in Italia, non aveva mai intermesso di ordinar nuove genti, ne aveva già adunato un numero di non poca importanza, e le mandava ad ingrossare, ora l'esercito Germanico, ed ora l'Italico. Un grosso corpo specialmente ne aveva rannodato, il quale posto sotto la condotta di Murat, e stanziando nei contorni di Digione, accennava ad ambidue. Dal canto suo l'Austria non ommetteva di levar nuovi soldati, massimamente dall'Ungheria, e gl'inviava a rinforzar quelli che alloggiavano ai confini. L'esercito vinto a Marengo si conservava tuttavia intiero, ed era pronto a contendere di nuovo della vittoria. Ma non piccolo fondamento alle future cose faceva la corte di Vienna sulle mosse di Toscana, che posta pei capitoli d'Alessandria fuori del dominio Francese, e conseguentemente in quello dell'Austria, seguitava i desiderj dell'imperatore. Grande odio annidava ancora in Toscana contro i repubblicani, perchè e troppo oltre era trascorso, ed i religiosi non cessavano di fomentarlo. Al medesimo fine indirizzava gli animi la reggenza creata in nome del gran duca. Il marchese Sommariva mandato dall'imperatore, perchè desse forma a quelle masse incomposte, le ingrossasse e le armasse, con indefessa autorità attendeva a compir l'ufficio che gli era stato commesso. Siccome la pace e la guerra erano ancora incerte, non si può affermare che questo procedere del governo Toscano ed Austriaco fosse contrario ai patti. Ma quelle genti, siccome quelle che non avevano nè ubbidienza nè ordine, ed erano mosse da odio contro i repubblicani, ruppero i confini, e romoreggiando sui monti, che dividono la Toscana dal Bolognese e dal Modenese, vi facevano molti insulti. Questi moti diedero qualche apprensione ai repubblicani. Per la qual cosa usando la occasione, non solamente richiedevano la Toscana e Sommariva, che frenassero, e punissero i violatori dei confini, ma ancora dissolvessero le masse dei contadini armati. Non fece Sommariva risposta che piacesse, e continuava a scorrere il paese a suo piacimento. Ciò diede occasione, muovendolo anche l'esca di Livorno, al consolo di far risoluzione di occupare sforzatamente la Toscana. A questo fine mandò comandando a Dupont, varcasse prestamente gli Apennini, e s'impadronisse di Firenze, a Monnier andasse a combattere e a disfare in Arezzo quel nido infesto di sollevati, a Clement, marciasse più sotto, e Livorno in poter suo recasse. Nè fu diverso l'esito dalle intenzioni; perchè il primo occupava facilmente la capitale della Toscana, e l'ultimo, partendosi da Lucca, arrivava a Livorno, dove pose le mani addosso a circa cinquanta bastimenti Inglesi, e ad una quantità grandissima di fromenti. Le cose non successero di queto dalla parte di Arezzo. Gli Aretini, non udita alcuna proposta, si risolvevano ad una ostinata resistenza. I Francesi bersagliarono con cannoni e con granate reali duramente la città ed il castello, ma quei di dentro si difendevano virilmente. Cara-San-Cyr, il forte occupatore e difensore di Castel Ceriolo, si affaticava indarno: gli Aretini con tiri a scaglia, con granate, con pietre tenevano gli assalitori lontani. Il generale repubblicano mandava i suoi ad un primo assalto; già con fuochi artificiali avevano bruciate alcune porte; ma essendo fortificate con forti lastre di rame, e terrapienate, furono costretti ad abbandonar l'impresa, non senza molto strazio e sangue loro. Il seguente giorno, che fu ai diecinove ottobre, avendo meglio ordinato la fazione, si accostarono la mattina molto per tempo con le scale alle mura, vi salirono sopra, ed impadronitisi delle porte, le apersero ai loro compagni. Allora tutta la mole repubblicana, fatto impeto nella città, la occupò, non però senza nuovi contrasti e nuovo sangue; perchè dalle finestre, dai tetti, dalle feritoje aperte a quest'uopo in tutte le case, gli abitatori, secondati anche da qualche nodo di genti regolari Toscane, piovevano addosso ai repubblicani ogni sorta d'armi. Finalmente prevalse il valore ordinato alla rabbia disordinata: Arezzo venne tutta in mano di chi l'assaltava. Seguitò una strage, una insolenza, un sacco tale, quale si doveva aspettare da soldati irritati per ingiurie nuove, che avevano risuscitata la memoria delle antiche. Pochi si salvarono, ritirandosi al castello: poco dopo chiesero i patti e gli ottennero. Il terrore concetto pel caso di Arezzo fe' risolvere in gran parte le masse Toscane. Quiete apparente succedeva; ma covavano pessimi umori, prossimi a prorompere, se una nuova occasione si appresentasse. Il paese più pacifico d'Italia preservava più di ogni altro ostinatamente nel desiderio di guerra. Sommariva coi Tedeschi si ritirava nel Ferrarese.

Le cose si volgevano novellamente a guerra tra Francia ed Austria. Non aveva voluto l'imperatore ratificare ai preliminari di pace stipulati a Parigi il dì otto luglio tra il conte San Giuliano mandato da lui espressamente, ed il ministro Taleyrand, e pei quali il consolo aveva promesso di compensarlo con nuovi acquisti in Italia. Anzi l'imperatore non solamente non aveva voluto consentire al trattato, ma si era anche mostrato sdegnato contro il San Giuliano, come se avesse trapassato la sua volontà. Stimolava a questi giorni instantemente l'Inghilterra l'imperatore alla guerra, perchè avendo rifiutato la pace, abborriva dal restar sola contro la Francia, nè poteva ancora accomodar l'animo al pensiero, che i Paesi Bassi avessero a restar in possessione della potenza emola a lei: offeriva adunque sussidj di denaro, ed ajuti di forze dalla parte di Napoli. Dall'altra parte l'imperatore non sapeva risolversi ad abbandonar la possessione di Mantova, parendogli che fossero mal sicuri i suoi nuovi acquisti in Italia, finchè quella fortezza fosse in potestà di uno stato dipendente intieramente dalla Francia. Quantunque poi si trovasse privato della forte cooperazione dell'imperatore Paolo, confidava di poter fare fortunata guerra da se stesso, ricordandosi delle recenti vittorie di Verona e di Magnano, e considerando che si era perduta la giornata di Marengo un sol momento, dopo che era stata vinta sei ore, nè per difetto di valore ne' suoi soldati. Erano gli eserciti avversi ordinati a questo tempo nel seguente modo. Al Germanico di Francia condotto da Moreau stava a fronte il Germanico d'Austria governato da Kray; all'Italico di Francia che obbediva a Brune, l'Italico d'Austria cui era preposto Bellegarde. Fra i due, e per congiungere l'uno coll'altro, si trovavano posti in mezzo nei Grigioni un Francese governato da Macdonald, nel Tirolo un Austriaco capitanato da Hiller. Così Moreau con Kray, emoli antichi, Macdonald con Hiller, Brune con Bellegarde avevano a combattere.

La sollevazione del paese Toscano, che aveva obbligato Brune a smembrar parte delle sue forze, ed a mandarla oltre il suo fianco destro, aveva debilitato il restante. Laonde pensò il consolo a mandarvi nuove genti con comandare a Macdonald, che lasciati grossi presidj nei Grigioni, si calasse, prima dai Grigioni nella Valtellina, poscia dalla Valtellina sulle sponde dell'Oglio e dell'Adige, quello per rinforzar Brune, dove alloggiava, questo per riuscire alle spalle di Bellegarde, ed obbligarlo a ritirarsi indietro dalla fronte del Mincio, dove allora aveva le sue stanze. Aspro e difficile comandamento era quello del consolo; perchè il traversare nella stagione già molto trascorsa (s'avvicinava la fine d'ottobre), il monte asprissimo della Spluga per arrivare in Valtellina, quel della Priga parimente pericoloso per arrivare in val Camonica bagnata dall'Oglio, e finalmente il Tonale, che dà l'adito all'Adige superiore, era opera piuttosto portentosa che umana. Nè valeva il fresco esempio del San Bernardo, perchè la stagione era più aspra, ed i monti più difficili. Forse la posterità troverà in questa intenzione di Buonaparte più audacia che prudenza, e maggiore confidenza nei soldati, che cognizione dei luoghi. Ciò non ostante non si perdeva d'animo Macdonald, stimolandolo il fatto del San Bernardo, e volendolo emolare. L'antiguardo condotto da Baraguey d'Hilliers, siccome quello che era e partito più presto, e più vicino a quei monti, parte varcando la Spluga, parte il monte dell'Ora, riusciva, non senza aver superato ostacoli gravissimi, sulla destra a Chiavenna, sulla sinistra a Sondrio. Acquistava per tal modo Baraguey l'imperio della Valtellina, e facilitava la strada allo scendere di Macdonald. I Valtellini al veder comparire quelle genti si maravigliavano, come se venissero dal cielo; tanto pareva loro impossibile, ch'elle per quei luoghi, ed in quella stagione fossero passate. Restava l'opera più difficile a compirsi a Macdonald. Arrivato a Tusizio, donde si sale al monte eternamente incappellato di nevi e di ghiacci, pareva, che la natura fosse divenuta insuperabile. Tanto erano alte le nevi, tanto chiusa la strada già di per se stessa sdrucciolevole, stretta, rotta, e precipitosa, pure, come al San Bernardo, si posero le artiglierìe sui traini, le provvigioni sui muli, marciavano, ma con difficoltà grandissima. Arrivava l'antiguardo condotto dal generale Laboissiere al villaggio di Spluga, donde restava a salirsi l'erta precipitosa, che porta al sommo giogo. Mettevansi in viaggio, e con penosi passi, ed infinito anelito procedendo, alla bramata cima già si approssimavano, quando ecco levarsi un levante furiosissimo, che innalzando un immenso nembo di nevosa polvere, e negli occhi dei soldati gittandolo, rendeva impossibile ogni passo. La forza della veemente bufera furiosamente soffiando sul dorso delle nevi ammonticchiate sopra quei sdrucciolenti gioghi, levava un'orribile sommossa di neve, che con incredibile velocità e fracasso nelle sottoposte valli piombando, portò con se a precipizio quanto le si era parato davanti. Trenta soldati precipitati nell'abisso perirono; gli altri atterriti, le strade chiuse. Aggiunse la sopravvegnente notte nuovo orrore al fatto: tornarono a Spluga. Laboissiere, che separato da' suoi, precedeva con le guide, a male stento, e quasi morto aggiungeva alla cima; trovovvi benigno ospizio appresso ai religiosi, che come quei del San Bernardo, attendono con pietà sì eroica alla salute dei viaggiatori.