Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V
Part 11
La colonna di cinquemila, in cui si conteneva tutto il destino della giornata, in se medesima ristretta, baldanzosamente marciava contro i Deseziani. Desaix, lasciatala approssimare senza trarre, quando arrivò a tiro, la fulminò con le artiglierìe, che Marmont aveva collocato sulla fronte, poi scagliava contro di lei tutti i suoi. A quel duro rincalzo attoniti sulle prime si fermarono gli Ungari: poi ripreso nuovo animo, qual mole grossa, ed insuperabile, marciavano. Nè le genti Francesi, siccome più leggieri, quantunque tutto all'intorno vi si affaticassero, gli potevano arrestare. Era questo un caso simile a quello di Fontenoy. Desaix, che punto non si era sbigottito a quel pericolo, postosi a fronte de' suoi, stava sopravvedendo il paese per iscoprire, se gli accidenti del terreno gli potessero offrire qualche vantaggio, quando ferito in mezzo al petto da una palla d'archibuso, si trovò in fin di morte. Disse queste ultime parole al giovane Lebrun, figliuolo generoso di generoso padre: «Andate, e dite al consolo, che me ne muojo dolente di non aver fatto abbastanza per vivere nella memoria dei posteri». Sottentrava al governo, in vece di Desaix, Boudet. Non si perdè questi d'animo per sì amaro caso, non si perdettero d'animo i suoi soldati; che anzi stimolando quegli uomini già di per se stessi valorosi il desiderio di vendetta, con incredibile furia si gettarono addosso ai cinquemila. Nè gli Ungari cedevano: era un combattere asprissimo e mortalissimo. Già piegavano i repubblicani, disperate parevano le sorti; volle fortuna, che la salute di Francia nascesse prossimamente dall'estrema rovina. Era Kellermann destinato dai cieli al gran riscatto. Effettivamente, mentre Boudet instava ancora da fronte, quantunque rinculasse, Kellermann assaltava con tutto il pondo de' suoi cavalli il sinistro fianco dell'Ungara mole, e siccome quella che era spartita in manipoli, tra l'uno e l'altro ficcandosi, totalmente la disordinava. Snodata, perduti gli ordini, tra se medesima e coi francesi intricata e ravviluppata, non le restava più nè disegno nè modo di difendersi. Laonde, insistendo sempre più valorosamente contro di essa Kellermann, e tornando alla carica Boudet rianimato dal favorevole caso, fu costretta a darsi intiera, deposte le armi, al vincitore. Così quello che non avevano potuto fare nè le fanterìe, nè le artiglierìe, fecero le cavallerìe, al contrario di quanto successe in Fontenoy, dove le artiglierìe fecero quello che le fanterìe, e le cavallerìe non avevano potuto operare. Commise, siccome pare, grave errore Zach nello essersi troppo innoltrato fra le schiere Francesi; il che fu cagione, che quando fu sì aspramente assalito, gli altri squadroni non furono a tempo di soccorrerlo; ma troppo era confidente della vittoria. Il sinistro caso degli Ungari fe' superar del tutto la fortuna dei Francesi; perchè spingendosi avanti, si serrarono addosso ai nemici privi di quel principale sostegno, e gli costrinsero alla ritirata, con grave sbaraglio ed uccisione. Pensò tostamente Melas a far dare il segno della raccolta per andarsi a ritirare vinto là, dond'era la mattina partito con tanta speranza di vincere: solo fece una testa grossa a Marengo per dar tempo alle ritirantisi squadre di arrivare. Ricoverossi oltre la Bormida: riassunsero i Francesi gli alloggiamenti, che avevano occupati prima della battaglia. Morirono degl'Imperiali meglio di quattromila soldati, tutti forti e veterani, che avevano veduto le guerre d'Italia; furono feriti settemila, vennero prigionieri in poter del vincitore circa ottomila. Mancarono dei Francesi tremila uccisi, quattromila feriti: pochi restarono cattivi, perchè i più quando fu vinta improvvisamente la giornata, furono liberati dai compagni.
Questa battaglia, che cambiò le sorti d'Europa, e la fece andare pel medesimo verso per quattordici anni, fu piuttosto guadagnata dai Francesi che da Buonaparte, avendo essi col valore loro emendato gli errori del capitano. Principali operatori della vittoria furono Cara-San-Cyr per aver preso e conservato Castel Ceriolo, Victor per aver fortemente combattuto a Marengo contro Keim, Boudet per avere opposto un duro intoppo alla mole Ungara, finalmente, e sopratutto quell'accorto e prode Kellermann, che usando il momento opportuno, non dubitò di dar dentro co' suoi cavalli a quella massa intera e grave, che solo col peso pareva, che fosse per prostrare quanto le si parasse davanti. Si rallegravano i compagni del glorioso fatto con lui, ma venuto in cospetto del consolo, questi con la solita aria di sussiego e superiorità parlando nè informandosi punto di quanto era successo, gli disse: _Avete dato anzi una bella carica che no_. Sdegnato il giovane guerriero, rispose: _Bene godo che la prezziate, giacchè vi mette la corona in capo_. Il consolo, che non amava l'essere scoperto prima che si scoprisse egli, l'ebbe per male, e sempre dimostrò l'animo alieno dal figliuolo del maresciallo, non avendolo mai nè onorato nè promosso quanto meritava.
Dall'altra parte aveva Melas ottimamente ordinato i suoi alla battaglia, e l'ordine suo pare a noi, che in nissun modo riprendere si possa. Debbesi principal lode di valore a Keim, che ruppe, e costrinse prima Victor, poi Lannes alla ritirata: ebbe merito di valore Zach, ma biasimo d'imprudenza, e di troppa confidenza nello essersi spinto troppo avanti. Quanto ad Esnitz, e' non pare che abbia fatto tutto quello che Melas gli aveva commesso, e che si era promesso di lui. Ostinossi in dare assalti a piccoli corpi, ed a piccole terre forti e munite, il che non è debito delle truppe armate alla leggiera, e non corse la campagna ai fianchi ed alle spalle del nemico; il che era debito delle truppe di tal sorta, e ne aveva carico da Melas.
Rimaneva ancora, dopo la battaglia, al generalissimo d'Austria forza bastante per resistere lungo tempo nel forte sito, in cui si era riparato. Il quale consiglio avrebbe potuto tanto più facilmente mandar ad esecuzione, quanto più abbondando di cavallerìa aveva facoltà di correre il paese per raunar vettovaglie. Ma o che il terrore concetto per la recente rotta, o l'arti di Buonaparte, che continuamente protestava voler aderire ai patti di Campoformio, e ridurre i paesi dipendenti da lui a forma di governo più tollerabile e meno minacciosa pei principi, sel facessero, non si mostrò renitente, e chiese i patti. Furono gloriosi per la Francia, ingloriosi per l'Austria, stupendi per l'Europa. Sospendessersi, fino a risposta da Vienna, le offese; l'imperiale esercito se ne gisse a stanziare tra il Mincio, la Fossa Maestra ed il Po; occupasse Peschiera, Mantova, Borgoforte, e sulla destra del fiume Ferrara; medesimamente ritenesse la possessione della Toscana: il repubblicano possedesse il paese fra la Chiesa, l'Oglio e il Po: il tratto tra la Chiesa ed il Mincio fosse esente dai soldati d'ambe le parti: le fortezze di Tortona, di Alessandria, di Milano, di Torino, di Pizzighettone, d'Arona e di Piacenza si consegnassero ai repubblicani; Cuneo ancora, i castelli di Ceva e di Savona, Genova, ed il forte Urbano cedessero in loro possessione: niuno per opinioni dimostrate, o per servigi fatti agli Austriaci potesse essere riconosciuto o molestato; i Cisalpini carcerati per opinioni politiche si rimettessero in libertà: qual fosse la risposta di Vienna, le ostilità, se non dopo avviso di dieci giorni, non si potessero ricominciare; durante la tregua, niuna delle parti potesse mandar gente in Germania. Tali furono i patti conclusi in Alessandria: una vittoria Francese distrusse i frutti di venti vittorie Tedesche, o Russe. La tregua prolungata più volte di comune consenso di dieci in dieci giorni, fu finalmente per nuova ed espressa convenzione accordata fino ai venticinque novembre.
Buonaparte vincitore di Marengo aveva in sua mano le sorti d'Europa liete o tristi, la pace o la guerra, la civiltà o la barbarie, la libertà o la servitù dei popoli: gloria civile l'aspettava uguale alla guerriera; ma l'ultima, ed un desio fiero, ed indomabile di comandare, non lasciarono luogo alla prima, caso deplorabile per sempre. Fu ricevuto a Milano qual trionfatore. Il chiamavano uomo unico, eroe straordinario, modello impareggiabile con tutte quelle altre lodi, che l'adulazione Italiana meglio sapeva inventare; con pari adulazione rispondeva Francia. I buoni Milanesi esultavano dicendo, essere venuto a dar di nuovo la libertà al suo diletto popolo Cisalpino. Parlò a Milano molto di pace, molto di religione, molto di lettere, molto di scienze. Creovvi una consulta con potestà legislativa, una commissione di governo con potestà esclusiva. Vi arrose un ministro straordinario di Francia, chiamando a questa carica un Petiet, che era stato ministro di guerra ai tempi del direttorio. Riapriva con allegrezza di tutti i buoni l'università di Pavia, che il Tedesco sospettoso aveva chiusa: ordinava stipendj onorevoli ai professori; vi chiamava i più riputati, i più dotti, i più virtuosi uomini. Fiorì vieppiù per questi ordini la università; pareva rinascessero i tempi di Giuseppe; ma il dominio militare in cui si viveva, avvertiva i popoli che l'età era diversa. Intanto il suo procedere non sapeva dell'antico. Non accarezzava più gli amatori ardenti di rivoluzioni, anzi da se gli allontanava; chiamava a se coloro che erano in voce di aristocrati, purchè fossero di natura moderata, e ricchi, e di buona fama. Melzi, Aldini, Birago, il dottor Moscati, Scarpa, il vescovo di Pavia, Gregorio Fontana, Marescalchi, Mascheroni molto volontieri vedeva. Ai democrati più fervidi non piacevano questi andari, e fra di loro il chiamavano aristocrata, ed anche tiranno; ma in palese, quale Dio, sempre il predicavano. In tutti i fatti di lui, ed in tutte le parole avevano i nuovi capi di Cisalpina fede grandissima, e si promettevano l'independenza della patria. Del resto, quantunque il procedere paresse più civile, e le sembianze più oneste, il prendere, e il dilapidare era lo stesso, ricominciò la Cisalpina a travagliare del male antico.
Presero i nuovi eletti il magistrato. Lodò Petiet con elaborato discorso Francia, lodò il consolo, parlò di Beccaria, favellò di libertà, d'independenza, di destini alti e magnifici: con adorno artifizio onorò l'Italia, chiamandola maestra di lettere, di filosofia, di politica, ed affermando non essere fatta per esser tributaria di un principe straniero: rispose colle medesime lodi il presidente della consulta.
Riordinata la Cisalpina, se ne tornava il consolo in Francia. Passò per Torino: alloggiò in cittadella; non si lasciò vedere, non volendo lasciarsi tirare alle promesse per rispetto di Paolo, che sempre favoriva il re. Anzi fu certo, che, sebbene avesse l'animo molto alieno, aveva nondimeno, dopo la vittoria di Marengo, offerto l'antico seggio a Carlo Emanuele, purchè nuovamente rinunziasse alla Savoia ed alla contea di Nizza. Tornò altresì sull'antico pensiero, per potersi serbar il Piemonte, che appetiva con grandissimo desiderio, di dare al re la Cisalpina, sì veramente che rinunziasse al Piemonte. Le quali proposte non furono accettate dal principe, parte per motivi di religione, parte per non voler concludere senza il consentimento de' suoi alleati, di Paolo massimamente, e dell'Inghilterra. Nè voleva dar appicco all'Austria, nel caso che le cose di Francia nuovamente sinistrassero, acciocchè ella s'impadronisse del Piemonte, e se lo serbasse; ed ancorchè non avesse cagione di lodarsi di lei, nondimeno abborriva dal vestirsi delle spoglie altrui. Non ostante le profferte ed i negoziati, creava in Piemonte, come in Cisalpina, non per terminare, ma per minacciare, una consulta, ed una commissione di governo, a cui chiamò molti uomini riputati per dottrina, e per pacatezza d'opinione. Nominò Galli, Bottone di Castellamonte, Braida, Avogadro, Cavalli, e Rocci alla commissione di governo, poi alla consulta il vescovo di Novara, Capriata, i due professori Regis e Pavesio, preti ambidue dotti e pacifici, Tosi, Botta, Lombriasco, un altro Avogadro, Bay, Paciaudi, Nizzati, Chiabrera. Creava ministro straordinario presso a questo governo, prima il generale Dupont, poi per riconoscere i meriti del vincitore di Fleurus, Jourdan.
Era a questo tempo l'aspetto del Piemonte oltre ogni dire miserabile: una estrema carestìa, un rapir di soldati al tempo dei confederati l'avevano messo in estrema penuria. Nè erano mancate le angherìe, e le soperchierìe, e le ingordigie dei commissarj imperiali: la insolenza era stata minore, ma la rapacità uguale. I Piemontesi non sapevano più nè che cosa sperare, nè che cosa temere, nè che cosa desiderare, stantechè i cambiamenti di dominio non producevano un cambiamento di fortuna. Maledicevano il destino, che gli aveva fatti piccoli fra due grandi. Nè questa era per loro la somma delle tristi fortune; perchè i biglietti di credito, che sempre più scapitavano, lunga e luttuosa peste del paese, avevano posto in confusione tutti gli averi: ogni civile faccenda si fermava; il prezzo dei viveri eccessivo, i poveri, che non avevano biglietti, perchè i minori erano di venti lire, smoderatamente pativano. Infine, tanto sopravvanzò questo male, che fu forza venirne all'ordinare che non si spendessero più che a valor di commercio, e si pubblicarono le scale del cambio. Ma le piaghe erano fatte, rimaneva la coda dei contratti anteriori. Penò molto la consulta, quantunque in lei abbondassero gli avvocati dotti e sottili, ad assestar questa faccenda, e quando si assestò, nissuno contento, ancorchè la legge fosse giusta. Questa fu gran radice di mali umori. Nè gran momento di sventura non recava il peso gravissimo del dover mantenere i soldati di Francia, sì quelli che passavano, come quelli che stanziavano, peso da non poter esser portato dalle finanze Piemontesi. Voleva Massena, chiamato dal consolo generalissimo in Italia, che il Piemonte gli desse per sostentazione dei soldati, un milione al mese, e mantenesse i presidj. Poi successe Brune a Massena: accordossi, che col milione mensuale le casse Francesi mantenessero esse; ma ecco pagarsi il milione, ed i soldati non mantenersi: era il Piemonte obbligato a supplire; perchè se non si dava loro il necessario, e' se lo prendevano da se. Volle Jourdan, che buono era e dabbene, rimediare, ma i trappolatori ne sapevano più di lui; non se ne poteva dar pace: non vi era rimedio. S'aggiungevano i comandamenti fantastici; perchè ora si voleva che una fortezza Piemontese si demolisse a spese del Piemonte, ed ora, che la medesima si riattasse: ora s'addomandavano i piombi della cupola di Superga, il che, prima cosa, avrebbe fatto rovinar l'edifizio per le acque, ed ora si voleva che si demolissero i bastioni che sopportano il giardino del re, opera inutile, perchè la città era già tutto all'intorno smantellata. Se non era la costanza di chi governava ad opporvisi, Superga ed il giardino, gradito passeggio dei Torinesi, perivano. Chi domandava denari pel vivere dei soldati, chi pel vestito, chi per gli ospedali, chi per le artiglierìe, chi pei passi, chi per le stanze: erano le richieste capricciose, i consumi eccessivi, le finanze impotenti; ogni cosa in travaglio e confusione.
Altri tormenti, oltre i raccontati, travagliavano i Piemontesi, e rendevano impossibile ogni buon governo; questi erano la incertezza sulle sorti future del paese. Sapevansi le offerte fatte dal consolo al re: ciò faceva camminar a ritroso i partigiani regj, a rilento i repubblicani: quelli speravano, questi temevano: tra l'ordinar peritoso e l'obbedir lento nasceva l'anarchìa. Il consolo non si era voluto scoprire: interrogato, si ravviluppava nelle ambagi. Alcuni dagli stimoli da lui dati ai repubblicani Piemontesi, acciò si mostrassero, argomentavano ch'ei non volesse più dare il Piemonte al re; alcuni altri da questo stesso giudicavano, che il volesse dare. I democrati insultavano gli aristocrati, gli aristocrati si ridevano dei democrati; i primi speravano la repubblica, i secondi si tenevano sicuri del regno. Questi prevalevano, perchè non pochi fra i capi venuti di Francia per ingerirsi, non senza cagione, nelle faccende dell'amministrazione militare, e che se ne vivevano alle mense dei magnati, o per adulazione, o per certo vezzo di voler comparire dell'antico tempo, laceravano continuamente quei che servivano allo stato nuovo. Chi si dava per antico conte, chi per antico marchese, chi, per lo manco, per visconte, o per barone; nè s'accorgevano in quanto disprezzo venissero essi medesimi appresso ai nobili Piemontesi, tanto acuti ed esperti conoscitori della natura altrui. Intanto questi discorsi toglievano forza al governo. Quelli stessi che più da lui domandavano, il riducevano alla condizione di poter men dare. Era in questo procedere leggerezza ed ingratitudine, ma non disamorevolezza od odio, perchè non erano capaci nè di amare nè di odiare. Io non so, se in mezzo a cose tanto gravi mi debba parlare delle pazzie dei democrati, che non vedevano in qual trappola fossero. Pure non tacerò, che era tornato in Piemonte quel Ranza. Le cose che diceva e che stampava, non son da domandare; e peggio, che queste medesime cose aveva dette, standosene carcerato in Vigevano in poter dei Russi, e le avrebbe anche stampate, se avesse potuto. Ora scriveva contro i preti, ora contro i frati, ora contro gli aristocrati, ora contro i democrati, ora contro il governo, ora contro i governati, e fece un giorno, traendo il popolo a folla, non so qual falò in piazza Castello dello scritto di un frate suo avversario. Buttava nel pubblico ogni giorno sue miracolose gazzette, ed ogni giorno ancora appiccava suoi cedoloni alle mura egli stesso, e quando si sentiva voce, che era Ranza, il popolo correva a calca per vedere. Incominciò, a dire, che vivevano troppi aristocrati in Piemonte: ripreso, venne in sul dire che tutti erano aristocrati. Il governo che non aveva penetrato l'umore, il volle frenare; ma e' furon parole, perchè tornò sul dire che tutti erano aristocrati, e quei del governo i primi. Basta, per lo men reo partito, e' fu lasciato dire. Ma le opinioni si pervertivano; la maldicenza trovava forte corrispondenza nell'invidia, e non si poteva più governare. Io ho voluto parlare, e forse il feci troppo più lungamente che si convenisse, di questo Ranza: ma il volli fare, perchè mi pare, che di questi Ranza ne siano molti in Europa, e molti più in quei paesi di lei, che sono, o si credono liberi.
Lasciata incerta la sorte del Piemonte, sorgevano e s'inviperivano le sette. Chi voleva essere Francese, chi Italiano, chi Piemontese. Gli amici si odiavano, i nemici sì accordavano, nissun nervo di opinione. Accrebbe l'incertezza ed i mali umori un atto del consolo, con cui diede il Novarese sì alto che basso alla Cisalpina. Prina, Novarese, che era allora ministro di Piemonte, fu primo suggeritore e confortatore di questo smembramento della sua patria; ciò dico per dimostrare quale sincerità, e quale lealtà fosse in quei tempi. La sinistra novella sollevò gli animi maravigliosamente in Piemonte, perchè si pensò, che Buonaparte volesse restituire il rimanente al re. Il governo protestò: il consolo, che sapeva ciò che si faceva, si maravigliava che si sperasse, che si temesse, che si protestasse. Pure non si scopriva; i timori, le sette, e le angustie del governo crescevano. Era segno il Piemonte ad ogni più fiera tempesta.
Fra sì funesta intemperie ebbe il governo, che allora, sotto nome di commissione esecutiva surrogata alla commissione di governo, era composto di Bossi, Botta, e Giulio, un consolatorio pensiero, e questo fu di stanziar beni di una valuta di cinquecento mila franchi all'anno a benefizio dell'università degli studj, dell'accademia delle scienze, del collegio, e di altre dipendenze, ordine veramente benefico e magnifico, di cui solo si trovano modelli negli stati uniti d'America per munificenza del congresso, ed in Polonia per munificenza dell'imperatore Alessandro.
Fu questo conforto piccolo pei tempi; perchè le disgrazie sormontavano. Continuossi a vivere disordinatamente, discordemente, servilmente, famelicamente in Piemonte, finchè venne il destro a Buonaparte d'incamminarlo a più certo destino.
Le sorti di Genova del pari infelici, parte pei medesimi motivi, parte per diversi. Per la capitolazione d'Alessandria abbandonava Hohenzollern Genova, non senza aver prima, per comandamento di Melas, esatto dai sessanta negozianti più ricchi un milione, come diceva, in presto ad uso dei soldati. I Francesi condotti da Suchet, entrarono nella desolata città il dì ventiquattro giugno. Quante sventure e quanti dolori abbiano in se queste frequenti mutazioni di dominio, ciascuno può giudicare. Trattaronla i Francesi duramente, come se uscendo dalle mani dei Tedeschi fosse sana ed intiera: l'avevano trattata duramente i Tedeschi, come se quando era uscita dalle mani dei Francesi fosse fiorita e ricca.
Il consolo, come in Cisalpina ed in Piemonte, creava una commissione di governo con tutte le potestà, salvo la giudiziale e la legislativa: creava una consulta con la potestà legislativa: creava finalmente appresso al governo Ligure un ministro straordinario, chiamandovi il generale Dejean. Diede il magistrato della commissione a Gian Battista Rossi, Agostino Maglione, Agostino Pareto, Girolamo Serra, Antonio Mongiardini, Luigi Carbonara, Luigi Lupi, uomini risplendenti per virtù, e che nelle faccende presenti camminavano con moderazione. Nè minori pregi d'animo si notavano in coloro che chiamava alla consulta, Luigi Corvetto, Emanuele Balbi, Girolamo Durazzo, Cesare Solari, Giuseppe Fravega, Niccolò Littardi, Giuseppe Deambrosis, con molti altri fino al numero di trenta. Nella presa del magistrato sorsero le solite adulazioni, maggiori però da parte del ministro straordinario, che del governo. Parlò il ministro della lealtà e generosità del consolo, impegnò la fede di Francia, che alla pace generale soliderebbe la libertà e l'independenza della Ligure repubblica. Dolci parole alle orecchie Genovesi; ma quest'altre che toccò, incominciavano a saper d'amaro. Furono, che se la guerra si riaccendesse, e' bisognerebbe pensare a trovare soldi. Molto poi lodevolmente inculcava il ministro, si dimenticassero le offese, si perdonasse ai traviati: così volere l'interesse dello stato. Rispose Rossi, presidente, non senza dignità, ma con lingua Italiana sconcia e servilissima: essere quel giorno fra i felici felicissimo per la repubblica; avrebbero cura della quiete e della libertà della patria; desiderare i Liguri, come navigatori e commercianti, la pace; del resto povera essere la repubblica, poveri i cittadini; recar conforto le promesse fatte, e le qualità del ministro. Più certo, e più chiaro era il destino di Genova, che quel del Piemonte; perciocchè la Francia prometteva independenza. Ciò fu cagione, che fosse maggior forza nel governo Ligure che nel Piemontese, e che le parti avverse meno si ardissero di contrastargli. Favellò gravemente Dejean alla consulta, quando la instituì: badassero alla sperienza, deponessero i principj astratti, le teorie pericolose, infausti semi di rivoluzioni. Dal che si vede, che Dejean aveva bene penetrato la mente del consolo, e che il consolo molto sagacemente, e molto veramente giudicava della natura umana.