Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V
Part 10
Mentre a questo modo il grosso dei soldati di Francia sboccava per Ivrea, non erano state oziose le genti più lontane, anzi concorrendo dal canto loro all'adempimento del principale disegno, erano pervenute ai luoghi ordinati dal consolo. Era Bethancourt sceso dal Sempione, e fattosi padrone di Domodossola. Moncey venuto a Bellinzona accennava a Lugano, ed alle sponde del Ticino e dell'Adda. Thureau poi più prossimamente romoreggiando alla capitale del Piemonte, era comparso a Susa, e camminando più avanti, si era mostrato ad Avigliana, avendo fatto una buona presa di Austriaci, che si erano pruovati a serrargli il passo dall'erto ed eminente sito, sul quale stava, prima della guerra, fondata la fortezza inespugnabile della Brunetta. Tale tempesta da tutte parti sovrastava, per l'invitto pensiero del consolo, a quel tratto di paese, che si comprende fra la Dora riparia e l'Adda. Ma il principale sforzo sorgeva da Ivrea. Si proponeva il consolo di marciare a stanca celeremente per arrivar più presto, che per lui si potesse, a Milano. Confidavasi, nè senza ragione, di trovar quivi seguito, viveri e ricchezze; e siccome sopraggiungeva improvviso, così sperava di poter sorprendere e sopraffare i corpi sparsi degli Austriaci, che a tutt'altra cosa pensavano fuori che a questa. Aveva anche fondamento di credere, che gli sarebbe venuto fatto, accostandosi all'Adige, di tagliar fuori Melas dal suo sicuro ricetto del Tirolo. Molto bene considerate erano queste cose, e meglio ancora fu quella di mandar Lannes verso Chivasso, per indurre in Melas la persuasione, ch'ei fosse per far impeto contro Torino. Ordito in tal modo il disegno, lo mandava ad esecuzione. Temendo gli Autriaci di Torino, avevano accostato un antiguardo al ponte della Chiusella, a dirittura del quale avevano piantato quattro bocche da fuoco per non lasciar guadagnare questo passo al nemico. Essendo questo ponte molto stretto e lungo, dura impresa era il superarlo. Avvicinatosi Lannes, ordinava ai più valorosi, il passassero velocemente. Fecerne pruova; ma i cannoni Tedeschi fulminarono sì furiosamente a scaglia, e dai fianchi i feritori leggieri tempestarono con sì fatta grandine, che i Francesi tornarono indietro laceri e sanguinosi. Nuovamente cimentatisi, nuovamente perdevano. Rinnovò due altre volte la pruova Lannes, e due altre volte ne uscì colla peggio. Ostinavasi, ma non aveva rimedio. Pavetti allora, che ottimamente conosceva i luoghi, perchè la battaglia si commetteva quasi sotto alle mura di Romano, sua patria, fece accorto il generale di Francia, che a sinistra del ponte era un passo facilmente guadoso, offerendosi di condurre egli medesimo la fazione. Guadò con felice ardimento il fiume: si mostrava improvviso sulla destra del nemico; diè mano a bersagliarlo aspramente; restava mortalmente ferito dalle sue armi l'Austriaco Palfi, che vicino al ponte se ne stava animando i suoi. Questo accidente diè cagione di vincere ai Francesi, perchè gli Austriaci sforzati a dar indietro, lasciarono libero il passo del ponte. Rannodaronsi col retroguardo sull'altura di Romano, e vollero far testa; ma assaliti dai Francesi cresciuti d'animo e di forza, abbandonarono il campo. Nè miglior esito ebbe uno sforzo fatto da Keim con la cavalleria, nel piano che si frappone tra Romano e i colli di Montalenghe; onde fu aperta la strada a Lannes fino a Chivasso, dove trovò conserve considerabili di vettovaglie, opportuno ristoro alle sue stanche genti. Avendo conseguito Lannes l'intento di far correre Melas a Torino, volgeva improvvisamente le insegne a mano manca, e camminava con passo accelerato a seconda della sinistra del Po alla volta di Pavia. Tutto lo sforzo dei Francesi accennava a Milano. Marciavano Murat, Boudet e Victor contro Vercelli; marciava sull'istessa fronte più basso Lannes, e superiormente spazzava il paese la legione Italiana di Lecchi, che da Chatillon di Aosta per la via di Grassoney camminando, era venuta a Varallo, poi ad Orta, donde aveva cacciato il principe di Loano, che vi stava a presidio con una mano di Tedeschi. Tutta questa fronte di un esercito bellicoso, spingendosi avanti, guadagnava Vercelli, dove passava la Sesia: poi contrastava invano Laudon, che era accorso, entrava in Novara, e s'apprestava a varcar il Ticino. L'ala sinistra intanto s'ingrossava per essersi Lecchi congiunto a Sesto Calende con Bethancourt disceso da Domodossola. Laudon postosi a Turbigo intendeva ad impedire il passo del fiume; ma Murat, che guidava l'antiguardo, dato di mano a certe barche lasciate a Galiate, guadagnava la sinistra sponda, e cacciava da Turbigo, non senza però qualche difficoltà, il generale Tedesco. Al tempo medesimo la sinistra ala si rinforzava vieppiù per la giunta delle genti di Moncey, che venute sui laghi di Lugano e di Como, avevano incontrato Lecchi a Varese. Per queste mosse ottimamente eseguite, come erano state ottimamente ordinate, già era la capitale della Lombardia posta in potestà dei Francesi. Entrava in Milano il dì due di giugno con le più elette schiere Buonaparte vincitore. Io non sono per raccontare le allegrezze che vi si fecero, perchè nelle rivoluzioni il governo ultimo è sempre stimato il peggiore, il nuovo il migliore. Nè la signoria dei Tedeschi vi era stata mansueta, non perchè troppo grave fosse di sua natura, salvo i confinati alle bocche di Cattaro, ma perchè avendo voluto rimettere del tutto le cose nello stato pristino, aveva turbato infiniti interessi ed opinioni. Eransi i reggitori persuaso, che fosse impossibile che i Francesi tornassero; e però a seconda di questa credenza governandosi, prepararono le occasioni ad altre rivoluzioni.
Riordinava Buonaparte la Cisalpina repubblica. Volle, che i riti della religione Cattolica pubblicamente si celebrassero, e la religione si rispettasse, e chi il contrario facesse, severamente, anche colla pena di morie, se il caso il richiedesse, fosse punito; che fossero salve le proprietà di tutti, che i fuorusciti rientrassero, che i sequestri si levassero, che le cedole del banco di Vienna si abolissero, e valor di moneta più non avessero. Lasciati in Milano questi fondamenti della sua potenza, applicava di nuovo i pensieri alla guerra, che quantunque bene principiata fosse, non era ancor terminata. Melas sulla destra del Po si conservava tuttavia intiero, nè sapeva il consolo ancora, che Massena fosse stato costretto a cedere in Genova alla fortuna dei confederati. Per questo motivo, credendosi più sicuro di quanto egli era veramente, aveva fatto correre da' suoi il Lodigiano, il Cremonese, il Bergamasco, il Cremasco, nei quali paesi erano stati veduti con molta contentezza: poi suo intento era di passare subitamente il Po; ed in questo modo mozzare a Melas ogni strada al ritirarsi. Lannes frattanto, per una subita correria, aveva preso Pavia: trovovvi munizioni abbondanti da bocca, e quantità considerabile di armi.
Melas, che per la perdita di Milano aveva conosciuto, quanto la sua condizione fosse pericolosa, ed il nemico forte, avvisandosi che il suo scampo non poteva più venire se non da una battaglia risoluta, e da una vittoria piena, voleva tirar la guerra nei contorni di Alessandria, per cagione dell'appoggio che quivi aveva della cittadella, e del forte di Tortona. Venuto adunque in Alessandria, chiamava a se Esnitz arrivato dalla riviera, mandava Otto divenuto libero per la dedizione di Genova, a Piacenza, affinchè s'ingegnasse d'impedire il passo del fiume ai Francesi. Ma Murat fu più presto di Otto; perchè, sebbene fortemente fosse combattuto, passava, e s'impadroniva di Piacenza. Al medesimo punto Lannes varcava a Stradella; e si poneva a campo a San Cipriano. Otto ritirava i suoi a Casteggio ed a Montebello. Combattessi in questi due luoghi il dì nove giugno una battaglia asprissima, segno ed augurio di un'altra assai più aspra, più famosa, e più piena di futuri accidenti. Occupava Otto col grosso delle sue genti Casteggio, avendo piantato su certi colli a destra forti batterie, e collocato a sinistra più al piano i suoi cavalli. Una piccola squadra di ultimo soccorso stanziava a Montebello. Urtarono i Francesi condotti da Watrin con grandissimo impeto i Tedeschi, fu loro risposto con uguale costanza; vario fu per molte ore l'evento, perchè parecchie volte i repubblicani s'impadronirono dei colli eminenti a Casteggio, e parecchie volte ne furono risospinti. Finalmente gl'imperiali restarono superiori per opera massimamente della cavalleria, la quale sbucando da certe siepi, di cui si era fatta quasi una fortezza, aveva dato la carica al nemico. Watrin si ritirava rotto e sanguinoso, e sarebbe stata perduta la battaglia pei Francesi, se non fossero sopraggiunti battendo, e mandati da Lannes i generali Chambarlhac e Rivaud. Venendo quest'ultimo a parte della mischia, frenava l'impeto dei vincitori, ed incuorando i soldati di Watrin gli menava di nuovo contro il nemico insultante: pure si difendevano i Tedeschi ostinatamente. In questo fortunoso punto arrivava con una grossa squadra di buoni soldati Lannes, ed entrando impetuosamente, come sempre soleva, nella battaglia, sforzava il nemico a piegare, e cacciandolo del tutto da Casteggio, l'obbligava a ritirarsi a Montebello. Quivi Otto più fiero di prima rinnovava la battaglia, e faceva di nuovo le sorti dubbie; che anzi le sue già principiavano a prevalere, quando Buonaparte, che era sopraggiunto, ordinava a Victor, caricasse con sei battaglioni la mezzana schiera del nemico. In questo punto divenne furiosissimo l'incontro, perchè gli Austriaci difendevano il ponte con numerose artiglierìe che buttavano a scaglia, ed i Francesi con le bajonette andavano alla carica per ispuntargli. Durò un pezzo questo combattimento di fuoco e di ferro: si vedeva che i soldati di Otto stavano alla dura molto fortemente. All'ultimo arrivarono sugli estremi del campo i generali Geney e Rivaud, e fecero inclinare la fortuna in favore di Francia, perchè per le mosse loro si trovava Otto quasi circondato da ogni banda. Si ritirava in Voghera, lasciato un presidio di circa mila soldati nella fortezza di Tortona. Morì in questo fatto, e fu presa gran gente agli Austriaci, ma la metà meno di quanto portarono gli scritti di Berthier. Morì anche gran gente ai Francesi; e poco meno che agli Austriaci; pochi restarono prigionieri. Questa fu la battaglia di Casteggio, che durò dalle sei della mattina sino alle otto della sera.
Superata l'asprezza dell'Alpi con arte e costanza, corsa la Lombardia con prestezza, fatto risorgere il nome di Cisalpina in Milano, sollevati a gran cose gli animi dei popoli con una impresa inusitata, restava che per una determinativa battaglia i presi augurj si adempissero, e si confermasse in Buonaparte il supremo seggio di Francia, e l'imperio assoluto d'Italia. Assai presto fu l'acquisto di questo paese fatto da Kray, Suwarow, e Melas: restava che si vedesse, se il capitano di Francia non fosse abile a riconquistarlo più presto ancora. Aveva Melas, come abbiam narrato, raccolti i suoi nel forte alloggiamento tra la Bormida ed il Tanaro sotto le mura d'Alessandria. Grosso di circa quarantamila soldati, fornitissimo di artiglierìe, fiorito di cavallerie sceltissime, provvisto di veterani, era molto abile a combattere di tante sorti. Nè mancava in lui l'ardire, o l'arte, nè la memoria delle recenti vittorie. Sapeva altresì, di quanto momento fosse la battaglia che soprastava.
Dall'altra parte il consolo combatteva su quelle Italiche terre, già piene di tanta sua gloria; i suoi ufficiali giovani, confidenti e valorosi con incredibile ardimento anelavano al confermare i gloriosi destini di Francia; i soldati, alcuni veterani, molti nuovi non avevano tanto uso di battaglie quanto i Tedeschi, ma l'ardore e la confidenza supplivano a quanto mancasse all'esperienza. Di numero erano inferiori agli avversari, e di cavallerìe, e di artiglierìe. Giravano adunque assai dubbie le sorti. Melas, ancorchè fosse sorpreso da tanta e sì improvvisa piena, e vinto alla Chiusella ed a Casteggio, pareva non ostante possedere maggiore probabilità della vittoria. Nè si potrebbe bastantemente lodare l'arte e la prestezza, colle quali, quando ebbe piena contezza dell'intento del consolo, aveva adunato il suo esercito nei campi d'Alessandria. Doveva il consolo presumere, perchè non ignorava che l'avversario aveva fortificato con trincee ed artiglierìe le rive della Bormida, e scelto luogo propizio al combattere, che appunto in quel campo volesse dare la battaglia. Pure avvisando, certamente contro ogni probabilità, che Melas volesse ritirarsi verso Genova, aveva mandato il generale Desaix, testè arrivato dall'Egitto, a Rivalta sulla strada per Acqui; che anzi questi, obbediente ai comandamenti, già aveva spinto la schiera di Bondet più vicino ad Acqui. Grave errore fu questo, perciocchè ei doveva rannodarsi, non ispartirsi, trovandosi col nemico sì vicino e sì grosso; per lui stette ad un punto, che tutta la fortuna di Francia perisse nei campi di Marengo. Oltre a ciò, e per una risoluzione nè ragionevole nè sana, aveva mandato la schiera di Monnier, che con quella di Boudet componeva l'ala sinistra governata da Desaix, a Castelnuovo di Scrivia, per modo che tutta quest'ala si trovava spartita e scomposta in un momento di tanta importanza. Occupava Melas con un antiguardo il villaggio di Marengo posto oltre Bormida nella vicinanza d'Alessandria. Il consolo, fattolo assaltare da Gardanne, lo recava in suo potere, avendo i Tedeschi fatto astutamente debole resistenza. Il quale accidente avrebbe dovuto far accorto Buonaparte, che pensiero di Melas non era di girsene lontanamente a Genova, ma bensì di cimentar la fortuna vicino ad Alessandria. Tuttavia, essendo tenacissimo ne' suoi concetti, persisteva nel credere che i Tedeschi volessero incamminarsi verso la Liguria. Finalmente gli esploratori, che gli recavano le novelle da Rivalta e dalle rive del Po, il tolsero d'inganno, certificandolo che la gran lite era per deffinirsi nell'Alessandrino, non nella Liguria. Ordinava a Boudet ed a Monnier, che prestamente si ricongiungessero coll'esercito principale: pure trovandosi già lontani, potevano arrivare a sorte terminata.
Il dì quattordici giugno alle cinque della mattina Melas varcava, fulminando, l'augurosa Bormida. Esnitz coi fanti leggieri, e col maggior nervo delle cavallerìe, muovendosi a sinistra degli imperiali, marciava contro Castel-Ceriolo per la strada che porta a Sale, perchè intento del generalissimo Austriaco era di riuscire alle spalle dei Francesi da quella parte per tagliargli fuori da Pavia e da Tortona, donde avevano corrispondenza con l'altre loro genti alloggiate sulla sponda sinistra del Po. Keim, coi soldati di più grave armatura muoveva l'armi contro il villaggio di Marengo, per cui passa la strada per Tortona; quest'era la schiera di mezzo. Una terza, che era la destra sotto la condotta di Haddick con un grosso di granatieri ungari guidati da Otto, doveva fare sforzo, seguitando la destra sponda della Bormida all'insù, per riuscire a Fregarolo, e consentire verso Tortona con la mezzana. Si prevedeva, e quest'era il pensiero delle due parti, che si sarebbe conteso massimamente della possessione di Marengo, perchè quello era il sito, alla conservazion del quale indirizzavano i Francesi tutti i loro movimenti. Precedeva le camminanti squadre d'Austria un apparato formidabile di artiglierìe, che furiosamente tuonando significavano, quanto duro e quanto micidiale fosse per essere l'incontro. A tanto impeto non erano i Francesi pari in quel primo tempo della battaglia, perchè Monnier si trovava lontano a destra, Desaix a sinistra, per improvvidenza del consolo.
Adunque tutte le difese loro consistevano nella schiera di Victor, che occupava assai grossa Marengo, ed in quella di Lannes, che aveva la sua sede a destra della strada di Tortona. A queste genti si aggiungevano circa novecento soldati della guardia del consolo, i cavalli condotti dal giovane Kellerman, quei di Champeaux, e finalmente quelli di cui aveva il governo Murat: i primi facevano spalla ai fanti di Victor, i secondi a quei di Lannes, ed in ultimo i terzi posti sulla punta estrema a destra di tutta la fronte, custodivano la strada che accenna a Sale. Così l'ordinanza dei Francesi partendo dalla Bormida, e da lei scostandosi obliquamente, e passando per Marengo, si distendeva sin verso a Castel-Ceriolo. Keim incontrava Gardanne mandato da Victor a Pietrabuona, piccolo luogo posto tra Marengo e la Bormida, e con una forza prepotente lo prostrava. Si ritiravano disordinatamente le reliquie verso Marengo. Sarebbero anche state intieramente circondate e prese se Victor non avesse tosto mandato Chambarlhac a riscattarle. Vennero avanti i Tedeschi, ed ingaggiarono con Victor una battaglia orribile: commiservi ambe le parti fatti di stupendo valore. Piegò finalmente la fortuna in favor di coloro, che avevano più numerose genti, e più fiorite artiglierìe: entrava vittoriosamente Keim in Marengo. Non per questo si era Victor disordinato; che anzi grosso, intiero e minaccioso novellamente si schierava dietro a Marengo. Venne a congiungersi con lui sulla destra sua punta Lannes, il che fece rinfrescare la battaglia più feroce di prima. S'attaccò Keim con Lannes, Haddick con Victor, e chi considererà la natura sì di quei generali, come di quei soldati, si persuaderà facilmente, che mai in nissuna battaglia sia stato speso più valore e maggior arte, che in questa. Secondava potentemente l'urto di Lannes contro Keim Champeaux co' suoi cavalli, nella quale mischia gravemente ferito passò di questa vita alcuni giorni dopo. Kellermann con la sua squadra ajutava anche efficacemente Victor, cariche a cariche continuamente aggiungendo e moltiplicando. Ciò non ostante Victor, per essere entrato nella battaglia il primo, e per avere Gardanne molto patito nell'affronto di Pietrabuona, stanco e diradato cedè finalmente il luogo, e si ritirò, quanto più potè prestamente, e non senza qualche moto disordinato, a San Giuliano. Lannes allora nudato sul suo sinistro fianco dell'appoggio di Victor fu costretto rinculare ancor esso; il che diè cagione a Keim di guadagnare vieppiù del campo, e di credersi sicuramente in possessione della vittoria. Frattanto Esnitz coi fanti leggieri aveva occupato Castel-Ceriolo, e coi cavalli si andava allargando col pensiero di mostrarsi alle spalle delle due schiere repubblicane, che indietreggiavano; il quale disegno, se avesse avuto effetto, dava senza dubbio alcuno la vittoria agl'imperiali.
Solo rimedio a tanto pericolo aveva il consolo nei novecento soldati della sua guardia, e nei cavalli di Murat, certamente non capaci a far fronte alla numerosa cavallerìa di Esnitz. Mandava adunque avanti i novecento. Qui io non so, se più mi debba lodare l'opera loro, o biasimare quella di Esnitz. Fatto sta che l'Alemanno, quantunque gli avesse circondati da ogni banda, non gli potè mai rompere, o che egli non abbia fatto tutto quello che poteva, o che i novecento abbiano fatto più di quello che potevano. Avrebbe potuto Esnitz, se l'avesse voluto, tanto era forte pel numero delle sue truppe leggieri, sicuramente lasciarne una piccola parte contro questa consolare guardia, e gittarsi con l'altra a furia dietro le cedenti squadre di Francia. Ma neanco questo fece, ostinandosi a combattere con tutte le sue genti contro piccola parte di quelle del nemico. Questa mollezza, o errore di Esnitz, e questo valore dei consolari diedero comodità a Monnier di arrivare da Castel Nuovo, donde chiamato dal consolo veniva a prestissimi passi. S'incontrava arrivando nelle genti di Esnitz; sebbene elleno da tutte le parti il circondassero, si aperse la strada, ajutato gagliardamente dai consolari. Il generale Cara-San-Cyr, cacciati i Tirolesi da Castel-Ceriolo, se ne faceva padrone, e tostamente con tagliate e barricate vi si affortificava. Dievvi dentro Esnitz per ricuperarlo, e non gli venne fatto: pure la fortuna il favoriva, perchè aveva in questo punto obbligato alla ritirata i consolari, e l'altra parte dei soldati di Monnier. Ma invece di seguitare alla dilunga i cedenti, si ostinava all'acquisto di Castel-Ceriolo. Cara-San-Cyr sempre il respinse, e tanto il tenne lontano, che ora Cara-San-Cyr fu salvamento de' suoi, come prima erano stati i novecento; questi diedero tempo nella pertinace resistenza loro a Monnier di arrivare, egli il diede a Desaix. Melas in questo mezzo tempo, volendo usare l'occasione favorevole, che la fortuna gli parava davanti, aveva spinto innanzi la sua ala destra, massimamente i cinque mila Ungari, affinchè andassero a disfare quella nuova testa che i Francesi mostravano di voler fare a San Giuliano. Pareva che a quest'effetto bastassero Keim vincitore, ed Esnitz mezzo vinto e mezzo vincitore. Ma per assicurarsi meglio del fatto, e per provvedere ai casi dubbj che Desaix, arrivando, avrebbe potuto arrecare, mandava di lungo spazio avanti i cinquemila, dei quali come di corpo autore di vittoria, aveva preso il governo Zach, quartiermastro di tutto il campo Austriaco.
Erano le cinque della sera: già da più di dieci ore si combatteva: gli Austriaci vincitori si rallegravano; tenue speranza, e solo in Desaix rimaneva ai Francesi di risorgere. Gli Alessandrini credevano avere Austria già del tutto vinto, siccome quelli che spaventati in sul mattino dal rimbombo di tante armi, l'avevano poscia udito allontanarsi appoco appoco, per modo che alla fine niuno, o debole suono di battaglia perveniva agli orecchi loro. Il consolo stesso disperava, nè mostrò in questo punto della battaglia mente serena, od animo costante, o modo alcuno degno di colui che aveva concetto il mirabile disegno di questa seconda invasione d'Italia. Solamente, e già quasi privo di consiglio stava agognando l'arrivo di Desaix. Mentre fra molto timore e poca speranza si esitava, ecco arrivare al consolo le novelle, che la prima fronte della Deseziana schiera compariva a San Giuliano. Riprese subitamente gli spiriti: altr'uomo che egli in fortuna quasi disperata, come era quella, in cui si trovava, si sarebbe servito della forza che arrivava, solamente per appoggio alla ritirata; ma l'audace ed onnipotente consolo la volle usare per rinnovar la battaglia e per vincere. Metteva l'esercito in nuova ordinanza per modo che da Castel-Ceriolo obliquamente distendendosi sino a San Giuliano, alloggiava Cara-San-Cyr sul luogo estremo a destra, poi a sinistra verso San Giuliano procedendo Monnier, quindi Lannes, poi finalmente in quest'ultima terra a cavallo della strada per a Tortona Desaix. I cavalli di Kellerman a fronte, e fra Desaix e Lannes avevano il campo. Non avendo fatto Esnitz co' suoi fanti e cavalleggieri contro l'ala destra dei Francesi quell'opera gagliarda, e quel frutto che Melas aspettava da lui, aveva il generalissimo d'Austria mandato i cinquemila Ungari condotti da Zach contro l'ala sinistra, sperando che questo nodo di genti fortissime l'avrebbe potuta rompere, e tagliarle la strada verso Tortona.