Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV

Part 4

Chapter 43,417 wordsPublic domain

Queste promesse e queste minacce operarono di modo che i consigli ratificarono, non senza però molti discorsi contrari, e molta discordia. Gli amatori dell'indipendenza se ne sgomentarono, molti mali umori nascevano nella repubblica. S'aggiunse che i due quinqueviri Moscati e Paradisi, e nove dei consigli legislativi, che più vivamente degli altri si erano versati al trattato, avevano ricevuto sforzata licenza dal direttorio di Francia. Di più si fe' dire e stampare, che fossero fautori dell'Austria, e nemici della Francia; delle quali allegazioni si può dire, che è dubbio, se siano o più ridicole, o più false. Ma la persecuzione non si rimase alle parole; perchè alcuni degli oppositori furono anche carcerati. Si conturbavano le menti a questi eccessi; si temevano cose peggiori.

In mezzo a questi mali umori arrivava in Cisalpina mandato dal direttorio in qualità di ambasciatore di Francia, Trouvé, giovane di spirito, e che faceva professione di amare la libertà. Si sollevarono gli animi al suo arrivo, comparendo per la prima volta un ministro di Francia presso quello stato nuovo, ed ognuno si stava ansiosamente aspettando, che cosa portasse. Gl'indipendenti ne auguravano bene pel fatto stesso; gli aristocrati quieti si rallegravano ancor essi, perchè speravano, che un reggimento più regolato gli preserverebbe dalle improntitudini dei libertini. Fu l'ingresso di Trouvé al direttorio Cisalpino molto pomposo. Parlò nel suo discorso della Francia magnificamente, della Cisalpina amorevolmente. Piacque soprattutto agl'indipendenti il principio del suo favellare, che fu con queste parole: che veniva in nome della grande nazione a salutare l'indipendenza della repubblica Cisalpina. Poi continuando affermava, che era venuto per adempire presso a lei un carico onorevole, e caro all'anima sua, quello cioè di giungere all'ammirazione verso gli eroici fatti, l'amore che inspira la pratica delle virtù; che tal era il desiderio, tale il bisogno del governo Francese, che a questo generoso fine per comandamento di lui, ed in adempimento della sua tenerezza paterna indirizzerebbe egli tutti gli sforzi, tutti i pensieri suoi. Allontanassero pertanto da loro, come egli allontanava da se, le dimostrazioni vane di un'astuta politica, che adula per corrompere, che accarezza per uccidere: allontanassero le sottigliezze, allontanassero le ingannatrici promesse, le seduzioni, la duplicità; animi aperti e leali, confidenza vicendevole, giustizia sincera, probità incorrotta, unione inalterabile fra i magistrati le due repubbliche congiungessero; congiunzione, continuava vieppiù nella sua poesia infuocandosi il giovane ambasciatore, congiunzione gloriosa e toccante; congiunzione giurata sull'ara della patria per difendere i principj della ragione, e per dilatare il culto della libertà. Queste belle poesie, che coprivano brutti fatti, giravano a quei tempi. Rispondeva all'ambasciatore di Francia con pensieri adulatorj, e lingua Italiana sucidissima il presidente del direttorio Constabili: il linguaggio stesso disvelava la debolezza degli animi, la servitù dello stato.

Scriveva sulle prime, cioè il dì trenta maggio, Trouvé a Birago, ministro degli affari esteri della Cisalpina, invitandolo ad operar per modo che il governo Cisalpino facesse risoluzioni vigorose contro i fuorusciti Francesi, che si erano ricoverati sul territorio Cisalpino: gli mandava indizi sopra alcuni di loro: voleva, che a termine del capitolo decimoquinto del trattato d'alleanza fra le due repubbliche, essi fuorusciti fossero arrestati, onde il direttorio di Francia gli potesse bandire, e confinar ne' luoghi, che stimerebbe; accusava, quelli di aver combattuto contro la loro patria nelle legioni parricide, come le chiamava, di Condè, questi, di spandere fra i Cisalpini novellamente liberi le dottrine della schiavitù, di calunniare i repubblicani Francesi, e di far sorgere contro di loro il fanatismo, il pregiudizio, e tutti gli odj possibili: voleva finalmente, che il ministro della Cisalpina pubblicasse la sua lettera, affinchè tutti i fuorusciti sapessero, che la legazione Francese dichiarava loro una guerra, la quale non avrebbe termine, se non quando i medesimi cessassero di contaminare la terra della libertà. Rispose il Cisalpino ministro all'ambasciadore di Francia, che il direttorio Cisalpino purgherebbe la terra della libertà da quegli uomini immorali, come gli qualificava, contaminati, ed ipocriti. Brutto principio di legazione era certamente quello, che s'annunziava con un'opera inumana, e brutto principio ancora di governo libero era quello che la secondava.

Ma ben altri pensieri che questi nodriva l'ambasciadore nella sua mente e per se, e per comandamento di chi il mandava. Aveva il direttorio osservato, che la vivezza dei libertini era stata cagione, che i popoli Cisalpini, che sono generalmente di natura quieta e savia, si fossero messi in mal umore. I medesimi libertini, siccome quelli, dico i sinceri, che senza freno parlando accusavano continuamente di prepotenza e di ladroneccio gli agenti del direttorio di Francia, operavano, che l'odio contro i Francesi moltiplicasse ogni giorno. Tenevano nei due consigli, massimamente in quello dei giovani, il predominio, e le proposte che vi si facevano, ed i decreti che vi si pigliavano, indicavano molta ardenza negli animi. Già insospettiva la Francia, che sapeva, che la smoderatezza può dare contro ogni cosa, ed ella non voleva che si desse contro di lei. L'opposizione tanto gagliarda, che era sorta nei consigli contro il trattato d'alleanza, accresceva ancora maggior colore a questi pensieri e sospetti, dimodochè divenne certo pel direttorio, che se non domava quei partigiani tanto risentiti di libertà e d'independenza, la sua superiorità in Cisalpina sarebbe sempre stata incerta e vacillante. Infatti si vedeva, che il medesimo spirito d'opposizione, che nei consigli ed in una parte del direttorio si era manifestato, si radicava anche nei magistrati subalterni, ed ognuno gridava libertà ed independenza, con tali grida accennando non più ai Tedeschi, che ai Francesi. Parve, che fosse arrivato il tempo per Francia di aggravar la mano e di porre il freno, perchè per la pace fatta con l'imperatore d'Austria essendo passata la stagione di fomentar le rivoluzioni in Lombardia, pensava, che alla sicurezza sua in Italia, così in pace come in guerra, si appartenesse di farsene un appoggio, introducendovi un vivere più quieto, e che più piacesse ai più ricchi, e notabili cittadini. Per la qual cosa Trouvé, usando così i cattivi, come i buoni, sì veramente che favorissero i suoi disegni, fece in sua casa un'adunanza segreta, in cui si esaminarono i cambiamenti da farsi nella costituzione Cisalpina. Ajutavano questo moto principalmente Sopransi, antico ministro di polizia, per vendicarsi del direttorio che l'aveva licenziato, Adelasio quinqueviro, e Luosi, ministro della giustizia. A loro si accostavano Aldini di Bologna, Beccalozzi di Brescia, Villa di Milano, Martinelli, ed Alborghetti di Bergamo, uomini meno odiati dall'Austria, che amati dai Francesi. Era il progetto di ridurre la constituzione a forma più aristocratica con diminuire il numero dei membri dei consigli, e così ancora quello dei dipartimenti, e dei membri dei magistrati distrettuali. Si voleva altresì accrescer forza al direttorio, perchè si era non senza ragione osservato, ch'egli si trovava nella constituzione molto impari ai due consigli, e quasi schiavo loro. Con questo si voleva frenare la libertà della stampa, e serrare i ritrovi politici, per la quale e pei quali i pensieri buoni si facevano cattivi per la esagerazione, i cattivi peggiori per l'impeto.

Certamente questa riforma era da lodarsi, e sarebbe piaciuta ai buoni, se al tempo medesimo si fosse data la independenza alla Cisalpina; ma con la servitù ogni legge è cattiva, e le peggiori sono le buone, perchè portano con se la menzogna, e fan credere che vi sia ciò che non v'è. Ebbero i democrati ardenti avviso del disegno da un Montaldi rappresentante, che chiamato alle congreghe segrete, nè appruovandole, aveva svelato ogni cosa al consiglio dei giovani. Il romore fu grande; le parole nei ritrovi non ancora chiusi, gli scritti nelle gazzette non ancora frenate, furono in gran numero. Grande impressione massimamente fece nel pubblico una orazione che sotto il nome supposto di Marco Ferri, fu composta, data secretamente alle stampe, e sparsa copiosissimamente in ogni parte della Cisalpina da un giovane Piacentino, che aveva già stampato in Milano molte cose con non poca lode. Grave, e forte orazione era questa: «E donde in te, uomo da nulla (sclamava rivoltosi al giovane Trouvé il giovane Piacentino) donde in te, piccolo straniero, barbaro per l'Italia, la podestà di tante e sì gravi cose a dispetto nostro operare nella nostra repubblica? Dal tuo direttorio? Ma come mai il direttorio Francese munito ti avrebbe di così tirannica autorità, di una autorità, che in nessun tempo, in nessun caso mai non fu delegata ad ambasciadore presso popolo amico? Come potrebb'ei contraddire a se stesso, e detestare nella Cisalpina quello statuto, cui con tanto fervore, con tanta severità protegge, e difende nell'ampio recinto di sua giurisdizione? Come vorrebbe rapire in un istante a repubblica sorella l'independenza, che, pochi mesi sono, le ha guarentita con solenne trattato, e che tu, pochi dì fa, con sue patenti lettere, e in apparato quasi trionfale a salutar sei venuto? Chi oserà mai accagionare quei gravissimi quinqueviri dell'atroce e vile perfidia d'avere occultamente preparata la violazione di un trattato nell'atto medesimo, che di adempirlo fan pubblica testimonianza; di un trattato, che ottenuto avendo la sanzione dei legislatori di Francia, non può senza il loro consenso essere alterato, come non senza il previo concerto coi direttori Cisalpini? Chi potrà mai credere, che quel tuo governo, il quale non ha ricevuto che la delegazione di eseguire le leggi in terra Francese, e sopra cittadini Francesi, usurpar voglia in paese straniero, ed alleato l'autorità elettorale, legislativa, esecutiva, tutta insomma la sovranità nazionale? Li Cisalpini sono troppo giusti per recare a que' supremi governanti sì grave ingiuria. No, non è vero, che fidata abbianti la missione di rovesciar lo statuto, per cui esistono eglino medesimi: l'hanno difeso contro Europa tutta: come nol faran trionfare di pochi oscuri oligarchi?

«Sei tu, novello Lisandro (benchè solo in male, e peggio a te s'attagli siffatto nome) che vuoi poterti dar vanto di avere ricostituita una repubblica in estranio paese, tu, che nel tuo proprio non meritasti mai di sedere fra i settecento cinquanta, che le ordinarie leggi sanzionano. Che altro infatti dimostra il giro tortuoso de' tuoi clandestini maneggi? Per riverire, qual inviato di Francia, l'independenza Cisalpina, ti recasti con pubblica magnifica pompa al palagio nostro direttoriale, e il dì venti pratile andrà chiaro nei fasti della nostra repubblica; per colpire oggi di morte questa independenza, ti rintani nella più secreta parte del tuo alloggiamento; vi chiami un ambizioso, e ribelle congedato ministro, un deputato adolescente, e tal altri da te compro o ingannato; e con questi soli tenti, e disponi il tenebroso lavoro. Nè sa nulla il supremo governo, nulla li ministri, nulla il senato legislatore, nulla il popolo. Ma la patria vigilanza s'adombra e bisbiglia, va in traccia dell'ambasciadore, e il cospiratore ritrova.

«Questa è dunque la fede, l'amicizia, la fraternità, che di Francia ne apporti? questi li modi e le forme, onde la prima ambascerìa Francese presso la novella repubblica condisci, ed onori? Questa la libertà, la prosperità, che in Italia pretendi? Qual vasta materia di dire per que', che mai non posero ne' tuoi fidanza! Diranno, che voi non prometteste libertà agli Italiani, che per più agevolmente dominargli e spogliargli; che oggi sotto pretesto di riforma, gli caricate di nuove catene, onde viemmeglio continuare ad ismungergli, a dissanguargli; che l'oro, non la libertà, è l'unico idolo vostro; che quella, d'ogni virtù maestra e fonte, non è fatta per voi, nè voi per ella; infine, che la libertà Francese sta tutta nelle parole, e negli scritti, negli ululati di furibondi tribuni, e nelle declamazioni di perversi impudenti sofisti. Ma v'è di più. Quei cangiamenti, che di tua despotica possanza, e con tanta leggerezza effettuare intendi nello stato politico della Cisalpina, saranno l'infallibil segnale della caduta della stessa repubblica. Questo primo funesto esempio ne trarrà altri dopo di se. Ciò sta in principio, ma sta molto più, se si badi al carattere dei dominatori di una nazione. Nulla è durevole in Francia, dove signoreggiano soltanto foga di novità, ambizione di dominio, furore di parti, disorbitanze. Offeso in tal guisa l'Italiano nell'opposto suo carattere, insultato così, ed isvilito, non avendo potuto ancora riconoscersi, ordinarsi come a lui si conviene, sviluppare il suo genio, e le sue forze, non potrà che abbandonarsi al primo conquistatore, che si parrà a lui d'innanzi. Non è nei modi, che tu, di frivoli maestri più frivolo allievo, apparasti sulla Senna, che le antiche repubbliche Italiane stabilite, ed assodate si sono. Giudicane, se capace ne sei, dalla loro durata a traverso dei secoli. Più di quattordici ne contava la Veneta. Che è ella divenuta in due giorni nelle mani de' tuoi? Ti vanta adunque di poter tu fortificare la repubblica Cisalpina....! Per indole natìa, per l'esempio de' tuoi, per la forza pretoriana onde sei cinto, forse potrai distruggere; edificare, consolidare non mai: non si consolida distruggendo».

Sentì molto gravemente Trouvé il fatto, e condottosi in pompa al direttorio, il richiedeva con parole aspre ed imperiose dell'arresto dell'autore dell'orazione, per avere, come diceva, insultato la repubblica di Francia. Gli fu risposto, non trovarsi in Milano i caratteri di tale stampa, esser venuta di fuori; cercherebbero, farebbero, non dubitasse: ma se la passarono con parole, perchè il direttorio non ancora riformato amava il moto dell'oratore. Intanto rimostrarono i consigli legislativi, rimostrò il direttorio, mandando anche un uomo a posta a Parigi. Vi andò eziandio espressamente il generale Brune, che era succeduto a Berthier, per rimostrare, perchè gli piacevano i governi più popolari, e faceva professione di amatore ardente di libertà.

Tutto fu indarno; Trouvé, al quale il direttorio, massimamente Lareveillere-Lepeaux, per cui passavano principalmente le faccende d'Italia portavano molta affezione, mandava ad effetto le accordate deliberazioni. La notte dei trenta agosto chiamava in sua casa centodieci rappresentanti, che non erano la metà di tutti: leggeva la nuova constituzione, e le nuove leggi. Le appruovarono, chi per amore, chi per forza, perchè aveva intimato loro, che tale era risolutamente la volontà del direttorio di Francia, e che se non l'accettassero di buon grado, l'avrebbe eseguita per forza. Nonostante alcuni ricusarono, e sdegnati si ritirarono. Il giorno seguente l'opera si recava ad esecuzione. Le soldatesche circondavano la sede dei consigli, ributtavano con le bajonette i rappresentanti non eletti dalla riforma; cacciavano dal direttorio Savoldi e Testi; vi surrogavano Sopransi e Luosi: i rappresentanti renitenti scacciati dai consigli; Fantoni, Custodi, Borghi, amatori vivissimi di libertà, e capi degli altri, posti in carcere. La forza predominava. Fece Trouvé la nuova constituzione, e finalmente dichiarò, parendogli di avere operato abbastanza, e bene solidato l'imperio Francese in Lombardia, rimettere di nuovo l'autorità legislativa nei consigli. In tale guisa venne fatta una riforma negli ordini della Cisalpina, buona in se, viziosa pel modo. Ed ecco una scena: una gran turba seguitava Ranza gridando, _che vuol Ranza, che scartafaccio è quello_? Lo scartafaccio era la constituzione disfatta da Trouvé, che Ranza vestito a lutto andava a seppellire nel campo del Lazzaretto.

Brune, che era tornato a Milano, si mostrava scontento. Il direttorio, che lo voleva mitigare, richiamava Trouvé, dandogli scambio con Fouché. Attribuiva anche facoltà al generale di far mutazioni, non negli ordini stabiliti dall'ambasciatore, ma nelle persone impiegate. Rimetteva in carica i democrati più vivi; fora lungo e fastidioso il raccontare come e quali. Le assemblee popolari, che chiamavano i comizi, accettavano la constituzione di Trouvé. I democrati non se ne potevano dar pace. Ma tra l'accettare e il non accettare non era differenza, la forza forestiera reggeva lo stato. Non piacquero al direttorio nè Fouché nè Brune, l'uno e l'altro, come credeva, troppo ardenti in quelle bisogne, e già si vedeva apparire la nuova confederazione contro Francia. Mandava a Milano Joubert in vece di Brune, Rivaud in vece di Fouché, strano inviluppo d'uomini e di leggi tante volte mutate in pochi mesi da chi reggeva il mondo con la forza, e la forza col capriccio. Non si mescolava Joubert nelle riforme; perchè da uomo generoso e magnanimo com'egli era, rispettava la independenza altrui, ed aveva grandi pensieri sopra l'Italia. Rincominciava Rivaud l'opera di Trouvé. La notte dei sette dicembre cingeva con soldatesche il corpo legislativo, che stava deliberando sulle macchinazioni che si ordivano. Poi la mattina le bajonette straniere cacciavano a forza i legislatori eletti da Brune, rimettevano in carica di direttorio Adelasio, Luosi, e Sopransi cacciati da lui. Fu imprigionato Visconti, frenata la stampa, serrati i ritrovi: minacciaronsi i fuorusciti Napolitani di espulsione, i democrati Cisalpini di carcere, se non moderassero le lingue, e gli scritti. Divenne Rivaud padrone della Cisalpina. I democrati lo volevano ammazzare, e pingevano sui loro scritti contro di lui non so che coltello di Bruto; ma e' non fu nulla. In questa guisa la Cisalpina tra la rabbia dei democrati, le speranze degli aristocrati, la prepotenza delle soldatesche forestiere, il timore di tutti, se ne stava aspettando i nuovi assalti dell'Austria.

Delle raccontate mutazioni fatte in Cisalpina per modo sì violento levarono un grandissimo romore in Francia coloro, che o sedendo nei consigli legislativi, o con le stampe addottrinando il pubblico, contrastavano al direttorio. Luciano Buonaparte, fratello del generale, servendosi dei principali pensieri dell'orazione di Marco Ferri, ne fece una al consiglio dei cinquecento, la tirannide del direttorio, e la violenza da lui usata in Cisalpina con gravissime parole detestando. Questi discorsi si tenevano dagli opponenti piuttosto per odio del direttorio che per amore della libertà, per la maggior parte di loro, e fra tutti il primo Luciano, macchinavano già fin d'allora di mutare lo stato, cambiar la constituzione, spegnere il direttorio, e chiamare alla somma delle cose il generale Buonaparte. Così costoro, che per amore della libertà, come dicevano, odiavano e laceravano di continuo gli avvocati sedenti in direttorio, non avevano poi paura di un soldato arbitrario e vittorioso, al quale tanto volentieri concorrevano tutti i soldati di Francia.

Rispondevano per parte del direttorio Merlin, e Lareveillere-Lepeaux a fine di giustificare le sue opere in Cisalpina, che la Cisalpina non aveva mai avuto una constituzione legittima, perchè quella, che le aveva dato Buonaparte, non era mai stata accettata dal popolo; ch'ella era solamente un'ordinanza militare, non una vera e legittima constituzione; che i Cisalpini si dovevano solamente riputare magistrati militari instituiti col solo fine di governar il paese a tempo, e fino agli ordini definitivi; che del rimanente la Francia aveva conquistato col suo sangue la Cisalpina, e però aveva il diritto di farne il piacer suo. Erano certamente queste risposte vere, ma sarebbero state più sincere, e non meno oltraggiose per la Cisalpina, se fossero state confessate prima, e quando la necessità non stringeva; perchè se la Cisalpina era mera conquista, governata solamente alla soldatesca, e sottoposta ad un espresso dominio militare dalla parte della Francia, non si vede che cosa volessero significare le voci d'independente, che le si davano dal direttorio, i saluti fatti alla independenza Cisalpina dall'ambasciatore Trouvé, quel mandare e ricevere ambasciatori a quasi tutti, e da quasi tutti i potentati d'Europa, come la Cisalpina faceva, e quel lamentarsi del medesimo direttorio Francese, che l'Austria non l'avesse voluta riconoscere, nè da lei accettato, nè a lei mandato ambasciatori.

I cambiamenti fatti per forza di soldatesche nella repubblica cisalpina ai tempi del supremo dominio di Trouvé, di Brune e di Rivaud, così comandando il Direttorio di Francia, diedero molto a pensare ai Cisalpini e generalmente a tutti gl'Italiani. Si persuasero facilmente che la Francia tutt'altra cosa voleva piuttostochè l'independenza loro, e che dalle parole in fuori, che erano veramente magnifiche, essi erano destinati a servitù o d'Austria o di Francia. Allora s'accorsero che era per loro diventato necessario, seppure liberi e independenti volevano essere, il camminare con le proprie gambe, e por mano essi stessi a quello che per opera dei forestieri non potevano sperar di acquistare. Surse in quel punto principalmente una setta la quale, contraria del pari ai Francesi che ai Tedeschi, dagli uni e dagli altri voleva liberare l'Italia, col fine di darle un essere proprio e independente. Perlochè si unirono i capi in Milano, i principali dei quali erano i generali Lahoz, Pino e Teuillet, e con questi Birago di Cremona, con alcuni altri sì di Cisalpina che di altre parti d'Italia. Restarono d'accordo che a questo scopo s'indirizzassero tutti i pensieri. Deliberarono che le voci d'independenza si spargessero fra i popoli, che si tirassero nell'unione quanti corpi di genti assoldate si potessero; che a questo medesimo fine si facesse una intelligenza coi Romani e coi Napolitani, e che ad ogni caso si formasse un'accolta di genti in Romagna, perchè quindi, o nei circonvicini e piani paesi si spargesse, o sul dorso degli Appennini si ritirasse, secondochè gli accidenti richiederebbero. Per nutrire il disegno, ordinarono adunanze segrete, che fra di loro corrispondevano, e la cui sede principale era in Bologna; e siccome da Bologna, come da centro, queste adunanze si spandevano, a guisa di raggi, tutto all'intorno negli altri paesi d'Italia, così chiamarono questa loro intelligenza Società dei Raggi.