Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV
Part 27
I generali Austriaci intanto, dei quali quest'accidente perturbava molto gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza pei dominj del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo, poichè dove la forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la fortuna afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato pensiero, che compruovò, ch'egli era, non solo d'animo invitto a non lasciarsi sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma ancora di mente serena, e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri Suwarow, sperando, che per arte altrui si salverebbe quello, che o per eccessiva imprudenza, o per eccessivo coraggio aveva egli perduto. Fece Melas avviso, che non fosse impossibile di circuire l'ala destra dei repubblicani, e di riuscir loro alle spalle, al che dava facilità la possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandar ad effetto questo suo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi a combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre, alle quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto un grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri, sei battaglioni di fanti, gli uni e gli altri Austriaci, sollecitamente marciava, sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già il tentava, di far correre una piccola squadra sulla destra del fiume sino a Tortona, comandava al conte Nobili, che se ne andasse a Stazzano con una sufficiente squadra, e frenasse i Francesi. Già era Melas giunto tra Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne: diè carico alla prima, a cui presiedeva Froelich, e nella quale militava co' suoi granatieri Lusignano già tante volte combattente in queste Italiane guerre con molto valore, e con poca fortuna, che assaltasse la punta dell'ala destra dei Francesi. Ordinava alla seconda, condotta da Laudon, e che si trovava schierata alla sinistra della prima, che si sforzasse di spuntare, e di circuire quella estremità medesima dell'esercito repubblicano. Infine comandava alla terza, che era governata dal principe di Lichtenstein, e che aveva con se qualche drappello di cavallerìa, e più vicina alla Scrivia era ordinata, che girasse più alla larga, arrivasse alle spalle dei Francesi, e troncasse loro la strada da Novi a Gavi. Mentre gli Austriaci marciavano così ordinati, Suwarow, rannodate alla meglio che potè le sue genti disordinate, rinfrescava la battaglia. Attaccossi Lusignano con l'estremità dell'ala destra del nemico, e dopo un duro incontro la sforzava a piegare; ma sopraggiunto in questo mentre Moreau, mandata avanti una legione fresca, rincalzava i Tedeschi. In questa mischia, poichè si venne alle bajonette, Lusignano ferito di palla, e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di Froelich pericolava. Ma accorreva prontamente in suo soccorso Laudon, e rimettendo prima i Francesi ai luoghi loro, poscia cacciandonegli, recava in sua mano la vittoria. Nè potè Moreau, quantunque molto vi si affaticasse, riordinare i suoi a sostenere l'impressione dell'inimico. Questo fu il momento, ed il combattimento decisivo della giornata. Piegarono sempre più i Francesi: gli Austriaci, perseguitandogli, gli cacciarono, sebbene non senza grave strage dal canto loro, dal forte alloggiamento, che avevano sulle alture dietro ed a fianco di Novi. I fuggiaschi vi si ripararono: ma assaltata al tempo stesso questa città dai Russi, fu da loro presa di viva forza a colpi di cannone, che atterrarono le porte. I vincitori vi commisero molta e crudele uccisione, facendo man bassa ugualmente su chi si arrendeva, e su chi non si arrendeva. Mentre così Melas vinceva con la sua prima e seconda colonna, e vincendo apriva anche il varco della vittoria a Suwarow, la sua terza giunta sui gioghi di Monterosso, donde sorgono le acque dei torrenti Fornavo e Riasco, era riuscita sulla strada, che da Novi porta a Gavi, e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del potersi ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose succedevano, il giorno trascorso fino alle sei della sera, e per conseguente durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta l'ala destra, ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi alcun modo di ristorare la fortuna della giornata: però fece Moreau andar attorno i suoni della ritirata. In questa guisa per una ordinazione maestrevole del generale Austriaco, fu tolta ai Francesi la vittoria, che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata, e terminativa battaglia.
Essendo tagliato il ritorno per a Gavi da Lichtenstein, furono costretti i Francesi a ritirarsi, sprolungandosi sulla sinistra loro, per la strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente. Comandò Suwarow a Karacsay, gli perseguitasse alla coda, e quel maggior male loro facesse, che potesse. Un accidente inopinato cambiò subitamente l'ordine in disordine, la ritirata in fuga. Una presa di corridori Austriaci condotta da un maggiore Kees, arrivava a Pasturana, per donde era la strada ai repubblicani, e veduto che il castello di questa terra, pieno ed ingombro di feriti, non aveva difesa, facilmente se ne impadroniva, quando appunto il retroguardo Francese, e le artiglierìe della repubblica arrivavano per passare nella terra. Questi audaci Austriaci scendendo dal castello, ed assaltando quella immensa salmerìa, produssero un disordine, ed un'avviluppata inestrigabile. Al tempo stesso sopraggiungeva alla coda Karacsay, e fatto impeto, se qualche cosa era rimasta intera ed ordinata, questa rompeva e disordinava. Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli, Partonneaux quanto per valorosi soldati si poteva, per rannodare le genti loro sconvolte e spaventate, ma furono le loro fatiche sparse indarno. Pieni di spavento, ed incapaci di udire qual comandamento che si fosse, fuggivano a tutta corsa i repubblicani a destra, a stanca, e dove più il terrore che il consiglio gli portava. Furonne i generali suddetti feriti gravemente di arma bianca, massime Perignon e Grouchy, e tutti fatti prigionieri. I gregarj, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow tutti uccisi inesorabilmente dai Russi, macello orribile, il quale se si aggiunge a quel di Novi, si vedrà quale umanità, e quale religione fosse in coloro, che erano venuti dall'Orsa a predicare la umanità e la religione in Italia. Più di venti pezzi d'artiglierìe con le loro casse e munizioni, in questo solo fatto di Pasturana vennero in potestà del vincitore. Morirono, o furono feriti in questo piuttosto disperato conflitto che animosa battaglia, dei repubblicani circa sei mila, quattro mila cattivi ornarono il trionfo dei vincitori: perdettero trenta cannoni, casse, e munizioni in proporzione.
Dall'opposta parte mancarono a' Tedeschi circa sei mila soldati fra morti, e feriti: un maggior numero di Russi o uccisi o feriti dimostrarono con quanta ostinazione combattessero, e fossero combattuti. Pochi confederati restarono presi dai repubblicani; ma i repubblicani servendosi di loro, perchè le bestie mancavano, a trasporto delle bagaglie e dei feriti, giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle montagne Genovesi. Non tutti o repubblicani o imperiali morirono di ferite: molti mancarono per istanchezza, o per ambascia, alcuni per sete, altri pel calore, essendo la sferza del sole molto grande. Avevano tutti le piaghe nel petto; nissuno nelle spalle. Apparivano i volti dei cadaveri Russi e Tedeschi sedati, quei dei Francesi torvi, e minacciosi. Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso, quanto questo pel sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri accumulati. Ne fu l'aria infetta; l'orribile tanfo durò molta pezza: spaventevoli terre fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per gli assassinj, poscia contaminate dalle battaglie. Passavanvi, e continuamente passanvi, forse cantando per passatempo, o per allegrezza i viandanti non rammentando quanto furore, e quanto dolore abbiano quivi a nostra memoria signoreggiato. Il tempo coprirà queste cose; vivranno elleno più nella memoria che negli affetti degli uomini: infelice razza, che prima fa i mali per furore, poi gli passa per indifferenza.
Pare ad alcuni, che questa vittoria non abbia avuto seguito uguale al fatto, perchè Genova non fu tratta a pericolo; rimase anzi ai Francesi l'imperio quasi intiero della Liguria. Ciò non ostante egli è manifesto, che per lei fu conservata ai confederati l'Italia, la quale sarebbe tornata in potere di Francia, se i repubblicani avessero vinto. Del rimanente vinsero gli alleati per aver conquistato il campo di battaglia, non per minor numero di morti e di feriti. Per la qual cosa poca abilità restava a Suwarow di tentare imprese d'importanza sul Genovesato. Oltre a ciò Championnet incominciava a comparire sulle sboccature delle valli che danno nella pianura del Piemonte, e conveniva arrestarlo, affinchè non conducesse a qualche mal termine i confederati in questo paese. Nè non operava efficacemente nella mente del generalissimo di Russia il considerare, che per lui si era fatto, che da Tortona in fuori prossima a cadere, tutti gli stati Italiani del re di Sardegna, al quale egli e per inclinazione propria, e per comandamento di Paolo portava grandissimo affetto, fossero ritornati in potestà dell'antico signore, se non di fatto, almeno di nome; nè a lui importava ugualmente il conquistare il Genovesato, che il Piemonte. Non ignorava altresì, che sarebbe fra breve chiamato ad altre fazioni in Svizzera, dove per l'ardire e valore di Massena declinavano le faccende degli alleati, e Lecourbe, scendendo dal San Gottardo, aveva rotto il colonnello Strauch, che guardava quei luoghi donde minacciava Bellinzona, Lugano, e Domodossola. Nè voleva Suwarow consumare i soldati sui monti Liguri, alla conquista dei quali gli pareva, che bastassero le forze degli Austriaci per terra, e quelle degli Inglesi per mare. Da un'altra parte Moreau, quantunque necessitato al ritirarsi, e ad abbandonare le pianure d'Italia a chi aveva potuto più di lui, era tuttavia potente, massime ajutato, come egli era, dall'asprezza dei luoghi, ed aveva, con singolare arte movendo le sue genti assicurato il passo tanto importante della Bocchetta; imperciocchè San Cyr comparso di nuovo grosso ed ordinato nei contorni di Gavi, si era recato in mano le alture ed i passi di Monterosso. Suwarow per essere in grado di combattere Championnet, e per render sicuro l'alto Novarese da Lecourbe, andava a posarsi nell'alloggiamento di Asti, stendendo l'ala dritta verso il Piemonte sino a Torino, e con l'ala sinistra insistendo su quelle medesime rive della Bormida, e della Scrivia, dond'era partito per avventarsi contro i Francesi a Novi. Un grosso corpo investiva Tortona, e gagliardamente con ogni maniera di arte e di stromenti d'espugnazione la pressava. Mandava al tempo stesso Kray verso Novara a sicurezza di Domodossola. Ma non essendo stati i motivi di Lecourbe nella Leventina di quella importanza che si temeva, richiamava a se il generale Tedesco, lasciando solamente a Novara la minor parte de' suoi soldati.
L'assedio di Tortona, ora stretto, ora allargato più volte, secondo che i confederati ebbero comodità di adoperarvi le forze loro, o necessità di usarle altrove, s'incamminava dopo la vittoria di Novi al suo fine. Il forte di Tortona edificato per volontà di Vittorio Amedeo terzo, re di Sardegna, e con le fortificazioni indirizzate dal conte Pinto, siede sopra un monte, che sta a sopraccapo della città di questo nome. Forte piuttosto pel sito, e per la natura sassosa del monte, che per le opere d'arte, se si eccettuano le casematte sodissime, ella può resistere lungo tempo, quando sia bene munita di difensori, e bene provveduta di viveri. Vi stava dentro il colonnello Gast, il quale con forse due mila Francesi si difendeva molto virilmente. Fino dai primi giorni di luglio si erano cominciate dal conte Alcaini, uomo Veneziano ai servigi d'Austria, a cui Suwarow aveva dato il carico dell'espugnazione, le trincee. Ma la bisogna lentamente procedeva per la resistenza degli assediati, per la natura del suolo, e per essere state le opere interrotte dalle vicine battaglie. Nondimeno soprantendendo ai lavori della oppugnazione un ingegnere Lopez, fu tirata a perfezione nei primi giorni d'agosto la prima trincea di circonvallazione. Ma si faceva poco frutto contro la piazza, perchè stante il suo sito eminente, piuttosto con le bombe che con le palle si poteva espugnare. Laonde continuando a lavorare indefessamente gli oppugnatori tanto fecero, che vennero a capo di ordinare la loro seconda trincea, e questa armarono di numero grande di cannoni e di mortai. Non si sbigottiva per questo Gast, perchè ed era uomo di gran cuore, e le casematte construtte di grosse e triplicate vôlte, non cedevano a quella orribile tempesta. Ciò non ostante un guasto considerabile fu fatto dalle bombe negli artiglieri, e nelle artiglierìe della fortezza. I Francesi con arte e costanza somma le riattavano, e continuavano a tuonare contro gli assalitori. Si vedeva, che molta fatica, e molto sangue bisognava ancora spendere per espugnare Tortona. Ma per la giornata di Novi non vedendo Gast speranza di poter più allungare la difesa, convenne d'arrendersi, se infra un certo tempo non fosse soccorso. Stipulossi adunque il dì ventidue agosto fra le due parti un accordo, pel quale si sospesero le offese per venti giorni, obbligandosi il Francese a dare la piazza, se nel detto termine l'esercito non arrivasse a liberarlo; uscirebbe al tempo pattuito la guernigione con armi e bagagli, con le bandiere all'aria, col suono dei tamburi; deporrebbe le armi sulla piazza di San Bernardino, e per la più breve se n'andrebbe in Francia sotto fede di non militare contro gli alleati per quattro mesi. Il dì undici settembre, non essendo comparso ajuto da parte nissuna, uscivano i repubblicani dalla fortezza, entravanvi gl'imperiali. Vi trovarono più di ottanta bocche da fuoco, munizioni da guerra molte, da bocca poche. Furono i malati ed i feriti trattati con ogni cura dai vincitori. Dodici centinaja di Francesi superstiti tornarono in Francia. Narrano i ricordi dei tempi, che fra questi fossero molti soldati del presidio di Peschiera, i quali, fatti prigionieri dai Tedeschi, avevano promesso di non servire contro i soldati della lega; brutta violazione della fede, nè commessa dai soli repubblicani.
Venne Suwarow in molta allegrezza per l'acquisto di Tortona, perchè il faceva sicuro della guerra Genovese, e si vedeva aver ricuperato al nome del re quasi tutti i dominj del Piemonte, oggimai liberi dalla presenza dei repubblicani. Ora i principali suoi pensieri si volgevano ad assicurare il Piemonte superiore dalle armi Francesi con rompere la forza di Championnet, e con espugnar Cuneo. Ma il compimento di queste fazioni lasciava a Melas ed a Kray, perchè egli se ne partiva con tutte le genti Russe per alla guerra Elvetica. Da quanto siamo andati fino a questo luogo raccontando, facilmente si può raccogliere, che Suwarow fu piuttosto capitano di guerra ardito, che artifizioso, e che vinse piuttosto con prevenire, che con usar l'arte. Gli fu aperto il corso alla vittoria da Kray, e chiuso da Melas. Del resto, tolta la sua natura crudele ed inesorabile nel far la guerra, nel che merita biasimo eterno, fu di natura integra, e nemico per poca civiltà degl'inganni, e delle fraudi degli uomini più civili. Qual sia il meglio o il peggio, coloro il diranno, che definiranno, se più si dolga la umanità dei dolori del corpo che dei dolori dell'animo, o più di questi che di quelli. Suwarow, primo capitano di Russia in Italia, vi fece cose molto degne di memoria.
Partito Suwarow dalle terre Italiche, ne fu molto diminuita la forza dei confederati in Piemonte. E però non poterono i capitani dell'imperator Francesco, innanzichè arrivassero nuovi rinforzi dagli stati ereditarj, tentar cosa d'importanza. Solo attendevano a conservare gli acquisti fatti, e si apparecchiavano, quando gli ajuti fossero giunti, alla oppugnazione di Cuneo, piazza molto forte, e che per essere vicina alle frontiere di Francia, è molto facile a venir difesa e soccorsa dai Francesi. Dall'altra parte primo pensiero dei repubblicani era di conservare la possessione di Cuneo, e tribolare talmente il nemico intorno a lui, che ne nascesse una grave diversione in favor di Massena, che aveva a fronte nella Svizzera l'arciduca Carlo, e presto avrebbe non solamente Suwarow con le genti vincitrici d'Italia, ma ancora Korsakow, che era vicino ad arrivare con nuovi squadroni di Russi. Bene certamente considerate erano queste cose pei generali della repubblica: ma si trattava di troppo vasto disegno per le poche forze che avevano, ed il volere tener tutto fu cagione, che non potessero conservare una parte. Non si vede come, volendo urtare fortemente l'inimico in Piemonte, si siano ostinati a perseverare nella possessione di Genova: il che gli obbligava a tener presidj nella riviera di Levante, soldati, che per la lontananza dei luoghi, e del restante esercito, a nissun altro fine potevano essere adoprati, che a difender Genova con tener il nemico lontano da lei. Genova, città assai grande e popolosa, e piena eziandio di mal umore contro i Francesi, sì per l'impazienza naturale del dominio forestiero, sì per la insolenza degli agenti del direttorio, e sì per la penuria delle vettovaglie, che dalla chiusura dei mari ne risultava, era cagione, che fosse loro forza di mantenervi un presidio assai grosso. Abbisognava ancora, che custodissero tutta la riviera di Ponente con gran numero di soldati, obbligazioni, da cui sarebbero stati esenti, se contenti al difendere le rive della Bormida e del Tanaro avessero abbandonato Genova, e raccolto la maggior parte delle forze loro in quella parte degli Apennini e dell'Alpi, che più approssimano e circondano Cuneo. Ma l'aver voluto distendersi in una fronte tanto lunga con sì poche forze, fu cagione che la guerra, che doveva esser grossa, si cangiò in guerra minuta e fastidiosa, con moltiplicate scaramucce ed affronti, che niuno effetto non solamente terminativo, ma nemmeno d'importanza potevano partorire. Sarebbe troppo molesta narrazione il raccontar tutto: perciò solo andremo sommariamente toccando i capi supremi. Klenau ajutato dalle masse Toscane infestava a danni dei repubblicani la riviera di Levante. Principal suo scopo era di cinger Genova da quel lato per darvi favore ai malcontenti, e per farvi difficoltà di vettovaglie. Venne Chiavari spesse volte in contesa, ora Klenau si faceva padrone di Rapallo, e s'innoltrava anche insino a Recco in poca distanza dalla capitale; ed ora prevalendo i repubblicani mandati da San Cyr, e governati da Miollis, cacciavano Klenau, non che da Recco e da Rapallo, da Chiavari e dalla Spezia, e lo risospingevano fin oltre Sarzana sull'estremo confine del Genovesato. La contesa principale si riduceva sul forte di Santa Maria, che sta a difesa del golfo della Spezia: finalmente dopo eventi diversi, ora prosperi, ora sinistri per le due parti, cadde il forte in potestà degl'imperiali; il quale accidente aperse libero l'adito alle navi d'Inghilterra in quel magnifico seno di mare, e fece facoltà agli Austriaci d'innoltrarsi di nuovo fino assai prossimamente, sentendosi sicuri alle spalle, a Genova, donde la poterono cingere d'assedio, quando, alcun tempo dopo, le armi imperiali vennero a romoreggiarle intorno, anche dalla parte d'occidente.
Le medesime minute fazioni tribolavano e repubblicani e imperiali sulla Scrivia e sulla Bormida, ed ancor più gli abitatori del paese, che si ritrovavano fra quelle due genti per loro strane, e l'una contro l'altra infuriate. Novi venuto in contesa parecchie volte cedeva ora alla fortuna di Francia, ora a quella d'Austria; ma niuna cosa si scopriva certa, se non gli oltraggi e le rapine dei forestieri, o amici o nemici che si qualificassero. Successe nondimeno un giorno un fatto di qualche importanza, per cui condotti i Francesi con molt'arte e valore da San Cyr, ruppero i soldati di Kray, e gli rincacciarono fin oltre a Tortona. Alloggiaronsi i Francesi al Bosco: ma poco tempo dopo i Tedeschi venuti più grossi, gli facevano tornare indietro, obbligandoli a cercar ricovero sotto la rocca di Gavi. Nel Piemonte superiore calarono i repubblicani per le valli dell'Argentiera, di Pratogelato, di Susa e d'Aosta: occuparono nella prima Demonte, nella seconda Villar e Perusa, e poi anche Pinerolo, nella terza Oulx, Icilia e Susa; fecero anche un motivo insino a Rivoli, donde vedevano le torri della perduta Torino. Nella quarta s'impadronirono del passo difficile della Tuile, e della città d'Aosta, per modo che gl'imperiali impotenti al resistere, calarono a serrarsi nel forte di Bard. Melas, ponderate tutte queste cose, lasciando Kray alla guardia dei paesi, in cui la Scrivia e la Bormida infondono le loro acque, andava a posarsi nei contorni di Bra con circa trenta mila soldati abili a campeggiare in quelle facili pianure. Era questo suo alloggiamento non senza fortezza, siccome quello che posto tra il Tanaro e la Stura, si mostrava opportuno a sopravvedere i moti, che potessero fare i Francesi da Mondovì, di cui erano in possessione, dal colle di Tenda, e dalle valli della Stura, e di Pratogelato, che massimamente accennavano a quel luogo, come a centro comune. Suo intendimento principalissimo era di guarentire il Piemonte, e di trovar modo di combattere felicemente nelle battaglie che aspettava, per andar a porre il campo sotto Cuneo. Nè i Francesi per le considerazioni, che sopra abbiamo narrato, ricusavano il cimento. Aveva Championnet, in cui, dopo la partenza di Moreau andato alle guerre del Reno, era investita l'autorità suprema sopra tutte le genti, che si distendevano dalla Magra per tutto il circuito dei Liguri Apennini e delle Alpi sino alla Dora Baltea, chiamato a se la schiera di Victor, annestandola alla sua destra ala verso Mondovì. Al tempo stesso ordinava, che si accostasse al suo fianco sinistro per Pinerolo e per Saluzzo una squadra di genti venute dall'Alpi Cozie, e condotta dal generale Duhesme.