Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV
Part 26
Joubert secondava questi sforzi con volontà sincera. Gli secondava altresì, ma solo con qualche dimostrazione esteriore, e non coll'animo il direttorio desideroso di riacquistare il dominio d'Italia, e confidando che questo generoso ed alto proposito fosse per essere mezzo potente all'esecuzione. Due, come abbiamo scritto, erano gli eserciti, che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in Italia; il primo governato da Championnet, aveva carico di minacciar il Piemonte superiore, e preservare le fortezze di Cuneo e di Fenestrelle: il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di liberar Tortona dall'assedio, e di combattere su quel fianco gli alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente aprirsi il cammino sino a Milano; il quale fatto per la sua grandezza avrebbe partorito ammirazione degli uomini, e terrore nuovo delle armi di Francia. Era desiderabile, che questi due eserciti in uno e medesimo tempo calassero verso i luoghi, a cui erano per volgersi; ma Championnet non aveva ancor messo insieme tante genti, che fossero abbastanza a così grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldati nuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altra parte Joubert aveva l'esercito pronto e capace di combattere: erano in lui i forti veterani di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della Vendea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo. Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini, ed infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidj necessari, perchè abbondavano di artiglierìe e di munizioni; solo si sarebbe desiderato un maggior nervo di cavallerìa. Si temeva che Tortona, che dopo la perdita di Alessandria era il solo forte, che potesse facilitar la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa, sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona per combattere in battaglia campale il nemico, e se ciò non gli venisse fatto, sperava almeno, che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau, che se ne doveva partire per andar al governo della guerra del Reno: «Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed ecco, che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di comandarvi, che restiate con noi, e che governiate le genti, come supremo duce, voi medesimo: ciò mi fia caro oltre modo. Sarommi il primo ad obbedirvi, e ad adoprarmi qual vostro primo ajutante». Tant'era la venerazione, che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la temperanza del suo animo! Ciò fu cagione che Moreau restasse, ed ajutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald, e l'antico esercito di Moreau si calavano la maggior parte per la Bocchetta: le venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso Acqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per ordine di Suwarow, che prevalendo di cavallerìa, voleva aspettare i repubblicani al piano. Entrarono questi in Acqui; il mandarono a sacco per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava ai monti Liguri. Non si era allora curato il capitano di Francia di vendicare i suoi, essendo obbligato a camminare velocemente: il che vedutosi dai villani sollevati fatti signori di Acqui, l'avevano attribuito a miracolo di San Guido protettore della città, comparso, come dicevano, sulle mura per dar terrore ai Francesi. Ne fece il vescovo della Torre, volendo ricoprire le sue parzialità precedenti pei repubblicani, o vere o finte che si fossero, raccorre le testimonianze; funne anche rogato l'atto solenne. Così restò, che San Guido fosse comparso; e chi sel credeva, ne parlava; e chi non sel credeva, ne parlava anche di più.
Quando l'ala sinistra dei Francesi, di cui abbiam favellato, e che era governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine, e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra, ordinava Joubert il suo esercito, ed il disponeva agli ulteriori disegni. La mezza obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore del generale San Cyr, che aveva con se Vatrin, Laboissière, e Dambrowski. Quest'ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una fazione contro Serravalle per mezzo del generale Polacco, il quale occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezza alloggiava sulla strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba, spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze verso Basaluzzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa quarantamila soldati, si distendeva dalla Bormida fin'oltre alla Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro e dell'Orba, del Lemmo e della Scrivia. Desiderava Joubert, premendogli di soccorrere Tortona, di fare un motivo sopra questa piazza; mandava a questo fine soldati corridori per Cassano Spinola sulla destra della Scrivia. Intanto non contento alla fortezza naturale di quei luoghi erti, e montuosi, con trincee, con fossi, e con batterìe di cannoni piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal modo i Francesi sovrastavano minacciosi dai monti alla sottoposta pianura.
Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua dritta, composta massimamente di quei Tedeschi, che Kray aveva condotto dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara; la mezza, a cui soprantendeva il generalissimo col generale Derfelden, e quasi tutta consisteva in soldati Russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri Austriaci, e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di fare che i repubblicani non gli potessero impedire la recuperazione di Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse: erano nel novero di circa sessantamila soldati. Apparivano l'uno all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva differirsi. Ardeva Joubert di desiderio di venir tosto alle mani, sì per ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che voleva, che non si stesse ad indugiare per far inclinar del tutto le sorti dall'un de' lati in quell'aspra guerra. Ma essendo cosa di grandissimo momento per Francia, si deliberò a consultare sopra la materia in una dieta militare convocata a posta: quivi pullulò una grande varietà di opinioni. Opinava Joubert, e con lui i più audaci de' suoi capitani, che si desse dentro subitamente. Allegavano gli ordini risoluti del direttorio per rinstaurar l'onore delle armi Francesi in Italia con un campale conflitto; essere quello il momento propizio di affrontar il nemico stanco dai freschi e lunghi viaggi, attonito al veder comparire di nuovo sul campo più forti di prima quei repubblicani, ch'ei credeva sbigottiti ed oppressi; doversi usare l'ardor Francese, quando più bolle; doversi temere la tiepidezza successiva; valere i Francesi nelle difese, ma ancor più valere negli assalti; mirassero quei volti, toccassero quelle destre, vedrebbero, toccherebbero segni di certa vittoria; per questo, e non per aspettare qual momento piacesse al nemico di combattere, essere venuti dalle lontane Calabrie, essere venuti dalla lontana Brettagna; l'aspetto che a fronte loro si scopriva delle Italiane campagne, rammentare tante vittorie col ferro, non coll'ozio acquistate; convenirsi il temporeggiare a quei freddi Russi, a quei pesanti Tedeschi, non ai vivi ed ardimentosi Francesi; sapere, prevaler di numero i confederati, ma quante volte avere i soldati della repubblica vinto eserciti più numerosi? Sapere, prevaler ancora di cavallerìa, e per questo avere qualche vantaggio nei luoghi agili e piani; ma le legioni della repubblica non avere mai temuto l'incontro delle cavallerìe; avere tante volte sostenuto, fiaccato, rotto l'impeto loro; non con le cavallerìe, ma con le fanterìe vincersi le moderne guerre; più poter le bajonette, che un nitrito vano, e colpi incerti: menassersi adunque incontanente i repubblicani alla battaglia, e tosto si vedrebbe, che se la fortuna ajuta gli audaci, in questo fatto massimamente gli ajuterebbe: subita pugna, concludevano, e l'Italia in premio.
Dall'opposta parte i più prudenti, che dannavano l'esporsi nella campagna aperta, argomentavano, farsi le guerre col valore, ma farsi ancora con l'arte; stolto consiglio essere il lasciare i consigli certi per abbracciare gl'incerti; essere il vincer certo, se in quei luoghi tanto forti, e quasi inaccessibili per natura, tanto fortificati per arte, il nemico si aspettasse; divenire il vincer dubbio, se nel piano si scendesse, dove un solo errore, dove uno spavento improvviso sarebbe, in tanta superiorità di forze nemiche, fatale all'esercito; conoscere il valor Francese, ma non doversi lui porre a sperimenti temerarj; essere stanche alcune squadre degli alleati, ma le altre fresche, e veterane tutte; combattere gli alleati con tutte le forze loro, perchè era arrivato Bellegarde colle genti vincitrici d'Alessandria, era arrivato Kray colle genti vincitrici di Mantova; non combattere i Francesi con tutte, perchè Championnet non era ancora giunto al luogo suo, ed ancora si aspettava. E quale temerità, quale stoltizia essere il combattere dimezzato, quando temporeggiando si può combattere intiero? Chi s'ardirà addossarsi un tanto carico? A chi non rifuggirà l'animo al pensare, che se l'esercito oggi è vinto, avrebbe potuto vincere domani? Volere il direttorio, che non s'indugiasse la battaglia, ma non avere comandato, che in questo preciso giorno si combattesse; nè essere da credere che meglio amasse, che l'esercito fosse vinto che vincitore: sempre vincere a tempo chi vince; qualche cosa ancora lasciare lui pure alla prudenza dei capitani, qualche cosa alle occasioni, qualche cosa alla necessità: se forti erano le fanterìe Francesi, non esser deboli le cavallerìe dei confederati, e quanto possano le cavallerìe nei luoghi sfogati e piani, nissuno essere che l'ignori: dovere chi vuol arrivare al fine de' suoi intenti con probabilità di evento, misurar le cose umane secondo l'ordinario, non essendo le geste eroiche, perchè queste geste qualche volta sorgono, e qualche volta no; e se qualche volta i fanti della repubblica avevano superato i cavalli dei re, qualche volta ancora esserne stati rotti: considerazione di capitani prudenti essere anche quella di pensare, prima d'ingaggiar battaglia, alle ritirate; or quale via di ritirata poter rimanere aperta ai soldati della repubblica, se al piano scendendo, quivi fossero sbaragliati e rotti? Non gli conquiderebbero, non gli pesterebbero, non fuori gli taglierebbero le imperiali cavallerìe? Con Serravalle in poter del nemico, con la riviera di Levante piena di soldati Austriaci, con la riviera di Ponente stretta da sentieri difficili, coi popoli nemici e tumultuanti, quale sicurezza, quale speranza di riuscire a salvamento? La disfazione totale dell'esercito seguiterebbe una temerità fatale: non rifiutarsi l'occasione di combattere, non abborrirsi dal romor dei cannoni, non temersi di guardar in viso il nemico, ma doversi rispondere alla patria con la ragione, non con l'imprudenza. Questi monti scoscesi, dicevano, a cui ci siamo riparati, questi fossi, con cui ci siam cinti, queste trincee, con cui ci siamo coperti, non poter essere indarno: a questo modo non doversi tentare la volubile e capricciosa fortuna. Con questi ragionamenti concludevano coloro, che questa sentenza mantenevano, che miglior partito era l'aspettar il nemico nei proprj alloggiamenti, che l'andarlo ad assaltare ne' suoi; ma che se tanto fosse temerario, che si attentasse di chiamare a cimento Francia, quando al valore dei soldati aveva congiunto la fortezza dei luoghi, allora con tutte le forze, e con tutto l'animo si combatterebbe, allora si mostrerebbe, che il non essere scesi i Francesi alla campagna dinotava non timore, ma arte; allora si vedrebbe quanto imprudentemente discorresse chi preponesse i soldati d'Austria e di Russia ai soldati di Francia. Prevalse nel consiglio questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva, quantunque mal volentieri, a questa deliberazione di aspettare, che il nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.
Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello, che loro convenisse di fare. I generali Austriaci, non soliti a commettersi all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Consideravano, quanto fossero forti gli alloggiamenti dei Francesi; consiglio da non lodarsi essere, opinavano, il privarsi col combattere in quei gioghi montuosi, del vantaggio delle cavallerìe; doppia necessità sovrastare ai Francesi di venire prestamente ad una battaglia nel piano, la prima perchè loro importava di soccorrere Tortona già prossima a cadere, la seconda, perchè essendo i mari chiusi, la Liguria sterile, le pianure Piemontesi a divozione degli alleati, sarebbero loro fra breve mancate le vettovaglie: doversi usare il benefizio della fortuna dello aver un esercito più numeroso, e meglio provveduto di cavallerìe, non si dovere pareggiare le partite con fare, che la fortezza del luogo compensasse in favore dei Francesi il maggior nervo dell'esercito imperiale: non essere quel della guerra mestier tanto sicuro, anche con maggiori forze, che si dovesse rinunziar ai vantaggi offerti dalla condizion delle cose; stanche, e consumate essere le genti imperiali dal tanto e fresco marciare: non si dover temere di Championnet così presto, perchè l'esercito Francese dell'Alpi si trovava tuttavia debole e disordinato, i soldati nuovi condursi timidamente a lui, e solo legati a guisa di malfattori con corde: andarvi in quella pugna tutto l'imperio dell'imperatore Francesco in Italia pure testè e con tanta difficoltà ricuperato; un tale esperimento non doversi tentare con vantaggi dimezzati e tronchi, ma sì con tutti quelli che il tempo offeriva: non giuocarsi alla ventura gl'imperj: non rinunziare i capitani savi ad imprese certe per correr dietro ad imprese incerte; volentieri cimentare gli Austriaci la fortuna, e ristringersi nei pericoli, quando la necessità incalza, e rende ogni altro partito impossibile; di ciò averne dato grandi e manifeste pruove nelle precedenti battaglie; ma quando la necessità non corre, abborrir loro dai consigli pericolosi e dubbi. Infatti temevano di quell'audacia venturiera di Suwarow, e consideravano, che poca somma giuocavano i Russi lontani a comparazion di quella, che giuocavano gli Austriaci, non solo vicini, ma attigui all'incendio della guerra.
Queste ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto con l'ardire, che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di se medesimo: opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire, che si fuggisse il combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e differito. Andava egli considerando, che l'indugiare la battaglia portava con se il lasciar ingrossar l'inimico, ed il lasciargli meglio ordinare i suoi disegni per assaltare, quando che fosse, gli eserciti imperiali da tutte le bande; che certamente non si doveva aver in dispregio il forte sito, a cui i Francesi si erano riparati; ma che questo vantaggio del nemico compensava soprabbondevolmente il più grosso numero dei soldati imperiali. Forse, aggiungeva, possonsi mettere i soldati Francesi a paragone dei nostri? Aver loro forse nervo da sostenere il pondo dell'esercito confederato? Non negare lui, essere i Francesi gente valorosa e di gran cuore; ma essere i loro migliori soldati morti a Legnago, a Verona, a Magnano, all'Adda, alla Trebbia, o starsene cattivi nella vincitrice Germania: fra i quarantamila, che stavano a fronte su quei colli, una terza parte comporsi d'uomini inesperti, e che, come nuovamente venuti alla milizia, tremerebbero al primo rimbombo delle artiglierìe. Per lo contrario essere gl'imperiali usi alle battaglie ed al sangue, nè fra di loro alcuno trovarsi, che non fosse stato presente o ad una qualche espugnazione di fortezze, o ad una qualche fortunata battaglia: tante vittorie spirar loro maggior coraggio, tante sconfitte all'incontro avere scemato l'animo dell'oste avversaria. Non avere forse quei soldati tante volte vincitori superato ostacoli maggiori di questi? Arresterebbero forse monti aperti da tante larghe strade coloro, cui nè l'Adige profondo, nè l'Adda impetuoso, nè le paludi pestilenti di Mantova, nè le mura maestrevoli di Torino e d'Alessandria non avevano potuto arrestare? non avere lui tale timore concetto da tanti segnalati fatti; quest'essere le speranze della vittoria; questi i segni della propizia fortuna: concludeva, doversi per onore, per debito, per sicurezza dar dentro, ed affrontare senza indugio l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.
A tali parole di quel vecchio risoluto, vittorioso e nutrito nelle armi e negli esercizj della guerra, s'acquetarono i generali Austriaci, e fu deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future dell'Italia. Appena era sorto il giorno dei quindici agosto che i confederati givano all'assalto. Kray fu il primo ad ingaggiar la battaglia con l'ala sinistra dei Francesi, in cui il generalissimo della repubblica si trovava, e che aveva per modo con la voce, e con la presenza animato i suoi soldati, che le grida di _viva la repubblica_ fila per fila risuonando si mescolavano terribilmente col rimbombo dei cannoni, e con l'eco delle vicine montagne. Fu l'urto gagliardo, nè meno gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di Francia. Joubert, sotto speranza di rimettergli, si spingeva innanzi con le fanterìe, gridando con la voce, ed accennando col braccio, _avanti, avanti_. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore Tirolese, venne a por fine con una onorevol morte ad una delle vite più onorevoli, che siano state mai, ed a troncare le speranze degli amatori dell'independenza Italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e senza poter mettere altra voce, se ne morì. Recavasi Moreau, destinato dai cieli a salvare nelle più estreme fortune i soldati di Francia, in mano il governo dell'esercito, felice in questo dello aver trovato, in vece di un capitano forte e ardito, un capitano forte e prudente. Non isbigottiva il funesto caso i Francesi, che già si trovavano sul fervor della battaglia; che anzi aggiungendo a valore furore, e desiderio di vendetta, fecero pruove stupende, e per sempre memorabili. Sforzavasi Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore augurio combattevano sul mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Francesi nel loro alloggiamento di Novi ma si sforzò in vano il principe, costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso, e vinto. Mandava Suwarow, che pure la voleva spuntare, in vece del generale respinto, ad assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden accompagnato da Miloradowich; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono, come il primo, ferocissimamente ributtati; tanta era la fortezza degli alloggiamenti Francesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in questa ostinata battaglia. Al primo sparare dell'artiglierìe e dell'archibuserìa di Francia, andarono a terra o morti, o rotti, più di mille soldati di Russia.
Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed anche pensava, ch'egli solo era stato pertinace a volere la battaglia. Si faceva adunque egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la battaglia tra Russi e Francesi più furiosa di prima: il coraggio era uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè i Francesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto. Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che puntando con le bajonette costrinsero a piegare una legione repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i Russi, che da questa loro animosa fazione non ritrassero altro che ferite, e morti. Animava Suwarow, anche con pericolo della vita, in sì fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli squadroni ordinati, e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Francesi; che anzi tanto più fieramente si difendevano, quanto più fieramente erano assaltati. Melas intanto con la sua sinistra schiera spintosi avanti era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i petti dei Francesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo, quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde a Derfelden, a Rosemberg, a Bagrazione, a Miloradowich, a Melas, rannodassero le schiere, e sì di nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percuossero: furonne con orribile macello ributtati, e voltati in fuga manifesta. Già da più di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo disordinati, ed in volta. Non è senza forma di vero, e così credono uomini intendenti dell'arte, che se in questo momento di fortuna prospera fossero i Francesi usciti ad urtare a campo aperto i nemici, avrebbero conseguito una nobilissima vittoria. Perchè non l'abbiano fatto, io non lo so, nè pretendo giudicare, molto manco biasimare le operazioni di un capitano tanto grande, quanto fu veramente Moreau. Già si vedeva, che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con se, quantunque quel vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo loro.