Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV

Part 23

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Fecero egregiamente i Francesi l'opera del loro perito ed audace capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Francesi e dai Tedeschi, e durò molte ore: i cavalli massimamente andarono alle prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi. Le fanterie vennero replicatamente alla pruova delle bajonette. Pure i repubblicani superavano pel numero, e se tutto il disegno di Macdonald avesse avuto il suo compimento, era già fin d'allora perduta la fortuna dei confederati in Italia: il che dimostra chiaramente l'errore di Suwarow dell'avere in sì fatta guisa spartito le sue genti. La sinistra ala dei repubblicani riusciva nell'intento; perchè cacciati i Tedeschi, ed occupata la strada, che dà a Reggio, s'intrometteva tra Hohenzollern e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale Tedesco, dove egli medesimo combatteva, animando i suoi, fu obbligata a piegare, e lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe stato tutto questo corpo Austriaco, secondo il disegno ordito dal generale Francese, circondato e preso, se Montrichard avesse vinto sulla destra, come Macdonald aveva sulla mezza, e sulla sinistra. Ma Klenau, non aspettando che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere, ed aveva rotto i repubblicani, che si difilavano contro di lui da Bologna, sforzandogli a tornarsene sulla sponda destra della Samoggia. Poi si affrontò con l'altra schiera, che gli veniva incontro dal forte Urbano, e trovatala e combattutala a Sant'Agata, la costringeva alla ritirata. L'avrebbe anche condotta a peggior partito, se Macdonald vittorioso dalla sua parte non le avesse mandato genti in soccorso. La resistenza di Klenau fu la salute di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si ritirava alla Mirandola; poi non credendosi sicuro sulla destra del Po, venuto a San Benedetto, e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava sopra un ponte di barche a San Niccolò per andarsene ad aspettare sulla sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso, poi vinto, si condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù dilungandosi andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra breve per arrivare.

Perdettero gli Austriaci in tutte le raccontate fazioni quindici centinaja di prigionieri, e forse pari numero tra morti e feriti. Dei Francesi mancarono tra morti e feriti circa un migliajo; pochi vennero in poter dei vinti. Fu morto il loro generale Forest, mentre virilmente combattendo con la cavallerìa, dava la carica al nemico. Macdonald fu ferito, non da Tedeschi, nè nella mischia, ma da Francesi dopo la vittoria. Militava sotto le insegne Austriache un reggimento di Francesi fuorusciti sotto il nome di cacciatori Bussy. Di questi, cinquanta, dopo di avere egregiamente combattuto, trovandosi separati dai compagni, con animosa risoluzione si deliberarono di aprirsi il varco con le armi in mano a traverso i nemici, che gli circondavano da ogni parte. Laonde impetuosamente urtando quanto loro si parava davanti, rotte le guardie, riuscirono all'alloggiamento di Macdonald, che co' suoi ufficiali, e con pochi soldati se ne stava securamente attendendo alle bisogne della vittoria. Fu forza, che la debole guardia di Macdonald, ed egli medesimo cacciassero mano alle spade per difendersi da un assalto tanto inopinato. Ne seguitava una furiosa baruffa, nella quale restò ferito il generalissimo di Francia. I fuorusciti, che avevano la mira al salvarsi, non al vincere, dando dappertutto segni di un valore incredibile, attraversato il campo dei repubblicani, attraversata Modena, che in mano dei repubblicani già era venuta, ridotti da cinquanta a sette, riuscirono all'alloggiamento Austriaco della Mirandola. Meritarono fra gli Austriaci principal lode di valore il reggimento di Preiss già sopra nominato, e quello di Klebeck, sopra i quali cadde il più grave pondo della battaglia: patirono gravemente i loro soldati.

Fu biasimato Macdonald, anche da uomini periti della guerra, del non avere dopo la vittoria, varcato il Po, corso contro Mantova, prese le artiglierìe, rovinato le opere degli assediatori, e fatto di modo che si levassero dalla piazza. È vero, che tutte queste cose gli potevano agevolmente venir fatte; anzi Kray, presentendo la tempesta, già aveva avviato verso Verona le artiglierìe più grosse del campo di Mantova. Ma la vittoria di Francia non consisteva nell'allargar l'assedio, e nell'impedire agl'imperiali la ricuperazione di questa piazza, bensì era posta nel vincere Suwarow; il qual fine non si poteva conseguire, se non coll'insistere sulla destra del Po, e con la congiunzione con Moreau. L'operare spartitamente sarebbe stata la ruina dei Francesi, come per poco stette, che il medesimo operare non fosse la ruina degli alleati. Per la qual cosa a noi pare, che Macdonald meriti di essere lodato, non che biasimato della risoluzione presa di correre, dopo la vittoria conseguita, piuttosto verso Parma che verso Mantova.

Era la sorte d'Italia in pendente, e doveva fra breve giudicarsi, se più potessero Moreau e Macdonald con le armi della repubblica, o Suwarow con quelle dei due imperi d'Austria e di Russia. Marciava celeremente Macdonald per unirsi a Moreau; Moreau mandava, come già fu per noi narrato, una squadra di Liguri sotto il governo di Lopoype a Bobbio, perchè servisse di scala alla congiunzione. Egl'intanto si apparecchiava a sboccare con tutto il suo esercito dalla Bocchetta per andar all'incontro di Macdonald. Suwarow marciava a gran passi da Torino per trovare o Moreau, o Macdonald, innanzi che fra di loro si fossero congiunti.

Erasi Macdonald, dopo i fatti d'armi combattuti contro Hohenzollern, passando per Reggio e Parma, d'onde il duca, temendo dei repubblicani, si era ritirato sulla sinistra del Po, condotto in Piacenza, nella quale era entrato il dì quindici di giugno. Quindi gli si era accostato Victor, che mandato da Moreau ad ingrossare l'esercito del compagno, varcati i monti Liguri per Sarzana e Pontremoli, e poscia calatosi per Borgo di Taro e per Fornuovo, era arrivato al suo destino. Macdonald, volendo prevenire il nemico, e romperlo prima che fosse fatto più grosso, nè forse sapendo, che Suwarow già fosse arrivato con l'esercito sul campo, incominciava la guerra. Trovavasi il generale tedesco Otto, come antiguardo, alloggiato fra la Trebbia ed il Tidone. In questo antiguardo urtando Macdonald, lo sforzava a ritirarsi, a passar il Tidone, ed a correre sino a Castel San Giovanni, inseguendolo passo passo i cavalleggieri della repubblica condotti dal generale Salm. Ma Otto, indietreggiando, aveva fatto abilità alle prime genti di Suwarow di arrivare correndo in suo soccorso; imperciocchè primamente Melas, udito il pericolo di Otto, aveva celeremente spinto avanti la schiera di Froelich, che sostenne la impressione dei Francesi: poscia sopraggiunse opportunamente la vanguardia Russa, e tutte queste genti insieme unite fecero un tale sforzo, il principe Bagrazione coi suoi Cosacchi sulla dritta, il principe Korsakow con altri Cosacchi, e con soldati leggieri d'Austria sulla sinistra, e finalmente Otto spalleggiato da Froelich sul centro, che i repubblicani, quantunque con molta costanza contrastassero, furono rincacciati sulla destra del Tidone. Sopraggiunse la notte: cessavasi per poche ore dagli sdegni, e dalle ferite. Erano i due eserciti separati dal torrente Tidone. In questo momento s'incominciavano a vedere gli errori di Macdonald, dei quali resterà facilmente capace chi vorrà considerare quello, che si conveniva a Suwarow di fare. Molto importava al generale di Russia di venire subitamente alle mani col Francese, e di romperlo innanzi che Moreau scendesse per le valli della Trebbia e della Scrivia ad assalirlo sul fianco suo destro ed alle spalle; perchè, se non rompeva Macdonald prima che Moreau arrivasse, gli era necessità di retrocedere; il che apriva la strada ai due generali Francesi di congiungersi; o se avesse perseverato nel proposito di guerreggiare a Piacenza, con Macdonald tuttavia intero a fronte, e con Moreau alle spalle, al quale davano anche appoggio le due fortezze d'Alessandria e di Tortona, sarebbe stato condotto a qualche pessimo partito. Adunque se importava molto a Suwarow il venire incontanente alle mani con Macdonald, importava del pari a Macdonald il temporeggiare con Suwarow, perchè è impossibile che quello, che è utile ad una delle parti contrarie, non sia dannoso all'altra. Bene e lodevolmente fece Macdonald assaltando sul suo primo giunger Otto, ed oltre il Tidone cacciandolo, perchè allora, non sapendo che Suwarow fosse tanto vicino con tutte le sue genti, gli conveniva passare per accostarsi a Moreau: ma quando dalle novelle avute, ed ancor più dal duro rincalzo si era accorto, che non più con una piccola parte, ma con tutto l'esercito nemico aveva a fare, non solo più prudente, ma ancora necessario partito era l'astenersi, il temporeggiare, il ritirarsi lento e cauto, finchè avesse novelle certe di quanto portasse la guerra fra Novi e Tortona; e che Moreau venuto al piano, avesse assaltato il nemico. Ciò non di meno si deliberava a combattere, risoluzione più animosa che prudente, o che a ciò il muovesse una troppo viva speranza di vittoria, o il pensiero ambizioso di essere chiamato lui solo liberatore d'Italia, o la ripugnanza di congiungersi con Moreau, al quale per l'anzianità del grado avrebbe dovuto obbedire.

Avevano i due forti capitani della repubblica e dell'impero preparato, durante la notte, i soldati loro alla battaglia: erano le due parti ostinate alla vittoria, o alla morte. Comandava Suwarow a' suoi, che venissero in sul primo scontrarsi all'arma bianca, non dessero quartiere a nissuno, comandamento barbaro, e degno di eterno biasimo, e scannassero gridando _urra_, _urra_. Ma nel fatto i soldati mostrarono maggiore umanità del loro generale. Era l'esercito repubblicano schierato sulla sinistra della Trebbia, più vicino a questo fiume che al Tidone: il destro corno governato da Olivier si distendeva verso il Po, ed avea con lui la cavallerìa di Salm: nel sinistro si trovavano i Polacchi con Dambrowski, e con la schiera di Rusca; contenevano il mezzo i soldati di Montrichard, e di Victor. Dalla parte sua Suwarow aveva ordinato l'esercito per guisa che fosse diviso in quattro parti, Otto a sinistra verso il Po, poi più su seguitando, prima Froelich, poi Forster, poi Rosemberg, poi Bagrazione, finalmente un Schweicuschi, Russo generale. Guidava le due prime schiere composte quasi totalmente di Austriaci, quale duce supremo, Melas, le due ultime composte per la maggior parte di Russi, Suwarow. Passato il giorno diciotto di giugno il Tidone a guazzo, venivano avanti gli alleati ad affrontare i repubblicani, che stavano preparati a ricevere l'urto loro. Avevano i primi fatto pensiero di urtare principalmente la sinistra del nemico; Bagrazione guidava la vanguardia; ma essendo la campagna piena di fossi e di siepi, non arrivava se non tardi al cimento. I Francesi, vedutolo venire, impazienti di aspettarlo, si scagliarono furiosamente contro di lui. L'impeto loro fu tale che già i soldati del principe si crollavano, e sarebbero anche andati in rotta, s'ei non fosse stato presto a soccorrergli, ordinando una fortissima carica di cavalleria. Ne seguitò, che non solo la fortuna della battaglia si ristorava dal canto degli alleati, ma ancora i Francesi erano rincacciati fino agli alloggiamenti loro. Il quale accidente vedutosi da Macdonald, mandava alcuni reggimenti di Victor, che frenarono Bagrazione, e facevano di nuovo piegare la fortuna in loro favore. In questo punto Rosemberg muoveva Schweicuschi in soccorso di Bagrazione, e per l'impeto di tante genti si attaccava in questa parte un'asprissima battaglia, che durò molte ore. Al tempo stesso Forster con la sua vanguardia composta massimamente di Cosacchi, e di uno squadrone Austriaco si attaccava con la vanguardia repubblicana, e dopo un ostinato conflitto la sforzava a piegare. Sopravvenne il colonnello Lawarow con alcune compagnìe, ed urtando a forza la vanguardia Francese, che già si ritirava, la ruppe. L'impeto delle genti rotte, che disordinate urtarono nel centro dei repubblicani, lo scompigliarono, sforzandolo a ritirarsi, acremente perseguitato, oltre la Trebbia.

Macdonald, che vedeva, che in questo fatto andava la fama propria, e la fortuna della battaglia, rannodò di nuovo i suoi, facendo in questo tutte le veci di capitano esperto, valoroso e forte. Congiunse con loro alcune compagnìe della schiera di Olivier, e gli mandava nuovamente a combattere sulla sinistra del fiume, gli animava quantunque fosse molto impedito dalla ferita avuta nel combattimento di Modena, con la voce, con la mano, e con l'esempio. Riempiva con arte eccellente i luoghi vacui fra gli squadroni dei soldati a piedi con drappelli di cavallerìa, affinchè potessero maggiormente allargarsi, e non fosse fatta facoltà al nemico di ficcarsi in mezzo. Così ordinato, e di nuovo confidente marciava al riscatto della battaglia. Ne sorse una mischia molto feroce: Forster era molto pressato, e sarebbe eziandio stato vinto, se Froelich, veduto il caso, non gli avesse mandato nuove genti in soccorso. Questo avviso di Froelich ristorò la pugna dalla parte degli alleati; la fortuna si pareggiava. Sulla destra dei Francesi, cioè verso il Po, si combatteva anche egregiamente per la repubblica, e per l'impero; perchè e Francesi ed Austriaci, memori gli uni e gli altri degli odj antichi, e delle recenti battaglie, mostravano una grandissima costanza, i primi incoraggiati da Olivier, e da Macdonald medesimo, che era accorso, i secondi da Otto, da Froelich, e da Melas; forti tutti, e periti capitani. Così durò lunga pezza la battaglia, succedendo molto strazio, e molte morti da ambe le parti. Vinse finalmente la fortuna dei confederati, che prevalevano di cavallerìe, e di artiglierìe. Fu rotto Dambrowski sulla sinistra, Macdonald sul centro, Olivier sulla destra: tutti furono obbligati a cercar ricovero straziati dalle ferite, e bruttati di sangue sulla destra della Trebbia. Era il campo di battaglia orrido e doloroso a vedersi: in ogni parte uomini e cavalli morti, o moribondi; in ogni parte gemiti e spaventi; in ogni parte armi e munizioni rotte e sparse; gli arbusti gocciavano, la Trebbia menava sangue. Sopraggiunse la notte, che rinvolse nelle sue ombre la miseranda strage, gli sdegni ancor vivi delle tre forti schiatte, e la cupidigia non ancora satolla d'umano sangue.

Era intento di Suwarow d'ingaggiare il seguente giorno una nuova battaglia, perchè voleva rompere del tutto quella testa di repubblicani innanzi che Moreau gli romoreggiasse alle spalle. Pensava medesimamente Macdonald per la sua pertinacia insolita ad esser vinta, od a piegarsi, di assaltare alla nuova luce quel nemico, che già per due volte aveva tentato con tanto danno de' suoi, e con sì poco frutto. Nel che come si possa scusare, noi non possiamo restar capaci; e se si può lodare di coraggio, certamente non si può di prudenza: perchè se dubbio era, che vincesse il diciotto, ancor più dubbio era per l'efficacia dei precedenti fatti, che potesse vincere il diecinove, e la rotta del suo esercito importava la ruina di quello di Moreau, e di tutte le cose Francesi in Italia. Solo stabile speranza poteva essere per lui l'essere ajutato da Moreau; ma che questi fosse per arrivare a combattere l'inimico nel momento stesso della battaglia, era cosa molto incerta, nè Macdonald la poteva sapere: che se dopo la medesima fosse arrivato, sarebbe stato il suo arrivare inutile, nè avrebbe potuto riguadagnare la battaglia perduta. Adunque pare a noi, che la ostinazione di Macdonald dell'aver voluto tornar al cimento non sia da lodarsi, e qualunque sia il biasimo, che Moreau abbia meritato per non essere venuto a tempo, Macdonald non può schivar quello di non lo aver aspettato.

Intanto le sorti di Francia in Italia andarono in precipizio. Risolutosi Macdonald a non aspettare di essere assaltato, ma ad assaltare, muoveva alle undici della mattina del diecinove di giugno le sue genti contro l'esercito imperiale. Era l'ordinanza dei due nemici la medesima, che nei giorni precedenti. Ordinava nel suo pensiero il generalissimo di Francia di circuire, stando fermo sul mezzo, e dopo di aver passato il fiume, con le due ali estreme il nemico, cioè di spuntarlo e verso i monti, e verso il Po. Con singolare intrepidezza passarono i repubblicani la Trebbia, ancorchè aspramente fossero bersagliati dalle artiglierìe nemiche sì grosse che minute, principalmente da quelle che ferivano a scaglia. Rusca, e Dambrowski s'attaccarono sulla sinistra verso i monti con Bagrazione. Nissuno creda che maggior valore nelle più aspre battaglie si sia mostrato mai di quello, che in questa mostrarono e Francesi, e Polacchi, Russi, ed Austriaci. Pinsero Rusca, e Dambrowski con grandissimo impeto Bagrazione, e col medesimo impeto gli rispingeva Bagrazione, quanto era urtato riurtando. Cominciarono a balenare i soldati di Dambrowski; Rusca accorreva con un grosso di genti scelte in suo ajuto. Menò egli sì terribilmente le mani, che non solo il Russo piegava, ma ancora i Francesi, preso nuovo ardire, assaltavano Schweicuschi con tanta energìa, che lo conciarono per la peggio, tagliarono a pezzi un intiero reggimento, lo rispinsero lungo spazio, e lo cacciarono dalla terra di Casaliggio, della quale s'impadronirono. Lampeggiava in questo punto la speranza della vittoria pei Francesi, e l'avrebbero anche ottenuta, se non fosse venuto in soccorso delle schiere pericolanti di Russia il generale Austriaco Dalheim con un grosso rinforzo di genti Tedesche: efficacemente il secondava la cavallerìa Russa, che già si era riordinata. Si rinnovava la mischia più fiera di prima, nè questi cedevano, nè quelli; diè Dambrowski segni di disperato valore: due volte respinto, due volte tornò più animoso al combattere, nè si partì dalla battaglia, se non quando arrivò Rosemberg con un forte apparecchio d'artiglierìe leggeri, che fulminando i contrastanti, gli costrinsero, sebbene tuttavia combattenti, alla ritirata sulla destra riva del fiume. Fu questo affronto sanguinosissimo, e mortale per ambe le parti, la legione Polacca vi fu conquassata, e lacerata all'estremo. Ma se i repubblicani vi perdettero molta gente, gl'imperiali ve ne perdettero altrettanta.

Non era stata nè meno ostinata, nè meno sanguinosa la battaglia sui campi, che avvicinano il Po. Quivi contuttochè Melas si fosse molto affaticato con le artiglierìe per impedire ai repubblicani il passo della Trebbia, dalle quali avevano molto patito, erano ciò non ostante riusciti sulla sinistra del fiume, ed avevano principiato a dare esecuzione al disegno ordinato da Macdonald. Una colonna urtava di fronte Otto, mentre un grosso di cavallerìa difilandosi lungo il Po, s'ingegnava di riuscire oltre l'ala estrema degl'imperiali. Le fanterìe Tedesche già cedevano all'impeto delle Francesi, quando venne in soccorso loro con una gagliarda squadra di cavallerìa il principe di Lichtenstein. Diè la carica alle fanterìe Francesi, e le respinse: diè la carica alle cavallerìe accorse in ajuto delle fanterìe, e le respinse. Arrivava in questo dubbioso punto con la seconda squadra dei suoi fanti Olivier, e facendo uno spaventoso trarre di artiglierìe leggieri, disordinava i cavalli di Lichtenstein, e gli costringeva alla fuga. Fra la furia del rinculare percossero nel reggimento dei granatieri di Wowerman, e il disordinarono, e se le fanterìe di Francia si fossero fatte avanti per usare la occasione aperta dalle artiglierìe leggieri, sarebbe nato in questa parte qualche gran sinistro per gl'imperiali; ma esse, non so perchè, si sostarono. Intanto Lichtenstein, che era uomo prode, ed i granatieri di Wowermann, che erano uomini forti, ed esercitati nelle battaglie, si riordinarono, e tornarono al cimento: trassero con loro un grosso rinforzo del reggimento di Lobkowitz. Il rincalzo fatto da tutte queste genti unite, ed animate da Melas, da Froelich, e da Otto diventò sì forte, che Olivier disperando la vittoria, la lasciò in mano del nemico, sulla destra riva dell'insanguinata Trebbia ritirandosi. Salm, che co' suoi cavalli correva lungo il Po per circuire Otto, veduto che per la ritirata di Olivier restava solo esposto all'impeto di tutta la schiera vincitrice, velocemente correndo, si ritirava ancor esso agli alloggiamenti oltre il fiume.

Bene, come si è veduto dalla narrazion nostra, fu combattuta questa battaglia dalle due ali dell'esercito Francese sul principio, male sulla fine; il che fu cagione, che, se esse si ritirarono intiere sulla destra della Trebbia, la mezza vi si ricoverò fuggendo disordinata e rotta. Avevano i Francesi passato il fiume, ed essendosi ordinati sulla sponda sinistra assaltavano con l'antiguardo loro il nemico: ma questi, bravamente resistendo, gli rincacciava. Venuta la seconda fila repubblicana in soccorso della prima, rinfrescava la battaglia, che fra breve divenne orribile. Impazienti l'una parte e l'altra di combattere di lontano, vennero tosto alle prese con le bajonette: fu quest'urto tanto micidiale sostenuto quinci e quindi con un valore inestimabile. Quando pei cadenti, feriti o morti qualche spazio vuoto appariva nelle file, i viventi vi si gettavano, e facevano battaglia con le sciabole, e quando non potevano con le sciabole, la facevano coi graffi, coi morsi, e coi cozzi. Non fu questa battaglia generale, ma miscuglio di duelli fatti corpo a corpo, nè si vedeva chi avesse ad essere il primo a ritirare il passo. Ma mentre la fortuna stava per tale modo in pendente, ecco arrivare a corsa un reggimento di Tedeschi condotto dal colonnello Lowneher, che diede animo ai Russi, lo scemò ai Francesi; caricando, e smagliando la cavallerìa, che fiancheggiava la schiera di Montrichard. Un reggimento di fanti leggieri, preso spavento da questo accidente, cesse fuggendo disordinatamente; la fuga e lo scompiglio invasero tutta la schiera, nè Montrichard ebbe potestà di rannodarla, malgrado che se ne desse molto pensiero, e molto vi si sforzasse. La rotta di Montrichard fu cagione del doversi ritirare Victor; perchè Suwarow accortosi della favorevole occasione, che la fortuna ed il valore de' suoi gli avevano aperta, si cacciava dentro ai luoghi abbandonati col suo corpo di riserbo, ed assaliva il generale Francese per fianco. Pensò allora Victor al ritirarsi sulla destra riva, e il fece ordinatamente, per quanto quell'accidente improvviso il comportava. Così tutta la mezza dei repubblicani, parte rotta intieramente, parte poco intera, e fieramente seguitata dalla cavallerìa nemica, si era ritirata a salvamento oltre quel fiume, che con tanta speranza di vittoria aveva poche ore prima passato. La Trebbia, funesto fiume per tante battaglie, non vide mai tanto sangue, quanto a questi giorni: il suo letto orrido pei mucchj dei cadaveri, massimamente più verso la sua foce nel Po, perchè quivi nel passare furono i Francesi terribilmente bersagliati dalle artiglierìe di Melas. Dei repubblicani in quelle tre giornate fu uno scempio di circa sei mila soldati morti, o feriti; tre mila prigionieri ornarono il trionfo dei vincitori. Non fu minore il numero degli uccisi dalla parte degli imperiali, e quasi niuno quello dei prigionieri. Alcune bandiere dei repubblicani furono conquistate dai confederati; pochi cannoni vennero in poter loro, perchè Macdonald per non essere ritardato dall'impedimento dell'artiglierìe più grosse, le aveva lasciate nello stato Romano, solo conducendo seco le leggieri.