Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV
Part 22
Il suono dell'armi, e le grida dei tormentati richiamano l'animo nostro agli accidenti d'Italia. Come prima ebbe Moreau il governo supremo dell'esercito Italico, aveva applicato i suoi pensieri al far venire sul campo delle nuove battaglie le genti, che sotto l'imperio di Macdonald custodivano il regno di Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente mandato a Macdonald, che partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo lasciasse presidio nei castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui venisse prestamente a congiungersi. Nè del luogo, in cui avessero i due eserciti a raccozzarsi, stette lungo tempo in dubbio; perciocchè, sebbene per le rotte avute non fosse in grado di sostener la guerra in Piemonte, sperava, che conservandosi in potestà della repubblica le fortezze principali, avrebbe di nuovo acquistato facoltà, quando gli fossero giunti gli ajuti che aspettava di Francia, di mostrarsi nelle pianure Piemontesi; gli pareva, che i luoghi vicini alle fortezze di Alessandria e di Tortona, che tuttavia si tenevano per la Francia, fossero i più opportuni per tornare al cimento delle armi; poichè, oltre l'appoggio di quelle due piazze forti, erano molto propizj a ricevere chi venisse calando dalla Bocchetta, nè lontani a chi scendesse dalle valli della Trebbia e del Taro. Per tutte queste ragioni, già fin quando era passato per Torino per condursi alle stanze, prima di Alessandria, poi di Cuneo, si era totalmente fermato in questo pensiero, che la congiunzione dei due eserciti dovesse effettuarsi nei contorni di Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto che fosse possibile alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che Macdonald, per essere le strade del littorale della riviera di Levante troppo difficili, e da non dar passo alle artiglierìe, era necessitato a camminare fra l'Apennino, e la sponda destra del Po, e temendo che fosse troppo debole a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati, che prevalevano di cavallerìa, nelle pianure di Bologna e di Modena, aveva mandato Victor con la sua schiera ad incontrarlo sui confini della Toscana, e del Genovesato. Partiva Macdonald, Abrial lo accompagnava, da Napoli, lasciati presidj Francesi, sebbene deboli, nei castelli di Napoli, e nelle fortezze di Gaeta, di Capua, e di Pescara. Grave e difficile carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il portasse a felice fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui gli era necessità di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose nuove, stavano in armi, e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava il regno sulle sponde del Garigliano, tumultuava lo stato Romano, e da Roma in fuori non vi era luogo che fosse sicuro ai Francesi. Tumultuava la Toscana molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che davano il passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente Pontremoli, sito di non poca importanza, erano in possessione dei collegati. Nè egli aveva cavallerìa bastante a spazzare i paesi, a procacciarsi le notizie, a far vettovaglie, a difendersi dagli assalti improvvisi. Nè è dubbio, che l'impresa di Macdonald non fosse delle più malagevoli ed ardue, che capitano di guerra sia stato mai obbligato di fornire. Da un altro lato gli si parava avanti la gloria dell'essere chiamato liberatore d'Italia, e vincitore delle genti Russe fin a quel tempo stimate invincibili. Nè animo gli mancava, nè mente per questo, nè desiderio vivacissimo di far il nome suo immortale. Le vittorie di Roma e di Napoli continuamente gli suonavano nella memoria, e sperava, che la fortuna nol guarderebbe con viso meno favorevole sulle rive del Po, che su quelle del Tevere e del Volturno.
Si metteva in via, diviso il suo esercito in due parti. Marciava la destra guidata da Olivier accosto agli Apennini, coll'intento di riuscire per la strada di San Germano, Isola, Ferentino, Valmontone, e Frascati, verso Roma. La sinistra condotta da Macdonald seguitava verso la capitale medesima dello stato Romano la strada più facile della marina. Erano con questa le più grosse artiglierìe, e le principali bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza molto sangue, parecchie volte per condursi al suo destino. San Germano si oppose con le armi, fu preso per forza e saccheggiato. Isola si persuase di poter arrestare con genti tumultuarie soldati regolari, agguerriti e bene armati: assaltarono i Francesi, dopo di aver ricerco gl'Isolani del passo, la terra: si difesero i terrazzani con tale ostinazione, che un accanito combattimento durava già più di sei ore, e non se ne prevedeva il fine. All'ultimo cacciati di casa in casa a viva forza, si ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori, i quali sdegnati all'antica nimistà degl'Isolani, allo aver tratto al messo mandato avanti per trattare l'accordo del passo, ed alla tanto ostinata resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti, mandarono la terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani, tanti ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori, facevano sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per forma che il furore della presente ebbrezza congiunto col furore della precedente battaglia gli fece trascorrere in opere abominevoli. Nè più davano retta ai loro ufficiali, o generali, che gli volevano frenare, che alla ragione od alla umanità. Sorse la notte: era una grande oscurità, pioveva a dirotta. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle, incesero la città, che in poco d'ora fu da se stessa tanto disforme, che non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine. Così Isola perì per furore, prima proprio, poi d'altrui. Passarono i Francesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino ed a Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì sedici maggio nelle sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato animo con promesse, e con discorsi di rammemorazione delle cose fatte dai repubblicani di Francia, lasciate, per marciare più spedito, le artiglierìe, e gl'impedimenti più gravi e guernite di presidj le piazze di Civitavecchia, di Ancona e di Perugia, s'incamminava alla volta di Toscana. Era in questa provincia succeduta una mutazione grandissima; eccettuati i luoghi, in cui i Francesi insistevano coi presidj, tutti gli altri si erano voltati in favor degli alleati, con gridare il nome di Ferdinando. Ma questa mutazione si era fatta con tanto tumulto, con tanto furore, e con tanta ferocia, che tutt'altre cose si sarebbero aspettate dai Toscani che queste.
La sede principale della sollevazione erano Arezzo, e Cortona, le quali, siccome vicine allo stato Romano, avevano preso animo a far tentativi dai moti, che in lui poco innanzi erano sorti. Il sito le rendeva sicure, essendo poste sopra monti alti, ed erti. Arezzo si era con ogni miglior modo, che alle guerre tumultuarie si appartenga, fortificata; anzi ogni edifizio era fortezza: vedevansi feritoje aperte in ogni muro, i tetti la maggior parte levati, le sommità delle case appianate, acciocchè i difensori potessero insistervi a ferire il nemico; i capi delle contrade muniti di cannoni, ed assicurati con isbarre e con isteccati. Numerose squadre di gente venuta dal contado, e variamente armata custodivano le porte, e curiosamente, e diligentemente esaminavano chi entrava, e chi usciva. Uffizj divini si celebravano ogni giorno nella cattedrale dal vescovo, e dal clero in ringraziamento delle vittorie acquistate dagli alleati, e dai Toscani contro i Francesi. Stava appeso a guisa di trofeo alla volta della chiesa un cappello con gallone in oro, che era stato di un ajutante generale Polacco ucciso nelle vicinanze di Cortona con una coltellata per inganno da un prete, mentre era venuto a parlamento con lui. Muovevansi sospetti ad ogni tratto in mezzo a quei contadini infuriati per voci date, a ragione o a torto, di giacobino, e mal per chi non aveva i capelli in coda, e chi non gli aveva, gli metteva. Ad ogni tratto, e quando più l'ardor gli trasportava, si avventavano alle persone che conoscevano, gridando: «Giur'a Dio, se sapessi, che lei è giacobino, gli passerei il cuore con questo coltello». E sì brandivano il coltello, e facevano l'atto di ferire. Era lo stare cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia quest'uomini tanto sfrenati contro i Francesi, e contro coloro che avevano o che parevano aver odore di essi, si mostravano obbedientissimi al nome di Ferdinando. Erasi in mezzo a questi tumulti creato in Arezzo un magistrato supremo sotto titolo di suprema regia deputazione, in cui entravano preti, nobili, e notabili. Un cavaliere Angelo Guilichini presidente; uomini nè sfrenati, nè feroci, ma non potevano impedire il furore del popolo: solo s'ingegnavano di dargli regola e legge. Dì e notte sedevano per esser sempre pronti ai casi improvvisi. Facevano disegni di nuove sommosse in favor del gran duca continuamente; traevano a suo nome tutti i magistrati, mandavano ordini alle città tornate a divozione, mescolavano ai contadini sollevati le guardie urbane, ed alle guardie urbane i soldati regolari, che già avevano vestito l'abito, e le insegne del governo ducale; e poichè pensavano a far vera guerra, avevano calato certo numero di campane con intendimento di fonderle ad uso di cannoni. Delle nappe, e dei colori non parlo, perchè fra quelle turbe tumultuarie chi portava l'insegna di un santo, chi di un altro, chi della Madonna, chi del papa, chi dei Russi, chi degli Austriaci, chi del Gran Duca, chi tutte queste insieme; e chi era stato tinto nelle faccende precedenti, più ne portava, col fine di allontanar da se quel nembo tanto pericoloso. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale come quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo si mettevano, perchè le cose dei Francesi erano ancora in essere, e potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana. Pure Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono cagione, che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i confederati vi arrivassero; proponimento lodevole, ma bruttato da fatti scelerati. Fu Cortona messa a dura pruova. Polacchi venuti da Perugia accorrevano per tornarla a divozione di Francia. Seguì una fiera zuffa a Terontola, dove i Cortonesi erano andati ad incontrargli, poi a Campaccio a piè del monte, perchè i Polacchi prevalendo per arte di guerra, si erano fatti avanti. Infine venne il conflitto sulle mura stesse della città. Tentavano i soldati forestieri di sforzare le porte di San Domenico, e di Sant'Agostino, e di dare la scalata; ma quei di dentro si difesero sì valorosamente, che gli assalitori se ne rimasero, avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna Francese molto forte, che era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese con patto, che fossero salve le sostanze e le persone; il che fu loro osservato.
Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva la intimazione. Mandò contro gli Aretini un bando terribile, che passerebbe a fil di spada, che darebbe la città al sacco ed alle fiamme, che rizzerebbe sulla piazza d'Arezzo una piramide con queste parole: _Arezzo punita della sua ribellione_. Ma tutto fu indarno: gli Aretini non si sbigottirono; il Francese non si accinse a domargli, lasciando pendenti le cose loro, perchè non era parata l'occasione di vendicarsi. Era Arezzo città forte, e fuor di strada, ed ei voleva camminar veloce alla impresa. Un Andrea Doria mosse Albiano, terra vicina al Genovesato, a sollevazione contro i Francesi, non senza commettere i soliti atti di crudeltà. Andaronvi i Francesi, saccheggiarono, ed arsero la terra. Simili spaventi succedevano in altre parti della Toscana: ogni cosa sconvolta, e sanguinosa. Marciava spedito al suo destino Macdonald, e perchè non avesse intoppi di ammottinamenti di truppe per mancanza dei soldi, perciocchè da lungo tempo non erano espedite dei loro pagamenti, Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva a posta sua Roma, e Reinhard, come commissario la Toscana, trovarono molti estremi di raccor denaro. Ordinava Bertolio, con intervento del governo servo di Roma, una tassa sui domestici, sui cavalli, sulle botteghe, sulle porte, un'altra del due per centinajo sui capitali fidecommissarj dichiarati liberi, ed ambe dovessero pagarsi nel termine di dieci giorni; il che come fosse possibile, potranno facilmente giudicar coloro, che hanno conosciuto le ruine dei Romani. Reinhard comandava, che da tutte le chiese, monasteri, e conventi, e dalle sinagoghe, e da altri tempj, di qualsivoglia rito fossero, si togliessero le argenterie superflue, ed il ritratto s'investisse in benefizio dell'esercito. Già si erano espilati i monti di pietà, e solo quando vennero i pericoli estremi, e quando il restituire era paura, non generosità, si erano restituiti i pegni di valuta minore di dieci franchi. Erano a questo tempo le genti dei confederati molto sparse. Una grossa parte attendeva all'oppugnazione di Mantova: Klenau correva il Ferrarese ed il Bolognese, il principe Hohenzollern il Modenese, Otto stava sugli Apennini, massime a Pontremoli, Bellegarde venuto dai Grigioni, circondava d'assedio Alessandria e Tortona, Suwarow e Keim alloggiavano in Piemonte per dar sesto al governo, per ridurre a divozione alcune valli dell'Alpi, e per osservare a che fine volesse Moreau incamminare le sue operazioni o verso Cuneo, o verso la riviera di Ponente. Guerra troppo spicciolata era questa, mentre Macdonald se ne veniva intero da Napoli, e Moreau poteva tornare più grosso da Francia. E' pare anzi certo, che se i due generali Francesi si fossero meglio accordati fra di loro nell'esecuzione del disegno concetto da Moreau, qualche grande infortunio sarebbe venuto addosso ai confederati, e si vede meglio in Suwarow l'arte di ben condurre una battaglia, che di modellare pensieri larghi e lontani di guerra, della quale perizia massimamente debbonsi lodare gli eccellenti capitani. Infatti non fece egli motivo d'importanza per proibire il passo degli Apennini a Macdonald, nel che consisteva tutta la fortuna della guerra. Bastò, che la legione Polacca romoreggiasse intorno a Pontremoli, perchè il debole presidio, che vi stava a guardia, si ritirasse. Nè il generale Russo, avendo le popolazioni amiche, e molta cavallerìa, poteva temere, che i presidi delle fortezze, che ancora si tenevano pei Francesi, gli facessero qualche moto d'importanza alle spalle. Laonde ci poteva sicuramente stare grosso e rannodato per opprimere Moreau e Macdonald là dove si fossero mostrati, e chi vincesse la battaglia, avrebbe anche vinto le fortezze. Gli accidenti posteriori mostrarono, quanto abbia errato Suwarow nello alloggiare tanto spartito.
Moreau, dato voce che avesse avuto grossi rinforzi di Francia, e che maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel Mediterraneo una flotta Francese proveniente da Brest con qualche battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti presso a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi speditamente marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva concorrere le sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau il pensiero di congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in Toscana; nè Suwarow le poteva ignorare. Ciò nondimeno ei se ne stava a consumarsi intorno alle fortezze, ed alle montagne Piemontesi. Ma non istette lungo tempo ad accorgersi, che se per valore ei non era inferiore agli avversarj, gli avversarj lo avanzavano per arte, e che aveva a far con capitani, che per perizia nelle cose di guerra erano fra i primi del mondo. Già Victor camminando per la riviera di Levante, appariva vicino a congiugersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di Francia si approssimavano al loro compimento. Macdonald, chiamate a se tutte le genti che stanziavano in Toscana, salvo le guernigioni di Firenze, di Livorno, e di alcuni altri luoghi forti sul littorale, s'incamminava alle accordate fazioni, per le quali si prometteva la liberazione d'Italia. L'ala sua dritta condotta da Montrichard pel passo di Lojano, che sempre era stato tenuto dai Francesi, marciava contro Bologna; la sinistra, conquistato prima dalla legione Polacca di Dambrowski il passo di Pontremoli, si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva il suo alloggiamento in Fornuovo, luogo celebre per la vittoria di Carlo ottavo re di Francia sulle genti Italiane governate dal marchese di Mantova. Dambrowski s'incamminava a Reggio. Macdonald, varcato il sommo degli Apennini a Pieve di Pelago, per la strada che da Pistoia dà l'adito a Modena, si era calato col grosso dell'esercito per la valle del Panaro, ed impadronitosi di Venanzio, di Sassuolo, e di altri luoghi posti sul fiume, si era innoltrato per Casinalbo e Salicelta insino al Casino Brunetti a piccola distanza da Modena. Moreau dal suo lato si era ingrossato sulla Bocchetta col pensiero di correre contro Tortona ed Alessandria. Già aveva mandato per dar la mano più verso il piano, e più da vicino a Macdonald, il generale Lapoype con una schiera di Liguri a Bobbio.
Queste mosse dei capitani della repubblica diedero che pensare ai generali dei due imperj, e gli fecero accorti, che era loro mestiero, se non volevano che l'Italia fuggisse loro dalle mani, di rannodarsi con molta prestezza; a tale strettezza erano condotte le cose, che un giorno solo d'indugio poteva aprir la occasione di una totale vittoria ai Francesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita la oppugnazione in assedio, andava a porsi con diecimila soldati a Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Temeva, che Macdonald, passato improvvisamente, e con forze preponderanti il fiume, non gli guastasse le opere fatte contro la piazza, e la liberasse dall'assedio. Un grosso di queste genti passarono anche il Po per fare spalla a Klenau, ed a Hohenzollern, che erano in pericolo di essere pressati da Macdonald. Il principale sforzo del generale Francese accennava contro Hohenzollern; però Klenau se gli accostava sulla destra. Per tal modo Montrichard colla destra dei Francesi andava a ferire Klenau, il grosso Hohenzollern, Victor, con la sinistra, Otto; e tutto il pondo della guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma, che calpestati da tante genti, da paesi fioritissimi erano divenuti orridi per la fame e per la miseria. Il ducato di Parma principalmente si trovava molto consumato per le gravi esazioni commessevi da Otto. Ma i raccontati rimedj usati dagli alleati non erano bastanti per distornare la tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau, Hohenzollern, e Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.
Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio di Suwarow, che insisteva in Piemonte. Se lo vide il generalissimo di Paolo, e volendo ricompensare con la celerità l'errore dell'aver troppo spartito le sue genti, si mise senza indugio a correre con prestissimi passi a Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si fosse congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo, perchè il Francese non rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali Austriaci. Pertanto marciando sulla destra del Po già si avvicinava ai campi famosi per antiche battaglie, e che del pari erano per diventar famosi per pruove di non minor valore date da nazioni venute anch'esse di lontano per ammazzarsi. Intanto fortemente già si combatteva sulle rive del Panaro. Il giorno dieci di maggio succedeva un grosso affronto tra i soldati armati alla leggiera delle due parti. Sulle prime i repubblicani caricarono con tanta forza gl'imperiali, che gli rincacciarono fin oltre Casino Brunetti. Ma trasportati dall'impeto, essendosi troppo inoltrati, furono sì aspramente assaliti ai due fianchi dalla cavallerìa Austriaca, che furono costretti a ritirarsi con grave perdita verso le montagne. Si combattè il giorno seguente con uguale ardore da ambe le parti, sforzandosi Olivier e Rusca di rompere la fronte del nemico per separare Hohenzollern da Otto. La cavallerìa repubblicana condotta dal generale Forest urtò con grande impeto il nemico, e già il faceva piegare, quando il generale Tedesco spinse avanti il reggimento dei fanti di Preiss, guidato da un colonnello molto valoroso, che aveva nome Wedenfels. Questo reggimento diè sì forte carica ai repubblicani, usando la bajonetta, che nol poterono sostenere, e si ritirarono verso le montagne, lasciando la terra di Sassuolo in poter dei Tedeschi. Non erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto un ardore inestimabile di combattere in ambe le parti, che un evento terminativo di battaglie. Ma il dodici giugno fece Macdonald un motivo assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che sebbene meno grossi de' suoi il molestavano, e gl'impedivano il passo a' suoi disegni ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione, che Hohenzollern ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato al ritirarsi. A questo fine, fatto calare la sua sinistra verso Reggio, le ordinava, urtasse il nemico, e si mettesse in mezzo tra Hohenzollern, e Otto; il che poteva agevolmente venir fatto, perchè le genti di Otto si trovavano sparse e lontane. Egli medesimo con la mezza contro Modena dirittamente difilandosi, voleva far opera di romperla, e d'impadronirsi della città. Al tempo stesso, passando con la destra il Panaro, si proponeva di spuntare da questa parte la sinistra degli Austriaci; e di separare per questa mossa Hohenzollern da Klenau. Ma perchè quest'ultimo non potesse accorrere in soccorso del compagno, il faceva assaltare da Montrichard, che già colle sue genti aveva liberato d'assedio il forte Urbano. Per questo Montrichard, muovendo due colonne, una da Bologna, l'altra dal forte Urbano, se ne giva per attaccare Klenau, che aveva le sue stanze a Castel San Giovanni.