Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV

Part 20

Chapter 203,176 wordsPublic domain

Vedeva il consiglio, che per confermare lo stato del re, principalmente nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè non solamente ella era di sicurtà grande alle cose del Piemonte, ma non si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede stessa della podestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il giorno tredici giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso, ed alla trincea della prima circonvallazione, che si distendeva dalla strada di San Calvario a quella di Susa, ed era distante solamente a trecento passi dalla strada coperta. Non mancarono gli assediati a se medesimi nel voler impedire colle artiglierìe, che i nemici tirassero a perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed ajutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo ricusavano, apprestarono le batterìe, e la mattina del diciotto diedero mano a bersagliare la fortezza. Circa cento bocche da fuoco buttavano contro di lei, parte di punto in bianco, parte e molto più di rimbalzo; la quale ultima maniera di trarre fece nella piazza danni e rovine grandissime; perchè siccome lo spazio, per non essere la cittadella molto grande, in cui piovevano le palle, era angusto, così coi salti, coi ribalzi, e coi rimandi loro avevano rotto tutte le traverse, fracassato i carretti, ferito a morte un gran numero di cannonieri: il suolo si vedeva smosso, ed arato per ogni verso. Tiratori Piemontesi abilissimi dalle trincee con grosse carabine molto aggiustatamente traevano, ed imberciavano i cannonieri per le cannoniere: i parapetti in molte parti già squarciati e rotti. Faceva Keim, che da Suwarow aveva avuto carico di quest'oppugnazione, la intimata alla piazza: rispondeva Fiorella, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio rincominciava più forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del diecinove. La caserma, i magazzini, la casa stessa del governatore Fiorella ardevano: una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi trapelata molt'acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior parte dei cannonieri, le batterìe scavalcate, i parapetti distrutti; la piazza ridotta senza difese d'artiglierìe. Già la seconda circonvallazione si scavava a gittata di pistola dalla strada coperta, e gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano vicini a sboccare nel fosso. Il perseverare nella difesa sarebbe stato piuttosto temerità, che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si fermarono il dì venti i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede di non servire contro i confederati fino agli scambj; Fiorella, e gli altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli scambj, condotti in Germania. Uscirono i vinti in numero di circa tremila. Entrarono i vincitori il dì ventidue. Trovarono trecentosettantaquattro cannoni, centoquarantatrè mortai, quaranta obici, trentamila fucili, polvere, ed altre munizioni da guerra in grande abbondanza; insigni spoglie conquistate in pochi giorni. In così breve spazio di tempo ebbe la sua perfezione l'opera di sforzare la cittadella di Torino, e fu costretta alla dedizione una fortezza, che in una guerra anteriore aveva per ben quattro mesi vinto la contesa contro un esercito assai grosso di Francia. Gli uffiziali d'artiglierìa, ed i cannonieri Piemontesi, che in questo fatto combatterono pel re, fecero opere di egregio valore. Dimostrossi massimamente singolare la virtù di un Ruffini, capitano di non mediocre perizia, e molto dedito all'antico governo. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove fatiche, e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili, militari, e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i regj felici augurj. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, o che era sdegnata per avere lui seguitato sino all'estremo la parte di Francia, attraversava questo disegno: singolare condizione di Carlo Emanuele, che la sua fede verso Francia tanto con lei non gli abbia giovato ch'ella nol rovinasse, e che la sua ruina operata dalla Francia tanto non abbia potuto coll'Austria, ch'ella il rintegrasse.

Per la conquista fatta dagli alleati dello stato di Milano, del Piemonte, e delle tre legazioni, ne seguitava, che una moltitudine quasi innumerevole di repubblicani italiani d'ogni sesso, d'ogni grado, e d'ogni età, che si erano scoperti per la repubblica, fuggendo la furia boreale che gli perseguitava, si erano ricoverati in Francia massimamente nei dipartimenti vicini del Montebianco, dell'Isero, delle Alpi alte, basse, marittime, e delle bocche del Rodano. Coloro che si trovavano in maggiori angustie, si fermarono in questi dipartimenti, sperando, che presto la Francia, dalla bassa fortuna in cui era caduta, riscuotendosi, avrebbe di nuovo aperto loro le strade per tornarsene nella patria. I più ricchi o i più ambiziosi, andarono ai piaceri ed alle ambizioni di Parigi. Erano fra tutti diversi umori. I più timidi, deplorando l'esiglio, che riusciva loro insopportabile, e stimando che fosse aver diletto di ingannarsi da loro medesimi il nutrire speranza che la Francia fosse per risorgere, perchè per le rotte d'Italia pareva loro impossibile fermare tanta rovina, considerato massimamente che le sinistre novelle ogni giorno più si moltiplicavano, desideravano di rappattumarsi coi vincitori. I più costanti volevano aspettare qualche tempo per vedere a qual cammino fossero per andare quelle acque così grosse. I più animosi, non dubitando che la vittoria potesse visitar di nuovo le insegne di Francia, facevano ogni opera per stimolarla a non lasciar cadere le cose d'Italia, e con ogni istanza sollecitavano una nuova passata dei repubblicani. Mettevano avanti la ricchezza del paese, l'importanza di lui per la repubblica, la gloria acquistata, le menti sdegnate alle enormità dei confederati, i desiderj rinnovellati di Francia; cose tutte, che accrescevano facilità alla vittoria. Promettevano, si offerivano, la potenza loro oltre ogni ragione magnificavano.

Intanto il tempo passava, l'esiglio si prolungava, le speranze scemavano, i bisogni crescevano, il forestiero aere diveniva loro ad ogni ora più grave e più nojoso. In tanto infortunio la Francia gli raccoglieva benignamente; conciossiachè, oltre qualche soccorso, col quale il governo alleggeriva la sventura loro, trovarono nella cortesìa dei Francesi ospitalità tale, che a loro tutte le cose erano in pronto, salvo quelle che la sola patria può dare. Nè in questo pietoso ufficio le opinioni operavano, perchè molti Francesi furono visti, ai quali era in odio la repubblica, avere sollecitamente cura dei fuorusciti, nelle case loro ricoverandogli, e con ogni più amorevole servimento consolandogli. Tutte le terre Francesi, alle quali lo spettacolo degli esuli era pervenuto, nel far loro benefizio emolavano le une alle altre. Chambery, Grenoble, e Marsiglia si dimostrarono per questi benigni risguardi piuttosto mirabili, che singolari. In mezzo al conforto ch'io provo nel raccontare questa Francese umanità, non so s'io mi debba dire una cosa orribile: pure per far conoscere l'età, io non sarò per tacerla, e questa è, che a questi sfortunati Italiani si dimostrarono duri, spietati, ed inesorabili la maggior parte di coloro, che erano carichi delle spoglie d'Italia. Costoro altri fra gl'Italiani non vedevano, se non quelli che avevano tenuto loro il sacco, e gli uni e gli altri in mezzo alle gozzoviglie, dell'Italia e della Francia ridevano. Avrebbero veduto con ciglia asciutte rovinare, e gir sottosopra il mondo, se del mondo pei loro male acquistati piaceri non avessero avuto bisogno. Così il ricco ed il povero, il repubblicano ed il regio, gli amatori e gli odiatori dell'impresa d'Italia davano sulla ospitale terra di Francia, quanto era in facoltà loro, ed amorevolissimamente ai miseri Italiani. Solo coloro che principale cagione erano, ch'eglino fossero caduti in quel caso estremo, e che dall'Italia solamente avevano acquistato quello, che gli metteva in grado di beneficare altrui, pane alcuno, neppure l'amaro, ai depredati offerivano. Che anzi non solamente dalle laute e lascive mense loro gli allontanavano, ma ancora dagli atrj, e perfino dalle porte crudelmente gli ributtavano. Così al tempo stesso si vedeva quanto la umanità ha di più tenero e di più generoso, e quanto l'avarizia ha di più duro e di più spietato: tanto è vero che un sol vizio gli tira a se tutti, ed una sola virtù tutte!

Gl'Italiani ricoverati in Francia, dico quelli che si erano acquistato maggior credito nelle faccende, avevano persuaso a loro medesimi, che in tanta tempesta di fortuna grande mezzo a far risorgere l'Italia, e ad ajutare lo sforzo della Francia per ricuperarla, fosse il pretendere il disegno di unirla tutta in un solo stato; perchè non dubitavano, che a questa parola di unità Italica, gl'Italiani bramosamente non concorressero a procurarla. Per la qual cosa volendo trar frutto dall'occasione, si appresentarono, oltre le esortazioni non istampate, e presentate ai consigli legislativi, con una rimostranza stampata, e diretta al popolo Francese, ed a' suoi rappresentanti, la quale favellando della necessità di creare l'unità d'Italia, con queste parole incominciava: «Il tradimento e la perfidia hanno soli dato la vittoria ad un nemico barbaro e crudele. Chi con maggiore efficacia gli favoriva, reggeva allora la vostra Francia. Voi foste, come noi, ingannati, voi, come noi, traditi da coloro, che dell'assoluta potestà dilettandosi, volevano voi tutti in un con la libertà dei popoli precipitare in quell'abisso, che le empie mani loro avevano aperto. Per pochi giorni stette, che gli abbominevoli disegni loro, accompagnati da atroci delitti, non si compissero; per pochi giorni stette, che voi, come noi, più non aveste nè patria, nè leggi. Violando essi i vostri diritti più santi, vendettero a prezzo, come gli spietati padroni vendono gli schiavi loro, la libertà vostra, la libertà dei vostri alleati. Ma ora s'incomincia a sperare. Quanto dolce ai nostri cuori mostrossi la vera ed amichevole ospitalità, che in Francia trovammo, e quanto ella è diversa dalle avare vessazioni degli agenti, dei somministratori, delle compagnìe, che hanno spogliato l'Italia! Gli ajuti da quest'uomini vili non ci vennero, nè noi gli avressimo accettati. Il gittare i nostri liberi sguardi verso la patria nostra, mandare in dimenticanza, se fia possibile, la grandezza dei mali, che da tutte le tirannidi sofferto abbiamo, rintracciarne le cagioni, mostrarne i rimedj, collocare le speranze nella giustizia, nella lealtà dei Francesi, e nei principj che hanno manifestato, pruovare, che i popoli d'Italia debbono essere amici ed alleati naturali della Francia, mostrare che vogliono esser liberi, porre in chiaro finalmente, che l'unità d'Italia è necessaria alla felicità, ed alla prosperità dei due popoli, fia l'argomento dello scritto, che indirizziamo al popolo Francese, ed a' suoi rappresentanti».

Dette poscia molte altre cose parte vere, parte di poca entità sull'unità d'Italia, terminavano dicendo: «Se la repubblica Francese finalmente non dichiara l'unità d'Italia, essa non potrà mai purgarsi da quella opinione, in cui è venuta, quantunque ingiustamente, di perfidia nei negoziati, di fraude nei patti, alla quale il direttorio ha dato occasione di sorgere in tutta Europa per mezzo de' suoi agenti tanto perfidi, quanto corrotti. In nome della repubblica Francese osarono essi cacciare con le bajonette il popolo dalle assemblee primarie; in nome della repubblica Francese esclusero dai consigli legislativi i rappresentanti più fedeli, per sostituire ai luoghi loro gli agenti dell'aristocrazìa, i fautori dei tiranni; in nome della repubblica Francese obbligarono ad accettare trattati ingiusti, poi gli violarono; in nome suo il libero parlare, ed il libero scrivere fu spento, in nome suo cacciati dagli uffizj arbitrariamente gl'impiegati, in nome suo rotto, anche di nottetempo, l'asilo sacro dei cittadini, in nome suo tolto loro per forza le proprietà, confuse le potestà civili e criminali: in nome suo dichiarati licenziosi e nemici della libertà coloro, che ancora avevano il coraggio di amare la virtù, e di opporsi ai loro scialacqui ed alle loro depredazioni, in nome suo rifiutarono le armi ai repubblicani, e chiarirono ribelli coloro, che volevano difendere le native sedi contro il tradimento di Scherer, in nome infine della repubblica Francese introdussero la oligarchìa, contaminarono con istudiate corruttele il retto costume, e per tale guisa prepararono le sollevazioni dei popoli sdegnati da tanta oppressione e licenza. La repubblica Francese, che va a gran destino, debbe dimostrare al mondo con fatti, che opera di lei non sono tanti mali prodotti, tanti delitti commessi, e cui ella è debitrice di ricorreggere. Dicelo il popolo Francese ne' suoi scritti indirizzati al corpo legislativo; diconlo aringando i rappresentanti suoi, pieni di sdegno alle disgrazie d'Italia: palesano questi scritti, palesano questi discorsi l'affezione, che si porta all'Italia. Nel loro giusto sperare i repubblicani d'Italia d'ogni ingiuria, e d'ogni danno dimenticandosi, nell'esiglio loro solo sono intenti a ristorare la patria loro, dalle immense sue ruine liberandola. Pruovarono, che la ragione eterna, che la naturale legge richieggono la libertà e la unità d'Italia, e si persuadono, che la giustizia e l'affezione dei Francesi, quello, che la natura vuole, con la volontà loro confermando, s'apprestino ad incamminare a tal destino questa bella, ed infelice parte d'Europa». Onorati e numerosi nomi sottoscritti davano autorità, e valore al discorso.

Gravi parole erano queste, e parte ancora vere, e parte ancora eccelse, ma mescolate ancora di non comportabile intemperanza; perchè, se era lodevole e generoso il richiedere dai Francesi la libertà e l'unità d'Italia, bene era da biasimarsi quel voler giudicare il governo Francese, quel volersi intromettere nelle faccende domestiche di Francia, quel chiamar traditore un capitano, a cui mancò piuttosto la fortuna, e forse l'animo in un solo fatto, che la rettitudine e la fede verso la patria. Il direttorio disprezzava queste improntitudini, perchè l'unità della nazione Italiana, come emola, ed essendogli molesta la sua potenza, non gli andava a grado. I rappresentanti anche i più vivi, e che si dimostravano più propensi agl'Italiani, abborrivano ugualmente dall'unità d'Italia, non avendo inclinazione alla sua grandezza; ma di queste cose si servivano nei discorsi ed orazioni loro, per isbattere la riputazione e la potenza del direttorio, ed aspreggiare i popoli contro di lui. Intanto le armi settentrionali viemaggiormente prevalevano; nè era conceduto dai cieli ai gridatori di Parigi, od ai capitani che allora tenevano il campo in Europa per la repubblica, di rintuzzarle, e di restituire alla Francia il dominio d'Italia.

LIBRO DECIMOSETTIMO

SOMMARIO

Guerra in Grecia, e suoi crudeli accidenti. Corfù, e le altre possessioni Ioniche di Venezia conquistate dai Russi e Turchi. Continuazione della guerra in Italia. Avvisamenti di Moreau per resistere ai confederati. Macdonald lascia Napoli per venir a congiungersi con esso lui nell'Italia superiore. Avvenimenti sanguinosi di Roma e di Toscana. Prime battaglie tra Macdonald e gli alleati nel Modenese: le tre battaglie della Trebbia tra Macdonald e Suwarow. Moreau scende al piano, poi si ritira di nuovo ai monti. Oppugnazione, e presa di Alessandria, Mantova e Serravalle. Battaglia di Novi con morte del generalissimo Joubert. Tortona si arrende ai confederati. Guerra nel Piemonte, e presa di Cuneo.

La guerra, che insanguinava le terre Italiche, non risparmiava le Greche. Le isole del mare Ionio tolte sotto specie di amicizia dai repubblicani di Francia all'imperio dei Veneziani, vennero per forza d'armi sotto quello dei Turchi e dei Russi. Dominavano i confederati l'Ionio con le armate loro, e già con molta felicità si erano impadroniti delle isole di Cerigo, Zante, Cefalonia, ed Itaca, delle prime con l'opera efficace degl'isolani mossi a tumulto dai nobili contro i Francesi, dell'ultima non senza grave rammarico degli abitatori, ai quali in quei grandi pericoli non rifuggì l'animo dal mostrarsi favorevoli ai repubblicani, e dall'accarezzargli con ogni segno di affezione insino all'ultimo. Bene e meritamente, come pare, fu biasimato dagli uomini periti di guerra il generale Chabot, che reggeva tutti quei paesi nuovamente acquistati alla Francia, del non avere, quando vide avvicinarsi un nemico più potente di lui, ristretto, abbandonando le altre isole, tutte le sue genti in Corfù; perchè all'ultimo a chi rimanesse l'imperio di quest'isola rimaneva quello delle possessioni Joniche. L'avere tenuto le sue forze spartite fu la cagione, che più di mille buoni soldati vennero in poter dei confederati nelle isole poco difendevoli, che abbiamo sopranominate, e Corfù non ebbe per la vastità delle fortificazioni presidio sufficiente al difendersi. Solo il castello di Santa Maura si difendè gagliardamente, e lungo tempo, ma finalmente fu costretto di cedere alla fortuna del vincitore con la prigionia della valorosa guernigione. Pel medesimo errore aveva Chabot munito con presidj i luoghi della terra ferma, che essendo di antico dominio veneziano, erano venuti in mano dei Francesi. Nè alcuno può restar capace, come egli sperasse di potervisi mantenere contro tutta la potenza di Alì, Pascià di Ianina, che già, meno per obbedire ai comandamenti della Porta Ottomana, che per ingrandire se stesso in quel rivolgimento di stati, si era risoluto a combattere i Francesi. Era Alì uomo di perfida e feroce natura: aveva vezzeggiato i Francesi, quando, trovandosi forti, pensava che la forza loro fosse per tornare in sua utilità propria. Ma ora, abbassatasi la fortuna, si era indotto a dar loro l'ultima pinta: o per inganno, o per forza, che sel facesse, non gl'importava. Aveva sperato che i Francesi, quando già erano minacciati, gli avrebbero dato in mano Corfù, perchè poteva spendere molto denaro, e misurava altrui da se stesso. Di ciò aveva anzi mosso parole con Chabot, il quale, siccome quegli che per integrità e per fede verso la sua patria non era a nissuno secondo, aveva sdegnosamente ricusato. Per questo Alì si era apprestato, avendo considerato che le fraudi non fruttavano, a combattere con tutte le forze i repubblicani, che tuttavia tenevano piede nel continente a Butintrò, a Parga, a Preveza, ed a Nicopoli. Ma già la guerra romoreggiava intorno a Corfù; Butintrò, combattuto aspramente dagli Albanesi e dai Turchi di Alì, era stato sgombrato da Chabot, non senza grave perdita di parecchi valorosi soldati. Fu ferito in questo fatto un Petit colonnello, uomo di squisitissimo valore. Fe' anche sgombrare Parga, del che non poco dolore sentirono i Parganiotti, che si erano affezionati ai Francesi, e temevano la ferocia di Alì. Ma già le cose si riducevano alle strette in Corfù, a Preveza, ed a Nicopoli: imperciocchè i confederati comparsi con l'armata nel braccio di mare, che separa l'isola dal vicino Epiro, impedivano i soccorsi, che da Ancona avrebbero i repubblicani potuto mandare, ed avendo sbarcato genti in sull'isola, e piantato artiglierìe sul monte Oliveto dall'una parte, sul monte Pantaleone ed alle Castrate dall'altra, avevano incominciato a battere la fortezza. Al tempo stesso parecchie sommosse sorte nell'isola, principalmente alle Benizze, luogo abbondante di acque chiare e dolci, ajutavano gli assalitori, e travagliavano gli assaliti. In queste sollevazioni si mescolavano volentieri i Corfiotti, accesi in questa disposizione da alcuni nobili, i quali poco amavano il nome Francese, e molto il Russo; nel che procedevano con maggiore affetto il conte Bulgari, personaggio di ottima natura, ricco, e di molta dipendenza nell'isola, e la famiglia dei Capo d'Istria. La religione anch'essa operava efficacemente in quei capi Greci tanto vivaci, e tanto facili a dar la volta. Hanno i Greci la medesima religione che i Russi, e pareva loro, che il dominio Russo importasse per loro il divenire da servi padroni. Fra tutti un grave tumulto contro i Francesi sorgeva nel Mandruccio, sobborgo della città posto sotto tutela del monte Oliveto, a frenare il quale spesero i Francesi molta fatica e molto sangue.