Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV

Part 16

Chapter 163,693 wordsPublic domain

Questa risoluzione del governo, lo scemò di riputazione, perchè il popolo non amava l'imperio dei forestieri; gl'Italiani si adoperavano per farlo vieppiù odioso. Fantoni, poeta celebre, che all'alito delle rivoluzioni sempre si calava, udito di quel moto Piemontese, si era tosto condotto nel paese, e quivi faceva un dimenare incredibile contro il governo, e contro la sua risoluzione, qualificandola di tradimento contro l'Italia. Insomma tanto disse e tanto fece, che fu forza cacciarlo in cittadella. Certamente Fantoni amava molto l'Italia, ma egli era un cervello così fatto, che se fosse stato lasciato fare, il manco che le sarebbe accaduto, fora stato l'andar tutta sottosopra.

La risoluzione di volersi unire a Francia fu, non cagione, ma occasione di un moto più feroce e ridicolo, che nobile e pericoloso nella provincia d'Acqui. Vi si spargevano voci, non già per ispirito Italico, ma per avversione allo stato nuovo, che unirsi a Francia era un perdere la religione, che grandi eserciti marciavano a liberare l'Italia dai Francesi, che in ogni lido seguivano sbarchi di gente nemica a Francia. Rivalta, terra piena d'uomini armigeri, si levava a romore, cacciava il commissario; per poco stette, che non l'uccidesse. Strevi seguitava con maggior furore, ed atterrato l'albero della libertà, ed oltraggiati i municipali, mostrava desiderio di cose nuove. Il comandante d'Acqui, Plaizat, con cencinquanta cacciatori, soldati nuovi ed inesperti, vi andava per frenar quel tumulto, e vi restava ucciso; i soldati disordinati si ritiravano. Vi andava per calmarlo Della Torre, vescovo di Acqui; i paesani lo volevano ammazzare. La ritirata dei soldati Francesi diede animo a quelle popolazioni non consideratrici del pericolo, al quale si mettevano; un medico Porta le instigava, Vigone, Riccaldone Alice, Moirano aiutavano i tumultuosi: una moltitudine disordinata, ed armata in varie e stravaganti forme, s'impadroniva di Acqui e del suo castello; creava a voce di popolo, e fra uno schiamazzo incredibile un intendente, un comandante ed i magistrati municipali. Arrestava i giacobini, ma, ricevuto denaro, gli liberava. Le più strane cose si dicevano da quelle genti ignare ed infiammate. La conquista di tutto il Piemonte, e la cacciata dei francesi pareva loro il manco che potessero fare. Ed ecco, che si ode uno fra di loro più impazzato degli altri gridare, doversi conquistar Alessandria. Porta, aiutato da un Laneri scritturale, scriveva lettere circolari ai comuni, affinchè per raccor gente suonassero campana a martello; onde il sinistro suono si udiva tutto all'intorno. L'arciprete Bruno, che non voleva, che nella sua parrocchia di Montechiaro a tal estremo si venisse, fu barbaramente ucciso da' suoi parrocchiani. Partiva quell'informe ammasso di gente male armata, e peggio disciplinata per all'impresa d'Alessandria. Strada facendo sollevava a romore i comuni; quei, che non si volevano levare, saccheggiava. Nizza della Paglia resistè, come terra più grossa, e non gli lasciava entrare. Comparivano otto in dieci mila sollevati sotto le mura d'Alessandria; il medico Porta precedeva senz'armi in atto di voler venire a parlamento, sperando che si facesse dentro dal popolo qualche movimento in suo favore. Ma il comandante della piazza, che aveva a tempo avuto notizia del fatto, a ciò esortato dal marchese Colli Alessandrino, capitano di molto valore, mandava fuori quaranta soldati Piemontesi, che primieramente arrestarono Porta; poi con le sciabole tirando di piatto e di taglio, ma più di piatto che di taglio, dissiparono fra breve tutta quella imbelle moltitudine, non assueta alle ordinanze, nè stabile in campagna. Intanto, mentre già l'impresa era perduta, si spargevano liete novelle fra i sollevati in Acqui: che Alessandria fosse presa, la cittadella conquistata, che tutto l'Alessandrino, che tutto il Tortonese in favor loro si muovevano. Suonavano le campane a festa, cantavano l'inno delle grazie: gridavano, _viva Acqui, viva Strevi, viva la nostra faccia_, e qualche volta, _viva il re_. Già pareva loro, che il mondo non gli potesse più capire, e si promettevano la mutazione di ogni cosa. Credutisi sicuri mettevano a ruba le case dei gallizzanti, o stimati tali, sotto pretesto di cercar armi nascoste. In questo mezzo, e quando più si persuadevano di essere in possessione della vittoria, un rumor cupo, poscia voci più aperte incominciavano a torre al falso l'apparenza del vero, ed al vero l'apparenza del falso. Chi lo disse il primo, fu messo per la peggiore. In fine, romoreggiando già le armi Francesi e Piemontesi da vicino, la verità si apriva l'adito: allora prevalendo nei sollevati il timore al furore, e vedutosi da loro, che quello non era tempo da aspettare, si sbandarono, non senza però aver dato una seconda mano di sacco alle case dei benestanti, massime degli ebrei. Arrivavano i soldati della repubblica, prima condotti da un Flavigny, comandante d'Asti; poi in numero più grosso da Grouchy. Flavigny incese Strevi; Grouchy accompagnato dall'avvocato Colla, commissario del governo, pose a taglia Acqui; arrestò gl'intinti ed i sospetti: ma non fe' sangue. Porta fu fatto morire col supplizio soldatesco in Alessandria. Mostrossi Grouchy continente; Colla ed Avogadro, cui il governo aveva dato carico di assestar le cose disordinate dalla sollevazione, continentissimi. Flavigny non ebbe risguardo, che Acqui già fosse stato saccheggiato dai sollevati: il suo nome sarà perpetuamente udito con isdegno in quella travagliata città. Così finì la informe abbaruffata degli alti Monferrini; dopo il fatto, tutti dicevano, non esservisi trovati.

Avuto il suffragio dell'unione, e conoscendo il direttorio di Francia, che il governo del Piemonte, per aver perduto la riputazione, gli era divenuto uno stromento inutile, vi mandava Musset con qualità di commissario politico e civile, affinchè ordinasse il paese alla foggia Francese. Arrivato, tutte le ambizioni e di nobili e di plebei si voltavano a lui, ed ei si serviva dei gallizzanti, temeva degl'Italici. Fece i soliti spartimenti del territorio, creò i tribunali, i magistrati distrettuali e municipali, secondo gli ordini usati in Francia. Per riordinar le finanze tanto peggiorate chiamava a se Prina, che molto, ed anche troppo se ne intendeva. S'ingegnava di sopire le passioni accese, perchè era uomo buono, ma l'incendio era troppo grave; già nuovi nembi, che s'ingrossavano verso settentrione, dando nuovi timori, e svegliando nuove speranze, infiammavano viemmaggiormente le passioni già tanto accese.

Così come abbiam raccontato, eran condizionati Napoli e Piemonte. Genova e Milano meglio si mantenevano per aver governi più ordinati, ma più la prima che il secondo, perchè l'amor dell'adulazione verso i forestieri vi era minore. Roma era straziata continuamente da uomini avari, e da importune mutazioni in chi governava. Dappertutto erano, per imprudenza, apparecchiate le occasioni alla tempesta che già si avvicinava ai confini d'Italia.

Le arti, le instigazioni e le offerte dell'Inghilterra, delle quali abbiamo parlato in uno dei precedenti libri, partorivano gli effetti che da loro si erano aspettati, e già tutta Europa novellamente si muoveva a' danni della Francia, e dei nuovi stati ch'ella aveva creato. Aveva l'Austria mandato un forte esercito in Italia, alloggiandolo sulle sponde dell'Adige e della Brenta. Al tempo stesso, maneggiandosi nascostamente, aveva operato che la parte, che nei Grigioni inclinava a suo favore, la chiamasse sotto colore di preservar il paese dall'invasione dei Francesi. Vi aveva pertanto mandato nuovi battaglioni per occupar quelle montagne, per modo che le sue prime guardie si estendevano, da una parte sino ai confini della Svizzera, dall'altra sino a quei della Valtellina. Aveva dato motivo a questa deliberazione dell'imperatore e dei Grigioni l'occupazione fatta dai Francesi della Svizzera, dalla quale potevano facilmente, ove le ostilità si rinnovassero, correre contro il Tirolo, e gli stati ereditari da una parte, contro lo stato Veneto dall'altra. Possente freno a questo disegno pareva che fosse, ed era veramente il paese dei Grigioni, posto, come cittadella naturale, incontro agli Svizzeri, ed a difesa del Tirolo, e che accenna ugualmente in Italia. Omessi i generali vinti, commetteva l'imperatore Francesco il governo militare a pruovati capitani, a Bellegarde nei Grigioni, a Melas in Italia: era con lui Kray, guerriero che si era acquistato buon nome nelle guerre Germaniche, e molto amato dai soldati. In tale guisa l'Austria si preparava alla guerra. Ma il fondamento principale di tutta l'impresa erano i soldati di Paolo imperatore, che, già lasciate le fredde rive del Volga e del Tanai, marciavano alla volta della Germania, ed erano destinati a fare cogli Austriaci uno sforzo contro l'Italia. Conduceva questi soldati tanto strani il maresciallo Suwarow, capitano uso per l'incredibile suo ardimento a rompere piuttosto che a schivare gli ostacoli di guerra. A tutta questa mole, già di per se stessa tanto grave, si aggiungevano le forze marittime dell'Inghilterra, della Russia e della Turchìa, le quali l'Adriatico dominando, ed il Mediterraneo correndo, potevano effettuare sulle coste d'Italia subiti trasporti, e sbarchi, abili a disordinare i disegni dei capitani della repubblica. Nè, come abbiam veduto, era l'Italia sana rispetto ai Francesi, perchè infiniti sdegni vi erano raccolti sì per la contrarietà delle opinioni attinenti allo stato, od alla religione, e sì per le offese recate dal nuovo dominio.

Dall'altro lato era intento del direttorio di far la guerra con tre eserciti, dei quali il primo condotto da Jourdan avesse carico, varcato il Reno, di assaltare la Baviera, che si era accostata alla lega, il secondo governato da Massena negli Svizzeri facesse opera di cacciare gli Austriaci dai Grigioni, d'invadere il Tirolo, e camminando avanti, di dar la mano a Jourdan dall'una parte, dall'altra a Scherer in Italia. Era stato preposto alle genti Italiche il generale Scherer, vincitore di Loano. Questo terzo esercito, spingendosi anch'esso avanti, doveva, passate le Alpi Giulie e Noriche, congiungersi coi due precedenti per conquistare gli stati ereditari, e Vienna capitale. Aveva con se congiunti i Piemontesi ed i Cisalpini. Joubert, che era per lo innanzi generalissimo, e molto capace per l'ingegno, l'ardire, e l'esperienza, di governar questa guerra, amico a Championnet, e, come egli, nemico dei depredatori, scontento a non potergli frenare, aveva chiesto licenza. Il direttorio, che riteneva in tutte le cose le solite sospizioni, temendo di lui, e non ancora ben riavuto dalle buonapartiane apprensioni, molto volentieri gliel'aveva conceduta. La licenza di Joubert fe' cader l'animo agl'Italiani amatori degli stati nuovi, perchè si riposavano con intiera fede nel valore, nell'ingegno, e nell'integrità sua, e più ancora l'amavano, perchè il conoscevano amico all'Italia. Compariva Scherer, non senza Parigino fasto; il che rendeva più notabile la semplicità del vivere di Joubert, e lo squallore dei soldati. Ciò fece anche sospettare, che le opere del peculato avessero peggio che prima, a ricominciare; ognuno stava di mala voglia.

Non ostante le ostili dimostrazioni, la guerra non era ancor rotta fra le due parti, perchè il direttorio prima di risentirsi dell'avvicinarsi dei Russi aspettava che la fortezza di Erebrestein venisse in poter suo. L'Austria stava attendendo, per non trovarsi a combatter sola, mentre poteva combattere accompagnata, che le genti Russe alle sue si congiungessero. Finalmente dopo un lungo assedio, astretto dalla fame, Erebrestein si dava ai repubblicani. Insorse incontanente il direttorio, e mandò dicendo all'imperator d'Alemagna, che se i Russi non fermassero i passi contro Francia, e dagli stati imperiali non retrocedessero, l'avrebbe per segno di guerra: la corte imperiale diè risposte ambigue, e si temporeggiava per dar comodità ai soldati di Paolo di arrivare. Conobbe l'arte il direttorio, e però si determinava del tutto alla guerra, volendo prevenire quello, che l'Austria aspettava. Per la qual cosa Scherer altro non attendeva per dar principio alle ostilità, che l'udire, che Jourdan e Massena avessero fatto il debito loro sul dorso Germanico delle Alpi. Sentite le novelle del passo effettuato sul Reno dal primo, e dello aver combattuto il secondo prosperamente, non senza però sanguinosissime battaglie, nei Grigioni, sperando che Dessoles e Lecourbe con un corpo di repubblicani scendendo dalla Svizzera il seconderebbero di verso la Valtellina, si risolveva a non più porre tempo in mezzo per assaltar il nemico. Erano i due nemici schierati nella seguente guisa: aveva il generalissimo di Francia il suo alloggiamento principale in Mantova, dove aveva adunato gran copia di munizioni sì da guerra, che da bocca. Assicuravano la sua ala sinistra la fortezza di Peschiera, e la destra la città ed il castello di Ferrara. Erano con lui circa cinquanta mila combattenti, fra i quali i reggimenti Cisalpini e Piemontesi. Oltre a questo altre genti Francesi ed alleate occupavano, e guarentivano i passi situati alle spalle tra il Mincio e le Alpi.

Gli Alemanni si erano distesi ad alloggiare in linea parallella all'Adige dalle frontiere del Tirolo Italiano insino a Rovigo; trenta mila combattenti lungo l'Adige, altrettanti sulle sponde della Brenta. Sulla sinistra procurava loro sicurtà la fortezza di Legnago, sul mezzo la città di Verona con tutti i suoi forti: i villaggi di Santa Lucìa e di San Massimo, come antemurali di Verona, erano muniti di trincee e di presidj gagliardi. Quanto alla dritta, che portava maggior pericolo, perchè non vi era fortezza artefatta, e nella sua difesa consisteva l'esito felice di quella guerra, che già manifestamente incominciava ad apparire, conciossiachè, perduti quei luoghi, i Francesi si sarebbero introdotti fra gli stati ereditari e lo stato Veneto, l'aveva Kray fortificata con molte trincee provviste d'artiglierìe nel luogo di Pastrengo presso a Bussolengo. Avevano anche gli Austriaci posto, per facilitare i transiti, e munito quattro ponti sull'Adige, a Parona, a Pescantina, a Pastrengo, ed a Polo. Corpi assai grossi, e distribuiti nei loro alloggiamenti per modo che l'uno potesse facilmente accorrere a soccorrer l'altro, guernivano tutti questi luoghi, uno ad Arquà, terra celebre per esser quivi morto il Petrarca, un altro a Bevilacqua, cinque miglia sopra Legnago, un terzo tra Conselve ed Este, un quarto finalmente a Bussolengo.

Credeva il direttorio, avvicinandosi la guerra contro l'Austria, non si poter fidare del gran duca Ferdinando di Toscana, e perciò si era risoluto a cacciarlo da' suoi stati. A questo fine, toccato prima, che avesse dato asilo al papa, e passo ai Napolitani, ed affermato che s'intendesse segretamente coi confederati a' danni della repubblica, Scherer ordinava, che il dominio di Francia s'introducesse in Toscana. Così il direttorio stringeva nelle sue mani tutta l'Italia a quel momento stesso, in cui era vicino a perderla tutta. Partitosi inaspettatamente il generale Gaultier da Bologna, dove aveva le sue stanze, entrava nella felice Toscana, e il dì venticinque di marzo, conducendo con se un grosso corpo di cavallerìa con qualche nervo di fanterìa, e col solito corredo di artiglierìe e di salmerìe, faceva, qual trionfatore, il suo ingresso armato per la porta di San Gallo nella pacifica città di Firenze. Così la sede di civiltà venne occupata da insolite e forestiere soldatesche. I trionfatori disarmavano i soldati Toscani, s'impadronivano delle fortezze, del corpo di guardia del palazzo vecchio, e delle porte. Al tempo medesimo Miollis, assaltata ed occupata Pisa, se ne andava a Livorno, e quivi, disarmate le truppe del gran duca, poneva presidio nei forti, guardie sul porto, mano sui magazzini Inglesi e Napolitani. Un Reinhard, commissario del direttorio, recava in sua potestà la somma delle cose, ed ordinava che i magistrati continuassero a fare gli uffizi in nome della repubblica Francese. Disfatto dai repubblicani il governo Toscano, partiva per Vienna con tutta la sua famiglia il gran duca, e gli fu dato facoltà dagli occupatori del suo stato di portar con se parte del mobile del palazzo Pitti, e alcuni capi di pittura e di scoltura notabili. Il caso strano mosse, non tutti, ma parte dei Toscani: piantarono i soliti alberi sulle piazze, fecero discorsi, gridarono libertà. Pure non si fecero tanti schiamazzi, come altrove.

Il dominio dei Francesi in Toscana cominciò da opere spietate. Gli esuli Francesi, o preti o laici che fossero, che sotto il placido dominio di Ferdinando si erano ricoverati, furonne senza remissione cacciati. Restava papa Pio, che vecchio, infermo, ed oramai vicino all'ultimo termine della vita se ne stava assai riposatamente nella Certosa di Firenze. Quest'ultima quiete gli turbarono i repubblicani, sforzandolo a partire alla volta di Parma, poi fin oltre in Francia al tempo stesso della partenza di Ferdinando. Tanto era il timore, che avevano di un'opinione! Partiva il canuto e cadente pontefice, poco conscio di se per l'infermità e per la disgrazia, molto salutato dalle pietose e meste popolazioni. Strada facendo era chiuso nelle fortezze, poi venne serrato in Brianzone, finalmente trasportato in Valenza di Delfinato: quivi concluse nell'esilio una vita, che con tanto apparato di maestà e di potenza aveva incominciato. L'accompagnò sempre lo Spina, che fu poi cardinale, dolce e pietoso officio. Da questo esempio imparino i popoli, quanto siano flusse, e labili queste umane sorti, e che se la libertà può nascere qualche volta dalle guerre, non può mai dal disprezzo delle cose tenute rispettabili per lunga età da popoli intieri.

Ad uno spettacolo compassionevole succedeva uno spettacolo orrendo. I Francesi partiti in tre schiere affrontavano valorosamente il dì ventisei di marzo i Tedeschi sulle sponde dell'Adige. Montrichard con la destra faceva forza d'impadronirsi di Legnago; Victor e Hatry con la mezzana, assaltate le terre di Santa Lucìa e di San Massimo, difese esteriori di Verona, si sforzavano di aprirsi il passo a questa città; Moreau finalmente, con cui militavano Delmas, Grenier e Serrurier, aveva carico di vincere, e questo era il principale sforzo, Pastrengo, e Bussolengo, di passar l'Adige, e di riuscire minaccioso sul fianco di Verona, e degl'imperiali. Ad un punto prese tutte le tre schiere andavano alla fazione loro, e già la battaglia ardeva con molta uccisione per ambe le parti da Legnago fin oltre Bussolengo. Al primo romore delle armi era corso il presidio di Legnago governato dal colonnello Skal ad occupar le mura e la strada coperta; le guardie esteriori già si urtavano coi Francesi, ai quali davano favore i fossi, le siepi, e gli alberi che ingombravano il terreno. Si combatteva con grandissimo valore dai Francesi e dai Tedeschi sotto le mura di Legnago, presso Anghiari, ed a San Pietro per alla strada di Mantova. Combatterono i repubblicani felicemente a San Pietro, infelicemente ad Anghiari, con fortuna pari a Legnago; ma la fortezza del luogo sosteneva gli avversarj. Kray, che si era alloggiato con una grossa banda a Bevilacqua, come prima ebbe udito il pericolo, spediva il tenente maresciallo Froelich per soccorrerlo. Urtarono queste genti fresche i Francesi in parecchj luoghi, ma principalmente a San Pietro, dove erano più forti e già vittoriosi, e superata finalmente la forte ed ostinata resistenza loro, gli costrinsero a piegare, ed a ritirarsi oltre Anghiari e Cerea verso il Tartaro. Vinto Montrichard a Legnago con perdita di circa due mila soldati, gli Alemanni si mettevano in punto di perseguitarlo. Ma sopraggiungevano a Kray le novelle, che Victor e Hatry, battute aspramente le terre di Santa Lucia e di San Massimo, si erano impadroniti della prima, e si sforzavano di occupare fermamente la seconda, dalla quale, entrati a viva forza già sette volte, altrettante erano stati risospinti. Restarono feriti in questa ostinata mischia i due generali Austriaci Liptay e Minkwitz. Soprantendeva alla difesa di questi luoghi, e di Verona stessa il tenente maresciallo Keim, buono e valoroso soldato. Così in questa parte stava la battaglia in pendente per l'acquisto di Santa Lucìa dall'un de' lati, e per la conservazione di San Massimo dall'altro. Tuttavia vi si continuava a combattere: un terrore profondo occupava Verona, non sapendo i Veronesi qual fine fosse per avere quel lungo ed aspro combattimento, e molto temendo dei Francesi per le ingiurie antiche e nuove. A questo stato dubbio sotto le mura di Verona s'aggiunse la rotta toccata dalle genti Alemanne sull'ala loro destra, governata dai generali Gottesheim ed Esnitz; il che fece fare nuovi pensieri a Kray, distogliendolo del tutto dal seguitare i repubblicani oltre l'Adige verso Mantova. Era, come abbiam detto, il sito di Pastrengo e Bussolengo munitissimo per molte fortificazioni, che consistevano in ventidue ridotti, in frecce, trincee di campagna, e teste di ponti. Urtarono i Francesi condotti da Delmas e da Grenier, con tanto impeto tutte queste opere, che sebbene gli Austriaci vi si difendessero virilmente, le sforzarono. Il caso fu tanto subito, che questi ultimi non poterono rompere i ponti di Pastrengo e di Polo, per modo che i repubblicani acquistarono facoltà di passar l'Adige, e di correre per la sinistra sua sponda contro Verona, e quella parte degl'imperiali, che aveva le stanze sulla strada verso Vicenza. Al tempo stesso in cui Delmas e Grenier vincevano a Bussolengo, Serrurier più oltre, e più su distendendosi a stanca, aveva cacciato i Tedeschi dai monti di Lazise, in ciò ajutato efficacemente dal capitano di fregata Sibilla, e dal luogotenente Pons colle navi sottili, con le quali custodivano il lago di Garda. Perdettero gli Austriaci in questi fatti cinquemila soldati tra morti e feriti, con mille prigionieri, e sette cannoni. Mentre si combatteva sull'Adige, i Francesi assaltavano Wukassowich sulle frontiere del Tirolo sopra il lago di Garda. Già si erano fatti signori di Lodrone, ed avevano guadagnato molto spazio oltre i laghi d'Iseo e d'Idro. Ma infine vennero in ogni parte respinti, perchè Wukassowich era uomo di valore, conosceva i luoghi, ed in quella proporzione più forza acquistava, che più negli stati ereditarj s'internava. Non così tosto ebbe Kray inteso la rotta della sua ala destra, che, lasciato un presidio sufficiente in Legnago, s'incamminava a presti passi, malgrado della stanchezza de' suoi soldati, a Verona, per preservarla dal gravissimo pericolo che le sovrastava. Vi arrivava il venzette e ventotto, e l'assicurava. Nè contento a questo, mandava Froelich più oltre in ajuto dell'ala sua destra, che pericolava a cagione del passo acquistato dai Francesi sull'Adige. Ma Scherer, forse intimorito per le rotte di Legnago e di Lodrone, se ne ristette, e non fece più alcun movimento d'importanza per usare la vittoria di Bussolengo. I due eserciti stanchi dal lungo combattere, pieni di morti e di feriti, convennero di sospendere le offese un giorno per dar sepoltura ai primi, e cura ai secondi. Continuavano i Francesi in possessione della sinistra riva dell'Adige, ed era forza, o che i Tedeschi ne gli cacciassero, o ch'essi cacciassero i Tedeschi di Verona. Se cadeva Verona, era vinta la guerra pei primi, e Suwarow avrebbe potuto arrivare senza frutto. Se i Francesi erano cacciati dalla riva sinistra, era vinta la guerra per gli Austriaci. Sovrastava adunque agli uni ed agli altri la necessità del combattere, ma più ai repubblicani che ai loro avversarj, perchè se gl'imperiali reggevano contro l'impeto loro insino al giungere dei Russi, ogni probabilità persuadeva, che l'aggiunta di una forza tanto potente renderebbe preponderanti le partite in favor dei confederati.