Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV

Part 13

Chapter 133,537 wordsPublic domain

Il generale della repubblica fatto sicuro dell'acquisto di Napoli per l'occupazione dei castelli, mandava al pubblico, ch'egli frenava i suoi soldati, desiderosi di vendicare il sangue dei compagni morti nelle battaglie combattute contro gente prezzolata; che sapeva, essere i Napolitani un popolo buono, e che bene nel cuor suo si doleva degli strazj sofferti da lui: però rientrassero in se stessi, esortava, deponessero le armi nel Castelnuovo, e con questo conserverebbe la religione, le proprietà, e le persone salve ed intatte: al tempo stesso arderebbe le case, e darebbe a morte coloro, che contro i Francesi usassero le armi: se la tranquillità tornasse, dimenticherebbe il passato, e restituirebbe la felicità a quelle ridenti contrade. Partorì questo manifesto l'effetto, che Championnet se n'era promesso; Napoli fu ridotta in tranquillo stato, perchè tutti quietarono, chi per timore dei Francesi, e chi per timore del volgo. Ma siccome non bastava mettere in calma la metropoli, ma ancora abbisognava ordinare lo stato, seguendo Championnet il suo talento repubblicano, creava un governo, a cui chiamava venticinque persone, la più parte assai risplendenti o per dottrina, o per virtù, o per natali, o per tutte queste qualità congiunte insieme. I più amavano la libertà con animo sincero e benevolo. Alcuni, essendosi mescolati nelle congiure precedenti, erano stati dannati dal governo regio o all'esilio, o al carcere, o forse più ancora odiavano l'antico stato che amassero la libertà. Del rimanente uomini tutti, dico i Napolitani, sinceri d'opinione, continenti da quel d'altrui, e quanto degni di esser vissuti ai tempi antichi, tanto inabili a governar la nave dello stato in tempi tanto tempestosi. Furono quest'essi: Abbamonti, Albanese, Baffi, Bassal Francese, Bisceglia, Bruno, Cestari, Ciaia, De Gennaro, De Filippis, De Rensis, Doria, Falcigni, Fasulo, Forges, Laubert, Logoteta, Manthoné, Pagano, Paribelli, Pignatelli-Vaglio, Porta, Riario, Rotondo. Partironsi, secondo il solito, in congregazioni, le quali avevano la potestà esecutiva, mentre tutti insieme collegialmente uniti usavano la legislativa. Fu diviso il regno, pure secondo il solito costume servile, in undici spartimenti. Chiamaronsi della Pescara con Aquila capitale, del Garigliano con San Germano, del Volturno con Capua, del Vesuvio con Napoli, del Sangro con Lanciano, dell'Ofanto con Foggia, del Sele con Salerno, dell'Idro con Lecce, del Brendano con Matera, del Grati con Cosenza, della Sagra con Catanzaro. Fatti gli spartimenti, crearonsi i distretti, poscia i municipj, ogni cosa a norma delle fogge Francesi: tutto questo chiamossi repubblica Partenopea.

Sono i Napolitani, siccome Greci, di natura molto acuta, trascorrenti nelle astrazioni, e misuratori delle cose secondo l'immaginazione, non secondo la realtà. Se si aggiunge la qualità molto favellatrice, sarà facile far concetto in quante reti ed andirivieni s'inretino e s'impaccino, sì che vogliano il bene, e sì che vogliano il male. Il persuadergli ed il ravviargli non è cosa agevole; perchè più ciò fare t'ingegni, e più si ravviluppano nelle astrattezze, e nel loicare, e finiscono con avvilupparvi anche te. Ora pensi il lettore, se sottilizzassero, e se oltre portassero quei principj politici di filosofia Francese, i quali starian forse bene fra uomini migliori di noi, ma in questa età, sono, pur troppo, come bei colori su legni fradici. Compiacevano a se stessi con immagini lusinghevolissime: la repubblica di Platone pareva loro non solo possibile, ma ancora non sufficiente; una maggior perfezione sognavano, e si promettevano. In queste chimere i migliori, ed i più sapienti avevano più capriccio degli altri. Cirillo, Conforti, Logoteta, Russo, e più di tutti Mario Pagano, dei quali e di molti altri compagni loro non si potrà mai tanto ammirare la virtù, nè piangere la fine, che non meritino molto più, erano nel sognare queste felicità singolarissimi. Nè le donne si rimanevano: la virtuosa, dotta, e sventurata Eleonora Fonseca Pimentelli risplendeva fra le prime, e, siccome donna, spandeva attorno di se raggi più soavi dell'amorevolezza comune. I più belli, i più cortesi, i più colti spiriti con esso lei conversavano, e già virtuosi, a maggiore virtù per le esortazioni ed esempio suo si accendevano. Platone dominava: dolcissimi affetti da sì copiosi fonti in ogni parte scorrevano e s'insinuavano. Io mi sento muovere ad una compassione grandissima pensando, che un sì felice immaginare, un sì pietoso desiderare, un sì giocondo ammaestrare s'abbattessero in un campo pieno di ire tanto sfrenate, di strazi tanto crudeli, di latrocinj tanto violenti, di uccisioni tanto disumanate. Parmi, quanto l'esile creatura umana immaginar può, che Dio avrebbe dovuto fare i buoni esenti dal contatto dei malvagi, e lasciar questi straziarsi da se: certo la funesta mescolanza mi spaventa. Sognava nella sanguinosa Napoli Pagano misero la felicissima repubblica: i lazzaroni intanto saccheggiavano, e gli Abruzzesi con le armi, con le mani, e perfino coi denti i Francesi laceravano, e con pari furore i Francesi gli Abruzzesi straziavano. Nè i romori tanto detestabili, che d'ogni intorno risuonavano di tradimenti, di morti e di rapine, potevano svegliare dal dolce sonno quegli uomini benevoli. Argomentavano sottilmente del bene e del meglio, quando il male ed il peggio signoreggiavano, e più s'accendevano nelle speranze, quando e più vi era luogo a disperazione. Non s'avvedevano, che il predominio era dei ladri e dei tiranni, e che i ladri ed i tiranni, gridando libertà, di loro e della libertà si ridevano. Ed essi pure con la mente occupata, come di malattia dolce ed incurabile, non se ne accorgevano, e traevano dietro alle utopìe. Età strana e feroce, che produsse i buoni per perdergli, i tristi per fargli trionfare. Queste cose abbiamo vedute in tutte le parti della desolata Italia, ma nella gigantesca Napoli più che in tutte. Là più santi corpi si ruppero, là più grossi rivi di sangue scorsero. La posterità ne avrà pietade e spavento insieme: gli uomini odierni o non sentono, o ridono, od applaudono, e pazzo chi vuol seminar fra di loro semi salutiferi. I frutti soavi son diventati veleni per l'infausta terra. Così il gridare virtù fia creduto bugia, il gridare vizio fia creduto verità, e la scorza civile, che ci copre, ben cela schifosi aspetti. Se un benigno risguardo del cielo non ci salva, il dispotismo fia stimato rimedio, perchè non si è saputo nè ordinare, nè usare, nè sopportare la libertà, ed a questo dolce fiore concorsero in troppo gran numero insetti pestiferi.

Di tale benevolenza, e di tali errori furono segnate le operazioni del governo nuovo di Napoli. Ma prima di raccontar le cose da lui fatte, necessario è per noi il descrivere, come Championnet operasse per solidare l'impresa nel regno. Era egli uomo dabbene, il che è qualche cosa più che uomo ingegnoso; perciocchè l'ingegno suo era piuttosto sufficiente che grande; ma come buono si rimetteva facilmente nell'opinione dei buoni, o di coloro che buoni riputava. Laonde, volendo far di Napoli altro che quello, che si era fatto di Roma, intendeva non solo a fondare la nuova repubblica, ma ancora a farle sostegno, non della forza, ma dell'amore. Chiamato il popolo a parlamento nella chiesa di San Lorenzo, bandiva solennemente in nome del governo Francese, e della grande nazione la libertà e l'independenza degli stati Napolitani, rinunziava ad ogni ragione di conquista, solo si riservava la facoltà di mettere per una volta tanto una contribuzione militare per dare a' suoi soldati i soldi corsi di sei mesi. Fu la contribuzione di settantacinque milioni, compresi dieci per la sola città di Napoli e contado; taglia assai grave, ma che avrebbero i popoli portato volentieri, se non fossero al tempo stesso stati costretti a dare il vitto ed il vestito a quei medesimi soldati, che già pagavano. Sapendo poi, quanto importassero in quei popoli ardenti le opinioni attinenti a religione, mandava una guardia d'onore a San Gennaro, e detto a chi l'aveva in custodia, ch'ei desiderava, che il santo facesse il miracolo, il santo il faceva, e i lazzaroni applaudivano, sclamando, non esser poi vero, che i Francesi fossero empj, come la corte aveva fatto spargere; nè mai si sarebbero risoluti a credere, che la volontà di Dio non fosse, che i Francesi stanziassero in Napoli, poichè in presenza loro si scioglieva il sangue del santo. Non ometteva il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, a ciò esortato dal governo, e il faceva anche volentieri, di confortare con lettere pastorali i popoli ad obbedire alle nuove potestà, la libertà e l'egualità, come conformi ai precetti del vangelo, lodando e raccomandando. Queste cose mitigavano le opinioni contrarie, e vieppiù confermavano la quiete. Championnet mostrava in tutti i suoi discorsi, ed in tutti gli atti desiderio di alleggerire ai Napolitani il peso del forestiero dominio, e di fondare nel regno una repubblica libera e indipendente.

Aboliva il governo i diritti feudatari, ed i fidecommessi, e preparava per mezzo della congregazione legislativa la constituzione, che avesse a reggere la repubblica. Fu questa constituzione opera principalmente di Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servile degli ordini di Francia vi si vedevano alcuni ordini nuovi di non poca importanza, e di utilità evidente. Fuvvi principalmente la potestà censoria commessa ad un tribunale di cinque, il cui carico fosse di vegliare, acciocchè i cattivi costumi si correggessero, i buoni si conservassero; fuvvi anche l'eforato, a cui doveva appartenersi la facoltà di veder, che la constituzione in tutte le sue parti salva ed intatta si conservasse, che i magistrati oltre i limiti delle potestà concedute dalla constituzione non trascorressero, quelli che trascorressero alla debita moderazione richiamasse, e gli atti oltre i limiti da loro emanati annullasse, che le riforme della constituzione dimostrate necessarie dall'esperienza al senato proponesse; di modo che l'atto annullato per decreto degli efori, quand'anche fosse legge promulgata dal corpo legislativo, nissuno più obbligasse, ed il corpo legislativo stesso obbedisse; gli efori solo quindici giorni all'anno sedessero, ed il seder di più fosse caso di stato; niun altro maestrato esercitar potessero; stessero in grado solo un anno; fossero eletti dal popolo in ogni spartimento della repubblica, ed uno per ispartimento, e non più si eleggesse. Potessero essere eletti all'arcontato, che era la potestà suprema per l'esecuzione delle leggi, se non dopo cinque anni, dappoichè erano usciti dall'eforato; al corpo legislativo, se non dopo tre: usciti, il titolo di eforo mai non portassero. Sono questi ordini dell'eforato degni di molta lode, ed atti ad impedire nelle repubbliche, ed anche nei governi regj, che hanno qualche parte di repubblica, molte gare e sovvertimenti civili. Certamente, ove fossero confermati dall'autorità del tempo, potrebbero arrecar grande giovamento agli stati liberi. Degni anche di commendazione furono gli ordini proposti per le scuole pubbliche, i quali, mutati i soggetti d'insegnamento, potrebbero utilmente accettarsi anche nelle monarchie. Queste cose trovava Mario Pagano nel suo ingegno; il resto, il copiava dalla constituzione Francese, dando in tal modo a conoscere e la capacità della sua mente, e la servilità dei tempi. Nè debbe essere passato sotto silenzio il ragionamento, che si leggeva preposto al modello della constituzione; opera in cui tutto l'acume dei Greci ingegni si discopriva, atti sempre a pruovare principj astratti con astrattezze maggiori.

Le astrattezze lusingavano gli uomini, le realtà gli sdegnavano; colpa, parte di Championnet, parte del governo, parte dei tempi. Era Championnet come abbiamo narrato, di natura buona, ma non aveva nervo tale, che potesse frenare i suoi, già avvezzi alla licenza negli stati Romani e Cisalpini: onde gl'insulti alle persone, anche ai magistrati, massime municipali, e le tolte violente erano frequenti. I popoli si sdegnavano. A questo si aggiungevano le intemperanze dei democrati più ardenti.

I baroni, come aristocrati, siccome gli chiamavano, erano scherniti con dileggi aminti, o provocati con ingiurie, il che gl'inimicava, e siccome quelli che avevano una grande dipendenza sì per le loro ricchezze, e sì per l'effetto degli antichi ordini feudatari, procuravano con arti e con istigazioni nemici potenti e numerosi alla nuova repubblica. Nè solo con inconvenienti dicerie si provocarono i baroni, ma nelle tasse sforzate, che per soddisfare ai conquistatori il governo metteva, erano con brutti arbitrj aggravati, come se la opinione, e non le sostanze si dovessero tassare. Nè altra libertà di stampa vi era, se non quella d'inveire contro gli aristocrati. Aveva il governo mandato nelle provincie per far capaci le popolazioni dei vantaggi del nuovo stato, gli amatori più vivi. Questi per leggerezza, e per fissazione conforme alla stagione, trascorrevano pur troppo in ischerni ed in minacce contro gli aristocrati, e contro i preti. Spesso ancora, stimando che nei casi straordinarj le facoltà straordinarie si dovessero usare, commettevano atti arbitrarj, ora privando altrui degl'impieghi, ora della libertà, cose tutte da far rovinare facilmente ogni più forte stato, non che uno tanto tenero sui principj come era il Napolitano. Seguitava a tutte queste un'altra peste, ed era quella dei ritrovi politici, in cui giovani Infiammatissimi, ed invasati delle nuove opinioni, si adunavano a ragionare pubblicamente di cose appartenenti allo stato. Nè i mali prodotti in Francia da simili ritrovi gli rendevano savi, perchè con la medesima veemenza parlavano.

Bene ogni speranza di salute è spenta, ed il fondare uno stato buono impossibile, quando i cittadini son giunti a tale che l'amore della patria collocano nelle esagerazioni; perciocchè la natura delle cose è inflessibile e resiste, e se si può vincere, solo si può col vezzeggiarla, non con l'assaltarla. Ne seguitava, che, per le immoderate cose che si dicevano in quei ritrovi, i popoli si alienavano. Peggio poi, che non era cosa che gli energumeni, violenti in tutti i paesi, violentissimi in Napoli, non dicessero, per stravagante ed eccessiva che si fosse, contro il governo proprio, e contro coloro che il componevano. Il che toglieva agli uomini dello stato con la riputazione anche la potenza. Eppure era vero, che eglino erano per dottrina, per virtù, e per amore di patria dei più ragguardevoli del regno. Adunque queste moleste e brutte improntitudini dimostravano, il che non solamente si vide in Napoli, ma ancora in tutta Italia, che non l'amore della libertà, ma l'amore della potenza muoveva coloro che le facevano. Fatto il moto contro il governo antico per ambizione, volevano anche fare il moto contro il nuovo per l'ambizione medesima, e dove questa ambizione cupidissima fosse per arrestarsi, non si può affermare, se non forse là dove un solo di questi uomini sfrenati, spenti tutti gli altri, acquistasse il dominio. Quando prevale il costume che gli uomini più eccellenti sono stimati perfidi, vili, corrotti e tirannici, solo perchè occupano le cariche dello stato e tengono i magistrati, ogni libertà diviene impossibile, e lo stato è preda degli ambiziosi. Questa è stata la principale infezione della moderna Europa, e che fu ed è cagione che la libertà non vi si possa fondare, e non so, se i posteri più rideranno di lei per le sue pazzìe, o più la compatiranno per le sue disgrazie.

Tal era la condizione del governo Napolitano che odiato dagli aristocrati, biasimato dai democrati, oppresso dai Francesi, non aveva modo nè di riputazione nè di forza per operare, non che il bene della repubblica, alcun bene che fosse. Restava ai reggitori di Napoli un solo conforto, e quest'era la presenza di Championnet, sempre pronto, per quanto fosse in lui, a frenare la licenza de' suoi, ed a secondare gli sforzi di coloro, che più avevano in animo l'ordinare un buono stato, che il signoreggiarlo. Accadde, che il direttorio di Francia, il quale sapeva, che i guerrieri erano soliti a fare a modo loro, non a modo suo, aveva mandato a Napoli, per soprantendere ai frutti della conquista, una commissione civile, di cui era capo quel Faipoult, già mescolato nelle rivoluzioni Genovesi. Come prima ei giungeva a Napoli, stimando, che, quanto ai diritti di conquista ed alle esazioni, Championnet fosse stato troppo indulgente, pubblicava un editto, con cui dannando quanto il generale avea fatto, come se oltre i limiti della sua autorità fosse trascorso, affermava, che niun altro magistrato che la commissione civile aveva potestà di por le tasse, e che chi le pagasse in tutt'altra cassa, che in quella della commissione, male pagherebbe. Ad atto tanto ardito contro un capitano vittorioso non si sarebbe mosso Faipoult, se non avesse saputo, che già il direttorio cominciava a portar mala volontà a Championnet. Poscia più oltre procedendo ordinava, che in proprietà di Francia erano caduti per diritto di conquista tutti i beni appartenenti alla famiglia reale, spiegando, che in esso diritto cadevano non solamente quanto il re possedeva, come palazzi, ville, cacce e simili, ma ancora i beni Farnesiani, che erano di proprietà privata di Ferdinando, quei dell'ordine di Malta, i Costantiniani, i Gesuitici, quei destinati alle pubbliche scuole, i beni stessi dei banchi, che altro non erano che un deposito del denaro dei particolari, e tutte le casse pubbliche, e fino anche i decorsi delle contribuzioni. Così da Napoli si richiedeva un gran dispendio per l'esercito, e al tempo stesso gli si toglieva ogni fonte di rendita, per cui potesse supplire. Sdegnossi gravemente Championnet all'ardimento del commissario, e lo cacciava soldatescamente da Napoli. Era discordia tra i Francesi, discordia fra i Napolitani: tutti venivano in dispregio: il terrore delle armi solo sosteneva lo stato. Preparavasi in questo mentre un accidente molto grave contro i Napolitani. Era Championnet venuto in disgrazia del direttorio, perchè non contento allo aver rincacciato dallo stato Romano i Napolitani, avesse subitamente, non aspettati nuovi comandamenti, invaso il regno; le cose non essendo ancora rotte con l'Austria, e tenendosi ancora per gli Alemanni la fortezza di Ebrestein, forte propugnacolo di Alemagna, desiderava il direttorio di temporeggiare. A questa cagione dei tempi presenti se ne aggiungeva un'altra molto potente dei tempi futuri, ed era che Championnet si apparecchiava a fare una spedizione in Sicilia per torre al re quell'ultima parte de' suoi dominj; della qual cosa sperava poter venire facilmente a capo, sì per la poca forza che Ferdinando aveva in Sicilia, sì pel terrore impresso dalle sue armi, massime in su quel primo giungere, e sì finalmente per la efficacia delle opinioni, che credeva, che anche oltre il Faro si fossero introdotte. Le dimostrazioni di Championnet contro di quell'isola non erano segrete, e già aveva mandato soldati in Calabria sotto colore di combattere certe bande di regj, che scorrazzavano il paese. Questo intento toccava certi tasti molto reconditi. Il ministro Taleyrand voleva, che si facesse ai Borboni il minor male che si potesse. Fors'anche intrinsecamente nodriva il desiderio di vedergli ristorati in Francia. Alcuni suoi parenti, ricoverati in Sicilia, lo tenevano, siccome corse fama, con avvisi segreti bene edificato verso la famiglia reale di Napoli, ed instantemente gli raccomandavano il re Ferdinando. Per la qual cosa egli, che molto acconciamente sapeva far queste cose, accennando col direttorio in un luogo col pretendere il motivo, che bisognasse frenare quello spirito ambizioso di Championnet, e battendo veramente in un altro, aveva operato che il direttorio rivocasse il generale. A questa medesima risoluzione cooperarono i desiderj di Macdonald, che dopo l'invasione del regno, in cui aveva combattuto tanto egregiamente, ed acquistata principalmente Capua, se ne viveva in poca concordia col generalissimo; e siccome quegli, che uomo valoroso era, ambiva molto, e forse troppo di mostrarlo. Lasciate le sue squadre vincitrici, partiva Championnet libero da Napoli; ma, arrestato fra Napoli e Roma, fu condotto, prima nella cittadella di Torino, poi in Francia: il volevano processare sì per le anzidette cagioni, e sì per aver cacciato Faipoult. Prese Macdonald il governo supremo dei Francesi; tornò Faipoult in Napoli ad estenuare i miseri Partenopei.

Mentre si travagliava con poco frutto nella capitale per la repubblica, moti di grandissima importanza accadevano nelle provincie. Non amavano i baroni il nuovo stato, manco ancora i Francesi, e siccome tutti avevano bande di bravi, che da loro dipendevano, uomini audacissimi, ed alcuni facinorosi, le spingevano a tentare rivoluzioni contro coloro che dominavano. Gli ecclesiastici, che non ignoravano, che sebbene fossero vezzeggiati in quei primi principj del governo, erano da lui veduti malvolentieri, con le maggiori persuasioni che potessero, promuovevano le inclinazioni contrarie. Molti soldati vecchi del re, non essendosi voluti accomodare al dominio dei nuovi signori, si erano ritirati nei luoghi più lontani ed inaccessi: quivi attendevano a fomentare discordie e sollevazioni. A questi si accostavano molti altri uffiziali e soldati dell'esercito regio, i quali dopo di essersi dimostrati pronti a servire i repubblicani, da loro non curati, o per necessità per la penuria dell'erario, o perchè non se ne fidassero, si erano sdegnosamente partiti, e condottisi nelle province, quivi con le parole incendevano, e con la presenza animavano le popolazioni ad insorgere. Tutti questi erano anche confortati da qualche corpo di gente armata, che dopo l'occupazione di Napoli, o si erano ritirati interi, od erano mandati dalla Sicilia appunto coll'intento di sostenere quei moti, che si manifestavano sulla terraferma in favore della potestà regia. A questi motivi tanto potenti si aggiungevano i romori che correvano delle armate Turche e Russe, che dovessero fra breve arrivare nell'Adriatico con grossi soccorsi di genti da sbarco in favore dei regj. Era vero infatti che, conclusa la pace tra la Russia e la Turchìa, aveva un'armata Russa passato i Dardanelli, e congiuntasi con quella del gran signore si era impadronita di tutte le isole Veneziane dell'Arcipelago o dell'Ionio, aveva posto assedio alla principale di Corfù, e principiava a mostrarsi sulle spiagge del regno. Questi ajuti parte veri, parte ancora esagerati dalla fama, mirabilmente infiammavano i popoli a proseguire i disegni, che già avevano concetti. Tanto era l'odio che si portava al nuovo stato, che popoli cattolici, condotti da vescovi e da preti, volonterosamente si univano a genti scismatiche e maomettane per ispegnerlo.