Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV

Part 12

Chapter 123,335 wordsPublic domain

La partenza del re fu in mal punto per l'infelice regno, perchè già la fortuna si dimostrava più propizia alle sue armi. Erano, non senza gravi difficoltà per le popolazioni armate, che loro contrastavano il passo, Duhesme e Lemoine giunti al campo sotto le mura di Capua. Intanto le popolazioni medesime, principalmente quelle dell'Abruzzo superiore, e dell'antico Sannio, crescevano di numero, di forze e di furore, e già facendo in ogni luogo suonare le armi e le grida di vendetta, niuna cosa lasciavano sicura alle spalle dei francesi. La rabbia loro era incredibile, e commettevano contro i repubblicani, che viaggiavano alla spicciolata, atti di ferità più bestiale, che inumana. Dei venuti in mano loro, alcuni furono vivi tagliati a pezzi, altri legati agli alberi a fuoco lento arsi, altri gettati a furia a rompersi sugli scogli, altri precipitati nelle profonde valli, altri orribilmente mutilati e lasciati vivere di una vita peggiore che la morte. A tali atti applaudivano con forsennate grida le turbe furibonde. Già Itri, Fondi e Sessa erano in poter dei sollevati; già San Germano si muoveva a stormo; già Teano, alloggiamento principale di Championnet, era stato assaltato e preso; già Piedimonte sul sommo giogo dell'Apennino pericolava; una massa di popoli incitatissimi s'avvicinava al Garigliano, e non lasciava alcuna speranza ai repubblicani in picciol sito oramai ristretti. Mandava Championnet ad incontrarla Rey, il quale avendo combattuto più valorosamente che prosperamente, fu fatto tornare con grave perdita frettolosamente nel campo. Il prospero evento aggiunse nuova furia a quelle genti sdegnate e crudeli: spintesi avanti assaltarono il ponte, che i Francesi avevano fabbricato sul fiume, sel presero, e più oltre procedendo nel parco di riserva rapirono le artiglierìe, fracassarono i carretti, trasportarono quante munizioni da guerra poterono. Per tale guasto le cartucce di provvisione vennero mancando ai Francesi: già le vettovaglie mancavano, nè v'era modo di andar alla busca per pascere l'esercito, perchè i sollevati inondavano le campagne; il vigore delle menti con gli stromenti di difesa mancava. Da un altro lato la popolosissima Napoli si muoveva, apprestandosi a correre al Garigliano in ajuto di Capua, e dell'esercito che ancora la difendeva. Nè è da passarsi sotto silenzio, che la virtù dei Francesi, oltre il suono delle armi dei sollevati, che romoreggiavano tutto all'intorno, incominciava a indebolirsi per un'infelice pruova testè fatta contro Capua. Avendo dato Macdonald un furioso assalto alla piazza, ne era stato respinto con danno gravissimo. Fu anzi in questo abbattimento ferito Mathieu da una palla, che gli guastò il braccio per modo che non potè più militare in tutta questa Napolitana guerra. Ciò dava loro a temere, che i soldati Napolitani incominciassero ad agguerrirsi. Si aspettavano d'ora in ora alla foce del Garigliano le genti tornate da Livorno, che dando animo e forza alle turbe stormeggianti sulla destra del fiume, avrebbero fatto un pericoloso assalto a tergo dei Francesi, mentre sboccando Mack da Capua, gli avrebbe assaliti in viso. Per la qual cosa con un esercito a fronte, che si ostinava a voler difendere una città, ed un passo tanto abili ad esser difesi, con gli Abruzzesi ed i Campani alle spalle, con la poderosa Napoli in cospetto, rimaneva ai Francesi poca speranza di salute; nè solo della perdita dell'impresa per loro si trattava, ma della vita stessa fra sdegni tanto frenati.

La debolezza del vicario Pignatelli, per non usare parole più gravi, aperse improvvisamente una via di scampo ai Francesi, che già incominciavano a disperarsi. S'aggiunse il poco animo di Mack, il quale dimostrò, quando la fortuna già risorgeva, abiezione uguale a quell'eccessivo ardimento, che aveva scoperto, quando con le fresche e fiorite schiere assaltava lo stato Romano. Perì Napoli per mano di coloro, ai quali maggior debito pesava di difenderla. Arrivavano in quell'ora tanto pregna di dubbio avvenire pei Francesi agli alloggiamenti di Championnet il principe di Miliano, e il duca di Gesso, che mandati dal vicario venivano chiedendo un accordo. Mostrò sulle prime Championnet qualche durezza, conosciuta la timidità di chi reggeva Napoli, e volendo mostrare abilità al combattere. Ma infine pregato da coloro, che dovevano minacciare, venne ad un accordo con loro, del quale le principali condizioni furono, che si sospendessero le offese sino alla ratificazione delle due parti: se una ricusasse di ratificare, rincominciassero le offese dopo avviso anticipato di tre giorni; Capua si consegnasse in mano dei Francesi: l'esercito di Francia occupasse il paese alla destra dei laghi Napolitani sino alla foce dell'Ofanto; si serrassero i porti alle navi nemiche della repubblica; non si riconoscessero le opinioni; pagasse il re alla repubblica dieci milioni di tornesi, cinque in cinque giorni, e cinque in dieci; fossero aperte le strade ad ambe le parti pel commercio. Non piacque quest'accordo a nissuna delle parti, perchè il re negò la ratifica, e mandò Pignatelli tornato in Sicilia pel sollevamento di Napoli, che or ora racconteremo, nella fortezza di Girgenti.

I Napolitani, sottili estimatori, come gente Greca, delle cose, affermarono, essere stata un'insidia di Acton, nemico di Pignatelli, dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè vi perisse. Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet, come di accordo vile. Ma piacque il trattato, come riscatto e come insidia, a Championnet; perchè con quello e salvava l'esercito, e si procurava abilità d'intendersela coi novatori per far del tutto sovvertir Napoli, e convertirlo in repubblica. Infatti aveva con se alcuni fuorusciti Napolitani, il principale dei quali era il conte Ettore Caraffa, signor d'Andria e di Ruvo, giovane di spiriti ardenti, di pensieri vasti e smisurati, e strumento molto atto a turbare il regno. Questi incominciarono a tener pratiche segrete coi loro compagni di Napoli per modo che il generale Francese era per l'appunto informato di quanto alla giornata vi avvenisse. Non riposavano essi mai, godendone Championnet, repubblicano sincero, ora magnificando la potenza dei Francesi, e l'impotenza del resistere, ora preponendo la repubblica al regno, ora con vivi colori dipingendo la crudeltà di Carolina, la superbia di Acton, l'imbecillità, come la chiamavano, del re. Mali semi sorgevano; si aspettava la occasione. Pignatelli o non sapeva, o non poteva, o non voleva rimediare: un accidente grave e funesto era imminente. Una cagione, che dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le acque mosse, ma in verso contrario: i vesuviani spiriti eran prossimi a prorompere. Un Arcambal, commissario Francese, era andato a Napoli per levarvi il denaro pattuito, e già i carri si apprestavano. Ciò venne a luce; il volgo se ne accorse. Spargevansi voci, che il popolo era tradito, che si voleva dar Napoli ai Francesi, le condizioni dell'accordo tenute a bella posta segrete, diventavano palesi: si accusava Mack, si accusava Pignatelli di tradimento: il mal umore nasceva in ogni parte. S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a minacciare, si trascorse finalmente agli sdegni, e sorse in tutta la città fra i lazzaroni un tumulto, ed un rumore incredibile. Uscivano furibondi dai nascondigli loro, correvano per le contrade e per le piazze, s'armavano a vicenda, l'un l'altro stimulavano, tutti gridavano: _muojano i traditori; viva San Gennaro, viva la santa fede, viva il re_. Avidi di far sangue già facevano pruova di manomettere Arcambal, e lo avrebbero anche fatto, se per opera di alcuni Napolitani affetti ai Francesi non avesse trovato modo di porsi in salvo. Fece Pignatelli qualche provvisione per frenare quel cieco impeto per mezzo dei soldati, e della guardia urbana. Ma altra medicina era richiesta a tener i lazzaroni, ed il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo vieppiù inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore, chiamando a morte e Pignatelli, e Mack, e i soldati, e tutti che governavano. Nissuno pensi, che un'avviluppata simile a questa sia stata mai in alcuna città mossa a furore nelle faccende più gravi dello stato, e nelle più ardenti ire civili. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo, Sant'Elmo, e del Carmine: indi correvano all'armerìa, dove, prese e distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano a opere maggiori. Pignatelli e Mack pensarono, che quello non fosse più tempo da starsene a Napoli, e fuggirono il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito, che da Capua consegnata ai Francesi se ne veniva alla volta di Napoli, parte sbandatosi, cercò ricovero in mezzo ai Francesi, parte sotto il governo del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa, gridando: _viva la patria, viva Napoli, viva il re_. Fatti più arditi dal numero e dall'impeto, assaltarono rabbiosamente la guardia Francese al ponte di Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnet per questo fatto, che i Napolitani avessero rotto la tregua, ed aperto l'adito all'ostilità, come se il tendere insidie, com'ei faceva, col tramare per mezzo dei novatori di far ribellare lo stato, e volgerlo a repubblica, non fosse peggior rompimento della tregua, che il violarla apertamente con le armi. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza senza freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti, depredazioni, incendi, e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli, fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le minacce degli uccisori si udivano, cosa che ad ognuno recava maggior terrore, _viva San Gennaro, viva la santa fede_. Durò gran pezza il tumulto spaventevole.

Stanco finalmente di far bottino e sangue, l'impazzato volgo s'avvedeva, che bisognava pensar ad altro, perchè il disordine ammazzava se, e l'ordine gli altri: s'avvisarono dunque di creare un capo, che gli ordinasse e difendesse. Elessero il principe Moliterni, figliuolo del principe di Marsiconuovo, giovane ardente, e che aveva dato segni di valore nelle fazioni di Capua contro i Francesi. Poichè fu eletto, gli facevano intorno le più pazze grida del mondo, ed ei se la godeva, perchè era ambizioso, ed aveva altre mire. Prima cosa, diede opera a piantar certe forche smisurate in parecchj luoghi con minaccia, che impiccherebbe chiunque si muovesse senza suo ordine. Poi creava ufficiali municipali, e capi del popolo, ed attendeva con manifesti e con bel comparire in pubblico a calmare quegli spiriti infieriti, e a dar qualche sesto alle cose. Ed ecco spargersi subitamente voce, marciare i Francesi contro Napoli; già essere giunti ad Aversa. Infatti Championnet, saputo il tumulto, ed i preparamenti fatti a' suoi disegni de' suoi partigiani, ed un altro accidente di tutti questi più efficace, che si racconterà poco appresso, non volendo trasandare la occasione, si avviava velocemente verso la commossa città. Fu Moliterni a parlamento con lui nei campi d'Aversa. Riportonne, che il generale di Francia non voleva udire proposta alcuna d'accordo, se prima non se gli dessero in mano i castelli, e non si togliessero le armi a chi non fosse soldato. Qui non è bisogno aggiunger parola, perchè per poco stette, che non facessero Moliterni a pezzi, e l'avrebbero anche fatto, se non si fosse schivato, gridandolo a furore assassino e traditore. Nè volendo più udire capo di sorta, meno ancora Moliterni, tornarono in sul saccheggiare, ed in sull'uccidere più fieramente che prima. Uccisero il duca della Torre, uccisero suo fratello, Clemente Filomarino, ambi rispettabili per ingegno e per virtù, maltrattarono con infami improperii Zurlo, ministro che era stato delle finanze. Nè più guardavano ai forestieri che ai nazionali: trucidarono un ufficiale di marina Inglese, trucidarono un fuoruscito Tolonese: facevansi della barbarie gioja. Un forestiero venuto loro in sospetto, alla porta di una bottega mani e piedi inchiodarono, e sì a colpi di scuri e di bajonette il martirizzarono. Lacombe San Michele, ambasciadore di Francia, essendo chiamato a morte dal popolo furioso, fu nascosto, e salvato da alcuni amatori del nome reale, che più risguardarono all'umanità che alle opinioni. I popoli sommossi penetrano bene la natura degli uomini, ai quali hanno dato il governo di se stessi, perciocchè il sospetto aguzza l'intelletto, e raddoppia l'attenzione. Certo è, che Moliterni non secondava più le intenzioni del popolo, tendendo i suoi andamenti ad affidare Napoli alla presenza ed al patrocinio dei Francesi, verisimilmente perchè credeva, che quello fosse il solo modo di salute che restasse. Per arrivare a questo suo fine, poichè nell'abboccamento di Aversa Championnet gli aveva affermato, che non entrerebbe, se prima non gli fosse assicurata la possessione del castel Sant'Elmo, aveva introdotto in questa fortezza molti de' suoi aderenti, e molti ancora che parteggiavano per la repubblica; ed inoltre armandone quanti più gli venne fatto di armare, gli aveva distribuiti nei luoghi più opportuni. Trovo consegnato nei ricordi delle storie, che, essendosi di ciò prima indettato con Championnet, abbia propagato ad arte la opinione fra l'acceso volgo, che era necessario andare ad assaltar i Francesi che venivano contro Napoli, con dire, che il picciol numero loro sarebbe facilmente oppresso dalla sopravvanzante moltitudine del popolo. Avvisavano Championnet e Moliterni, che il vincere i lazzaroni in Napoli tanto numerosi, coraggiosi, ed arrabbiati sarebbe stato piuttosto impossibile che difficile; perchè ogni casa sarebbe diventata per loro una fortezza, ed il sapere le strade era per loro di grandissima importanza, e le città, e le abitazioni proprie sono più patria, e con maggiore animo si difendono, che le campagne e le abitazioni aliene. Il combattere poi in paese piano ed aperto faceva ai Francesi, quantunque fossero in picciol numero, le condizioni migliori, perchè avevano qualche nervo di cavallerìa, artiglierìe meglio ordinate, più perizia di battaglie. Come era ordito il disegno, così riuscì l'effetto. Usciva il popolo più impetuoso, che esperto di battaglie, a combattere contro i Francesi, che per la speranza di Sant'Elmo, e di trovare in Napoli una parte forte in favor loro, ordinati si avvicinavano. S'affrontarono le due parti tra Aversa e Capua; ne seguitava una mischia molto tremenda. Prevalevano i Francesi per le armi e per l'ordine, prevalevano i Napolitani pel numero e pel furore. Durò per ben tre giorni con variati eventi la battaglia. Le artiglierìe di Francia fulminando in quelle spesse squadre, vi menavano uno scempio orribile, ed atterravano le file intere. Rimettevansi i lazzaroni, e più aspramente di prima menavano le mani, cercando di avvicinarsi, e di venire alle strette col nemico, per fare con lui una battaglia manesca. Le artiglierìe gli guastavano da lontano, le bajonette da vicino; ma le morti non gl'intimorivano, anzi piuttosto gl'infierivano. Nei due primi giorni ruppero parecchie volte i repubblicani; ma questi, come destri, e sperimentati soldati, tosto si rannodavano. Nè la notte arrecava riposo; perchè se al chiaro più si udivano le grida dei combattenti, al bujo più si udivano quelle degli straziati; e pure neanche di notte si perdonava alle ferite ed alle morti. Accresceva il terrore, che in tutti i villaggi circonvicini un suonare di campana e martello spesseggiava senza intermissione, ed i contadini accorrevano in folla variamente armati in ajuto dei cittadini combattenti. Non era guerra in un sol luogo, ma guerra dappertutto e dappertutto si versava sangue o per uccisioni agglomerate fra corpi grossi, o per uccisioni spicciolate fra masse vaghe ed erranti, e fra guerrieri isolati. Continuavano a Napoli le carnificine; vi si aggiungeva furore a furore. Fumavano al tempo stesso le incenerite terre dell'Abruzzo, del Sannio, e della Campania, che la rabbia di guerra, e la soldatesca rabbia avevano agli ultimi e più miserandi casi ridotte. Nuovi vespri siciliani, e nuove vendette di vespri siciliani si agitavano. Un Proni assassino guidava le genti arrabbiate, i curati coi crocifissi le animavano; solito costume dei civili furori, e delle popolari guerre. Fumava Castelforte arso da Rey: mescolavavisi alle fiamme il Napolitano sangue sparso dal capitano Francese, perchè tal era stata la resistenza, e tale la ostinazione dei difensori, che gli abbisognò prender d'assalto non solamente le mura, ma le case ad una ad una, dalle quali piovevano palle, sassi, travi, acqua, ed olio bollenti. Grondava sangue l'egregia Isernia per opera di Monnier irritato pel valore più che umano, col quale i terrazzani, ajutati dalla gente venuta dal contado, l'avevano difesa; d'assalto presa, fu sottoposta a quanto di più crudele, e di più empio sogliono pruovare le infelici città prese d'assalto; ma qui le abbominevoli cose furono anche maggiori, perchè era una guerra tra gente stimata nemica di Dio, e tra gente stimata assassina: nascevano opere da una parte e dall'altra più che di barbari. Le Caudine Forche superate con singolar valore ed arte da Broussier, tiepide ancor esse di sangue paesano ed estero, attestavano le battaglie valorosamente combattute da ambe le parti, ma più felicemente, che nell'antichità, dagli esteri, più infelicemente dai paesani. In questa guisa travagliavano al tempo medesimo gli Abruzzi, il Sannio, la Campania, e la popolosa Napoli. Città incenerite, turbe uccise, superstiti addolorati, un calpestìo di guerra tremendo tra Capua e Napoli, e dove mancavano le forze, suppliva il furore. Non mai i Francesi si trovarono ridotti a sì duro passo, nè mai con tanta valenzìa sostennero un urto di guerra. Infine un buon consiglio fece sopravvanzare i repubblicani. Championnet mandava Lemoine, e Duhesme a ferire con truppe fresche, strigatesi testè dagl'impacci dei monti, il fianco destro dei combattenti lazzaroni, i quali, affievoliti dalla fatica e dalla strage, andarono in volta, sparsi e sanguinosi riparandosi in Napoli.

Mentre nel raccontato modo si combatteva, Moliterni recatosi in mano, non solamente il castello di Sant'Elmo per mezzo de' suoi fidati, ma ancora quello dell'Uovo, vi aveva inalberato il vessillo tricolorito in segno di pace e di possessione verso Championnet. Spediva anzi a lui uomini a posta, perchè accordassero il modo di rimetter in poter suo la città. Tentò anche il castello del Carmine; gli fu sdegnosamente risposto dal presidio. Ma quando i lazzaroni superstiti alla passata uccisione videro sventolare su quei due forti le odiate insegne, tosto tornarono su i furori, e di nuovo prese le armi, si accingevano a voler impedire ai francesi la possessione. Facevano esortazioni, parte feroci, parte ridicole, ordinavano processioni di San Gennaro, si armavano, si rannodavano, s'incitavano: da capo ricominciarono a dire, che non temevano nè santi, nè diavoli, nè Francesi, e che non volevano repubblica, e che l'avrebbero veduta. Nè si rimasero alle minacce; perchè assaltato impetuosamente Capochino e Capodimonte, ne ebbero a viva forza cacciati i Francesi, che poi tornati più forti rincacciarono di bel nuovo i lazzaroni. A porta Capuana succedeva una battaglia asprissima, prima colla peggio dei Francesi, poi colla peggio dei Napolitani: magnifici edifizj incesi a bella posta per necessità dai Francesi. Facevano anche forza di entrare verso il palazzo reale per la protezione dei castelli Sant'Elmo, e dell'Uovo; ma i lazzaroni essendosene accorti, contrastavano con grandissima gagliardìa il passo. Pendeva tuttavìa in bilico la fortuna, quando ecco calare dai castelli Moliterni con le sue genti, ed assaltar alle spalle coloro, che loro capo l'avevano creato. Seguitava un durissimo combattimento fra i popolani ed i repubblicani, finchè questi superarono del tutto gli avversarj, cinti e bersagliati da tutte le bande. Allora i Francesi, benchè i lazzaroni ancora in quest'ultimo frangente fortificassero le strade con isteccati, e combattessero dalle case con ogni sorta d'armi, si fecero forzatamente strada sino al palazzo reale, e l'occuparono. Poco poscia un'altra squadra di Francesi preceduti da novatori del paese, s'introdussero per forza nella contrada principale di Toledo, e se ne fecero signori. Tuttavìa combattevano ancora sparsamente i lazzaroni con pericolo di sacco e d'incendio: il castel del Carmine appresentava un duro intoppo a superarsi. Per risparmiare il sangue, e terminar totalmente quelle moleste battaglie con altro che con armi, uomini astuti, per suggerimento dei novatori, insinuarono ai lazzaroni, che saria bene mandar a sacco il palazzo del re. A tale suono quegli uomini privi di tanti compagni uccisi, e straziati essi medesimi da tante ferite ricevute in difesa del re (io narro cose strane ma vere) si calarono, e rinunziando alle armi, misero in preda le reali spoglie. Alcuni dei Francesi fra i più perduti, che alla guardia del palazzo se ne stavano, si mescolarono coi rapitori Napolitani nella medesima infamia. Restava, che il castello del Carmine cedesse. Si venne all'assalto, perchè il presidio non volle mai udire parole d'accordo. Ostinatamente vi si difesero; pure infine il forte cesse in poter dei repubblicani: la sanguinosa Napoli tutta era in potestà loro. Ma rimarrà eterna memoria dello sforzo fatto da un popolo forte, il quale, ancorchè fosse privo di capi, per poco non metteva a distruzione un esercito famoso per tante vittorie, e l'avrebbe anche fatto, se alla forza non si fossero congiunte le insidie.