Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV
Part 10
Intanto si continuava nelle dissimulazioni. Scrivevano al governatore di Torino assicurandolo, che quanto si faceva, solo si faceva per modo di cautela, e che se per questo si attentasse di por le mani addosso ad un solo amatore di libertà, o Francese o Piemontese che si fosse, incendierebbero la città, e farebbero, che di lei pietra sopra pietra non restasse. Il governo pubblicava un manifesto, con cui esortava gli abitatori a starsene quieti, chiamava i francesi gli alleati più fedeli che si avesse, affermava che niuno niuna cosa aveva a temere da loro. Mentre si appiccava questo manifesto sui muri, ecco giungere le novelle, che già erano prese Novara, Susa, Chivasso, Alessandria, che già Torino era stretto da ogni parte da gente nemica, che già le truppe regie sorprese, ed assaltate all'impensata, erano state disarmate, e poste in condizione di prigioniere. Vide allora il re, che ogni speranza era spenta, che i fati repubblicani prevalevano, ch'era perduto il regno, che mille anni di dominio nella sua reale casa erano giunti al fine. Restava, poichè perdeva la potenza, che non perdesse l'onore; volle che i posteri sapessero, che periva innocente. Pubblicava adunque Priocca il dì sette decembre quest'ultime parole: «Dopochè col manifesto di ieri, pubblicatosi dal governatore di questa città, si son fatte note al pubblico per ordine di Sua Maestà le dichiarazioni del generale Francese, comandante nella cittadella, e le intenzioni della Maestà Sua sempre pacifiche ed amichevoli verso i Francesi, è venuto a notizia di essa Maestà, che vari corpi di truppe Francesi siensi impadroniti di Chivasso, Novara, Alessandria e Susa, con aver fatto prigionieri gli rispettivi presidj di regia truppa. Sì fatto avvenimento non può ad altro attribuirsi, che ai sospetti calunniosamente insinuati dai nemici di Sua Maestà nell'animo dei Francesi, onde far loro concepire il vano timore, che declinando la Maestà Sua dalla fedeltà dovuta ai pubblici trattati, abbia potuto entrare in concerti opposti agl'interessi della repubblica Francese. Sua Maestà ha dato mai sempre al governo Francese le più autentiche e notorie pruove di esatta fede nell'osservanza dei patti con esso stabiliti. Guidata costantemente dalla mira di allontanare maggiori calamità dai suoi amatissimi sudditi, ha sempre mai aderito alle richieste della repubblica Francese, ora di tratte di generi, ora di vestiari, ora di munizioni per l'esercito d'Italia, sebbene oltrepassassero le sue obbligazioni, e riuscissero di sommo aggravio al regio erario: per assicurare la tranquillità dello stato, ha consentito a porre in mano dei Francesi la cittadella di Torino: invitata a fornire all'esercito Francese la parte di truppe stipulate nel trattato d'alleanza, vi si è dichiarata pronta nel giorno stesso della richiesta, ha dato senza ritardo gli ordini opportuni per la riunione della parte suddetta, ed ha spedito un ufficiale presso al generalissimo di Francia per concertare con lui intorno al modo di regolarne le mosse ed il servizio: nè ha tralasciato di spedire a Parigi per trattare colà sull'altra domanda statale pur fatta della rimessione dell'arsenale, a cui non credette di dover aderire, come non appoggiata al trattato d'alleanza, non meno che sopra vari altri oggetti di comune interesse. Mentre si aspetta l'esito dei negoziati presso il governo Francese, e presso il suo generale in Italia, si prendono dai Francesi stanzianti nella cittadella di Torino le più valide risoluzioni di difesa verso la città medesima, si ritira nella cittadella l'ambasciadore della repubblica, facendo togliere dal suo palazzo lo stemma della medesima, si arresta un regio corriere proveniente da Parigi con dispacci diretti alla legazione di Spagna, ed ai ministri di Sua Maestà; e finalmente si occupano colla forza le città di Novara, Alessandria, Chivasso e Susa. Sua Maestà vivamente commossa da sì inopinati eventi, ma sempre intenta ad allontanarne dei più funesti, non ha tralasciato di tentare ogni via di trattato coll'ambasciatore, sì per mezzo de' suoi ministri, sì col prevalersi dei buoni uffizi di una corte amica, ed ha perfino spedito un uffiziale al generalissimo, onde tentare ogni mezzo di arrestare i progressi delle calamità minacciate. Sua Maestà conscia a se stessa di non aver mancato ai sacri doveri di fedeltà verso gli amici, e di amore verso i suoi sudditi, vuole che sia a tutti nota la sua leale e sincera condotta, e la protesta che fa al cospetto di tutti, di non avere dato motivo alle disavventure, che sovrastano agli amati suoi sudditi, alla fedeltà ed all'affezione dei quali essa corrisponde mai sempre con affettuosa tenerezza».
Così parlava un re di Sardegna venuto in forza altrui, ma anche queste generose querele, e queste giuste difese gli vennero poco dopo interdette, ed anzi imputate a delitto da chi non solo abusava della forza propria, ma ancora si sdegnava della ragione altrui.
Intanto, perchè si venisse a conclusione, si moltiplicavano le arti e gli spaventi: si parlava, che a nissun'altra condizione sarebbero i Francesi contenti, che all'abdicazione. Cedessi al fato, nè v'era modo di ostare, giacchè Carlo Emanuele era chiamato a distruzione dal suo alleato. L'atto di abdicazione fu accordato, e stipulato il dì nove di decembre in Torino, per parte della repubblica dal generale Clauzel, e per parte del re da Raimondo di San Germano, personaggio di molta, anzi di unica autorità appresso di lui. Non si soddisfecero i repubblicani di torgli lo stato, ma vollero anche amareggiarlo, obbligandolo a ritrattarsi pubblicamente del manifesto del giorno sette, ed a mandar Priocca in mano loro nella cittadella, come sicurtà di non resistenza, e come testimonio di ritrattazione. Vollero eziandio, essendosi persuasi che il duca d'Aosta fosse mosso da avversioni eccessive contro di loro, e capace di venire a qualche tentativo d'importanza, che anch'esso sottoscrivesse l'abdicazione. Per questa cagione si legge sul fine dell'atto, dopo il nome di Carlo Emanuele, quello di Vittorio Emanuele con queste parole: _io prometto di non dare impedimento all'esecuzione di questo trattato_. Fu in buon punto pel re, e per tutta la sua famiglia, che Grouchy, e Clauzel con tanta pressa lo avessero sforzato alla rinunzia; conciossiacosachè aveva il direttorio comandato, che fossero condotti in Francia, compiacendosi nel pensiero di mostrare ai repubblicani, come a guisa di trionfo, un re e molti principi debellati e cattivi. Ma Taleyrand, al quale se piacevano le opere astute, non piacevano le giacobiniche, aveva mandato a Joubert, innanzi che spedisse gli ordini del direttorio, che sforzasse presto il re alla rinunzia, non imponendo la condizione della cattività dei reali. Dal che ne seguitò, che già avevano fatto la rinunzia, e già erano arrivati a Parma, quando pervenne a Joubert gli spacci per la cattività loro. Clauzel, che aveva richiesto sui primi negoziati la persona del duca d'Aosta, come ostaggio per la osservanza dei patti, e qualche timore del suo nome, udite le rimostranze del re e della regina, facilmente se ne rimase: il che fu cagione, che il re il presentasse della celebre tavola di Gerardo Dow, in cui è dipinta con tanta maestria la idropica.
Accordossi nell'atto dell'abdicazione, che il re rinunziava alla sua potestà, e comandava ai Piemontesi, che obbedissero al governo temporaneo da instituirsi dal generale di Francia: comandava altresì a' suoi soldati, che come parte dell'esercito Francese si sottomettessero al generale medesimo; che il re disdiceva il manifesto del giorno sette, e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella; che il governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e le proprietà; che i Piemontesi, che desiderassero spatriarsi, il potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile, e di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti, che volessero ripatriarsi, medesimamente il potessero fare, e ricuperassero tutti i diritti loro: potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia ritirarsi in Sardegna: finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti, e scorta mezza Francese, e mezza Piemontese; se il principe di Carignano eleggesse o di rimanersi in Piemonte, o di andarsene, sì liberamente il potesse fare, con godersi, o con disporre de' suoi beni; incontanente si suggellassero gli archivi, e le casse dell'erario: non si accettassero nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche alla Francia.
Creava Joubert governo, che per modo di provvisione, ed insino a tanto che i tempi permettessero un assetto definitivo, reggesse il Piemonte. Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono, Galli, Braida, Cavalli, Baudissone, Rossi, Sartoris; poi per un secondo Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate qualità, ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù, o per altezza di cariche, o per nobiltà di natali, e molti per tutte queste qualità insieme; nè erano certamente degni di governare in tempi sì miseri la patria loro ridotta in forestiera servitù. Che se l'ambizione guidava alcuno di loro, bene non indugiarono a conoscere, quanto fosse amaro il servire altrui; perciocchè in breve, non per colpa propria, ma dei tempi, perdettero presso i compatriotti loro la confidenza, presso i forestieri l'amicizia: tempi funestissimi, in cui si distruggevano i governi antichi per rabbia, si corrompeva l'onorato nome dei buoni per compagnìa.
Grouchy, conseguita una tanta mutazione, sforzava i soldati Piemontesi a giurare in nome della repubblica Francese: il che fecero piuttosto sbalorditi dal caso, che per volontà deliberata. Aggirati da accidenti tanto insoliti, e comandati dal loro signore, non si erano mossi ad alcuna impresa. Solo il reggimento dei cacciatori di Colli, che aveva le stanze al Parco, mezzo miglio lontano da Torino, voleva sdegnosamente correre a dar l'assalto alla cittadella, e l'avrebbe anche fatto, se i capi non avessero frenato quell'impeto più lodevole che considerato. Poco stante arrivava nella cittadella il generalissimo Joubert, il quale continentemente portandosi, non volle udire le proposte di regali, che i repubblicani erano venuti offerendogli. Bensì diedero trecento mila lire di Piemonte ad un certo Roccabruna, che era suo aiutante, repubblicano assai focoso, siccome ne faceva professione, ma che sotto quel titolo feudatario di Roccabruna altri non era, che un certo Matera Napolitano.
Damiano di Priocca andava a porsi in cittadella in potestà dei repubblicani. Ma quali fossero più degni di compassione del carcerato, o dei carceratori, giudicheranlo gli uomini diritti e dabbene. Scrivelo anche la storia, che, come la giustizia gl'innocenti dai rei, sebbene a passo lento, così i buoni dai tristi distingue, ed ai posteri secondo le opere loro raccomanda. Sarà Priocca, finchè fia in pregio la virtù fra gli uomini, lodato e celebrato, come esempio di quanto possano un animo forte, una mente sana, una sincerità singolare, ed una fede inalterabile. Sogliono le repubbliche o adulare, o calunniare, o uccidere i loro cittadini grandi. Sogliono le monarchìe, ogni cosa al re riferendo, soffocare la fama e le opere egregie dei servitori magnanimi. Ma non potranno tanto o una invidia consueta, o una prudenza ingrata, che non passi Priocca ai posteri, non solo lodato, ma ancora amato e riverito, come uno degli uomini, dei quali l'Italia e l'umanità più si debbono pregiare. Servì senza ambizione lo stato; tollerò senza abiezione il carcere e l'esiglio, e quel che più degno è di lode, questo è, che sopportò con equalità d'animo la calunnia; e mentre nei tempi che seguirono, i suoi persecutori corsero, per amor dell'oro e della potenza, agli allettamenti altrui, se ne visse e morì Priocca oscuro, modesto, temperato, e contento in Pisa, ancorchè fosse stato più volte chiamato alle ambizioni da chi tanto poteva, e tanto amava tirar dietro a se, come mezzo di potenza, gli uomini venerandi. Non fu da noi conosciuto Priocca nè per beneficio, nè per ingiuria, nè mai il volto suo vedemmo; ma bene abbiamo tanto conosciuto l'animo di lui, che l'essere nati nel medesimo paese, che egli, ci rechiamo a parte di gloria.
Abbandonava il re, abbandonavano i reali di Piemonte la gloriosa sede degli antenati loro. Era la notte fra le nove e le dieci della sera, oscura e piovosa; occupava la città un alto terrore: scendevano al lume dei doppieri le scale, ed usciti dalla porta, che dà nel giardino, e quivi in carrozza montati per l'altra porta, che è tra le due del palazzo e del Po, alla strada maestra di verso Italia pervenivano. Lasciava il re nelle abbandonate stanze per una continenza, che mai non si potrà abbastanza lodare, e per debito di religione, come protestava, le gioie preziose della corona, tutte le argenterie, e settecento mila lire in doppie d'oro in oro. Alcuni fra i principi piangevano; il re e la regina mostravano una grandissima costanza. Scortavangli ottanta soldati a cavallo Francesi, altrettanti Piemontesi: gli accompagnarono insino a Livorno, di Piemonte. Corse fama, e fu anche affermato, che o per timore volontariamente, o perchè fossero dai cieli serbati a tanta indegnità, a ciò costretti dai soldati repubblicani, acconciassero ai cappelli loro le nappe di tre colori; ma io non lo posso dir per certo; certo è bene, che i valletti, mentre la real famiglia scendeva le scale del palazzo, andarono cercando a tutta fretta le nominate nappe. Condussersi gli esuli principi in Parma, poi in Firenze: quivi furono accolti dal gran duca, come si conveniva al grado, alla parentela, ed alla disgrazia. Fu suggellato il palazzo reale dal commissario del direttorio Amelot, e dall'architetto Piacenza, architetto del re. Ma alcuni giorni dopo, rotti i suggelli da uomini rapacissimi, furono portate via le gioie, e le altre suppellettili preziose, alle quali Carlo Emanuele per la sua illibatezza e sincerità aveva, partendo, portato rispetto.
Così ruinò la casa reale di Savoja. Non so ora, se mi debba raccontare l'intimazione di guerra fatta il dì dodici decembre dal direttorio, quando già la guerra non solo era stata fatta, ma anche terminata con la distruzione dell'autorità regia in Piemonte. Accusò il direttorio con isfrenatissime parole le coltella, i veleni, gli assassinj; disse, che il re di Sardegna s'intendeva con quel di Napoli; tacciò di perfidia la corte per non avere, come affermava, pubblicato in tutti i suoi stati il trattato di pace; allegò che favorisse ed incitasse i fuorusciti, ed i preti non giurati a macchinare contro la repubblica; che con modi orribili ed immani facesse assassinare i Francesi con coltella e con stiletti; che facesse uccidere i Francesi implicati nel moto di Domodossola, dopo promesse di perdono; che il duca d'Aosta, qual altro vecchio della montagna ordinasse e pagasse sicari, acciocchè amazzassero i Francesi: che il governo del re facesse avvelenare i fonti a morte certa dei Francesi; che insultasse i Francesi; che imprigionasse gli amici della repubblica; che chiamasse all'armi i soldati provinciali quando Napoli assaltava Roma; che quasi assediasse la cittadella; che munisse d'artiglierie i monti, che la signoreggiano. Le quali furibonde querimonie in quale conto si debbano tenere, facilmente potrà giudicare chi attentamente avrà letto il presente libro di queste mie storie.
Partito il re da Livorno di Toscana in sull'entrare del novantanove, arrivava il dì tre di marzo in cospetto di Cagliari. Quivi vistosi in potestà propria, e considerato, che le deliberazioni generose, e magnanime nascono anche, e finalmente piene di comodità e di profitto, volle fare manifesto a ciascuno, e pubblicò solennemente, che l'onore della sua persona, l'interesse della sua famiglia e de' suoi successori, e così medesimamente le sue congiunzioni di amicizia con le potenze amiche, da lui, come di un debito sacro, richiedevano, che altamente, ed in cospetto di tutta Europa protestasse contro gli atti, per forza dei quali era stato costretto ad abbandonare i suoi territorj di terraferma, ed a rinunziare per un tempo all'esercizio della sua potenza. Dichiarava ed affermava, fede e parola di re, che non solamente non aveva mai violato, neanco menomamente i trattati fatti con la repubblica Francese, ma che anzi tutto al contrario, gli aveva con tale scrupolosità, e con tali dimostrazioni di amicizia e condiscendenza osservati, che di gran lunga aveva ecceduto gli obblighi contratti con la repubblica; che era notorio a ciascuno che egli ogni pensiero, ed ogni cura aveva continuamente posto, perchè ogni cittadino Francese, e principalmente i soldati, che o ne' suoi territorj stanziavano, o per loro passavano, fossero da tutti rispettati e sicuri, perchè coloro, che gl'insultassero, fossero frenati, e puniti, e perchè anzi si calmassero gli sdegni di coloro, che mossi da giusto risentimento per oltraggi ricevuti dai soldati licenziosi fossero trascorsi contro di loro ad atti violenti. Protestava medesimamente ed affermava, fede e parola di re, contro ogni scritto, ovunque fosse pubblicato, per cui venisse ad insinuarsi, che sua maestà avesse avuto intelligenze segrete con le potenze nemiche alla Francia; che in pruova di cotesto si riferiva, e con intiera fede si riposava, non solamente sui rapporti mandati al governo Francese, e su quanto i suoi generali avevano detto, e scritto più volte, ma eziandio sulle sincere testimonianze che i ministri, e i rappresentanti delle potenze, che sedevano in Torino, avevano mandato alle loro rispettive corti; che poteva vedere, e giudicare facilmente ognuno per se, e solo dai fatti noti a tutto il pubblico, che l'avere aderito a quanto gli fu imposto dalle superiori forze della repubblica, solo era temporaneo, ed altro fine non poteva avere, se non quello di allontanare dai suoi sudditi in Piemonte quelle calamità, che una giusta resistenza avrebbe partorito, essendo stato il re oppresso da un assalto improvviso, assalto, che non avrebbe mai dovuto aspettarsi da parte di una potenza sua alleata, e nel momento stesso, in cui per richiesta di lei aveva posto le proprie forze nel grado della più profonda pace. Mossa da tutti questi motivi si era sua maestà risoluta, tostochè in poter suo fosse, di far nota a tutte le potenze d'Europa l'ingiustizia del procedere dei generali ed agenti Francesi, e la nullità delle ragioni addotte nei manifesti loro, e d'invocare altresì al tempo stesso la sua rintegrazione nei dominj de' suoi maggiori.
Questi lamenti e proteste del re, quando il confessare l'intelligenze avute coi nemici della Francia, se fossero state vere, gli sarebbe stato utile, e conducevole alla rintegrazione, dimostrano, non solamente sincerità, ma ancora grandezza d'animo. Così acquistava lode nella disgrazia, mentre la prosperità fruttava infamia al direttorio.
Accoglievano i Sardi, come ben si conveniva, con dimostrazioni di rispetto e d'amore l'esule stirpe d'Emanuele Filiberto.
LIBRO DECIMOSESTO
SOMMARIO
Guerra nello stato Romano. I Napoletani cacciati da Championnet. Mack, generale dei regj, si ritira, e fa un suo principale alloggiamento a Capua. Il re Ferdinando si ritira in Sicilia. Le provincie tumultuano contro i Francesi, Napoli stessa si muove a furia di popolo contro di loro. Feroci battaglie tra i Francesi ed i lazzaroni. I Francesi entrano in Napoli. Continente condotta di Championnet: crea a Napoli un governo provvisorio; è richiamato dal direttorio, e perchè: gli vien surrogato Macdonald. I popoli delle province si muovono quasi universalmente contro i Francesi. Mossa importante del cardinal Ruffo. Guerra terribile, crudele, e sanguinosa. Rivoluzione di Lucca. Accidenti gravi del Piemonte: domanda la sua unione alla Francia. Scherer surrogato a Joubert nel supremo grado dell'esercito d'Italia, e perchè. Nuova guerra. Scherer vinto da Kray a Verona, poi a Magnano. I Russi sotto la condotta di Suwarow arrivano in Italia ad ingrossar gli Austriaci. Moreau subentra a Scherer, e combatte infelicemente a Cassano: si ritira prima ad Alessandria, poi sul territorio Ligure oltre gli Apennini. Milano in poter dei confederati. Moti incomposti dei Piemontesi. Suwarow arriva in Piemonte, e vi crea un governo provvisorio. Presa della cittadella di Torino. I repubblicani d'Italia o sono carcerati, o si ricoverano in Francia: benevolenza dei Francesi verso di loro.
Mentre la sede antica dei re di Sardegna diveniva preda dei repubblicani, più abili a sconvolgere, che ad ordinare, le sorti della parte meridionale d'Italia imprudentemente, e forse temerariamente tentate dal re di Napoli, partorivano accidenti insoliti e terribili. Non aveva il generale Mack trovato nello stato Romano quel seguito, che si era concetto colla speranza, poichè l'essersi ritirati, ma intieri, non rotti, i Francesi, e la fama ancor fresca del loro valore, davano timore che, ove fossero ingrossati, si precipitassero di nuovo alle offese con danno estremo di coloro, che troppo vivamente si fossero scoperti contro di loro. Nè ignoravano i popoli, che sebbene un odio grande ai nuovi repubblicani si portasse, non pochi erano, che con le ricchezze, con le esortazioni, e con tutta l'opera loro gli secondavano: il che faceva che ognuno credesse, che la parte loro fosse maggiore di quello, che era veramente. Ne nasceva altresì, che i Francesi erano, per mezzo degli aderenti, ottimamente informati di quanto più importava loro sapere per la salute dell'esercito. Il terrore poi concetto per le infelici pruove fatte contro i medesimi in parecchie parti d'Italia, massimamente il caso spaventoso di Verona, teneva sospeso l'animo di ognuno, impediva che si movesse cosa alcuna contro i repubblicani, e frenava i popoli desiderosi di prorompere. Nè potevano persuadersi facilmente, che le truppe Napolitane, di cui si conoscevano piuttosto i vanti che i fatti, fossero abili a resistere a genti tanto riputate per esperienza e per valore: la troppo facile vittoria, essendosi i Francesi ritirati piuttosto volontariamente, che per battaglie infelicemente combattute, aveva allontanato dai Napolitani ogni occasione di mostrare ciò, che potessero contro quei campioni formidabili della repubblica, per modo che era la fama dei repubblicani intatta, quella dei regj dubbia. Per la qual cosa dalla occupazione dei territorj in fuori, acquistati piuttosto senza contrasto, che per forza, la riputazione e la probabilità della vittoria stava tuttavia dal canto dei vincitori audacissimi d'Italia. Si aggiungeva, che sebbene i Romani odiassero i Francesi, non amavano però i Napolitani, e pareva loro di uscire da una servitù abbominata per sottentrare ad un'altra forse non meno odiosa. Nè il procedere dei Napolitani era atto a rattemperare gli odj; perchè oltre le parole al solito gonfiamente lanciate, il che irritava la Romana natura assuefatta a mirar al reale, non al vano, i fatti erano piuttosto da conquistatori provocati, che da amici chiamati, e l'Italia andava a sacco e da chi pretendeva liberarla con parole di libertà, e da chi pretendeva liberarla con parole di conservazione. Tutte queste cose non erano nascoste a Mack, e però argomentando, che la guerra era piuttosto incominciata di nome che di fatto, e che se con qualche fazione importante, in cui si venisse al sangue, non dimostrava che le mani fossero tanto forti, quanto le lingue pronte, il tempo avrebbe presto condotto una mutazione di fortuna, si deliberava ad andar all'incontro delle armi repubblicane. Del che tanto maggiore necessità gli sovrastava, quanto Championnet raccoglieva genti in fretta, e continuamente s'ingrossava.