Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III
Part 21
«Ebbi, cittadino, la vostra lettera dei tre annebbiatore; nulla compresi al suo contenuto. Forse non bene i miei concetti vi spiegai. Non ha la repubblica Francese vincolo alcuno di trattato, che ci obblighi di anteporre ai nostri interessi, ed ai nostri vantaggi quei della congregazione di salute pubblica, o di verun altro uomo di Venezia. Non mai la repubblica Francese fece la risoluzione di far la guerra per gli altri popoli. Vorrei sapere, qual sia il precetto o di filosofia, o di morale, che comandi, che si sacrifichino quarantamila Francesi contro il desiderio espresso della nazione, e l'interesse vero della repubblica Francese. So, e sento, che nulla costa ad un branco di ciarloni, che meglio contrassegnerei chiamandogli pazzi, di volere la repubblica universale. Vorrei, che questi signori facessero con me una guerra d'inverno. Inoltre la nazione Veneziana più non è. Divisi in tanti interessi, effeminati e corrotti, tanto codardi quanto ipocriti, i popoli d'Italia, e spezialmente il Veneziano, poco son fatti per la libertà. Se il Veneziano è in grado di pregiarla, la occasione gli è aperta per pruovarlo: ch'ei la difenda. Non ebbe nemmeno il coraggio di conquistarla contro alcuni vili oligarchi; non seppe per qualche tempo difenderla nella città di Zara, e forse, se in Alemagna fosse entrato l'esercito, noi avressimo veduto, se non rinnovellarsi le tragedie di Verona, almeno moltiplicarsi gli assassinj che sull'esercito i medesimi effetti partoriscono. Del rimanente la repubblica Francese non può dare, come par che si creda, gli stati Veneziani; non è già punto perchè questi stati per dritto di conquista non appartengono in realtà alla Francia, ma perchè non è massima del governo Francese di dare alcun popolo. Adunque allora quando l'esercito Francese sgombrerà il paese, potranno i diversi suoi governi fare quelle risoluzioni, che più crederanno utili alla patria loro. Vi diedi carico di conferire con la congregazione di salute pubblica intorno alla evacuazione, che è possibile, che l'esercito faccia, acciocchè potessero appigliarsi ai partiti più utili e pel paese, e per gl'individui che eleggessero ritirarsi nei paesi uniti alla repubblica Cisalpina, e riconosciuti, e guarentiti dalla Francese. Voi parimente avete lor fatto a sapere, che coloro, i quali amassero seguitare l'esercito Francese, avrebbero tutto il tempo necessario, perchè possano vendere i loro beni, qualunque abbia ad essere il destino del loro paese, e di più, ch'io sapeva, che era intento della repubblica Cisalpina di conferir loro il titolo di cittadini. Il mandato vostro là debbe terminarsi. Del resto, ei faranno a posta loro quanto vorran fare. Voi avete loro abbastanza detto, perchè sentano che tutto ancora non è perduto, che quanto accadeva era l'effetto di un gran disegno: che se gli eserciti Francesi continuassero a far la guerra prosperamente contro una potenza, che è stata il nervo ed il cofano di tutta la lega, forse Venezia col tempo potrebbe divenire unita alla Cisalpina. Ma veggo che son codardi, e che non san far altro che fuggire: ebbene, che e' fuggano; non ho bisogno di loro».
A questo modo parlava Buonaparte di coloro, che per cagione di lui perdevano un'antica e nobil patria, che per cagione di lui andavano raminghi ed esuli, che per cagione di lui avevano in tempi tanto sinistri accettato il doloroso carico di servire al paese loro ed alla Francia. A questo modo parlava di loro, solo perchè avevano rifiutato le offerte sue infami, ed abborrito dal contaminarsi le mani nella dazione, e nell'ultimo ladroneccio della infelice patria loro. Da tutto questo anche si vede, con quale sincerità abbia narrato questo accidente l'autore della recente storia Veneziana, poichè non al rifiuto di appropriarsi le spoglie della patria, e di consegnarla essi stessi in poter dell'imperatore, come avrebbe dovuto dichiarare apertamente, ma non so quale altra protestazione dei Veneziani, senza spiegare qual ella fosse, egli attribuisce la collera di Buonaparte. Quando non si adorano le opere generose, e non si ha un orror santo per le vili, non so perchè si scrivano storie.
Rispondeva il generoso Villetard alla lettera del furibondo Buonaparte queste nobili parole: «Non loquaci, non pazzi, non vili, o codardi uomini sono coloro, dei quali nell'ultima mia vi favellava; nè voglion essi che col sangue Francese si faccia loro una repubblica universale. Conosco, come voi, le frasi, conosco la politica, conosco il coraggio di questi sognatori di universali repubbliche: ma parecchi padri di famiglia sono, ma vecchi uomini sono, ma negozianti sono, che atterriti dalla novella della evacuazione del paese loro, e dell'invasione dei soldati dell'imperatore, che ne debbe seguitare, creduto hanno di non aver più diritto di governare quando governare più non potevano che a loro proprio profitto, e che di un'autorità temporanea, non confermata ancora dalla nazione, investiti solamente si conoscevano. Abbiate del resto per certo, che da radice di probità e di altezza d'animo, pur troppo a' nostri giorni rare, procede il rifiuto di espilare a profitto della parte democratica la Veneziana nazione».
Ma per toccare il fondo della risposta di Buonaparte, se non aveva la Francia nissun obbligo di trattato verso Venezia, non si vede perchè il generalissimo invocasse un trattato quando si trattava di rubarla; perchè, se non più onorevole, almeno più sincero sarebbe stato il chiamar rubare il rubare, e non chiamarlo pigliarsi le cose promesse dai trattati. Da un altro canto s'intende benissimo, che Buonaparte non era obbligato a far ammazzare quarantamila Francesi per conservar Venezia libera; ma s'intende anche benissimo, che non era colpa dei Veneziani, se la Francia voleva serbar per se i Paesi Bassi, e la sponda sinistra del Reno, e Magonza, e la Lombardìa Austriaca, e Mantova, e Corfù. Che Venezia pagasse per altri si vede, perchè pagò; ma che vi fosse obbligata, è argomento nuovo, e degno dei tempi. Taccio gl'incentivi dati ai Veneziani verso la libertà dal direttorio, da Buonaparte, e dai suoi generali, ed agenti, perchè sono vituperj a chi voleva dar Venezia in preda all'imperatore. Rivoltare per tradire era certamente opera nefanda.
In tanto precipizio dell'antica patria, pensarono i municipali, poichè la forza dominava, che la volontà almeno si esprimesse. Adunarono i popolari comizj, affinchè deliberassero, se i Veneziani volevano conservar la libertà. Nissun oratore parlò in cospetto del popolo; i soli desiderj spontanei operavano, soli sacerdoti raccolsero i voti: fu il voto per la libertà. I municipali deputavano Sordina, Carminati, Dandolo e Giuliani, acciocchè andassero a Parigi, portassero al direttorio il voto, e lo pregassero, che permettesse, che i Veneziani s'armassero per difendere la libertà. Coi medesimi fini mandavano un'altra deputazione a Buonaparte a Milano; ma ei fece arrestar in viaggio i deputati, orribile comandamento. Così, se i Veneziani non s'armavano, gli chiamava vili, se volevano armarsi, gli trattava da rei, e si vede di che fosse pregno quel capitolo inserito nel trattato di Campoformio, che la repubblica Francese consentiva, che l'imperatore d'Alemagna possedesse Venezia. Il dir consentire, quando si sforza, mi pare un'astuzia piuttosto ridicola e stomacosa, che altro.
Serrurier, non temendo di maculare lo splendore de' suoi fatti, accettata da Buonaparte la suprema autorità in Venezia, ed il mandato di fare la gran consegna, svaligiati prima, secondo i comandamenti avuti, i fondachi pubblici del sale, e del biscotto, spogliato avarissimamente l'arsenale, rotte o mutilate le statue bellissime, che in lui si miravano, fatto salpare le grosse navi, affondate le minori, rotte a suon di scuri le incominciate, arso in San Giorgio, a fine di cavarne le dorature, il Bucentoro, reliquia veneranda per la memoria dell'antiche cose, e per le opere eccellenti di scoltura che l'adornavano, rovinata e deserta ogni cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni, lietissimi di tanto maravigliosa conquista, la città di Venezia. Faceva il popolazzo qualche allegrezza, onde si accresceva il dolore universale; i democrati, o fuggiti, o nascosti; dei patrizi, i più piangevano, alcuni andavano alle ambizioni nuove. Francesco Pesaro, mi vergogno, e mi sento addolorare in dirlo per la contaminata fama di lui, riceveva, come commissario imperiale, i giuramenti.
Così perì Venezia. Ora, quando si dirà Venezia, s'intenderà di Venezia serva: e tempo verrà, e forse non è lontano, in cui, quando si dirà Venezia, s'intenderà di rottami e d'alghe marine, là dove sorgeva una città magnifica, maraviglia del mondo. Tali sono le opere Buonapartiane.
LIBRO DECIMOTERZO
SOMMARIO
La tempesta si volge contro il papa: macchinazioni in Roma per farvi una rivoluzione. Caso funestissimo dell'uccisione del generale Duphot. La Francia dichiara la guerra al pontefice. Berthier marcia contro Roma, e se ne impadronisce. Atto rogato dal popolo Romano in Campo Vaccino per vendicarsi in libertà. Pio Sesto esposto a indegni scherni. I repubblicani lo sforzano a lasciar Roma, e lo conducono in Toscana. Espilazioni, e spogli di Roma. Risentimenti armati, che ne fanno i Romani. Risentimenti e querele, che ne fanno gli ufficiali Francesi gelosi dell'onore dell'esercito. Si bandisce la repubblica Romana, e le si dà una costituzione. Provvisioni di Pio Sesto circa i giuramenti.
Gli eccidj si moltiplicavano; continuavasi a spogliar Roma in virtù del trattato di Tolentino; nella quale bisogna con molta efficacia si travagliavano i commissarj del direttorio. E perchè non mancasse in mezzo agli spogli l'adulazione, essendo venuto a notizia loro, che la moglie di Buonaparte desiderava per se alcune belle statue di bronzo, le comperarono, e con le involate a grado di lei le incassarono. Succedeva ad una adulazione di cortesia un'adulazione lagrimevole; perchè, saputisi dal papa il desiderio, e la compera, ne pagava tosto il prezzo, che furono tremila e settecento scudi Romani, perchè la donna se le avesse senza costo. Oltre a ciò il misero papa, oramai vicino alla sua ora estrema, credendo, certamente con molta semplicità, di aver a fare con uomini esorabili, apparecchiava una collana di preziosi camei, perchè fosse offerta da sua parte in dono alla signora. Parvero queste cortesie, e questi omaggi fatti in un momento, in cui ogni cosa era a un di presso giunta al suo fine in Roma, nobili al Cacault, ministro del direttorio. Forse era nobile l'offerirgli, ma se fosse nobile l'accettargli in quel momento, lascio giudicar a coloro, che conoscono la civiltà e l'onestà del procedere. Le casse intanto piene delle Romane spoglie poste sui carri, partivano dalla desolata Roma. Se le vedeva il popolo Romano, e le rimirava con grandissima indegnazione.
Il romano erario era casso pel pagamento delle contribuzioni stipulate nel trattato di Tolentino; le romane cedole scapitavano dei due terzi per centinaio, e non v'era fine al disavanzo che ogni dì cresceva: ogni cosa in iscompiglio, si avvicinava la dissoluzione. Sapevaselo Cacault e per questo non voleva che si facesse una rivoluzione violenta per ispegnere il governo papale, ma bensì, che si lasciasse andare di per se stesso alla distruzione. Solo gli doleva il pensare, che nella borsa segreta e particolare del papa, e del suo nipote, vi fossero ancor denari; e però s'ingegnava a fare, che il pontefice comperasse per tre milioni la terra della Mesola, sperando, come scriveva a Buonaparte, che il trarre quel denaro dallo stato ecclesiastico avesse ad esser cagione, che il fallimento totale delle cedole, che ne seguirebbe, partorirebbe una gran ruina, e necessariamente opererebbe una rivoluzione. I democrati non incitava Cacault, nè aveva partecipazione nelle loro macchinazioni, perchè gli stimava gente dappoco, e credeva che il popolo non gli volesse. Bensì ricercava il papa della libertà dei carcerati; il che veniva in grande diminuzione della riputazione del governo pontificio, condizione funestissima, perchè il tollerargli era pericoloso per l'esempio, il carcerargli pericoloso per la necessità del liberargli. Crescevano la penuria, ed il caro delle vettovaglie; i popoli male si soddisfacevano. A questo contribuivano non poco le tratte dei grani, che il papa era sforzato, perchè richiesto con imperio, a concedere ad alcuni fra gli agenti sì militari che civili della repubblica. Erano queste tratte cose molto pregne, perchè portavano con se assai guadagno. Il papa, oltre la sua età cadente, si trovava infermo di paralisia. S'aggiungevano spaventi, come se il cielo fosse sdegnato contro Roma. La polveriera del castel Sant'Angelo s'accendeva la vigilia di San Pietro con orribile fracasso; furonvi molte morti, e parecchi edifizj rovinati, il Vaticano sì fortemente scosso, che la volta della cappella Sistina fe' di molti peli, e parte diroccava con danno considerabile del famoso Giudizio di Michelagnolo.
S'incominciavano i cavilli, annunziatori di distruzione. Aveva il pontefice fatto disegno di condurre a' suoi soldi il generale Provera. A ciò fecero tosto un gran tempestare gli agenti del direttorio, richiedendo con supremo comandamento, e pena la guerra, dal pontefice, che licenziasse incontanente, e fuori de' suoi stati mandasse il generale Austriaco. Tal era il rispetto, che il direttorio vincitore portava all'independenza di uno stato sovrano, e col quale aveva congiunzione d'amicizia pel trattato di Tolentino.
Alle cagioni politiche, le quali operavano contro il papa, se ne aggiungeva una di una natura molto singolare, e quest'era il pensiero nato in Francia, del voler fondare la religione naturale, che col nome di teofilantropìa chiamavano. Fu a quei tempi questo pensiero attribuito specialmente al quinqueviro Lareveliere Lepeaux; ma sebbene ei l'appruovasse, come mezzo conducente a risvegliare nel cuore degli uomini gli affetti dolci e sociabili, non ne fu però il principale autore. I fautori di questo novello rito miravano ad allontanare la necessità della religione rivelata, e principalmente della cattolica; il perchè si mostravano avversi al papa, come capo e direttor supremo di quanto a quest'ultima religione s'appartiene, e con tutti gli sforzi loro la di lui rovina procuravano.
Era a Cacault succeduto nell'ufficio di ministro di Francia a Roma, Giuseppe Buonaparte, fratello maggiore del generale, uomo di natura assai rimessa, ma siccome indolente e debole, così facile a lasciarsi aggirare da chi voleva piuttosto fare, che aspettare la rivoluzione. Inoltre sapeva qual fosse il desiderio del suo governo, ed anche ebbene mandato espresso, di mutar lo stato in Roma, con questo però, ch'ei facesse le viste di non parervi mescolato. Per la qual cosa era la sua casa piena continuamente di novatori, ai quali dava segrete speranze. Ma siccome nè era soldato, nè d'indole risoluta, mandarono, per dargli spirito, ed ajutarlo a perturbar Roma, i generali Duphot e Sherlock, il primo dei quali si era mostrato assai vivo in quelle faccende dei sovvertimenti Genovesi. Aveva il governo papale avviso delle trame che si macchinavano; e però faceva correre, principalmente di nottetempo, le contrade di Roma da spesse pattuglie, e teneva diligentissime guardie. Ma era fatale, che i tempi soverchiassero la prudenza, e dacchè i ministri di potenze estere, il cui nome suona pace ed amicizia, divenivano seminatori di ribellione, non si potevano più pareggiare le partite. S'avvicinava l'anno milasettecentonovantasette al suo fine, quando nasceva in Roma un caso funestissimo, dal quale scorsero improvvisamente con precipitosa piena quelle acque, che già tanto soprabbondando minacciavano di allagare. La notte dei venzette decembre i soldati urbani givano diligentemente osservando, che cosa accadesse o non accadesse. Trovavano qua e là raccolti in cerchiellini uomini appostati, che portavano nappe alla Francese, la maggior parte sudditi del papa; pure Francesi ancora vi si trovavano, ma in picciol numero. I soldati prudentemente usando, intimavano loro di sgombrare: erano obbediti. Parve il caso d'importanza al governator di Roma. Ordinava più diligenti e più grosse guardie; comandava a tutti i corpi, vegliassero. A notte più buja incontravano le guardie un'altra affollata di genti armate; erano i democrati. Dissero loro, si separassero. Qui nascevano dalla parte degli affollati minacce e derisioni. Seguitava una mischia confusa; un democrato fu morto, due urbani feriti. Il sangue chiama sangue, il terrore già dominava la città. Faceva motto di cotesto il segretario di stato all'ambasciadore Giuseppe, che in quel mentre si divertiva ad una festa di ballo. Rispondeva, farebbe, che i suoi non si mescolassero in quei tumulti, ma non giovava; perchè, o il volesse egli, o nol volesse, si adunavano il dì ventotto nella villa Medici circa trecento democrati, cui ancora non avevano fatti accorti nè la vendita Veneziana, nè la servitù Cisalpina. Era Duphot fra di loro, e con la voce, e coi gesti, e coll'alzar il cappello gli animava a novità: inalberavano l'insegna tricolorita, e facevano un gridare, ed un tramestìo incredibile. Sapeva il governo l'accidente, e per rimedio mandava bande di fanti e di cavalli, che tanto più facilmente disperdevano quegli uomini riscaldati dalle opinioni e dal vino, poichè avevano desinato in copia, quanto altri democrati, che con esso loro dovevano congiungersi, trattenuti da un ordine contrario di Sherlock, non potevano arrivare. Correvano i dispersi, come a luogo sicuro, e come a fonte d'allettamenti al palazzo Corsini, dove aveva le sue stanze l'ambasciatore di Francia. In esso, e nei luoghi vicini si ricoveravano, donde fatti più baldanzosi chiamavano ad alta voce la libertà, e gridavano di volerne piantar le insegne sul Campidoglio.
Roma tutta si spaventava. Mandava il papa contro quella gente fanatica i suoi soldati, i quali, prese le strade per al palazzo Corsini, rincacciavano verso di lui a luogo a luogo i resistenti novatori. Fra quella mischia i pontificj traendo d'archibuso, ferivano alcuni democrati. Il terrore gli occupava: cercavano rifugio nel palazzo dell'ambasciatore, ne empievano il cortile, gli atrj, le scale. Si formavano, così comandati essendo, i soldati del pontefice per rispetto a quell'asilo fatto sicuro dal diritto delle genti. Ma i capi mandavano pregando l'ambasciadore, che sulle somme scale era comparso, frenasse omai quei ribelli, e gli esortasse a partirsene. Qui, o che l'ambasciatore non potesse, o che non volesse fare più efficace dimostrazione, si conteneva dicendo: a lui sarebbero tenuti di quanto occorresse, ma non gli confortava a partire. I democrati intanto, prevalendosi della sicurezza del luogo, con parole e con gesti agl'irati soldati insultavano. Pure non ancora questi prorompevano. Arrivava un reggimento di dragoni mandato dal pontefice per sussidio a tanto tumulto. Questa nuova gente, non potendo più tollerare le ingiurie, fatto impeto, entrava a precipizio nel cortile del palazzo, minacciando con le armi impugnate morte a chiunque incontanente non isloggiasse. Nasceva una mischia, un gridare, un fremere misto, che meglio si può immaginare che descrivere. A sì feroce strepito l'ambasciatore, cui accompagnavano Duphot e Sherlock, mostratosi, s'ingegnava di calmare con le parole, e coi gesti il tumulto: chiamava a parlamento i capi dei soldati. Ma nè i democrati cessavano dagli oltraggi, nè i dragoni pontificj, siccome quelli che si erano infieriti, potevano pazientemente udire cosa alcuna: rispondevano, non volere altro accordo, se non quello, che i ribelli incontanente sgombrassero dal palazzo. Preso allora Duphot da empito sconsigliato, siccome quegli che giovane subito ed animoso era, sguainata la spada, si precipitava dalle scale, e messosi coi democrati gli animava a volere scacciar i soldati pontificj dal cortile. In tale forte punto (a questo serbavano i cieli l'infelice Roma, che un fortuito e provocato accidente ponesse cagione della sua distruzione), i dragoni viemmaggiormente inferociti, traevano. Morivano parecchi furiosi, ne riportava Duphot una ferita mortale, per cui dopo morì. Dei democrati, udito il suono delle armi, e veduto il sangue sparso, i più si salvavano fuggendo pel giardino del palazzo; i più audaci restavano. Era il cortile squallido, e funesto per la presenza dei feriti e degli uccisi. Caso veramente fatale fu questo; perchè rei certamente verso il governo papale erano coloro, che avevano permesso, e forse macchinato espressamente, che la sede dell'ambasciata di Francia diventasse un fomite di ribellione contro di lui, ma del pari inescusabili sono i dragoni pontificj dello avervi fatto impeto dentro, e se il papa avesse subito fatto arrestare i capi di questo reggimento, per me non so di che l'ambasciatore si avrebbe potuto dolere. Bene dovevano i soldati circondare il palazzo, ma non entrarvi armatamente, e farvi sangue; perciocchè, se chi v'era dentro mancava di fede, e violava la santità del luogo, non era per questo autorizzato il governo pontificio a violarla: bene soltanto ci si doveva assicurare con farvi stanziare tante truppe all'intorno, che bastassero, e negoziare al tempo stesso con l'ambasciatore per allontanare i ribelli.
Scriveva risolutamente l'ambasciatore al cardinale segretario di stato, comandasse ai soldati, che si ritirassero dai contorni del palazzo. Rispondeva rappresentando, quanto fosse difficile la condizione, in cui versava il governo del papa, poichè il ritirare, ed il non ritirare i soldati era ugualmente pericoloso, quello pei ribelli, che nelle stanze del palazzo di Francia se ne stavano tuttavia minacciando, questo per l'intimata nimicizia di Francia: l'ambasciador solo poter cambiar le sorti; sperarlo il cardinale, perchè generosa era la nazione, cui l'ambasciadore con tanta dignità rappresentava; avere il cardinale medesimo per ben dodici anni in mezzo a lei vissuto, e nissuno meglio di lui averla e conosciuta, ed apprezzata. Fuvvi chi tentando di mitigare l'animo dell'ambasciatore, il voleva indurre a far uscire dalla sua sede i nemici del governo, alla quale richiesta non solamente non volle acconsentire, cagionando, che essi l'avevano preservato contro una nuova tragedia Basviliana, ma ancora, più sdegnato che mai, rescriveva, doversi alfin sapere, se coloro, che indirizzavano segretamente i Romani consigli, avessero ancora a macchinar tradimenti sotto l'ombra della pace contro la repubblica; a loro non importare, perchè avevano saputo evitargli, tanti infortunj del popolo Romano generati dalla guerra fatta contro Francia; spirare ancora, e nelle pontificali truppe aver grado gli assassini di Basville; punisse il Romano governo gli autori dei Romani disastri, punisse gli assassini di Basville; a questi soli segni potere Francia conoscere la Romana fede; per questi soli potersi tra Francia e Roma conservare l'amicizia: badasse il cardinale segretario all'acclusa lista; leggerebbevi i nomi degli assassini di Basville, un abate Beltrami, autor principale della Basviliana tragedia, un Pulcini caporale, che lo feriva di bajonetta, un barbiere che lo feriva di stilo; abitare in Roma tuttavia, comparire alla luce impunemente quest'insanguinati sicarj.
Il governo di Roma, oramai ridotto ad un passo, in cui era del pari pericoloso il ricusare con giustizia, od il consentire con ingiustizia, si atteneva alla parte migliore, rispondendo, che Roma non aveva mai seguitato i consigli dei nemici della Francia; che il primo suo pensiero, il più efficace suo desiderio era di vivere con lei in termini d'amicizia; che quanto agli uccisori di Basville, se n'era a tempo debito fatto processo; che coloro, che erano stati per giudizio convinti rei del fatto, avevano pagato col debito supplizio le pene, e che finalmente coloro, che l'ambasciatore notava nella sua lista, o in Roma non dimoravano, o erano stati per esami giuridici, e per sentenze solenni conosciuti innocenti.