Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III

Part 2

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Ma prima che raccontiamo le importanti fazioni che ne seguirono, necessaria cosa è il descrivere, come le cose passassero tra Joubert da un canto, e Liptay, Kerpen e Laudon dall'altro nel Tirolo. Come prima ebbe avviso Joubert dei prosperi fatti accaduti nel Friuli, si metteva all'ordine per eseguir le imprese, che alla fede, ed al valor suo aveva Buonaparte raccomandate. Varcava il Lavisio il dì venti di marzo, non ostante che i cacciatori Tirolesi posti ai passi, con ispessi tiri ogni opera facessero per impedirlo: urtava Kerpen, che aveva un forte campo sulle alture di Cembra, tentando di accerchiarlo a sinistra per Cavriana. Al tempo stesso per la strada di Bolzano, e a destra marciavano Delmas, e Baraguey d'Hilliers. Fu valida, ma non lunga la difesa, pel timore che ebbe Kerpen di essere circuito sulla destra della sua fronte, però con celeri passi si ritirava a San Michele, donde gagliardamente anche combattuto dai Francesi viemmaggiormente indietreggiando, andava a porsi più sopra a Bolzano. Grave danno patirono in tutti questi fatti gli Austriaci, avendo perduto tra uccisi, feriti e prigioni circa tre mila soldati. Entravano successivamente, benchè non senza nuove battaglie e molto sangue, i Francesi in Salorno, in Peza, ed in Newmarket. La ritirata tanto presta di Kerpen poneva in grave pericolo Laudon, che alloggiava sulla destra dell'Adige, perciocchè le raccontate fazioni accadevano sulla sinistra. Nè i Francesi trasandavano la occasione; anzi, varcato il fiume ai ponti di Salorno e di Newmarket, assalivano Laudon nel suo campo di Tranen, e lo rompevano con uccisione di molti, e con circa novecento prigioni, e parecchie artiglierìe prese. Dopo questa rotta, che faceva impossibile a Laudon di ricongiungersi con Kerpen, non ebbe altro rimedio, che di cercar ricovero nelle parti superiori della valle di Merano. Quivi stette aspettando, che la fortuna gli offerisse nuova occasione di risorgere.

Seguitavano i Francesi il corso della fortuna vincitrice, ed urtato Kerpen che aveva fatto un forte alloggiamento alla Chiusa, lo avevano sloggiato e percosso di modo, che abbandonato anche Brissio, pensava a ritirarsi a Sterzing, luogo molto scosceso, stretto, rotto, difficile, e posto nelle montagne del Brenner presso al sommo giogo dell'Alpi, dove si spartono le acque dell'Adige e dell'OEno, ultima difesa d'Alemagna contro chi viene dalle terre d'Italia. I Francesi lo assaltavano audacemente in quel fortissimo alloggiamento; fu dura e sanguinosa la battaglia; furono costretti a tornarsene indietro, o che l'intoppo fosse troppo forte, o, come pare più probabile, che l'intento loro fosse solamente di assicurarsi, non di passare, perchè era pericoloso a Joubert di condursi sino ad Inspruck, e non conveniente ai disegni di Buonaparte, che voleva vicina a se, e non lontana, nè separata da alte e disagevoli montagne quella schiera. Adunque Joubert si fermava a Brissio, dove poteva a suo grado o stare osservando le cose del Tirolo, o marciare per Bruneca e Toblaco a Linzo, e di là fino a Villaco per trovarvi Buonaparte. Ma non tardava a fare la fortuna, che quello, che era elezione per lui, diventasse necessità.

Chiamava Laudon i Tirolesi all'armi, gli chiamava Kerpen: secondava con ardenti esortazioni l'opera loro il conte di Lerback, personaggio di grande autorità, e molto potente nelle cose del Tirolo. I bellicosi abitatori di quelle montagne al suono di voci tanto gradite correvano all'armi bramosamente contro i conculcatori della patria loro: nè il sesso, nè l'età si rimanevano, perchè furono veduti e vecchi, e donne, e fanciulli, dato di mano alle armi, che il caso od il furore parava loro davanti, mettersi in piè per difendere le antiche ed amate sedi loro. Nè la stagione sinistra, nè le alte nevi, nè i grossi ed impetuosi torrenti, nè ogni disagio di guerra o di vettovaglia gl'impedivano. Passava tant'oltre quest'improvviso tumulto, che sul principiar di aprile, risuonando quelle valli d'ogni intorno d'armi e di grida guerriere, meglio di venti mila combattenti erano in pronto contro quella gente venuta da lontani paesi per conquistargli. Intanto i generali Tedeschi, che sapevano, che le moltitudini disordinate sono piuttosto preda, che danno ad un nemico bene ordinato, avevano distribuito in battaglioni giusti quella massa tumultuante, e mescolatovi, per dar polso e regola, alcuni drappelli di regolari. Principale fondamento facevano nell'opera di costoro, perchè questi popoli accorsi, sapendo il paese, potevano acconciamente ferire alla leggiera, opprimere i traviati, mozzar le strade, riuscire improvvisi alle spalle, bersagliare da lungi e da luoghi erti, soprapprendere le bagaglie, impedire la vettovaglia, insomma fare ogni cosa avanti, a' fianchi, e addietro sospetta e pericolosa.

Kerpen e Laudon, fatti forti da questo accalorato stormo, ed ingrossati anche da qualche battaglione di regolari venuti dall'esercito Renano, si consigliavano di voler cacciare del tutto dal Tirolo i repubblicani. Con questo pensiero Laudon, che aveva spogliato d'abitatori la valle di Merano, ed ordinatigli sotto le insegne, calava minacciosamente da quei luoghi alti e dirupati, ed andava a battere a mezza strada tra Brissio e Bolzano, col fine di tagliar il ritorno ai Francesi alle parti disottane dell'Adige. Gli riusciva l'intento, perchè assaltate con impeto le vanguardie Francesi, le faceva piegare, e s'impadroniva di Bolzano. Fatto poscia più audace dal fortunato successo, saliva per le rive dell'Adige per congiungersi con Kerpen, e per istringere vieppiù Joubert, che tra l'una schiera e l'altra stanziava a Brissio. Occupava la Chiusa, poi Steben, tanto ritirandosi i Francesi più in su, quanto più s'avvicinava Laudon: già Brissio medesimo pericolava. Nè se ne stava neghittoso in questo mezzo tempo Kerpen, perchè calando con le sue genti miste di Tirolesi e di Tedeschi da Sterzing, rincacciava i repubblicani fin sotto le mura di Brissio. Per questo modo a Joubert accerchiato da tre parti, a tramontana da Kerpen, a ostro ed a ponente da Laudon, non rimaneva più altro scampo, che a levante per la valle del Puster, poscia per quella della Drava sino a Villaco. Partitosi da Brissio il dì cinque aprile, e ritardato l'impeto di Kerpen, che lo voleva seguitare, con aver rotto il ponte sull'Eisaco, arrivava il giorno otto a salvamento a Linzo, dove trovava alcuni squadroni di cavalleria, che il generalissimo, geloso di quel passo, aveva mandati ad incontrarlo. Poscia marciando sollecitamente in giù per le rive della Drava, e rotte alcune squadre collettizie all'Ospedale, che volevano serrargli il passo, conduceva ad effetto a Villaco la congiunzione dei due eserciti. Ma Laudon non si ristava; che anzi cacciando all'ingiù dall'Adige i Francesi, entrava vittorioso in Trento e Roveredo. S'allargava anche sulle sponde del lago a Torbole ed a Riva. Questa mossa, che già faceva sentir il romore delle armi Tedesche nella pianura frapposta fra l'Adige e il Mincio, partoriva effetti importanti, e ne avrebbe partorito degli estremi, se l'imperatore Francesco avesse mostrato, in quest'ultima fine, maggiore costanza, ed il senato Veneziano maggiore ardimento.

La guerra si avvicinava sugli estremi confini d'Italia per opera di Massena ad un evento terminativo, per quanto spetta alla difesa degli stati ereditari d'Austria. Già si è da noi notato, di quanta importanza fosse il passo della Ponteba. Per questo aveva comandato l'arciduca a Ocskay, che lo custodiva, ostinatamente il difendesse. Confidando nel valore de' suoi, veniva in pensiero di sopraccorrere improvvisamente con forze superiori contro Massena, e di conculcarlo prima che Buonaparte avesse tempo di soccorrerlo. Il quale intento, se avesse avuto il suo effetto, l'arciduca avrebbe fatto a Buonaparte quello, che Buonaparte voleva fare a lui, cioè separare l'ala sua destra dalle genti del Tirolo, che erano la sua sinistra. A questo fine ebbe tostamente il generale austriaco adunato alcune truppe già venute dal Reno, e comandava al tempo medesimo ai generali Gontreuil e Bajalitsch, marciassero risolutamente a Tarvisio per a Ponteba; gli seguitava di pari passo, conducendo con se le artiglierie più grosse. L'accidente era importante, il momento fortunoso. Già marciava l'arciduca quasi sicuro della vittoria; ma quando più confidava di un prospero fine, gli sopravvenivano le novelle, certamente ingratissime, che Ocskay, non facendo alla Ponteba contro Massena quella sperienza che si aspettava di lui, si era tirato indietro fino a Tarvisio; che anzi velocemente seguitato dal nemico, aveva anche abbandonato Tarvisio, ritirandosi più che di passo verso Wurtzen. Quest'accidente tanto impetuoso fece precipitar l'arciduca ai rimedi: comandava a Ocskay, che tornasse incontanente, e cacciasse i repubblicani da Tarvisio. Ma il suo intento non ebbe effetto, perchè Ocskay, troppo accelerando il cammino, già era arrivato a Wurtzen, terra troppo più lontana che abbisognasse, perché ei potesse giungere a tempo alla fazione. Non si perdeva d'animo per tanto sinistro l'arciduca, e, non lasciata indietro diligenza od opera alcuna, pensava a ricuperar col valore quello, che la timidità aveva perduto. A questo fine ordinava a Gontreuil e Bajalitsch, seguitassero a marciare, e restituissero ad ogni modo alle armi austriache il passo di Tarvisio. Tanto velocemente marciò il primo, guidatore dell'antiguardo, che, valicato il colle di Ober-Preth, urtava valorosamente in Tarvisio, cacciavane i repubblicani, e perseguitandogli, gli respingeva sin oltre al villaggio di Salfnitz, e se fosse stato presto Bajalitsch ad arrivare per fermare i suoi nella battaglia, l'impresa aveva il suo compimento. Ma egli, o fosse ritardato dai luoghi aspri, o dagl'impedimenti delle artiglierìe che voleva condurre con se, non potè arrivare a tempo alla fazione, per modo che il seguente giorno, che fu ai ventitre di marzo, Massena, raccolti ed adunati i suoi, e già prevalendo di forze contro Gontreuil rimasto solo, dava dentro, prima a Salnitz, poscia a Tarvisio, e da ambi i luoghi cacciava gl'imperiali. Nè valsero il valore di Gontreuil, che fu molto notabile, nè quello delle sue genti che combatterono virilmente, nè la presenza dell'arciduca medesimo che era accorso, e fece in questa battaglia le veci non meno di esperto capitano, che di animoso soldato, ad arrestare il corso della fortuna contraria; perchè non solamente fu rotto e ferito Gontreuil, ma fu cagione, che rotto ancora fosse poco dopo Bajalitsch che arrivava; conciossiachè Massena vittorioso, rivoltatosi contro questa seconda colonna, le dava l'assalto sui confini di Raibel. Al tempo medesimo Guyeux, che si era impossessato per una battaglia di mano del forte passo della Chiusa di Plezzo, accostatosi ancor esso, l'assaliva alla coda. La schiera, urtata da tutte le parti da un nemico vittorioso, ridotta ad un'estrema lassezza pel camminare frettoloso su per quei monti, nè avendo speranza di soccorso, deposte le armi, si arrendeva. Quattro generali, quattromila soldati, venticinque cannoni, quattrocento carri carichi di bagaglie e di munizioni furono i cospicui segni delle vittorie di Tarvisio e di Raibel. Tali furono i risultamenti della mal difesa Ponteba, e per aver il nemico preso il vantaggio dei passi, restò vana la fatica ed il desiderio dell'arciduca.

Perduta la speranza d'offendere, pensava il generale dell'Austria ad ordinar le difese in modo che fosse fermato quel precipizio, e fatto abilità alle genti stanziali del Reno di arrivare, alle leve di Croazia, di Bosnia, d'Austria e di Ungherìa di ordinarsi, ed al campo di Neustadt di fortificarsi. Schierava a questo fine il generale Seckendorf sulla strada di Lubiana, città chiamata con vocabolo tedesco Laybach, acciocchè intendesse alla difesa della Carniola, e delle rive della Sava; quest'era l'ala sua sinistra. Alloggiava il generale Mercantin sulle sponde della Drava per sicurezza di Clagenfurt; quest'era la mezza schiera. Finalmente il principe di Reuss col generale Keim con l'ala destra avevano fermato le loro genti a San Vito, e nella valle della Mura. Per tal modo si guardavano i tre principali aditi, per cui si va dall'Italia nel cuore delle possessioni austriache in Alemagna. Sperava l'arciduca, abborrendo dal lasciarsi stringere a far giornata, che questi preparamenti di difesa, le genti del Reno che giungevano, i popoli che tumultuavano tutt'all'intorno, avrebbero dato cagione di pensare a Buonaparte, e frenato la sua audacia del volersi internare negli stati ereditari. Ma il capitano di Francia, che voleva pure che le sue armi rumoreggiassero in Alemagna, parte per amore di gloria, parte per isperanza, che chi parteggiava per la pace a Vienna, si mostrerebbe tanto più vivo quanto più ei fosse vicino, non si rimaneva, che anzi spingendosi avanti, e già congiunto con lui Joubert, entrava vittorioso in Villaco, Lobiana e Clagenfurt. Così non restava a superarsi più altro ostacolo di luoghi a Buonaparte, perchè sulle sponde del Danubio vicine a Vienna facesse sentire l'impressione delle sue armi, che la falda settentrionale delle Noriche Alpi, che la Drava dalla Mura dividono, debole impedimento per la facilità dei passi.

La guerra d'Italia, che prima era piccola parte dei disegni Francesi, era divenuta, per tanto segnalate e tanto efficaci vittorie, parte principalissima; ed inaspettatamente il far forza all'imperatore, che si sperava pel direttorio dall'Alemagna, sorse dall'Italia; opera certamente, che il direttorio medesimo, nè nissun governo, nè niuna persona al mondo, se non forse Buonaparte avrebbe potuto non che credere, immaginare, quando poco più di un anno avanti si combatteva nella riviera di Ponente sotto l'umile scoglio di Borghetto. Ma per gli Austriaci combatteva solamente il valore, pei Francesi l'impeto, pei primi un voler guadagnar i paesi a palmo a palmo, pei secondi un conquistargli a dirittura, per quelli un guerreggiare pesato, per questi un guerreggiare audacissimo, per gl'imperiali uno spandere l'esercito per voler esser dappertutto, pei repubblicani un serrarsi in un luogo solo per poter irrumpere grossi ed avventati. Si aggiunge, che gli Austriaci non andavano alle fazioni se non provvisti di tutto punto, mentre i Francesi vi andavano sprovvisti di ogni cosa, purchè quelle armi avessero che con se portano i soldati: ciò faceva le mosse degli Austriaci tarde, quelle dei Francesi preste. Molto ancora nocque ai capitani d'Alemagna l'essere, secondo il solito, abborrenti dallo spendere per aver le spie; nel che Buonaparte non guardava a quello che si spendesse. Nè gran momento in questo non recò il procedere independente di Buonaparte, perchè faceva da se, e poco si curava dei disegni e dei comandamenti del direttorio, mentre i capitani Austriaci erano astretti ai disegni ed agli ordini del consiglio di Vienna, lento al deliberare, geloso dell'esecuzione: quindi per questi molte buone occasioni, che la fortuna parava loro davanti, di vincere, si perdevano, mentre il capitano Francese, che si stimava padrone di fare ciò che voleva, non ne trasandava nissuna. Finalmente la celerità sua, veramente mirabile, fu cagione principalissima delle sue vittorie, e bene si può dire con l'esempio di Buonaparte; che se il mondo è di chi se lo piglia, molto ancora più le vittorie sono di chi se le piglia. Errò egli qualche volta, ma compensò con l'audacia il suo errare: errarono ancor essi i capitani Tedeschi, e si sgomentarono al loro errare. Quindi ebbe Buonaparte maggiore probabilità di vincere, perchè non solo vinceva quando operava bene, ma anche quando operava male, e l'audacia sua, congiunta con un'astuzia e con una perizia straordinaria, il fecero, per la guerra offensiva, il più compiuto capitano che sia stato mai.

Giunto a Clagenfurt, ed avuto avviso per modo segreto, che i partigiani della pace a Vienna facevano efficace opera per venire ai fini loro, pensava di usare il terrore impresso, perchè la parte loro prevalesse nelle consulte dell'imperatore. A questa deliberazione fu anche indotto dal sospetto di quello che potesse accadere alle sue spalle; perchè, sebbene il senato Veneziano fosse debole, erano i popoli della terraferma gagliardi per lo sdegno concetto alle conculcazioni fatte dai repubblicani, e minacciavano di far novità contro di loro. Al che erano anche incitati dalle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia accadute per instigazioni segrete e palesi dei Francesi, e dei loro partigiani. Da un altro lato, aveva Buonaparte sentito i primi romori di Kerpen e di Laudon nel Tirolo; e già la Croazia minacciava Trieste. Nè non gl'importava il simulare il desiderio della pace; perciocchè, se la pace seguiva a modo suo, otteneva l'intento, se non seguiva, sarebbe paruta la guerra opera dell'ostinazione altrui. Scriveva adunque il dì trentuno marzo all'arciduca, l'Europa sanguinosa desiderar la pace, desiderarla, ed averne fatto dimostrazione il direttorio: solo l'Austria stare armata sul continente per combattere; instigarla l'Inghilterra; dover forse continuar ad uccidersi scambievolmente Francesi ed Austriaci, perchè si facesse il piacer di una nazione non tocca dalle disgrazie della guerra? «Voi foste, diceva all'arciduca, il salvatore dell'Alemagna, siate anche il benefattore dell'umanità: anche vincendo, non potrete fare che non ne sia lacerata l'Alemagna: se questa mia proposta fosse per divenir cagione, che la vita di un uomo solo si salvasse, bene sarei io più contento della meritata corona civica, che della fama acquistata in ulteriori vittorie».

Rispondeva l'arciduca, fare la guerra per debito, desiderare la pace per inclinazione; a nissuno più che a lui star a cuore la felicità dei popoli, ma non aver mandato per trattare intorno ad una faccenda di tanta importanza, ed a se non competente; aspetterebbe i comandamenti del suo signore. Data la risposta, mandava gli avvisi a Vienna, già molto turbata per l'avvicinarsi del nemico.

Buonaparte intanto si faceva con prestezza avanti, sperando di far certo con la vittoria quello, che tuttavia era incerto. Ma l'arciduca, che si era messo al fermo del voler temporeggiare, fuggendo la necessità del combattere, si tirava indietro, solo ritardando con grosse fazioni del retroguardo il perseguitar del nemico. Ritraevasi da San Vito, da Fraisach, da Newmarket: ritraevasi ancora da Unzmarket sulla Mura, e da Judenburgo. Occupava Buonaparte i luoghi abbandonati, e si vedeva avanti le acque, che dall'estrema falda dei Norici monti se ne corrono per la diritta nel Danubio; già le mura dell'antica ed invita Vienna erano vicine a mostrarsi a' suoi soldati vincitori; caso veramente di tanta maraviglia, che da molti secoli addietro non era accaduto l'uguale.

Ma già a Vienna più aveva potuto il timore che la prudenza, ancorchè la condizione di Buonaparte fosse diventata pericolosa per la subita comparsa di Laudon nella campagna di Brescia, per l'arrivo di un colonnello Casimiro a Trieste mandatovi dall'arciduca, e per essere sul mezzo della fronte l'arciduca medesimo grosso e rannodato, e con tutte le popolazioni all'intorno, che dimostravano animo stabile nella divozione verso l'antico signore. Arrivavano all'alloggiamento di Judenburgo i generali Belegarde e Meerfelt con mandato di sospendere le offese, e di comporre le differenze. Uditi benignamente dal generale di Francia, si accordarono, il giorno sette aprile, che si sospendessero da ambe le parti le offese per sei giorni. Poi, scoprendosi sempre più inclinato Buonaparte a volere condizioni vantaggiose per l'Austria con offerire compensi nei territorj Veneti alla perdita dei Paesi Bassi e del Milanese, fu prolungata la tregua insino a che fossero accordati i preliminari di pace, che secondo il corso di quei negoziati, si vedevano non lontani. Infatti, essendosi dato perfezione a tutte le pratiche, si venne fra i plenipotenziari rispettivi alla conclusione dei preliminari nella terra di Leoben il dì diciotto del medesimo mese. Alcuni dei capitoli furono palesi, altri segreti. Fra i primi contenevasi, cedesse l'imperatore alla Francia i Paesi Bassi, riconoscesse le frontiere della repubblica, quali le avevano le leggi Francesi definite, consentisse alla creazione di una repubblica in Lombardia. Stipulavano i segreti, desse la Francia in poter dell'imperatore l'Istria, la Dalmazia, il Bresciano, il Bergamasco, parte del Veronese. A questo fine appunto, e per compir questa fraude, aveva Clarke già molto avanti esortato l'imperatore ad occupare coll'armi l'Istria e la Dalmazia, ed aveva Buonaparte, pure molto prima, fatto rivoltar contro il senato Bergamo, Brescia, e le Veronesi terre: promettevano peraltro i preliminari, che la repubblica di Venezia si compenserebbe con le legazioni; il che significava, che si destinavano, senza saputa e senza consenso del senato Veneziano, ad altra potenza i suoi dominj, e che gli si offerivano compensi, prima che si sapesse se a lui erano o convenienti od onorevoli; perchè in questo, non solo si spogliava Venezia de' suoi stati, ma le si voleva dar compenso con ispogliar di altri stati una potenza con lei congiunta di amicizia: ed è anche da considerarsi in queste rivolture schifose lo strazio, e lo scherno, che si faceva di quella repubblica Cispadana, che appena nata già si voleva ridurre sotto la sferza di un governo aristocratico, come dicevano, e tirannico, che era una faccenda grave in quei tempi. Ma essendosi stipulato nei preliminari, che Mantova si restituisse all'imperatore, il direttorio non volle consentire questa condizione, certamente gravissima in se stessa, e per gli effetti che portava con se; conciossiachè il lasciare un sì forte nido all'Austria in Italia era un fare perpetuamente incerta la repubblica Lombarda, o Transpadana, che la vogliam nominare, ancora tanto tenera in quei primi principj, ed un necessitare la presenza continua di un grosso esercito Francese nell'Italia settentrionale. Rendevansi anche per la medesima cagione incerte tutte le mutazioni di stato, che in Italia avevano fatto i Francesi, e questi stati nuovi, ad una prima presa d'armi, ad un primo romore, ad un primo sospetto, ad una prima sollevazione d'animi, sarebbero iti tutti sossopra, nè mai avrebbero potuto por radice, per quel segnale importuno dell'Austria vicina e forte. Il rifiuto del direttorio fe' sorgere nuovi negoziati, pei quali finalmente fu consentita Mantova alla repubblica Transpadana, ma nacque al tempo stesso la necessità di ricompensare quella piazza all'imperatore col restante dello stato Veneto, colla città stessa di Venezia, e colla distruzione totale dell'antico governo Veneziano. Assunse l'opera barbara e frodolenta il direttorio; s'addossò Buonaparte il carico di mandarla ad effetto, ambi sperando di colorire il tradimento ordito contro i Veneziani con fingere tradimenti orditi dai Veneziani contro di loro.