Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III
Part 19
Finalmente per la via di Otranto gli pervenivano lettere dei municipali di Venezia, che recavano le novelle della rivoluzione, dell'essersi distrutta l'aristocrazìa, ed allargato il governo alla democrazìa. Aggiungevano, nominerebbe un dì il popolo i suoi rappresentanti; ma che intanto, per impedire la cessazione dei magistrati, si era creato nei municipali un governo a tempo; avrebbero i municipali gli abitatori delle isole, e dei luoghi del Levante in luogo di fratelli; manderebbero due commissari per metter all'ordine il nuovo stato; Vidiman sarebbe il terzo; verrebbero con una forte armata, e con sei mila soldati. Tacevano se i soldati avessero ad essere Veneziani, o Francesi. Preparasse adunque, esortavano, con la prudenza e destrezza sua gli animi; spiasse bene, e raffrenasse coloro che fossero di genio aristocratico; usasse a quiete di tutti l'opera delle persone prudenti e religiose di ogni rito; sopratutto impedisse, che gli uomini inquieti e torbidi prorompessero in qualche discordia o tumulto: in lui riposarsi, terminavano, con animo tranquillo i municipali, ed intieramente rimettersi nella fermezza, nell'avvedutezza, nella temperanza e nella esperienza sua. In sì solenne e tanto terminativo accidente di quanto egli aveva di più caro e più onorato su questa terra, adunava Vidiman i primari magistrati sì civili che militari, e leggeva loro il municipale dispaccio, esortandogli alla sopportazione ed all'obbedienza. Furonvi rammarichi ed alte querele; ma mostrarono rassegnazione, ignari ancora a che cosa gli serbassero i fati.
Frattanto si facevano a Venezia gli apparecchj necessari per la spedizione di Levante. Il fondamento era da parte del direttorio di spirar tanta confidenza ai municipali, che credessero, mandarsi le forze Francesi per mantener quelle possessioni nella divozione di Venezia, e per riacquistar anche, ove fosse venuto il tempo proprio, la Dalmazia: con queste coperte intendevano Buonaparte e il direttorio al far uscire da Venezia, col fine d'impadronirsene, quella parte dell'armata Veneziana, che sull'ancore se ne stava nel porto. Perlocchè si appresentava Baraguey d'Hilliers con tutti gli ufficiali Francesi da mare, che dovevano governare l'armata, in una solenne adunata, ai municipali, con parole meliflue protestando dell'amicizia del direttorio, chiamando la repubblica col suo nuovo governo sorella, e promettendo, che tutte le forze Francesi si adoprerebbero, perchè ella fosse restituita all'antica sua grandezza. Qui lascio, che gli storici Buonapartiani lodino a posta loro, e saria bene, che ci spiegassero, quale offesa da questo momento in poi abbia fatto Venezia a Francia, perchè meditasse di essere spenta, e data in preda all'imperatore. Si destinava a governar le genti da terra il generale Gentili. Obbediva l'armata al capitano di nave Bourdè, uomo assai perito, e non di pensieri immoderati, e molto amato da Buonaparte. Consisteva l'armata in due navi di fila Venete, due fregate pure Venete, e due brigantini Francesi. Molte navi atte a trasportar soldati l'accompagnavano; furono empiute di Francesi, la maggior parte della settuagesima nona, soldati tanto valorosi, quanto bene disciplinati, e che modestamente portandosi in Corfù temperarono in favor del nome Francese l'acerbità del dominio forestiero. Volle Buonaparte, poichè si trattava di andar in Grecia, che s'imbarcasse Arnauld, letterato di grido, il quale venuto in Italia per veder il paese, ed esaminare quelle rivoluzioni, dopo di essersi qualche tempo dimorato in Venezia, era divenuto vago di visitare la Grecia. In lui aveva il generalissimo posto molta fede per avere i rapporti sulle antichità dei paesi, sui costumi e sulle leggi dei popoli. Ancora, se discoprisse qualche cosa di gentile e di vago, o quadro fosse, o statua, o manoscritto, sì l'indicasse acciò se lo potesse rapire.
Sapevano i municipali a quali angustie fosse ridotto Vidiman a Corfù per la mancanza del denaro, e credendo anche allettare i popoli, se arrivando i primi agenti della mutata Venezia, portassero con se denaro per dar le paghe già da tanto tempo corse, imbarcavano a governo degli amministratori, che mandavano nelle isole, seimila zecchini.
Appariva il dì ventotto giugno nel porto dei Corfiotti l'armata apportatrice dei soldati stranieri. Vidiman, e gl'Isolani molto si maravigliarono al vedere insegne ed uomini Francesi, in luogo d'insegne e d'uomini Veneziani: pareva loro, che altro suonassero le parole, ed altro i fatti, nè sapevano intendere un caso tanto strano. Gentili scriveva dalla nave capitana a Vidiman, essere venuto, a ciò richiesto dai municipali di Venezia, a rinforzar le guernigioni, ad assicurare Corfù e le altre isole del levante, a trattare con esso lui delle cose risguardanti la sicurezza e la quiete dello stato. Il ricercava intanto, preparasse in fortezza gli alloggiamenti pe' suoi soldati, quelle Greche isole per la prima volta venivano in possessione di Francia.
Suonavano a festa il dì ventinove di giugno gli stromenti da guerra; i nuovi repubblicani sbarcavano. Quegli uomini Greci si maravigliavano in veder quegli uomini nuovi, e tanto guerrieri. Venivano i magistrati a far riverenza agl'insoliti signori. Il vescovo Greco, (che la maggior parte di quegl'isolani sono di questo rito), in cotal guisa parlava a Gentili: «Francesi, voi trovate in quest'isola un popolo ignorante delle scienze e delle arti, che illustrano le nazioni; ma non l'abbiate per questo a vile: egli può tornare qual fu un tempo; apprendete, e ciò dicendo sporgeva la Odissea, apprendete da questo libro, disse, in qual conto voi dobbiate tenerlo».
Non così tosto ebbe Gentili sbarcato le sue genti, che le alloggiava nella fortezza, e così recava in sua mano la facoltà di fare a sua volontà qualunque cosa ei volesse. Poi non da alleato, ma da padrone procedendo, s'impadroniva dei magazzini del pubblico, e di tutte le artiglierìe, che erano belle, ed in numero considerabile. Meglio di cinquecento cannoni, la maggior parte di bronzo, venti obici, petrai, e mortaj o di bronzo o di ferro centoventuno, cinquanta migliaja di polvere, venti casse di fucili, palle e bombe in proporzione, ricchissima preda.
A Gentili succedeva Bourdè, che poneva le mani addosso ai magazzini di mare, ed a sei navi di fila, e tre fregate Veneziane, due buone, il Volcano, e la Fama, le altre in cattivo arnese. Gentili intanto i seimila zecchini mandati da Venezia per soccorre alle cose Veneziane nelle isole, recava in suo potere per dar le paghe a' suoi soldati, ed agli amministratori venuti con lui.
Posto il piede, e confermato il dominio Francese nell'isola principale di Corfù, mandavano Gentili e Bourdè forze di terra e da mare, a prender possesso di Cefalonia e di Zante, e dell'isola più lontana di Cerigo, che fu l'antica Citera, certo molto difforme dallo stato antico, perchè poco altro ella è ora, che uno scoglio arido e deserto. Poi Gentili ed Arnauld, fattisi dar liste di candidati dai primari abitanti, creavano i municipali di Corfù, fra i quali per un'arte, che sa piuttosto di derisione, e già l'avevano usata col doge di Venezia, nominavano Vidiman, già spogliato di ogni altra autorità. Così con disfare ogni vestigio di governo Veneto, con divertire ad uso dei soldati Francesi la pecunia pubblica, con torre a Venezia quanto aveva nelle isole di ricchezza e di forza, pretendevano gli agenti del direttorio e di Buonaparte di conservarle quelle possessioni. A questo modo ancora si eseguivano i comandamenti di Buonaparte, il quale scrivendo a Bourdè nel mese di giugno, gli ordinava, si appresentasse con Baraguey d'Hilliers, e col ministro di Francia ai municipali di Venezia, e loro dicesse, che la conformità dei principj che a quei dì reggevano la repubblica Francese e quella di Venezia, e la mano forte, che la prima dava alla seconda, richiedevano, che prontamente le forze marittime di Venezia si allestissero, perchè di concerto le due repubbliche si potessero mantener in possessione dell'Adriatico, e dell'isole del Levante, e tutelassero il loro comercio; e che già a questo fine egli aveva mandato genti per assicurare alla repubblica Veneziana la possessione di Corfù. Gli avvertisse finalmente, che quello era il tempo di mettere in pronto, e di armare virilmente il navilio Veneziano. Queste ed altre simili cose voleva Buonaparte, che Bourdè accompagnato da solenne apparato dicesse. Le quali chi mi leggerà, considerando, e così ancora le stipulazioni di Montebello del ventisei di maggio di sopra da noi accennate, verrà facilmente a conoscere qual fraude fosse questa di gettare in quel tempo parole di conservazione per Venezia. Ma la fraude era doppia, perchè al momento stesso comandava a Bourdè, che con questo pretesto, e con procurare tuttavia di vivere in buon accordo, s'impadronisse di ogni cosa, e tirasse ai servigi di Francia i marinari, e gl'impiegati della marinerìa Veneziana. Imponeva finalmente al medesimo Bourdè, che mettesse in pronto tutte le navi Veneziane sì grosse che sottili, e le incorporasse all'armata Francese, e mandasse a Tolone ogni qualunque provvisione Veneta. Così Venezia era rapita in Venezia medesima, in terraferma Italiana e Slava, e nelle isole sì dell'Adriatico, che dell'Ionio e dell'Egeo.
Stabilitasi nel modo raccontato la dominazione Francese in Corfù, vi nascevano più vive, che mai vi fossero state, le parti; perchè alcuni fomentavano lo stato nuovo, altri si conservavano addetti al vecchio. Capi dei primi erano i Teotochi, massimamente il vecchio, personaggio venerabile per l'età e per le virtù, e di molto seguito nell'isola; capo ai secondi si mostrava l'avvocato Scordilli, uomo ancor esso risplendente per virtù e per ingegno. E siccome gli odj nelle isole sono molto gravi, così gli aderenti di una parte non risparmiavano nissuna parola, che fosse ingiuriosa contro la parte avversaria. Sarebbero anche molto volentieri venuti ai fatti, se la forza Francese preponderante non gli avesse raffrenati.
Intanto Gentili, recatasi la somma delle cose in mano, continuava, quantunque fosse assai cagionevole della persona, a starsene a Corfù; Bourdè se ne tornava con le sue navi a Venezia. Arnauld, visto che non poteva eseguire il mandato di Buonaparte dell'indicar gli spogli delle chiese, dei musei e delle librerìe pubbliche, perchè statue, quadri, manoscritti preziosi non ve n'erano, visitati, come scriveva, i giardini di Alcinoo, e la pietra lavandaja di Nausicae, chiamati i Corfiotti superstiziosi, ignoranti e vili, ed i Greci ladri, perfidi ed inospitali, eccettuando solamente i Mainotti, forse perchè sapeva che Buonaparte gli accarezzava, scritto finalmente che la libertà aveva solo settatori fra il popolo tiranno, cioè fra i Turchi, se ne partiva per l'Italia per andarsene a visitare la tomba di Virgilio. Così Arnauld giudicò i Greci nè amatori, nè degni di libertà: solo aveva per la libertà qualche speranza nei Turchi.
Con magistrati temporanei si governavano le cose in Corfù fino alla pace di Campoformio. Poi vi fu mandato da Buonaparte un Corbigny, che ordinava le isole a modo di Francia, partendole in tre spartimenti, dei quali quello di Corfù chiamava di Corcira, quello di Cefalonia, d'Itaca, e quello di Zante, del mar Egeo. Alla presa del magistrato orava in piazza il Teotochi, presidente eletto del magistrato distrettuale, con qualche veemenza sulle cose nuove. L'emolo Scordilli lo chiamava vecchio pazzo.
La presenza dei Francesi in Corfù vi partoriva due effetti molto notabili. Il primo fu, che i Corfiotti non si ammazzavano più fra di loro, come eran soliti fare quasi ogni giorno innanzi che i Francesi vi arrivassero, il secondo, che i soldati Francesi, temperatamente portandosi, si accomunavano con gl'isolani, e cambiavano in affezione l'odio, che prima avevano contro il nome Francese. Imparavano i Corfiotti l'industria, e le singolari arti; si facevano maritaggi, mezzo sempre d'intimo congiungimento fra le nazioni; ed io ho veduto, ed udito un soldato Francese, già imparata la lingua del paese, orare, non senza facondia, in greco volgare in cospetto dei tribunali contro la sua moglie greca, donna bellissima, che si voleva separare da lui per divorzio: vinceva, e serbavasi con molta contentezza la donna. In tale mansueta forma si viveva in Corfù con utile degl'isolani, finchè vi venne Sordina, municipale di Venezia, a metter su i ritrovi politici, e ad orare, ed a far romore in tribuna; il che accrebbe i risentimenti, e rinvigoriva gli odj, perchè la gente savia vedeva in quei ritrovi le consuetudini tumultuarie e sanguinose di Francia, quantunque vi favellasse spesso, ed a buon fine, e con parole temperate un generale Francese per nome Villelongue, uomo tanto dotto ed eloquente, quanto gentile ed onesto.
Venezia già serva di Francia era destinata a divenir fra breve serva d'Austria. Ma prima che raccontiamo il compimento delle macchinazioni ordite, è per noi necessario narrare quanto antecedentemente in essa sia accaduto. Dominava con imperio assoluto Baraguey d'Hilliers, parte da se, parte in conformità degli ordini di Buonaparte. Alloggiava in casa Pisani con fasto grande, e con carico gravissimo di quella famiglia; i municipali non deliberavano, se non sentito lui; i posti principali erano custoditi dai Francesi; i municipali, chi per forza, chi per prudenza, chi per adulazione servivano a Baraguey. Villetard, siccome giovane e confidente, si travagliava per ordinare il nuovo governo democratico, ed in ciò si trovava posto in difficile condizione; perchè gli spogli scemavano autorità alle sue parole, e pareva a tutti, come era veramente, che cattivo principio di libertà fosse quello che si vedeva. Ne sentiva egli dolore grandissimo, perchè ed amava la libertà, e camminava in quelle bisogne con animo sincero. S'incominciava a dar mano agli spogli delle opere gentili insino a tanto che arrivasse tempo al toccare le più utili. Quanto di più bello e di più prezioso avevano prodotto gli scarpelli, od i pennelli, o le penne greche, latine ed italiane, era rapito dagli strani amici. Le gallerìe, le librerìe, i tempj, i musei sì pubblici che privati diligentemente si scrutavano, e violentemente si sfioravano. A questo modo nove chiese in Venezia, una in Verona, parecchie in altri luoghi della terraferma restarono stampate dei vestigj della cupidità forestiera.
Il palazzo pubblico di Venezia, massimamente in quelle stanze stesse, dove con tanta prudenza, e per tanti secoli dei negozj attinenti alla patria avevano deliberato i padri, e dove allora i municipali vantavano la libertà di Venezia, e la generosità del vincitore, fu dei più preziosi ornamenti espilato. Con pari rabbia fu la gallerìa privata dei nobili Bevilacqua in Verona da mani violente tocca e spogliata. Le opere di Bassano, di Paolo Veronese, di Tiziano, di Tintoretto, di Pordenone, di Bellini, di Mantegna tanto care ai Veneziani e per bellezza propria, e per essere di mano di artisti paesani, dai luoghi loro deposte se ne andavano ad ornare forestieri, e lontani lidi. Mani Italiane furono costrette dalla forza ad ajutare lo spoglio d'Italia. Molte statue e bassi rilievi antichi, sì di marmo che di bronzo, di grandissimo pregio, e tre vasi etruschi di egregio lavoro erano tolti dalla librerìa pubblica di Venezia, e della gallerìa Bevilacqua. Nè i camei, opere preziose, si risparmiavano; e fra di loro quello tanto famoso, che rappresentava Giove Egeo. Sessantanove medaglie greche o romane, parte in argento, parte in bronzo erano levate dai privati musei dei Muselli, e dei Verità di Verona. Dei manoscritti con grandissimo dolore degl'Italiani dalla sola libreria di Venezia più di duecento greci, o latini, o italiani, o arabi, o in carta pergamena, o in carta usuale, o in carta di seta saziavano le voglie dei repubblicani d'oltremonti. Pregiavano principalmente i Veneziani due manoscritti arabi in carta di seta, perchè dati in dono dal cardinal Bessarione alla repubblica, e questi ancora piansero e desiderarono, in forestiera terra trasportati. Sentivano la comune spogliagione le librerìe pregiatissime dei monasteri di Venezia, di Treviso, e di San Daniele in Friuli, dai quali atti delle mani vincitrici mancarono settantasei testi a penna preziosissimi, fra i quali otto anteriori al secolo decimoterzo. Alle medesime espilazioni andavano soggette le stampe tenute tanto care degli Aldi, la Magontina nominatamente, opera del 1459, le quali con somma gelosìa si custodivano nelle librerìe di Venezia, Treviso, Padova, Verona e San Daniele. I carri e le barche Veneziane erano piene di Veneziane spoglie. Queste preziosità erano state tolte dalle interiori mura dei tempj, dei musei, e delle librerìe. Restava il più bello e più glorioso segno della grandezza Veneziana, che sull'anteriore faccia del principal tempio di Venezia dimostrava, quale fosse stato anticamente il valore di quella generosa nazione. I cavalli di bronzo, opera, come si narra, di Lisippo, dati prima in dono a Nerone da Tiridate, re d'Armenia, poi trasportati da Costantino a Bisanzio, e conquistati finalmente pel valore dei Veneziani congiunti ai Francesi, che ebbero in sorte altre Costantinopolitane spoglie, e mandati a Venezia dal doge Pietro Zani, accrescevano, involati essendo, il dolore pubblico della gente Veneziana. Spiaceva al letterato Arnauld, che questi cavalli restassero a Venezia: spiacevagli altresì, che i leoni conquistati dal valore del Morosini nel Pireo, continuassero a starsene nella sede loro, segni della Veneziana gloria. Ne gli spiacque, e ne scrisse a Buonaparte. Cavalli, e leoni furono per suo comandamento condotti in Francia. Il che venne fatto in cospetto dei Veneziani con tanto dolore loro, che, instupidite le menti, parevano piuttosto attonite che dolorose. Come queste cose Arnauld, che faceva professione di amare la libertà e l'independenza della sua patria, suggerisse a Buonaparte, io non ne posso restar capace, perchè a me pare, che nissuno possa sinceramente amare la libertà e la indipendenza della propria patria, se non porta rispetto alla libertà ed all'independenza delle patrie altrui. So, che alcuni dicevano, e tuttavia dicono, che questi spogli si eseguivano in virtù del trattato di Milano. Ma Buonaparte non aveva voluto ratificare questo trattato, e perciò la Francia lo doveva aver per nullo. Che se poi ad ogni modo si voleva aver per valido, bel modo di eseguirlo certamente era quello di mandar ad effetto tutte le sue peggiori condizioni contro Venezia, e di non osservar quelle che erano in suo favore, massimamente la sua conservazione, condizione che era pure la più principale, anzi la sostanziale del trattato, perciocchè non si possono stipular trattati con una potenza, che si crede nulla, nè accordare condizioni di futura esecuzione con una potenza, che si vuol distruggere.
Non solo gli ornamenti e le ricchezze Veneziane si trasportavano, ma quelle ancora commesse alla fede dei neutri avidamente s'involavano. Erasi il duca di Modena, come abbiamo detto, fuggendo la furia dei repubblicani, ricoverato in Venezia; poi già romoreggiando le armi loro d'ogn'intorno, e prevedendo la dedizione, si era per sua sicurezza ritirato sulle terre d'Austria. Ma lasciava un suo tesoro, perchè credeva, in ciò scostandosi dalla sua solita provvidenza, che o non sarebbe scoverto, o se scoverto, sarebbe tenuto inviolato per la neutralità del luogo. Occupata Venezia dai Buonapartiani, gli agenti del direttorio ebbero sentore del deposito, e parendo loro che fosse lor venuto un bel destro, alla fama di quei zecchini nascosti tostamente si calavano, e circondato improvvisamente con soldatesche armate il palazzo in San Pantaleone, dove aveva abitato il duca, cercarono il tesoro, in ogni parte diligentemente investigando. Ciò fu indarno; perchè era stato deposto in casa del ministro d'Austria. Perlochè, fatto armatamano improvviso insulto contro di essa, e ricercato in ogni canto, trovarono il denaro, e via se lo portavano: furono, come portò la fama, circa duecentomila zecchini. I Modenesi erano venuti a Venezia per averselo; ma e' furon novelle. Gli agenti gli serbarono, dissero, per la cassa militare.
Le espilazioni delle opere d'ingegno si effettuavano con grande apparato di soldati, perchè sebbene fossero i piè dei Veneziani in ceppi, si temeva, che ad un bel levarsi, il popolo prorompesse, e rivendicasse alla patria con qualche solenne precipizio degl'involatori le gloriose spoglie. Accresceva il timore il pensare, che le rapine di Venezia rinfrescavano la memoria delle altre rapine d'Italia. Per ogni lato si fremeva nel vedere questi spogli. Pubblicavasi a questi giorni in Italia con le stampe un libro, che aveva in titolo i _Romani in Grecia_ e che fu generalmente creduto opera di un Barzoni. In questo scritto l'autore, sotto spezie dei Romani in Grecia simboleggiando i Francesi in Italia, e così paragonando la tirannide di Flaminio a quella di Buonaparte, eccitava i popoli Italiani allo sdegno, alla vendetta, alla rivendicazione. Ne riceveva molta molestia il generalissimo, e ne cercava per ogni dove l'autore e le copie. Ma più il perseguitava, e più era letto, e non pochi tra i Francesi, che avversavano Buonaparte, o per generosità naturale, o per odio, o per invidia, lodavano e promuovevano lo scritto. Villetard fra gli altri il chiamava pieno pur troppo di allusioni veridiche sui ladronecci commessi da alcuni individui indegni del nome Francese. Girava attorno lo scritto al momento degli spogli, e siccome quello che accusava i municipali del caro del pane, che paragonava l'Italia ad un vasto cimitero tutto squallido e bruttato d'infiniti cadaveri, e che stimolava i popoli a correre armati contro i Francesi, partoriva un effetto incredibile. Se ne querelava Villetard coi municipali; se la passarono con dire, che la stampa era libera, e, quanto alle ingiurie contro a loro, che le avevano in dispregio. Ma Buonaparte non l'intendeva a questo modo: voleva, che l'autore si rinvenisse. Si viveva pertanto fra la rabbia ed il timore, quando dimorandosi una sera Villetard in caffè sotto le quarantìe, se gli faceva avanti in un atto amico Barzoni. L'allontanava da se con aspre parole il Francese, dicendo, maravigliarsi, che colui, che chiamava a morte i Francesi, avesse fronte di accostarsi amichevolmente a chi gli rappresentava in Venezia. In questo Barzoni, trattosi di seno una pistola, e contro Villetard dirizzatola, lo voleva uccidere. Nasceva pel fatto in quel ritrovo un gridare, un fuggire, un accorrere incredibile. Si ritirava o intimorito, o sbalordito Barzoni, e vi fu calca: furono presto i soldati ad accorrere a quel romore inopinato. Per ammansare lo sdegno di Buonaparte, scriveva Villetard a Monge, scusasse il fatto col generalissimo, allegando, che il povero Barzoni, preso da un ardente ed infelice amore per una giovane gentildonna, era fuori di mente. Il pregava altresì, tanto era buono quel Villetard, operasse presso al generalissimo, onde si contentasse, ch'ei desse un passaporto a Barzoni, acciocchè se ne andasse a passare in paesi forestieri quella sua ira tanto gonfia contro i Francesi. Rescriveva furiosamente Buonaparte, essere un assassinamento; volere, che il reo si castigasse. Non ostante gli dava Villetard il passaporto: il giovane Barzoni fuggendo in paesi esteri la collera di chi tanto poteva, si riduceva per ultimo nell'isola di Malta, quando ella venne in potestà degl'Inglesi, e quivi si stette lungo tempo, scrivendo un giornale contro la tirannide Buonapartiana. Asperava questo fatto vieppiù gli animi da ambo le parti: insino ai municipali era venuto in odio quel forestiero dominio.