Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III
Part 16
Tessuto con parole di molta superiorità pubblicava un manifesto da servir per principio alla Cisalpina repubblica. La repubblica Cisalpina, andava ragionando, essere stata lunghi anni sotto l'imperio dell'Austria, averla contro l'Austria conquistata la repubblica Francese; eppure rinunziare lei la conquista, e volere, che la Cisalpina fosse libera, independente, riconosciuta dalla Francia e dall'Austria, riconosciuta da tutta l'Europa; nè contento il direttorio esecutivo della repubblica Francese allo aver usato l'autorità sua, e le vittorie dei soldati repubblicani, perchè sorgesse, e sicura vivesse, volere ancora per singolar tratto della sua amorevolezza, e per preservarla dalle rivoluzioni dare al popolo Cisalpino la propria constituzione, parto prediletto di una nazione illuminatissima; essere la libertà il maggior bene, le rivoluzioni il maggior male; dovere adunque il popolo Cisalpino far passo da un reggimento soldatesco ad un reggimento civile; perchè questo passo senza discordie fosse, e senza sedizioni, avere il direttorio esecutivo giudicato dovere per suo mezzo, e per questa volta nominarsi i magistrati supremi della repubblica nuova, insino a che, trascorso un anno, il popolo stesso secondo gli ordini della constituzione gli nominasse; già da secoli non essere più buone repubbliche in Italia, l'amore sacro della libertà esservi spento, la più bella parte dell'Europa vivere serva dei forestieri; esser debito della repubblica Cisalpina il dimostrare col senno, e col vigor suo, e coi buoni ordini de' suoi eserciti, non avere la moderna Italia degenerato dall'antica, e vivere ancora in lei spiriti degni della libertà, per questo avere lui nominato e le quattro congregazioni, e il direttorio, e i ministri.
Destinavansi il dì nove luglio, ed il campo del Lazzaretto fuori di porta Orientale, vasto e magnifico, al pubblico e solenne ingresso della Cisalpina repubblica. Accorrevano chiamati alla solennità piena di tanti augurj i deputati di tutti i municipj, di tutti i drappelli delle guardie nazionali, di tutti i reggimenti assoldati della repubblica. Era nei giorni, che precedevano la festa, in tutta la città una folla, ed un andar e venire di popoli contenti; pareva, che non solo la nobile Milano, ma ancora tutta l'Italia a nuovo destino andasse. Aprivasi alle nove del destinato giorno il campo della Confederazione (che così dal fatto chiamarono il Lazzaretto) e vi accorrevano giulivamente, ed a pressa meglio di quattrocentomila cittadini. Suonavano le campane a gloria, tiravano i cannoni a festa; innumerevoli bandiere tricolorite col turchino, o col verde sventolavansi all'aria, e le grida, e il tumulto, e le esultazioni per l'infinita contentezza andavano al colmo. I democrati non capivano in se dall'allegrezza, e dicevano le più strane cose del mondo. Pareva, ed era veramente un gran passo da quella vita morta dei Tedeschi a quella vita viva dei Francesi; la magnifica Milano, città di per se stessa e per naturale indole allegrissima, ora tutta più che fatto non avesse mai, sin dall'intimo fondo suo si commuoveva, e si rallegrava. Entrava nel campo il direttorio coll'abito verde ricamato d'argento alla Cisalpina: il seguitavano i magistrati, e gli uomini eletti della città; gli uni e gli altri magnifico spettacolo. Nel punto dell'ingresso spesseggiavano vieppiù con le salve le artiglierìe, i popoli applaudivano, le bandiere si sventolavano: celebrava l'arcivescovo sull'altare apposito la messa; in questo mentre a quando a quando rimbombavano le artiglierìe. Dopo il santo sacrificio benediva l'arcivescovo ad una ad una le presentate bandiere. Seguitava un concerto strepitosissimo, e pure melodioso d'inni, di suoni, di _viva repubblicani_. Sorgeva in mezzo l'altare della patria; aveva sui lati iscrizioni secondo il tempo: sopra, un fuoco acceso, simboleggiatore dell'amore della patria, a' piedi urne con motti dimostrativi del desiderio e della gratitudine verso i soldati Francesi, e Cisalpini morti nelle battaglie per la salute della repubblica. Quest'erano le Cisalpine allegrezze e cerimonie. Assisteva Buonaparte seduto in ispecial seggio alla festa, al quale, come a vincitore di tante guerre, ed a fondatore della repubblica, risguardavano principalmente i popoli circostanti. Nè piccola parte dell'onesto spettacolo erano gli uomini delegati di Ferrara, di Bologna, dell'Emilia, di Mantova stessa, ancorchè non ancora fosse unita alla repubblica, venuti ad esser presenti a quella solennità, non solo inconsueta, ma non vista mai nel corso dei secoli, grande testimonianza d'amore, e di concordia Italiana.
Serbelloni, presidente del direttorio, dal luogo suo levatosi, e sopra un più elevato seggio postosi, in cotal modo, fattosi silenzio in mezzo agli adunati popoli, a favellare incominciava: «Noi fummo un tempo liberi, e queste medesime terre repubblicane furono: la diversità fatale delle troppo facili opinioni ci ridusse, e ci mantenne per molti secoli in estera e spesso variata servitù. Rammentiamoci, o cittadini, la lunga serie dei cessati infortunj, ed il passato ci sia d'utile esempio per l'avvenire. Sparisca, come lampo, ogni spirito di parte, che finora possa averci divisi, e perfino gli odiosi nomi, fonte inesausta di civili discordie, siano mandati in dimenticanza. Serbiamo con indelebile memoria pel ricevuto benefizio una gratitudine eterna verso la Francese repubblica, che col valore, e col sangue de' suoi soldati ci procurava la libertà, e gratitudine ancora eterna sia in noi verso l'immortale Buonaparte, che emolo dell'Africano Scipione, ci tolse con le sue vittorie a servitù, e diè forma con la vastità de' suoi lumi politici al nostro libero governo. Ciò crediamo, ciò inculchiamo nel più profondo degli animi nostri, che a voler mantenere, e conservare la prosperità di una repubblica democratica, ha ad essere fra di noi virtù nei padri, educazione nei figliuoli, costume e costanza d'animo nei cittadini, leggi ed interessi in tutto il territorio uniformi. Accendiamoci di un amor santo di patria, giuriamo concordemente di viver liberi, o di morire. Il direttorio della Cisalpina repubblica lo giura il primo, e ve ne dà l'esempio».
A questo passo il presidente, sguainata la spada, ed i suoi colleghi, levati i cappelli, ad alta voce giuravano. Giuravano al tempo stesso gli uomini deputati, giuravano i capi dei reggimenti, giurava l'adunato popolo intiero: i viva, le grida, i plausi, il batter delle mani, il lanciare i cappelli, lo sventolar delle bandiere facevano uno spettacolo misto, romoroso ed allegro.
Ciò detto, continuava orando il presidente, «manterrebbe col sangue, e con la vita, se fosse d'uopo, il direttorio la constituzione e le leggi. Sovvengavi, terminava, o cittadini, sovvengavi, che questa terra che abitiamo, è la terra dei Curzj, degli Scevola, dei Catoni; imitiamo quelle grandi anime, in ogni umano caso imitiamole, e lascino ogni speranza di vincerci i nostri nemici, e insieme l'Europa s'accorga, che qui l'antica Roma rinasce».
Qui rincominciavano i plausi, ed i cannoni strepitavano. A questo modo s'instituiva la repubblica Cisalpina, mandata da un principio che pareva eterno, ad un dubbio e corto avvenire. Furonvi tutto il giorno corse di carri e di cavalli, suoni, balli, festini in ogni canto, poi la sera bellissime luminarie sì dentro, che fuori del teatro. Insomma fu una grande e solenne allegrezza; e queste feste non in altra città del mondo riescono tanto liete e tanto magnifiche, quanto nella bella, e splendida Milano.
Perchè poi la memoria di un giorno tanto solenne nella mente dei posteri si conservasse, decretava il direttorio, che si rizzassero nel campo della Confederazione ad onore di ciascuna schiera dell'esercito Francese otto piramidi quadrangolari; sur un lato di ciascuna piramide si scolpisse un segno eterno della gratitudine e dell'amicizia del popolo Cisalpino verso la repubblica Francese, e l'esercito d'Italia; s'inscrivessero su due altri lati i nomi di quei forti uomini, che avevano dato la vita per la patria loro, e per la libertà Cisalpina nelle battaglie; che l'ultimo lato si serbasse intatto per iscolpirvi, ove fosse venuto il tempo, i nomi di quei prodi cittadini, che fortemente combattendo avrebbero procurato col sangue loro salute, e libertà alla patria Cisalpina.
Contaminava l'allegrezza dei patriotti l'essersi fatta serrare dal direttorio la società di pubblica instruzione. Si trovò pretesto dell'essere contraria agli ordini della constituzione.
Continuava Buonaparte ad usare l'autorità suprema per ordinare la repubblica. Nominava i giudici, gli amministratori dei distretti o dei dipartimenti, e que' dei municipj. Si faceva poi più tardi ad eleggere i membri dei due consigli, cioè del consiglio grande, o dei giovani, e del consiglio dei seniori, o degli anziani.
I popoli all'intorno, che se ne vivevano o con governi deboli, o con governi temporanei e tumultuarj, veduto le forme più regolari e più promettenti della Cisalpina, e quell'affezione particolare che il capitano invitto le portava, si davano a lei l'uno dopo l'altro. Bologna, Imola e Ferrara furono le prime a mostrar desiderio dell'unione, le due ultime più ardentemente per invidia a Bologna, la prima più a rilento per la memoria dell'antica superiorità. La giunta Bolognese titubava; ma tanti furono i maneggi dei patriotti più accesi, e l'intromettersi dei Cisalpini, che ne fu vinta la sua durezza, ed accedeva anch'essa alla prediletta repubblica; accostamento di grandissima importanza, perchè era Bologna città grossa, e piena d'uomini forti e generosi. Unite le legazioni, pensava Buonaparte a compire il direttorio, vi chiamava per quinto un Costabili Containi di Ferrara.
Principalmente accrebbe la grandezza Cisalpina l'unione della forte Brescia, membro tanto principale della terraferma Veneta. Fu tratto presidente del consiglio grande Fenaroli, nativo di questa città, il quale, avuta principal parte nelle precedenti mutazioni, si mostrava molto ardente per la conservazione dello stato nuovo.
Mantova, perchè ancora di destino incerto, se ne stava in pendente di quello che si avesse a fare. Ma poi quando si seppe, che pel trattato di Campoformio l'Austria si spogliava della sua sovranità sopra di lei, s'incorporava con animo pronto anch'essa alla Cisalpina. I Cisalpini poi, fatto di per se stessi impeto nell'oltre Po Piacentino, consentendo facilmente i popoli, l'aggregavano alla loro società.
Ampliata la repubblica per tutte queste aggiunte, Buonaparte la divideva in venti spartimenti, che chiamava dell'Olona con Milano, città capitale, del Ticino con Pavia, del Lario con Como, del Verbano con Varese, della Montagna con Lecco, del Serio con Bergamo, dell'Adda ed Oglio con Sondrio, del Mela con Brescia, del Benaco con Desenzano, del Mincio con Mantova, dell'Adda con Lodi, del Crostolo con Reggio, del Panaro con Modena, dell'Alpi Apuane con Massa, del Reno con Bologna, dell'Alta Padusa con Cento, del Basso Po con Ferrara, del Lamone con Faenza, del Rubicone con Rimini. Per tal modo in men che non faceva cinque mesi dappoichè era stata creata, in questa larghezza si distendeva la Cisalpina, che conteneva in se la Lombardia Austriaca, i ducati di Mantova, di Modena e di Reggio, Massa e Carrara, Bergamo, Brescia, e Crema coi territorj loro, la Valtellina, e le tre legazioni di Bologna, di Ferrara e dell'Emilia, parte del Veronese, e l'oltre Po Piacentino. Poco dopo Pesaro, città della Romagna, fatta mutazione, si dava alla Cisalpina. Per questo fatto i Romani confini si restrignevano.
L'unione delle legazioni alla Cisalpina aveva in se non poca malagevolezza, perchè questi popoli, soliti a vivere sotto il dominio della Chiesa, ripugnavano alle innovazioni, che loro pareva che fossero state fatte nelle cose attinenti alla religione. Questa mala contentezza si era vieppiù dilatata, quando si domandarono i giuramenti ai magistrati. Fu loro imposto di giurare osservanza inviolabile alla constituzione, odio eterno al governo dei re, degli aristocrati, ed oligarchi, di non soffrire giammai alcun giogo straniero, e di contribuire, con tutte le forze al sostegno della libertà ed uguaglianza, ed alla conservazione e prosperità della repubblica. Per mitigare le impressioni contrarie concette dal popolo, intendevano i magistrati alle persuasioni, ma come d'uomini la maggior parte troppo dediti alle nuove opinioni, elle facevano poco frutto. Tentaronsi gli ecclesiastici, e fra gli altri il cardinale Chiaramonti, vescovo d'Imola, che poi fu papa sotto nome di Pio settimo. Il suo testimonio, e le sue esortazioni, come d'uomo di vita integerrima e religiosa, erano di molto momento. Pubblicò egli adunque il giorno del Natale del presente anno un'omelìa, in cui parlava in questa guisa ai fedeli della sua diocesi: «La libertà, cara a Dio ed agli uomini, è una facoltà che fu donata all'uomo, è un dominio di poter fare o non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle; non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio, ed alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l'onestà, chi si attiene al vizio ed abbandona la virtù.... La forma di governo democratico adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, nè ripugna al vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù, che non s'imparano che alla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria, e lo splendore della vostra repubblica».
Fatto poscia un vivo elogio delle virtù degli antichi Romani, il cardinale passa a dire:
«Se le morali virtù così resero cospicua la latina libertà, con quanta maggior ragione dobbiamo noi riputar necessaria la virtù nella presente democrazìa, noi, che non viviamo invescati dal lezzo, e dall'ambizione di sognar deità, noi che santificò il Verbo di Dio fatto uomo.... Le morali virtù, che non sono poi altro, che l'ordine dell'amore, ci faranno buoni democratici, ma di una democrazìa retta, e che altro non cura, che la comune felicità, lontana dagli odj, dall'infedeltà, dall'ambizione, dall'arrogarsi gli altrui diritti, e dal mancare ai propri doveri. Quindi ci conserveranno l'uguaglianza intesa nel suo retto significato, la quale dimostrando, che la legge si estende a tutti gl'individui della società e nel diriggergli, e nel proteggergli, e nel punirgli, ci dimostra ancora in faccia alla legge divina ed umana, quale proporzione debba tenere ogni individuo nella democrazìa tanto rapporto a Dio, quanto rapporto a se stesso ed ai suoi simili.
«Ma i perfetti doveri dell'uomo non si possono compire nella sola virtù morale, e l'uguaglianza, che fa l'armonia e il bene della società, desidera altre molle per la sua sussistenza, e per la sua perfezione. Il Vangelo di Gesù Cristo ci fu dato come un complesso di leggi, onde rendere gli uomini veramente perfetti anche in società, onde sistemare quell'uguaglianza che ci faccia felici nel presente giro dei giorni mortali, e più felici nell'aspettata eternità. La storia della filosofia ci dimostra la mancanza di tal progetto, la storia del Vangelo ce ne dimostra l'esecuzione e il compimento....
«Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli apostoli, e dei gran filosofi padri, e dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi, e con Gesù Cristo.... Il luminoso oggetto della nostra democrazìa dev'essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società....
«Eccovi, o dilettissimi fratelli, uno sparuto abbozzo degli evangelici dettami. Vedete ivi quale possanza, qual influsso risplenda per la massima virtù dell'uomo, per la civile uguaglianza, per la regolata libertà, per quell'unione insomma d'amore e di tranquillità, che fa la sussistenza, e l'onore della democrazìa. Forse per la durevole felicità degli altri governi basterà una virtù comune, ma nella democrazìa studiatevi di essere della massima possibile virtù, e sarete i veri democratici: studiate, ed eseguite il Vangelo, e sarete la gioja della repubblica;... la religione cattolica sia l'oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione, e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate, che ella si opponga alla forma del governo democratico. In questo stato vivendo uniti al vostro divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell'eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi, e dei vostri simili, e procurare la gloria della repubblica e delle autorità constituite.... Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani, e sarete ottimi democratici».
Queste parole con tanta soavità dette da un uomo così eminente per dignità, e così venerato per la santità dei costumi, calmavano gli spiriti, raddolcivano i cuori, e preparavano radici al nuovo stato.
Ordinata la Cisalpina, restava che le potenze amiche alla Francia la riconoscessero in solenne modo, come potentato Europeo. Vi si adoperava Buonaparte cupidamente, recando a gloria propria che non solo vivesse la creazione sua, ma ancora assumesse la condizione di vero stato. In questa bisogna il mezzo più facile era anche il più efficace; quest'era che la Francia riconoscesse quella sua figliuola primogenita, come la chiamavano.
A questo fine mandava il direttorio Cisalpino per suo ambasciadore a Parigi un Visconti, che stato prima uno dell'amministrazione generale di Lombardia, ed amato da Buonaparte, ma stimato da lui troppo vivo nelle opinioni dei tempi, non era stato eletto fra i quinqueviri, nè fra i magistrati subalterni; pure pareva, che in grado privato più non potesse vivere.
Fu veduto a Parigi molto volentieri il Visconti, ed in pubblica udienza, presenti tutti i ministri di Francia, e gli ambasciadori delle potenze amiche, il dì venzette agosto, solennemente udito. Parlava magnificamente dei benefizj della repubblica Francese, della gratitudine della Cisalpina; esprimeva, unico, e primo desiderio dei Cisalpini essere il farsi degni della illustre nazione Francese; di loro non potere aver ella amici nè più affezionati, nè più fedeli; comune avere le due repubbliche la vita, comuni gl'interessi, comune ancora dover avere la felicità, nè senza i Francesi volere, o poter essere i Cisalpini felici; le vittorie del trionfator Buonaparte già aver procurato pace, e quiete alla Cisalpina; desiderare, che la Francia ancor essa quella pace si godesse, e quella felicità gustasse, che le sue vittorie, e la sublime di lei constituzione le promettevano. Queste cose scritte in Francese, poi tradotte in pessimo Italiano nei giornali dei tempi, diceva Visconti. A cui magnificamente, ed anche tumidamente, secondo i tempi, rispondeva il presidente del direttorio, piacere alla repubblica Francese la creazione, e l'amicizia della Cisalpina; non dubitasse, che viverebbe libera e felice lungo tempo. Poi parlava di serpenti, che mordevano Buonaparte, quindi di maschere portate prima, poi deposte dai nemici delle due repubbliche. Sapere il direttorio, che quest'uomini velenosi, e perfidi volevano distruggere la libertà sulla terra; ma la Francia esser sana e forte, e fortificarsi ogni giorno più per una corona intorno di popoli liberi, e governati da leggi consimili. Appresso parlava il presidente di moderazione e di temperanza, non di quelle degli animi vili, e timorosi, ma di quelle degli animi ben composti, e forti. «No, prorompeva, immortali guerrieri, non fia, che l'opera vostra accompagnata da tanti miracoli, e da tanta gloria, non lasci un segno durevole in Italia nella conservazione di uno stato libero, e di un alleato fedele della vostra patria. No, popoli della Cisalpina, voi non avrete gustato i primi frutti della vostra indipendenza per tornar a vivere in servitù. Il destino vostro non girerà a modo di coloro, che con male parole, e con discorsi bugiardi insidiano alla libertà. Il serpe frodolento romperà i denti sulla lima, nè il pigmeo distruggerà l'opera del gigante. In Italia sono gli eserciti vincitori, sonvi i forti generali, evvi il trionfator Buonaparte. Il direttorio amico alla Cisalpina vuol fondare con ogni suo sforzo, a malgrado delle congiure e delle calunnie, la libertà di lei; stessero pur sicuri i Cisalpini, e confidassero nella grandezza e nella lealtà della nazione Francese, nel coraggio e nel valore dei suoi soldati, nella rettitudine e nella costanza del direttorio: niuno più acceso, niuno più ardente desiderio avere il direttorio di questo, che i Cisalpini vivessero felici, e liberi». Questi detti minacciosi toccavano l'Austria, che nei negoziati di pace, che allora pendevano, veduto che Buonaparte aveva ritratto l'esercito, ed avendo lei stessa con nuove leve ricomposto le sue genti, stava sul tirato, e metteva in mezzo condizioni, che parevano esorbitanti, massimamente quella di volersi ricuperar Mantova.
Un parlare tanto risoluto sbigottiva le potenze minori, che, o già serve del tutto della repubblica di Francia, o da lei interamente dipendenti, non avevano altra elezione che quella di obbedire. Per la qual cosa non esitavano il re di Spagna, quei di Napoli e di Sardegna, il gran duca di Toscana, la repubblica Ligure, ed il duca di Parma a mandar ambasciatori, o ministri, o simili altri agenti a Milano, acciocchè tenessero bene edificato, e bene inclinato quel nuovo stato tanto prediletto di Buonaparte. In questo ancora ponevano l'animo allo investigare in mezzo a tante gelosìe ed a tanti timori, quello, che succedesse a Milano in pro od in pregiudizio degli stati loro; perchè a Milano si volgevano allora le sorti di tutti gli stati d'Italia. Perciò i patriotti gridavano, che questi ministri erano spie per rapportare, stromenti per subornare. Gli laceravano con gli scritti, gli oltraggiavano con le parole, talvolta ancora coi fatti gli maltrattavano; esorbitanze insopportabili. Principalmente i fuorusciti delle diverse parti d'Italia, raccolti in gran numero in Milano, non si potevano tenere. Buonaparte se ne sdegnava, e dava loro spesso sulla voce, e talvolta sulle mani, ma essi ripullulavano, e straboccavano più molesti da un altro lato, per forma che non vi era requie con loro.
Introdotti al direttorio Cisalpino oravano i ministri esteri con parole di pace e d'amicizia, a cui secondo il solito, ed anche meno del solito credeva nè chi le diceva nè chi le udiva: così con questi inorpellamenti s'ingannavano a vicenda, o piuttosto non s'ingannavano, perchè gli uni e gli altri ottimamente sapevano, che cosa ci fosse sotto.
Esitava il papa al mandare un ministro, perchè gli pareva, che i Cisalpini avessero posta la falce nella messe religiosa. Ma dettesi certe parole da Buonaparte, e fattogli un motivo addosso dai Cisalpini, che armatamente si erano impadroniti della fortezza di San Leo, e minacciavano di andar più avanti con l'armi pericolose, e coi manifesti più pericolosi ancora, si piegava ancor egli. L'Austria, riputando che fosse dignità l'indugiare, non s'inclinava a mandar un ambasciatore a Milano, pretendendo, ed allegando ciò che era vero, che la Cisalpina, anche come già si trovava constituita legalmente in repubblica ordinata, non era stato franco, e indipendente, perchè e le sue fortezze erano in mano dei Francesi, ed i comandanti Francesi pubblicavano di propria autorità in tutta la Cisalpina, e nella sede stessa di Milano ordini, e manifesti, ed anzi i magistrati nissun ordine e manifesto pubblicavano, se non dopo che fossero veduti ed appruovati dai comandanti Francesi.