Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III
Part 15
Qual fosse l'amicizia della repubblica di Francia verso il re di Sardegna, di sopra si è veduto, e si vedrà anche maggiormente in appresso. Quanto all'ufficio di Buonaparte, era buono e lodevole, e sarebbe stato anche più, se prima che entrasse in Piemonte, e dopo che vi era entrato, non avesse, secondando le intenzioni del direttorio, con parole ed esortazioni efficacissime stimolato i democrati a muoversi, ed a far rivoltar lo stato, mostrando anche loro lettere di un quinqueviro che risolutamente affermavano, non essere mai la repubblica di Francia per far la pace col re, ed anzi essere intenzione di lei di torgli lo stato. Queste furono le parole del generalissimo, questi gli scritti del quinqueviro: per le une e per gli altri avevano dato i democrati Piemontesi il denaro loro al capitano di Francia per ajutare il suo ingresso in Piemonte, ed ei se lo aveva preso, e ne aveva fornito i soldati delle cose più necessarie. Intanto le lettere di Buonaparte partorirono l'effetto che se ne aspettava. I novatori, già rotti dai soldati regj, ed ora caduti dalle speranze degli ajuti di Francia, posarono intieramente. Domati i democrati, si faceva passo dalle battaglie ai supplizj: erano giusti, perchè contro i ribelli, ma sì frequenti, che parevano piuttosto vendetta che giustizia. Di quattordici si prendeva l'estremo supplizio a Biella; un abbate Boffa fu del numero; di più di trenta in Asti, degli avvocati Testa, ed Arò, dei fratelli Berruti, e di un Celotto di men chiaro nome; nè Moncalieri stava senza sangue, oltre quel di Tenivelli. Vidersi più di dieci giustiziati a Racconigi; poi si soprastava per intercessione del principe di Carignano, dolente di veder quella sua terra piena di sangue. Notossi fra i giustiziati un giovane Goveano di natali onesti, ed apparentato con famiglie di buona condizione. A questo tratto fu molto biasimato, anzi lacerato il governo, come di una cosa enorme, e questa fu, che il re avendo ordinato, che si perdonassero ed in dimenticanza si mandassero i fatti di Racconigi, fu il supplizio susseguente al perdono. Affermavano in contrario i difensori del giudizio, che Goveano, non per delitti politici, ma per comuni era stato condannato dal consiglio di guerra. Ma questi delitti comuni, alla realtà dei quali da una parte ripugna la natura onesta del giovane, dall'altra dà fede l'autorità di una sentenza, in occasione dei delitti politici, e per loro erano nati, e con loro talmente mescolati, che meramente politici e formanti con essi un medesimo corpo avrebbero dovuto stimarsi da chi avesse più mirato ad una giusta sopportazione, che al rigore; e le perdonanze si debbono piuttosto allargare che restrignere. Certamente il fatto di Goveano portò con se un gran terrore, ed una gran compassione, e la fede molto meglio si sarebbe serbata, se si fosse perdonato a Goveano; imperciocchè tra delitti politici e non politici commessi a Racconigi, non si era fatta distinzione nell'editto del perdono, e l'infelice giovane già ridottosi in Francia sui primi fervori, si era, per sua fidanza nelle reali parole, restituito nella sua patria. Certo fu Goveano colpevole di grandi enormità contro lo stato, poichè era stato capo di ribelli; ma la fede di un monarca debb'esser più forte di qualunque reato. Il peggio che si potesse giustamente fargli, era, poichè sulla fede del re era venuto, che sulla fede medesima là fosse, dond'era venuto, ricondotto. A Chieri le palle soldatesche ammazzarono venti persone in un giorno; l'avvocato Roccavilla fu fatto passar per l'armi a Saluzzo, l'avvocato Fuggiani a Moncalieri. Tanti supplizj frenavano pel presente, preparavano rivoluzioni per l'avvenire; avrebbero raffermo uno stato intatto, indebolivano uno stato scosso, insidiato, e circondato da ogni parte da esempj pestiferi.
La moltiplicità dei supplizj non isvolgeva gli animi dall'infelice Boyer, perchè chiaro per la santità dei costumi, chiaro per le dipendenze della famiglia, faceva tutta la generazione intenta a lui. Una giunta mezzana tra militare e civile il processava. Pareva a tutti, essendo i soldati fedeli, incredibile che due giovani, se non fossero del tutto scemi, avessero concetto il disegno d'impadronirsi, come n'erano imputati, nella capitale stessa del regno delle armerìe reali e della cittadella. S'offerivano testimonj pronti al carcere per le difese, insistevano per pruovare, essere impossibile il delitto. Non furono ammessi, perchè si sospettava, che i testimonj amassero meglio servire alle amicizie ed alle opinioni, che alla verità. Pure quell'avere negato le difese parve a tutti, se non se agli arrabbiati, ed era veramente cosa incomportabile. Fu il condannar più crudele per l'occasione offerta di salvar un giovane, al quale tutti inclinavano con amor singolare. Castellengo fra i giudici, Priocca fra i ministri opinavano per la mansuetudine, il primo, perchè gli pareva che il sangue di quel giovane non importasse, il secondo per questo stesso ed anche per compassione. Fu Boyer col suo compagno Berteux sentenziato a morte: ambidue giustiziati sugli spaldi della cittadella. Leggo nei ricordi dei tempi, che il conte di Sant'Andrea, governatore di Torino, pascesse da una casa vicina la sua vista del giovane moriente: il che, non avendone certezza, lascio in dubbio. Se non fosse dei tempi, affermerei esser falso, perchè Sant'Andrea non era uomo di desiderj immani. Bene fu vero, che alcune dame e cavalieri, a tanto di durezza conducono le civil discordie, si lasciarono trasportare al volersi godere un piacer tanto crudo. La morte del Boyer contristava tutta la città, e la rendeva attonita e paventosa lungo tempo.
LIBRO DUODECIMO
SOMMARIO
Pensieri di Buonaparte. Parti ed illusioni in Milano. Creazione della repubblica Cisalpina. Società di pubblica instruzione, e discorsi che vi si fanno. Il generalissimo dà una constituzione alla Cisalpina. Magnifica festa celebrata nel campo del Lazzaretto a Milano. Le potenze riconoscono la nuova repubblica. Omelìa del cardinal Chiaramonti, vescovo d'Imola, in lode della democrazìa. Visconti, ambasciatore della Cisalpina a Parigi, suo discorso al direttorio, risposta del presidente. Ultimo vale di Buonaparte alla Cisalpina. Cupezze di lui, e come inganna i potenti per arrivare alla somma dell'autorità in Francia. Trattato di Campoformio. Miserie d'Italia. Stato di Venezia democratica. Le truppe dell'imperatore occupano l'Istria, la Dalmazia, e l'Albania Veneta. Fraudi di Buonaparte per impadronirsi del navilio Veneziano, e dell'isole del mare Ionio. Spedizione dei Francesi in Levante. Espilazione, e spoglio dei paesi Veneti. Festa giojosa ad un tempo, e compassionevole in Venezia. Congresso in Bassano per la unione delle città Venete, inutile, e perchè. Brutta proposizione fatta da Buonaparte ai municipali di Venezia. Generosi sentimenti dei municipali, e di Villetard, segretario della legazione di Francia; sdegno barbaro di Buonaparte. Venezia consegnata dai repubblicani agl'imperiali.
Buonaparte vincitore dell'Italia e dell'Austria, desiderava, che un testimonio solenne si fondasse in Italia, il quale, oltre gli scritti, che morti sono, tramandasse ai posteri la memoria viva de' suoi illustri fatti, e del suo valore. Quest'era, come abbiam narrato, uno stato nuovo, che fosse a lui obbligato della sua origine, e della sua conservazione. Oltre a ciò, non essendo ancora le cose della pace del tutto ferme, poichè ad ogni momento si poteva prorompere nuovamente all'armi, voleva, che sorgesse in mezzo alle monarchìe d'Italia, e contro l'imperatore medesimo una repubblica, che fondata sui principj nuovi, desse loro cagione continua di spavento. Parevagli ancora, che la fondazione della nuova repubblica avesse, nella opinione dei popoli, a compensare la distruzione di una vecchia, e che la Cisalpina potesse cancellare il biasimo incorso per la Veneziana. Forse in tutto questo, oltre la gloria e le minacce, covava un pensiero più recondito nel caso, in cui per opera o d'altrui, o sua, venisse a mutarsi la forma del governo in Francia, riducendosi di nuovo all'antica, cioè alla monarchìa; poichè quel nuovo stato Italiano avrebbe potuto divenire per esso lui, o asilo, o ricompensa; conciossiachè il tornare al grado privato stimava contro la fama, ed era certamente contro la natura sua, checchè in contrario affermasse in certi momenti di dispetto, al direttorio. I Cincinnati, ed i Washington erano stimati da lui uomini di bassi pensieri, d'animo poco generoso, siccome quelli i quali collocavano la patria fuori di loro, ed in altrui, mentr'ei la collocava tutta in se.
Per le quali cose, come prima ebbe fermato i patti di Leoben, e dato ordine a quanto più pressava nel suo esercito, se n'era tornato a Montebello, donde poteva e vegliar le pratiche della pace, e dar moto alle faccende Cisalpine. Continuavano nella Cisalpina le provocazioni di moti incomposti nei paesi circonvicini, le quali erano, o palesi nei giornali, nei ritrovi politici, nelle condotte ai soldi Cisalpini di soldati Piemontesi, Austriaci, Polacchi, Papali, e Napolitani, che nelle legioni Lombarda e Polacca si descrivevano, o segrete per gli uomini mandati a posta, per lettere, per arti di ogni sorte, in cui vivamente si travagliavano i fuorusciti di ogni contrada d'Italia, massimamente i Piemontesi ed i Napolitani, i primi pericolosi per la natura tenace, i secondi pericolosi per la natura loquace. Le cose che si scrivevano a quei tempi in Milano contro i re e contro il papa, sarebbe lunga faccenda raccontare. Quel Salvadori, ed un Porro che fu poi ministro di polizia, e morì due anni dopo nella morìa di Nizza, erano i capi delle arti provocatrici, e stimolavano scrittori, che anche senza stimolo andavano volentieri a questo cammino. Fra i giornali Italiani il _Termometro politico_ era il primo, e ciò, ch'ei scrisse sulla rivoluzione di Genova, e su i moti del Piemonte, è fuori d'ogni moderazione. Diede negli eccessi principalmente quando con infiammatissime parole esortava, che si gettassero al vento le ceneri dei reali di Savoja serrate nelle tombe di Superga, con surrogarvi quelle dei patriotti morti nell'Astigiana rivoluzione. Queste erano esorbitanze pazze e stravaganti; l'esagerazione stessa serviva di rimedio. Ma era in Milano un motivo assai più efficace, e quest'era un ritrovo pubblico, che chiamavano società di pubblica instruzione, dove con appositi discorsi si ammaestravano i popoli, che concorrevano ad ascoltare, nelle nuove dottrine, e donde scritti innumerevoli partivano al medesimo fine e nella Cisalpina largamente si diffondevano. Apparivano, e risplendevano molto principalmente in questo ritrovo politico uomini dotti, e leali operatori per fin di bene, ma servi ancor essi delle illusioni dei tempi. Piacemi in questo riferire un solo discorso, poichè l'andar particolarizzando sarebbe troppo lunga narrazione, e fia quello di un giovane dotto, ed amico sincero di libertà: aveva egli l'animo buono, e come buono, non sospettava in altrui quel male che non aveva in se. Esposti prima con molto acume, per cui massimamente valeva, i modi con cui gli uomini s'aggregano primitivamente in società, giva per tale forma nella sala della società della pubblica instruzione la domenica dei sette maggio favellando. «Sì, popoli della nuova Gallia Cisalpina, voi segnate negli annali del mondo un'epoca singolare, un'epoca, per cui le città dell'Italia non avranno più ad invidiare a quelle della Grecia la sorte, che portò nel loro seno la libertà. Gli Eraclidi, que' barbari di Tessaglia, che si aprirono strada nel Peloponneso, non scesero già per liberare, ma per ispogliare ed opprimere i popoli Greci. Forzati questi ad armarsi per resistere al nemico esterno, poterono bensì rovesciare i troni dei loro re, ma ciò non seguì che a costo di lunghi e gravi patimenti. Non fu che per la morte di Xanto e di Codro, che Tebe ed Atene si resero libere. Non fu che per una serie di eccessivi malori, che tutte le città cospirarono alla rovina dei despoti, si unirono tutte per sostenersi a vicenda, e guarentirsi la libertà, e sorse il mal ragionato federalismo della repubblica Acaica; e non fu che dopo una fatale continuata esperienza, che le buone leggi comparvero in Sparta, ed Atene; poichè all'epoca della rivoluzione mancarono di Licurghi, e di Soloni quelle città.
«Ora confronta tu stesso, Insubre popolo, con quella di Grecia la tua rigenerazione. Quanto è più fortunata, e più lieta! le armate Francesi non sono già state le orde rapaci degli Eraclidi; non sono già elleno discese dall'Alpi per devastare le nostre terre, per abbattere le nostre mura, per distruggerci col ferro e col fuoco. Sono esse comparse nelle pianure ridenti d'Italia per fraternizzare coi popoli, per rovesciare i troni dei nostri tiranni, per allontanare da questi lidi i veri Eraclidi, i barbari del Nord, che non ebbero, e non potranno avere giammai, nè il diritto di farsi occupatori nostri, nè il merito di unirsi a noi. La naturale loro posizione, i costumi, le leggi, la lingua, gli stessi loro ceffi gli divideranno sempre da noi, e gli conserveranno eterno obietto dell'odio nostro. Noi non siamo stati sforzati ad armarci, ed a combattere nemmeno contro gli schiavi della tirannide; i valorosi repubblicani di Francia hanno combattuto, e vinto per noi. Sulle tracce della constituzione Francese, o per dir meglio, del codice di natura, noi sapremo meglio forse di Licurgo e di Solone donarci in breve le nostre leggi. Avremo in appresso noi pure i nostri Milziadi, i Leonida, i Temistocli, i Cimoni, la gloria dei quali è già stata oscurata dai capitani Francesi, e sapremo rinnovare noi pure le già tante volte dalle Franche falangi ripetute giornate di Maratona, delle Termopili, di Salamina. Più grande di Publicola il condottiere dell'armata d'Italia ha ben meritato di ottenere fra le tue mura l'onore del trionfo; ma le tue allegrezze non verran funestate dai funerali di Bruto; nè tarderanno a sorgere fra' tuoi soldati i Servilj, i Fabricj, i Papirj, i Scipioni: che più? Le Clelie animose, le ferme Virginie si moltiplicheranno pure nelle tue donzelle».
Poi questo buon Italiano, descritta la libertà Siciliana data da Timoleonte, ed esortati gl'Italiani a vivere lontani dall'ozio e dalle discordie, con queste voci la sua orazione terminava: «Conosci, o popolo, la tua forza; la lega che dagl'Italiani si organizzò contro Brenno, e contro il Barbarossa, te ne darà l'idea vantaggiosa. Vivi alla libertà, a quella libertà, che, abbandonate le amene sponde del Cefiso e del Peneo, e fermatasi per qualche secolo sulle mal sicure rive del Tebro, dopo essere stata sì lungamente ne' boschi e ne' deserti nascosta, comparve di nuovo per grandeggiar sulla Senna, e per brillar con successo intorno al Po, da dove tutto scorrerà un giorno il bel paese, _che Apennin parte, e 'l mar circonda e l'Alpe_».
A queste parole applaudivano romorosamente i buoni Milanesi, maravigliando, che fra loro avessero a nascere così presto i Temistocli, i Scipioni, e massimamente le Clelie e le Virginie. Quest'erano appunto le cose, che, come diceva Buonaparte, il quale aveva il cervello fermo, mentre girava agli altri, son buone a mettersi nei romanzi.
Quali effetti partorissero questi incentivi in Piemonte e nel Genovesato, già abbiam raccontato. Il ducato di Parma a grave stento si manteneva per la protezione di Spagna, alla quale per allora la Francia non voleva pregiudicar. Continuava la Toscana nel suo tranquillo stato, sebbene la presenza dei soldati repubblicani, la pressa insolita per le contribuzioni, e le arti Cisalpine vi avessero prodotto qualche impressione. Lucca, corrotti con denari, e fattisi benevoli alcuni agenti repubblicani dei primi, si manteneva negli ordini antichi, non senza grandissime querele dei patriotti Cisalpini, che quell'aristocrazìa ardentemente detestavano. Del resto si contaminava Roma stessa, dove si scoversero congiure per cangiar lo stato, ed in cui si mescolarono francesi ed Italiani, nobili e plebei, cristiani ed ebrei. Condotti dall'occupamento del secolo avevano parlato molte cose, e nessuna operato, per modo che Giuseppe Buonaparte, che a quei tempi sedeva in Roma, gli ebbe a chiamare Bruti in pensiero, femminelle in atto. Certo non avevano nè seguito sufficiente, nè mezzo di esecuzione. Nondimeno il pontificio governo se ne sbigottiva, e gli animi si sollevavano. A Napoli covavano crudi fatti sotto velame quieto: oltreacciò mandavansi truppe di soldati verso le frontiere Romane: il governo macchinava ingrandimento; perciocchè vedendo, che si faceva vendita di stati, Napoli ne voleva per se, e domandava con molta instanza ai Francesi Fermo ed Ancona in Italia, Corfù, Cefalonia, e Zante nella Grecia. Le quali richieste erano non senza riso udite dal direttorio e da Buonaparte, più inclinati a sovvertire gli stati deboli, che ad ingrandirgli. Da ciò si vede che la sete del prendersi quel d'altrui era venuta non solo alle repubbliche, ma ancora alle monarchìe. Nella Valtellina, provincia suddita ai Grigioni, nascevano più che parole, o congiure o desiderj; i popoli vi tumultuavano a mano armata, protestando voler essere uniti alla Cisalpina. Fuvvi qualche sangue: poi dai Grigioni, e dai Valtellini fu fatto compromesso nella repubblica Francese. Pronunziò Buonaparte il lodo, stante che non erano comparsi a dir le loro ragioni i legati dei Grigioni, che avessero i popoli della Valtellina a divenir parte della Cisalpina. Per tale sentenza Chiavenna, Sondrio, Morbegno, Tirano e Bormio, terre principali di quella valle, con tutti i distretti, sottratte dalla divozione di gente Tedesca, si congiungevano con gente Italiana. Così dalla parte d'Italia si apriva ai repubblicani la strada nelle sedi più recondite delle nazioni Elvetiche, grande ajuto ai disegni che si avevano.
Buonaparte intanto, al quale piacevano le dicerìe dei patriotti per sommuovere gli stati altrui, ma non erano ugualmente a grado per fondare un suo governo, perchè sapeva che con modi di simil forma non si reggono i popoli, aveva applicato l'animo ad ordinare la Cisalpina con una constituzione regolare. Erasi fino allora retta la Lombardia col freno di un'amministrazione generale, potestà non solo serva del generalissimo, ma ancora di qualunque più sottoposto commissario o comandante, ed il raccontare tutte le sue condiscendenze sarebbe troppo lunga bisogna. Non era padrona dei tempi, ma i tempi la dominavano: il frenare i democrati era stimata taccia aristocratica, il non frenargli tornava in diminuzione della sua autorità, ed in fonte di licenza. Nelle diverse città i comandanti forestieri facevano a modo loro, e secondochè avevano natura più o meno quieta, od opinioni più o meno sregolate, in questo luogo tenevano, in quell'altro allargavano la briglia, e lo stato si reggeva più strettamente, o più largamente. Laonde quello non era governo nè civile, nè libero, nè comune, ma bensì un reggimento incomposto, difforme, ed a volontà di forestieri. Dal che ne conseguita, che poco più poteva l'amministrazione generale, che empir con le tasse ordinarie e straordinarie l'erario dell'esercito Buonapartiano, e dare caposoldi, e piatti costosi ai generali ed ai comandanti: perciò era veduta non senza disprezzo e indegnazione dai popoli.
Buonaparte, che era solito a gettar via gli stromenti, che per servir lui, erano divenuti odiosi, si risolveva a far mutazione. Oltrechè gl'importava massimamente, a volere che la Cisalpina fosse uno stato da se, e conosciuto dagli altri stati d'Europa, che il reggimento temporaneo vi cessasse, e vi s'introducesse il durevole ed il constituito, per quanto a quei tempi conseguire si potesse. Per la qual cosa avendo dato vita alla Cisalpina nei patti di Leoben, le volle dar ordine con leggi a Montebello. Primieramente creava una congregazione di dieci personaggi rinomati per sapienza e per costume, a cui commetteva il carico di formare il modello della constituzione Cisalpina. Notavansi fra gli eletti cinque Milanesi, un Cremonese, un Reggiano, un Modenese, un Bergamasco. Vi aggiungeva un Tirolese da lungo tempo professore in Pavia. Questi era il Padre Gregorio Fontana, uomo maraviglioso per la profondità e la vastità della dottrina, e certamente fra i dotti dottissimo. Non amava egli travagliarsi dello stato, non avendo ambizione, ma Buonaparte lo cercava per vanagloria, e per un suo fine, volendo farsi scabello dei nomi più chiari per salire a quell'altezza che ambiva. Interveniva spesso alla congregazione. Pareva, che dovesse sorgere qualche gran fatto da un Buonaparte, e da un Fontana. Ne usciva una copia della constituzione Francese con poche mutazioni, e di niun momento; opera degna di copisti, non di quegli uomini eletti. Per tale forma si consumava l'autorità dei nomi senza frutto, e gli stromenti dell'introdurre un vivere ben composto si corrompevano. Restava, che quello che si era fatto in nome, si recasse in atto. Eleggeva Buonaparte quattro Cisalpini al direttorio: furono quest'essi: Serbelloni, che fu duca, e che camminava con molto affetto in queste novità, Moscati, medico compitissimo, e non ostante tanto compito in ogni altro genere di filosofia, quanto in medicina, Paradisi, autore assai celebrato per bello scrivere, e malveduto dagli Austriaci per aver voce di essersi mescolato attivamente nei moti di Reggio; finalmente Alessandri, operatore principale delle mutazioni nelle terre Veneziane oltre Mincio. Siccome poi non si potevano così presto eleggere i rappresentanti, che nei due consigli legislativi dovevano sedere, creava Buonaparte quattro congregazioni, l'una di constituzione con Fontana, Mascheroni, Longo, Oliva, Loschi, Goldaniga; l'altra di giurisprudenza con Bazetta, Negri, Taverna, Spannocchi, Villa, Perseguiti; la terza di finanze con Melzi, Vandelli, Formigini, Nicoli, Forni, Carissimi; la quarta di guerra con Visconti, Lahoz, Porta, Triulzi, Gazzari, Caleppi, uomini, se non tutti, certamente la maggior parte, migliori dei tempi. Conservassero, voleva, il mandato insino a che fossero creati, ed entrassero in ufficio i consigli legislativi. Finalmente per compir quanto ai supremi ordini politici dello stato si apparteneva, il capitano di Francia chiamava ministro di polizia Porro, di guerra Birago, di finanza Ricci, di giustizia Luosi, di affari esteri Testi. Al tempo medesimo nominava segretario del direttorio Sommariva.