Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III

Part 14

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Mentre così, come abbiam raccontato, il governo repubblicano di Francia studiava modo di usare le forze del re di Sardegna durante la guerra, e di distruggerlo durante la pace, i semi venuti di Francia, e pullulati con tanto vigore in Milano ed in Genova, incominciavano a partorire i frutti loro in Piemonte. Principiavasi dalle congiure segrete, procedevasi alle ribellioni aperte. Davano incentivo a queste mosse, oltre le opinioni dei tempi, le condizioni infelici di quel paese; imposizioni gravissime, quantità esorbitante di carta moneta, che scapitava del cinquanta per cento, moneta erosomista anch'essa in copia eccessiva, e disavanzante del dieci per cento; a questo i gravami dei soldati repubblicani o di stanza nel paese, o di passo, le leve di genti, sì pei regolari che per le milizie molto onerose, l'orgoglioso procedere dei nobili, certamente intempestivo, stantechè da lui principalmente nasceva la mala contentezza dei popoli, e contro di loro specialmente si dirizzavano le opinioni. A tutto questo non portava rimedio nè la natura temperata del re, nè la santità della regina, nè i consigli prudenti dei ministri. Era la quiete di Torino raccomandata al conte di Castellengo, uomo tanto deforme di corpo, quanto svegliato d'animo. Amatore del bene solo pel buon ordine, odiatore del male solo pel mal ordine, indovinava gli uomini, e gli sapeva frenare. Cercatore di mercati assiduo, esploratore notturno di conventicoli, scopritore acutissimo di volti infinti, si vedeva che in lui più poteva la natura che l'arte, ancorachè l'arte potesse moltissimo, e se per debito spiava, spiava molto più per inclinazione. Della nobiltà non si curava, dei re poco, della libertà si rideva, della non libertà parimente, i patriotti perseguitava piuttosto per vanagloria dell'arte, che per opinione. Insomma ei fu uomo, non dirò già più tristo dei tempi, ma bene tanto astuto, quanto i tempi avviluppati, e se campo più largo alle abilità sue avesse avuto, che il Piemonte non era, avrebbe lasciato una gran pruova di quanto possa a far muover gli uomini a posta d'uomo il conoscergli. Fu accusato di sangue, di ruberìe, di ricchezze illecite. Punì qualcheduno, ma sospinto dalla rabbia altrui; fu continente da quel d'altri, morì coi beni paterni non aumentati. Un Bonino, cameriere del marchese di Cravanzana, ed un Pasio, materassajo, furono sostenuti, come di aver voluto assaltare a mano armata il re sulla strada per alla Venerìa a fine di fare una rivoluzione. Credevano trovar molta gente, trovarono nissuno. Si disse, un Santini, spia di Castellengo, avergli messi su, poi traditi; ma non fu vero, e Castellengo non era uomo da simili giuochi, non che avesse scrupolo, che veramente non aveva, ma gli parevano inezie sanguinose per niente. Intanto l'astio delle due parti vieppiù s'inacerbiva. Insolentivano i soldati regj a Novara con lacerar di forza certe nappe d'oro, che i giovani Novaresi portavano sui cappelli: fuvvi gran tumulto, e qualche ferita. Tumultuava il popolo a Fossano, pretendendo il caro dei viveri, e faceva oltraggio alle case del conte San Paolo, uomo dotto e buono, ma lo chiamavano usurajo: poi i sollevati prendevano certi cannoni; il che non era più tumulto per le vettovaglie, ma ribellione: a Torino s'incominciava a gridar il nome di libertà, preso principio dalla bottega di un panattiere, che non voleva vender pane. Questi erano cattivi segni di un peggior avvenire; ed appunto in Genova era nata la rivoluzione. Accresceva il terrore ed il livore mi caso molto lagrimevole; che un medico Boyer con un compagno Berteux si arrestavano come rei di congiure. Era Boyer giovane virtuoso, e di famiglia ornata ancor essa di tutte le virtù, che possono capire in mortali uomini. Era egli certamente amico di libertà, ma per lei, non per lui: aveva l'animo innocente, e dell'innocenza prima; il mal fare odiava più che la morte, ed il mal fare degli altri il muoveva piuttosto a compassione che a odio; tanto era la natura sua dolce e comportevole. Amici e nemici piangevano le sue disgrazie. Egli solo, come se l'animo suo albergasse in altra miglior regione che questa non è, non rimetteva dalla dolcezza e serenità consuete. Eppure tanto amore lasciava nell'estremo supplizio!

I tumulti intanto si dilatavano. Già Racconigi, Carignano, Chieri e Moretta, terre vicine a Torino, contro il dominio regio si muovevano. In Asti soprattutto succedeva un fatto terribile, perchè i novatori, prese improvvisamente le armi, combattevano i soldati regj, che in numero di mila cinquecento vi stanziavano, e gli facevano prigioni con insignorirsi intieramente, non solo della città, ma ancora del castello. Poi chiamavano a libertà le terre vicine, in aiuto i patriotti lontani: Canale ed Alba romoreggiavano da vicino, Mondovì da lontano. Poco stante si udiva di nuovi romori a Biella, che oppugnata da una banda di novatori guidati da un conte Avogadro, e venuti parte da Cambursano e da Pollone, parte dalla valle di Mosso, fu tosto ridotta in estremo pericolo; perchè mentre i soldati regj combattevano gli assalitori da una parte, gli altri sforzavano il comandante ad arrendersi con dare in mano loro armi, e vettovaglie. Al tempo medesimo nella già tentata Novara prevalevano i regj, ma fu più insidia che onorevole vittoria; conciossiachè i soldati a ciò spinti da parecchi ufficiali, andavano facendo molte grida di libertà per fare scoprir i libertini: un solo fu colto all'agguato, perchè gridò, e non così tosto ebbe gridato, che restò ucciso. Nissun altro si scopriva, perchè avevano conosciuto l'inganno. Ma il moto, come suole avvenire, non poteva terminarsi di leggieri: i soldati correndo alla scapestrata incominciavano a mettere a sacco le case di coloro, che erano in voce di desiderar le novità; poi saccheggiavano le case degli aristocrati, e stava per poco che la città non andasse tutta a ruba. Un Seminoli, che fabbricava orologi, un Martinez gioielliere ne andavano con la peggio. Ho per testimonj uomini gravi, i quali raccontano, essersi veduto il dì seguente un ufficiale portar in dito l'anello della moglie del saccheggiato Martinez. La qual cosa io nè affermo, nè nego; basta bene, che il farlo veramente, ed il dirlo falsamente erano degni ugualmente di quei tempi.

Così con varia fortuna ardeva la guerra civile in Piemonte, accesa dal popolo pel timore delle vettovaglie, dai novatori per amore di libertà, o per odio dei nobili, dai nobili per fede verso il re, o per odio contro i novatori. Si trepidava in ogni luogo, perchè in ogni luogo si faceva sangue, o si temeva che si facesse. Già si sospettava di Torino; ma ottomila fanti, e duemila cavalli chiamati in fretta per sussidio della regia sede, e posti a campo sullo spaldo della cittadella minacciosamente, erano mantenitori di quiete. Ed ecco sulle porte stesse della città regia udirsi un romor confuso d'armi e d'armati: erano i Moncalieresi, che levatisi a romore, e sovvertita in Moncalieri l'autorità regia, già si mostravano sulle rive del Sangone con animo di andar più oltre a tentar Torino. Eransi i Moncalieresi a ciò mossi principalmente dai romori di Asti e di Carignano, e dalla stretta dei viveri, parte vera, parte esagerata dagli spaventi popolari, parte con vivi colori descritta dai novatori, levati a sedizione, e corsi sulla piazza per cui si ascende al castello, creavano tumultuariamente una immagine di reggimento popolare, non conoscendo bene nè che cosa si volessero, nè qual pericolo portassero in tanta vicinanza della sede della metropoli ottimamente munita d'armi e di munizioni. Sogliono i popoli sollevati nei primi impeti loro, prima che i tristi abbiano fatto i loro maneggi per tirar le cose a se, ricorrere, e far capo a personaggi autorevoli per dottrina e per virtù; il che lascia poi la solita coda dei martirj dei buoni, non solo abbandonati, ma ancora dati in mano ai persecutori da quei popoli medesimi, che gli avevano fatti capi delle imprese loro. Viveva a questi tempi in Moncalieri un uomo dottissimo, e tanto buono quanto dotto, dico Carlo Tenivelli, autore elegante di storie Piemontesi. Questi, alieno dalle opinioni dei tempi, avverso per natura, siccome quegli che Italianissimo era, da quanto venisse d'oltre Alpi, ed oltre a ciò di costume molto indolente e non curante, non avendo attività alcuna se non per iscrivere storie, non aveva a niun modo mente a muover cose nuove, e molto meno quelle che si assomigliassero alle Francesi. Divoto alla casa di Savoja, dedito, anche con singolare compiacenza, ai nobili, non era uomo, non che a fare, a sognar rivoluzioni. Per me, quando considero la natura sua, e quella del La Fontaine, celebrato favolatore di Francia, mi pare, che non mai chi crea tutto, abbia creato due nature tanto l'una all'altra somiglianti, quanto quelle di Tenivelli e di La Fontaine, solo ed unicamente in ciò differenziandogli, che l'uno era formato per aver ad essere uno storico egregio, l'altro un favolatore eccellente. Suonavano l'armi e le grida tutto all'intorno, e dentro della mossa Moncalieri, che Tenivelli non se ne addava, tutto con la mente immerso nelle solite lucubrazioni. Ma i sollevati avvisandosi, che il buon Tenivelli tornasse in acconcio di ciò che desideravano, tanto buono egli era, ed alla mano con tutti, lo andavano a levare di casa, e per forza il portavano in piazza, senza che egli ancora si avvedesse, che cosa volesse significare tanta novità. Insomma condottolo sulla piazza, e fattolo montar sulle panche, gli dicevano: _Fa, Tenivelli un discorso in lode del popolo_, ed egli, che eloquentissimo era, faceva un discorso in lode del popolo: poi gli dicevano: _Tenivelli tassa le grasce, che son troppo care_, ed ei tassava le grasce con tanta bontà, con tanta innocenza, che mi vien le lagrime in pensando al fine, che il fato gli apprestava. Tassate le grasce, ed usatosene anche copiosamente dai sollevati, s'incamminavano, come dicemmo, verso il Sangone per alla volta di Torino. Scrivono alcuni, che Tenivelli gli guidasse, ma non fu vero; e se fosse stato, sarebbe certamente stato guida poco acconcia, siccome quegli, che mezzo cieco essendo, appena vedeva lume.

In sì pericoloso frangente, in cui quasi tutto il Piemonte romoreggiava per la guerra civile, e che il suono dell'armi contrarie si udiva per fin dalle mura della real Torino, il governo non si perdeva d'animo, scoprendosi in questo, qual differenza sia fra uno stato enervato, qual era quel di Venezia, uno stato male armato, qual era quel di Genova, ed uno stato forte e bene armato, qual era quel del Piemonte. Il giorno stesso, in cui Moncalieri si muoveva contro Torino, creava il re con un'apposita legge, giunte militari, le quali con l'assistenza dei giudici ordinari sommariamente e militarmente giudicassero i ribelli. Poi premendo che si mettesse tosto il piede su quelle prime faville di Moncalieri, il che era più facile, e più pronto per la vicinanza, e pel gagliardo presidio che alloggiava nella capitale, ordinava ai soldati, in ciò insistendo massimamente il conte di Sant'Andrea, recentemente creato governator di Torino, buon soldato, e che sapeva quanto i buoni soldati valessero contro i popoli tumultuanti, andassero contro i ribelli, e gli vincessero. Non poterono i sollevati sostenere l'impeto delle compagnìe regie, e in poco d'ora si disperdettero; tornava Moncalieri sotto la consueta divozione.

Il buon Tenivelli, non solo non pensando, ma nemmeno sospettando, che quel che aveva fatto, fosse male, non che delitto, se ne veniva quietamente in Torino, e quivi tornava sui soliti studj, come se gli accidenti di Moncalieri fossero cose dell'altro mondo, o di un altro secolo. Passava arrivando tra file di soldati minacciosi, che nol conoscevano, e grande era la sicurtà sua: tanta era in lui l'astrazione e la fissazione negli studj, tanta la bontà, tanta l'ignoranza degli affari di questo mondo. Ma gli amici gli dicevano: _Tenivelli, che hai fatto? o fuggi, o ti nascondi, se no, tu sei morto_. Non la sapeva capire: tornava nella solita astrazione. In fine il nascondevano in casa di un soldato Urbano, che faceva professione di libertà; il soldato per prezzo di trecento lire il tradiva. Fu arrestato, condotto a Moncalieri, e condannato a morire dalla giunta militare. Lettagli la sentenza, non cambiava nè viso, nè parole. L'innocenza della vita il confortava, non era coraggio il suo, perchè il coraggio suppone uno sforzo, ma una mansuetudine, una equalità d'animo, tali che l'aspetto della vicina morte in modo alcuno non turbava. Introdotti gli amici piangevano, ed ei gli confortava. Raccoltosi, scriveva una lettera a sua sorella, il suo unico e diletto figliuolo Carlo, ancor fanciullo, raccomandandole. Poi con la verità paragonando il fallo che gli era imputato, e che a sì cruda ed a sì acerba morte il traeva, ed in mente recandosi tutta la vita sua, e quel che aveva fatto, e quel che aveva scritto, e più ancora quello che aveva in animo di fare e di scrivere ad onore del re e dei nobili, ed a gloria di una patria, che già aveva illustrato con gli scritti ed onorato con le virtù, rimetteva alquanto, in sì estrema sventura, dalla consueta mansuetudine, e scriveva, un'ora prima che andasse a morte, un sonetto pieno di spirito poetico, di pietà verso Dio, di sdegno contro i suoi percussori. Condotto sulla piazza di Moncalieri, gli fu rotto l'intemerato petto dalle palle soldatesche.

Va, mio maestro, che conforto emmi della tua morte il poter raccontare ai posteri le tue virtù, e se nell'altra vita conservano le anime presso il pietoso Iddio memoria, siccome credo, di quanto hanno operato nella presente, non tu ti pentirai, spero, dello avermi ammaestrato, nè io mi pentirò dello aver collocato nella più intima, e più ricordevol parte dell'animo mio i tuoi puri e santi erudimenti; imperciocchè ama il cielo, e ricompensa così l'amore dei maestri, come la gratitudine dei discepoli. Tu mi desti più che i parenti miei non mi diedero, poichè non la vita del corpo, ma quella dell'anima coi civili insegnamenti mi desti; e morendo ancora per atroce caso, mi mostrasti, come si possa concludere una innocente vita con una generosa morte. Così e vivendo e morendo a me fosti di utili precetti, gli uni pur troppo amorevoli, gli altri pur troppo funesti, fonte, ond'io durante questo mortal corso apprendessi nella prospera fortuna a temperarmi, nell'avversa a confortarmi, e se chi leggerà queste mie storie, potrà giudicare, ch'io non mi sia del tutto indegno discepolo di un tanto maestro, tu ne goderai nel celeste tuo seggio, ed io mi crederò di non aver impiegato indarno il tempo e le fatiche mie.

Continuavano intanto nelle città sommosse gl'insulti al governo regio. Il re, per rimediare ad un male tanto pericoloso, e per temperare un furore che ogni ora più andava crescendo, comandava, volendo dar adito al pentimento, e forza contro i renitenti, che si perdonassero le offese a chi ritornasse alla quiete ed alla fedeltà, e che i sudditi si armassero contro i ribelli. Riusciva questo rimedio utile per l'effetto, feroce per l'esecuzione: perchè i contadini, gente ignorante e fanatica, commettevano enormità degne di eterne lagrime, non portando più rispetto agli aristocrati che ai democrati, nè più ai nobili che ai plebei. Sanguinosa era per ogni parte la terra del Piemonte. Pure da questo editto conseguiva il governo gran parte dell'intento; perchè i novatori, interrotte le strade, non potevano più nè accordarsi, nè accorrere gli uni in ajuto degli altri.

Siccome poi per pretesto principale di tanti movimenti sfrenati si allegava la carestia dei viveri, ed anche era andata la stagione molto sinistra pel grano e per le biade, si facevano provvisioni sull'annona, e fra le altre, che nissuno potesse negar grano, o qualunque biada al pubblico, ove le volesse comprare al prezzo comune: ancora, che gli affitti dei terreni coltivati a riso le diecimila lire, que' dei terreni coltivati a grano e ad altre biade, le cinquemila non potessero passare; il qual consiglio era diretto ad impedire i monopolj, fonti di caro nei viveri, di sdegno nei popoli.

Oltre la scarsezza, principal cagione del caro che si pruovava, era il disavanzo dei biglietti di credito verso le finanze, e della cartamoneta, e così ancora quello della moneta erosa ed erosomista, gli uni e le altre cresciute in quantità soprabbondante, vera peste del Piemonte. Si sforzava il governo, premendo tanto i tempi, a rimediare ad un pregiudizio sì grave con obbligare, insino alla somma di cento milioni, con pubblico editto ai possessori dei biglietti, per sicurezza del loro credito, i beni degli ordini di Malta, di San Maurizio e Lazzaro, e quei del clero sì secolare che regolare, eccettuati i benefizj vescovili e parrocchiali. Nè questo bastando a tanta pernicie, diminuiva, poco dopo, il valore della moneta erosa ed erosomista, e al tempo medesimo creava, con autorità del papa, una tassa di cinquanta milioni sul clero; sopprimeva, pure con autorità del pontefice, i piccoli conventi, e le chiese collegiali. Ordinava inoltre, che si esponessero all'asta pubblica le abbazìe, ed altri benefizj di patronato regio, e che i fondi di commercio pagassero il dieci per centinajo, gli stabili il quattro. Poi la tassa sul clero, insolito a portar i carichi dello stato, non riscuotendosi, ordinava che la sesta parte dei beni ecclesiastici e militari forzatamente si vendesse. Dai rimedj stessi si può argomentare della grandezza del male. Pure pochi credevano, che fossero per bastare, e forse nemmeno quelli che gli usavano.

Miravano questi provvedimenti alle rendite dello stato, ed al far tollerabile il vitto del popolo; altri se ne facevano per mansuefar le opinioni, buoni in se perchè giusti, ma insufficienti perchè i novatori a niuna cosa, che venisse dal re, volevano star contenti. Toglieva il re con nuovo editto a' nobili la facoltà che avevano di nominare i giudici delle terre, e voleva che le spese dei processi criminali, che prima delle sentenze erano a carico loro, abuso enormissimo, si addossassero alle finanze. Statuiva ancora, che le bandite, ed i forni costretti fossero, ed intendessersi soppressi, e così ancora fossero, ed intendessersi soppresse le primogeniture ed i fidecommissi, e che i beni feudatarj si convertissero in allodiali, e si soggettassero alle tasse. Creava infine nuovi luoghi di monti, volendo che in loro si potessero investire i biglietti di credito, e la moneta erosomista.

Con tali consigli sperava di poter fare appoggio allo stato che pericolava. Ma due rimedj assai più efficaci di questi gli apprestava il cielo, che per istrano destino voleva che la monarchìa Piemontese non cadesse, se non dopo che avesse pruovato tutte le amarezze di una lunga e penosa agonìa. Fu il primo l'ajuto dei propri soldati, l'altro l'amicizia di Buonaparte. Le truppe regie virilmente combattendo, e condotte dal conte Frinco, ricuperavano Asti. Già Biella, Alba, Mondovì, Fossano, e Racconigi nell'antica obbedienza rimettevano: già Carignano, Moretta, ed altri luoghi vicini a Torino ritornavano per forza al consueto dominio, e già non si aveva più timore, che le valli di Pinerolo abitate dai Valdesi, sulle quali non si stava senza qualche sospetto, tumultuassero, solo alcune teste di novatori più ostinati o più coraggiosi, facevano qua e là qualche resistenza. Ma toglievano loro intieramente l'animo le lettere di Buonaparte scritte al marchese di San Marsano mandato a Milano ad implorare ajuto alle cose pericolanti, e che a considerato fine furono pubblicate dal governo regio. Recavano le Buonapartiane lettere, che la repubblica di Francia, era soddisfattissima del governo del re, che non solamente non doveva sua maestà aver timore della Francia, ma che il generalissimo era parato a fare quanto sapesse desiderare per assicurarla, e per restituir la quiete ad una corte, che aveva dato testimonianze vere de' suoi buoni sentimenti verso la Francia; che alcun pensiero non aveva di mandar in Piemonte la legione Lombarda, di cui il re temeva per esservi dentro molti novatori Piemontesi, e che si mostrava incitatrice a cose nuove; che solo aveva in animo di mandar un battaglione Polacco, ma che neanco questo manderebbe, se al re dispiacesse; che già quel Ranza, promovitore di scandali in Piemonte coi suoi scritti, aveva fatto arrestare; che finalmente era desideroso di testimoniare a sua maestà l'amicizia, che la repubblica di Francia aveva per lei, ed il desiderio suo proprio in contribuire che ella vivesse contenta e felice. Così Buonaparte diede volentieri al re di Sardegna quel sussidio, che con pretesti vani aveva ostinatamente negato a Venezia. Della quale differenza la cagione sia manifesta a chi si farà a considerare le cose da noi fin qui raccontate.