Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III

Part 13

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A questo fine, e perchè un trattato di alleanza si stipulasse, aveva, come già abbiam narrato, Carlo Emanuele mandato suo ambasciadore a Parigi il conte Balbo. Perchè poi potesse il conte più facilmente entrar di sotto aveva fra le mani molto denaro, o mandato a Parigi dalla zecca, o voltato a quella città dai banchieri più ricchi di Torino. Delle quali cose molto sagacemente valendosi, si aveva acquistato molta entratura. Poi facendosi avanti con progetti politici, massimamente di ordinamenti delle cose Italiane, insisteva e dimostrava che, a volere che la potenza e l'autorità dell'Austria fossero per sempre allontanate dall'Italia, desiderio principale della Francia, era necessario contentare il re di Sardegna, compensargli con nuovi acquisti Savoia e Nizza, farlo insomma potente e grande; ma perchè non fosse scemata autorità alle sue parole, come d'uomo che parlasse per se, aveva operato, che Francesi dei primi coi quali si era accordato, queste medesime cose per bocca, e come per motivo proprio rappresentassero. Per tal modo si proponeva al direttorio, fra gli altri, per mossa del Balbo, ma per mezzo di Francesi che avevano parte nello stato, un ordinamento per l'Italia superiore, pel quale l'Austria sarebbe stata o esclusa perpetuamente dall'Italia, o frenata in quei termini che le si stabilissero per la pace. Cedessero Vintimiglia, la Bordighera, e San Remo col marchesato di Dolceacqua in potestà della Francia; si avesse il re Finale, Savona, Parma, e Piacenza; acquistasse la repubblica Ligure Carosio, i feudi imperiali, Pontremoli e Fivizzano, Pietrasanta, Fordinovo, Massa e Carrara; dessesi alla repubblica Cisalpina il ducato di Guastalla, al duca di Parma la Toscana; finalmente il gran duca di Toscana si compensasse con un elettorato ecclesiastico in Germania. A questo modo, si discorreva, il dipartimento dell'Alpi Marittime acquisterebbe grandezza, e popolazione proporzionate a quelle degli altri dipartimenti, e limiti più naturali, e frontiera assai più facile ad essere difesa: Savona essere il porto naturale del Piemonte; male aver pensato, e contro natura i Genovesi nell'avere colmato questo porto; con ciò aver essi fatto pregiudizio al commercio di tutte le nazioni, massimamente a quel della Francia: se quel porto si concedesse al Piemonte, potrebbero facilmente il riso, le canape, e principalmente le sete Piemontesi arrivar per mare a Marsiglia, e quinci pel Rodano con pochissima spesa a Lione, e si schiverebbero in tal modo i trasporti sempre costosi, spesso pericolosi per le Alpi: che se ai casi di guerra si pensasse, potere facilmente Savona se fosse in mano di uno stato tanto debole, quanto Genova era veramente, divenir preda dell'Austria ad un primo suo impeto nella Cisalpina; che se pel contrario al re fosse data, si potrebbe da lui difendere, e perciò diventerebbe l'antemurale dell'Alpi Marittime con compire la frontiera militare di Cuneo. Mondovì e Ceva, che nulla poteva contro la Francia per essere quelle fortezze, una volta inespugnabili, ora smantellate, ma molto potrebbe per la Francia contro l'Austria, se questa un dì ritornasse tanto potente in Italia, che facesse suo servo il re di Sardegna, caso, che la Francia con tutti i suoi pensieri, e con tutte le sue forze doveva impedire. In questa guisa, compensato il re delle perdite fatte, quieterebbe l'animo, e tornato potente come prima, avrebbe un esercito in pace di quarantamila soldati, in guerra di sessantamila, con questa differenza, che se innanzi dipendeva dall'Austria, dopo dipenderebbe dalla Francia, e suo necessario naturale alleato sarebbe, per essere i suoi stati tutti aperti, ed indifesi verso di lei. Da un altro lato essere la repubblica Cisalpina un composto di elementi eterogenei, e divisa in parti: la parte Austriaca esservi più numerosa, e più forte di quella dei patriotti; avere la Cisalpina al suo governo uomini nuovi e senza energia; senz'armi buone, senza spirito militare, senza concordia, troppo più debole impedimento, che si converrebbe, essere contro i pensieri ambiziosi dell'Austria; pentirebbesi la Francia dello aver indebolito il Piemonte, vera e naturale difesa, vero cinto esteriore della Francia contro la potenza dell'Austria. Di ciò far fede Buonaparte medesimo, continuamente scrivendo che la repubblica Cisalpina non sarebbe in grado di resistere ad un solo reggimento di cavallerìa Piemontese, e che il re con un solo de' suoi battaglioni, ed uno de' suoi squadroni era più forte di tutta la Cisalpina unita.

Nè apparire che cosa importasse l'aggrandire la Cisalpina, perciocchè più s'accrescono i corpi eterogenei, e maggiori diventano le probabilità della dissoluzione. Ciò risguardare principalmente gli stati di Parma, i quali, se si unissero alla Cisalpina, siccome all'unione molto ripugnanti, altro effetto non partorirebbe che quello di avvantaggiare le sorti dell'Austria, e preparare la servitù d'Italia sotto il dominio dell'imperiale scettro di Germania. La libertà d'Italia dover nascere dall'esclusione degli Austriaci, nemici naturali della Francia, non dall'indebolire gli stati neutri, ed alleati naturali di lei. Restare adunque inutile il dare il ducato di Parma alla Cisalpina; doversi dare a chi non è forte abbastanza per dar timore agli amici della Francia, a chi è forte abbastanza per farsi portar rispetto; perdere, è vero, Genova qualche territorio, ma conseguirne altri alla sua integrità meglio conducenti, ed uscire oltre acciò da ogni servitù imperiale, ed acquistare titoli più sicuri sui feudi imperiali; non potersi, senza sollevar tutta Europa, unir Genova alla Cisalpina, non potersi per la ragione medesima, nè senza pregiudizio degl'interessi commerciali, nè senza far forza ai limiti naturali unirla alla Francia, quantunque a questo partito spignessero gli aristocrati scontenti allo essere esclusi per la nuova costituzione dai primi luoghi dello stato; doversi pertanto, ove Genova si volesse disfare, darne parte al re di Sardegna, parte alla Francia, o tutta darla al re, che cederebbe in iscambio alla Francia l'isola di Sardegna; opportunissima essere al dominio Francese la Sardegna, ricca per se, ricchissima, se venisse in mano di Francia. Di nissun momento essere Massa e Carrara alla Cisalpina, per essere spiaggia importuosa, e solamente povero rifugio di barche pescherecchie, di grande Guastalla per essere a cavallo del Po, per signoreggiare la navigazione del fiume, e per far sicura la comunicazione fra le due parti della repubblica situate sulle due opposte rive; torsele conseguentemente una misera parte, unita a lei per poca terra, darsele una parte ricca, opportuna, ed a lei per limiti naturali congiunta; sottomettere al dominio del duca di Parma la Toscana piacere alla Spagna, principalmente alla regina, di sangue Parmense. Per esso pareggiarsi vieppiù la potenza delle due emole prosapie di Parma e di Napoli, offerirsi alla prima la occasione di riguadagnarsi lo stato dei Presidj, internati nella Toscana, e sui quali pretendeva Napoli sovranità; soddisfarsi Madrid delle condizioni stipulate nel trattato d'alleanza, ed avere perciò la Francia più fondata ragione di richiedere dal re Carlo, facesse maggiori sforzi, acconsentisse più volentieri ad ulteriori accordi; quel tumore delle menti Spagnuole avere a compiacersi di un più alto titolo; e se Roma fosse per cambiar di sovrano, doversi lei dare piuttosto ad un principe di parte Spagnuola, e per conseguente unito alla Francia, che al re di Napoli, ed al gran duca di Toscana tanto congiunti di sangue, o di parentela, o d'opinione colla parte Austriaca. Ragionavasi ancora, che con questo si verrebbe a torre all'imperio d'Inghilterra il porto tanto importante di Livorno. Oltre a tutto ciò toccava il conte Balbo, e chi parlava per lui, che l'avere l'Austria acquistato il paese Veneto, la faceva più grande in Italia; essere perciò necessario crearvi nuova potenza contro nuova potenza, con dare alla repubblica Cisalpina un governo savio e forte, e con allontanare dall'Italia il principe Austriaco di Toscana, e con sostituire a lui un principe, che potesse entrar nella lega Italica destinata a frenare in Italia la potenza dell'imperatore; parere somigliante al vero, che avessero a sopprimersi in Alemagna gli elettorati ecclesiastici, e crearsi in luogo loro tre elettorati laici, dei quali uno sarebbe probabilmente protestante; da ciò ne nascerebbe, che l'Austria pruoverebbe l'autorità sua diminuita nel corpo Germanico, e volentieri vedrebbe, che uno degli elettorati nuovi cedesse in capo di un principe del suo sangue: il quale ordine crescerebbe il numero degli elettorati insino a nove, come erano innanzi che i due della casa palatina si riunissero in un solo. Pure per questo non acquisterebbe l'Austria la pluralità dei voti, che restar doveva in avvenire in favore della Francia. Meglio ancora sarebbe se l'elettorato di Colonia a questo ramo d'Austria, cioè al gran duca di Toscana, si concedesse, perciocchè la Francia avrebbe in tal caso sulla sinistra sponda del Reno un pegno, che in accidente di guerra potrebbe agevolmente occupare.

L'ambasciadore Piemontese, avendo trovato la materia tenera, e volendo dimostrare, che con la grandezza del re era congiunta la sicurtà e il beneficio di Francia, procedeva più avanti, forse poco prudentemente, perchè in ciò andava a ferire l'edifizio prediletto di Buonaparte. Argomentava, e certamente con verità, che le nuove repubbliche Italiane non potevano di per se stesse sussistere; che la parte dell'Austria vi era la più forte, ch'essa proromperebbe tostochè i Francesi levassero le forze loro, che erano il solo freno che la tenesse lontana da quei paesi: che forse la parte stessa democratica era prezzolata dall'Austria per impedire, che la Lombardia non fosse data al re di Sardegna; che se l'Austria conducesse i suoi disegni a compimento, sarebbe il re casso dal novero delle potenze d'Europa, e la Francia avrebbe, in vece di un amico fedele e che anche fatto più potente non potrebbe pregiudicarle, un vicino pericoloso, e nemico naturale del nome Francese. Necessaria cosa essere adunque, che si compensassero al re le perdite fatte, e che se gli assicurassero gli stati; il che meglio e più fermamente non si poteva fare che col metterlo in possesso della Lombardìa: offerire il re alla Francia un testimonio irrefragabile della sincerità sua, e della sua avversione verso il giogo Austriaco in questo, che dappoichè, dopo gl'inutili tentativi di ben quattro anni, erano i Francesi penetrati in Piemonte, ed era stato il re liberato dalla dominazione Austriaca, aveva egli tostamente fatto la risoluzione di gettarsi alla parte Francese, e presto l'Italia intiera era venuta in potestà loro: se il re non avesse giudicato conveniente di fidar tutte le cose sue ad un'intima connessione dei veri e reali interessi della Francia co' suoi, se per questa ragione non avesse accettato le durissime condizioni, alle quali fu posto; e se solamente, come poteva, perchè intatte ancora, e fornite di tutto punto erano, avesse atteso a difendere le sue fortezze, nè l'abilità, nè la fortuna di Buonaparte, nè il valore de' suoi soldati sarebbero stati bastanti a fare, che la vittoria alle armi Francesi si assicurasse; il che esser vero Buonaparte stesso pensava, e l'aveva affermato più volte.

Queste Piemontesi insinuazioni, che tendevano, secondo il costume dei tempi, a spodestare altrui, erano astutissime, siccome quelle che sempre toccavano quel tasto prediletto alle orecchie dei Francesi tanto desiderosi della declinazione dell'Austria in Italia, e dell'aumento della potenza propria. Perciò erano udite volentieri, non già dal direttorio, sempre invasato da' suoi pensieri di rivoluzione, ma da chi stava a lato a lui, e molto con lui poteva. Le avvalorava anche con sue lettere Buonaparte. Scriveva egli al ministro degli affari esteri, male conoscersi i popoli Cisalpini a Parigi; non portar la spesa, che si facessero ammazzare quaranta mila Francesi per loro; errare il ministro in pensando, che la libertà potesse far fare gran cose ad un popolo, come affermava, molle, superstizioso, commediajo, e vile; volere il ministro, ch'egli, Buonaparte, facesse miracoli; ma non saperne fare, non avere nel suo esercito un solo Italiano, se non forse quindici centinaja di piazzaruoli raggranellati a stento sulle piazze di diverse città d'Italia, ribaldaglia piuttosto atta a rubare, che a far guerra: il re di Sardegna solo con un suo reggimento esser più forte di tutta la Cisalpina; non permettesse, diceva, che qualche avventuriere, o fors'anche qualche ministro gli desse a credere, che ottanta mila Italiani fossero in armi; bugiardi essere i giornalisti Parigini, bugiarda la opinione in Francia rispetto agl'Italiani: se i ministri Cisalpini gli dicessero, aggiungeva Buonaparte, ch'egli avesse all'esercito più di quindici centinaja dei loro, e più di due mila destinati a mantener il buon ordine in Milano, rispondesse loro, che dicevano bugia, e gli sgridasse, che lo meritavano; certe cose esser buone a dirsi nei caffè, e nei discorsi, ma non ai governi: romanzi esser quelle, che son buone a dirsi nei manifesti, e nei discorsi stampati; doversi ai governi parlar di un altro suono, perchè le falsità gli sviano, e le male strade gli fan rovinare; non l'amore degl'Italiani per la libertà e per l'equalità aver ajutato i Francesi in Italia, ma sì la disciplina dell'esercito, il valore dei soldati, il rispetto per la repubblica, il contenere i sospetti, il castigare gli avversi; avere ad essere un abile legislatore quello, che potesse invogliar dell'armi i Cisalpini; esser loro una nazione snervata e codarda: forse col tempo si ordinerebbe bene la loro repubblica insino a metter su trenta mila soldati di tollerabil gente, massime se conducessero qualche polso di Svizzeri, ma per allora non vi si potere far su fondamento. Nè maggior capitale potersi fare dei patrioti Cisalpini e Genovesi doversi aver per certo, che se i Francesi se ne gissero, il popolo gli ammazzarebbe tutti. Adunque, concludeva, se ausiliarj di niun conto sono e Genovesi e Cisalpini, nissun miglior partito restare alla Francia per avere un ausiliario buono in Italia a diminuzione della potenza Austriaca, che lo stringere amicizia col re di Sardegna, e fermare con lui un trattato d'alleanza.

Infatti un trattato di tal sorte tra Francia e Sardegna già si era negoziato, quando ancora l'imperatore combatteva in Italia, e tuttavia erano gli eventi della guerra dubbj. Infine era stato concluso il dì cinque aprile da parte della Francia pel generale Clarke, da quella della Sardegna pel ministro Priocca. I primi e principali capitoli erano, fosse l'alleanza offensiva e difensiva prima della pace del continente, solamente difensiva dopo; non obbligasse il re a far guerra ad altro principe, che all'imperatore di Germania, ed il re se ne stesse neutrale con l'Inghilterra; guarentivansi reciprocamente le due parti i loro stati d'Europa, e si obbligavano a non dar soccorso ai nemici sì esterni che interni, fornisse il re nove mila fanti, mille cavalli, quaranta cannoni; obbedissero questi soldati al generalissimo di Francia; partecipassero nelle taglie poste sui paesi vinti in proporzione del numero loro: quelle poste sugli stati del re cessassero; niuna parte potesse fare accordo col nemico comune, se non comune; si stipulasse un trattato di commercio; la repubblica di Francia, come più possibil fosse, avvantaggiasse, alla pace generale, o del continente le condizioni del re di Sardegna.

Questo trattato, che prometteva giorni più lieti e più sicuri al Piemonte, ed avrebbegli anche adotti, se meno perversi fossero stati gli uomini, o meno avversi i tempi, conteneva una condizione principalissima, e di tutto momento pel re, e quest'era la guarantigia degli stati contro i nemici sì esterni che interni, gli uni e gli altri pericolosi, i primi per la forza, i secondi per quella sequela delle cose Milanesi e Genovesi. Debbono i Piemontesi averne una perpetua gratitudine a Priocca per aver saputo far sorgere di mezzo a tanta tempesta una speranza così grande di salute; perchè, se il vantaggio dello avere per ausiliari diecimila Piemontesi non era da sprezzarsi per la repubblica di Francia, bene era molto maggiore pel sovrano del Piemonte la stipulata sicurezza degli stati, e per questa parte era il trattato più glorioso al principe, che alla repubblica. Restava, che i consigli di Francia ratificassero il trattato, perchè già il direttorio l'aveva appruovato. Qui sorsero parecchie cagioni d'indugio, prima da parte del governo regio, che desiderava, che la ratificazione fosse susseguente alla pace con Roma, e che il suo ministro a Vienna ne fosse uscito e condotto in salvo, poi per parte della Francia, perchè a questo tempo stesso erano stati fermati i preliminari di Leoben; e siccome la principal condizione dell'alleanza consisteva nel far guerra di concerto contro l'Austria, pareva, che il ratificare, ed il pubblicare il trattato potesse sturbare le pratiche di fresco aperte con l'imperatore. Ma il re, sentiti i preliminari di Leoben, insisteva ostinatissimamente per la ratificazione, perchè aveva timore delle turbazioni interne, e sospettava, giacchè l'imperatore era stato costretto a chiedere i patti, che il direttorio si ritirasse da lui, e si stipulassero nei sorti negoziati cose contrarie ai suoi interessi. Temeva di restar solo esposto ai risentimenti dell'Austria, tanto più formidabili, quanto egli con maggiore sincerità e calore si era gettato alla parte Francese. Per questo Balbo usava ogni opera a Parigi, e con ragioni forti, e con mezzi più forti ancora che le ragioni, acciocchè il trattato si appresentasse per la ratificazione dal direttorio ai consigli. Secondava Buonaparte con le lettere i tentativi del conte. Badassero bene, scriveva, non essere punto sicure le cose coll'imperatore; ad ogni momento potersi rompere la guerra; se non ratificasse al trattato, per questo solo diventerebbe il re di Sardegna nemico, perchè si persuaderebbe, e con ragione, che la Francia volesse al tutto la sua rovina; per la medesima ragione, e dovendo tenere il re in grado di avverso alla Francia, sarebbe egli, Buonaparte, necessitato a mettere un presidio di due mila soldati in Cuneo, altrettanti in Tortona, altrettanti in Alessandria; avere conseguentemente l'esercito ad esser diminuito di sei mila combattenti necessari a custodire le piazze Piemontesi, e di più, di altri sei mila necessari a guernire le Milanesi: quest'erano i castelli di Milano e di Pavia, e la fortezza di Pizzighettone. Per tal modo, se non si ratificasse per parte della Francia il trattato, si perderebbero dieci mila Piemontesi, ottimi soldati, e dieci mila Francesi, destinati a tener sicure le spalle dell'esercito Italico, e ad allontanare accidenti sinistri in caso di sconfitta. Perchè non voler mandare ad effetto quello, che si era stipulato? Forse per lo scrupolo di collegarsi con un re? Essersi bene la Francia collegata coi re di Spagna e di Prussia. Forse il desiderio di sovvertire il Piemonte? Ma perciò fare senza strepito, senza mancar di fede al trattato, anche senza offendere la buona creanza, miglior mezzo essere (quest'era veramente pensiero Buonapartiano) il mescolare ai soldati di Francia diecimila soldati Piemontesi, fiore e parte eletta della nazione, e fargli partecipi delle vittorie Francesi; sei mesi dopo sarebbe il re di Piemonte detruso dal trono. Stringere la Francia con le sue forti braccia, qual gigante, e serrare, e soffocare un pigmeo: tal essere la necessità delle condizioni Piemontesi. Se ciò non s'intendesse, soggiungeva, non saper che farci, e se alla politica savia e vera, che si conveniva ad una grande nazione chiamata a gran destino, e che ha a fronte nemici potentissimi, si sostituissero le ciarle democratiche, non saper che farci, e niuna cosa potersi fare, che buona fosse.

A queste cose vere, e con sincerità fraudolenta dette da Buonaparte, rispondeva dal canto suo cose vere, e con sincerità apparente dette, Carlo Maurizio di Talleyrand: non volere il direttorio ratificare il trattato concluso col re di Sardegna; implicar contraddizione il far patti solenni con una monarchia, la di cui prossima distruzione potrebbe esser l'effetto di quanto la Francia aveva operato in Italia: sarebbene il direttorio accusato dello stesso procedere machiavellico, col quale aveva proceduto il re di Prussia verso la Polonia. Di più, il capitolo del trattato, che più stava a cuore al re di Sardegna, quello essere, per cui se gli faceva sicurtà del suo regno; ma non potere la Francia dare ai re questa sicurtà contro i popoli; un tale patto condurrebbe la Francia a far la guerra a quelli stessi principj pei quali aveva essa combattuto sino allora, ed ai quali era della maggior parte delle sue vittorie obbligata; diventerebbe il Piemonte posto tra la Francia e l'Italia, ambedue libere, quello che il suo destino volesse: ma non poter altro in ciò fare la Francia, che lasciare andar le cose al loro naturale corso. Conseguitarne da tutto questo, che l'esercito Italico non avrebbe i diecimila Piemontesi; ma niuna cosa poter impedire, che Buonaparte avesse dal Piemonte quanti soldati volesse; non mancarvi uomini disposti a combattere per la libertà sotto le insegne Buonapartiane; tutti i novatori, tutti i sovvertitori accorrerebbero, solo che Buonaparte muovesse la Cisalpina ad arruolargli, a soldargli, a fornirgli: avrebbesi a questo modo, continuava a dire Talleyrand, il piccolo esercito, che il re dovrebbe dare in virtù del trattato, e nissun obbligo si avrebbe ad un principe di casa Borbone (scrivo Borbone, perchè così trovo scritto). Forse il re medesimo si compiacerebbe di queste chiamate, siccome di quelle, che lo libererebbero da gente inquieta e pericolosa: questo consiglio utile alla Francia ritarderebbe la rivoluzione Piemontese: ma non importare, sì veramente che la Cisalpina pagasse: pagar già molto la Cisalpina, ma all'ultimo non esser che denaro: aver bene la Francia comprato la libertà più caro prezzo.

Ma o che Balbo avesse trovato modo di ammollire queste durezze, forse mostrate appunto, perchè ei trovasse modo di ammollirle, o che le cose di guerra pressassero, e prevedesse il direttorio una nuova rottura coll'Austria, il trattato d'alleanza con la Sardegna era mandato dal direttorio ai consigli, e questi il ratificarono. Così, rescriveva un quinqueviro di Parigi a Buonaparte, avrebbe adempiti i suoi desiderj, e potrebbe stare a sicurtà sulle truppe Sarde; potrebbe mandar ad effetto i disegni, che sopra di esse aveva concetto, dar loro nuovi ufficiali, e preparare per tal mezzo quello, che in altro modo bisognerebbe effettuare, se la pace si facesse; conciossiachè in quest'ultimo caso, continuava a discorrere il quinqueviro, sarebbe forse incomodo impaccio, se il governo Francese si trovasse vincolato per una ratificazione, alla quale avrebbe acconsentito pel solo rispetto della guerra. Quest'era la lealtà del direttorio nel momento stesso, in cui stringeva, non che amicizia, alleanza col re di Sardegna. Che fede fosse questa io non lo so; questo so bene, che non era fede Italica. Da questo si vede, in quale conto si debbano tenere le protestazioni di lealtà, che in nome del direttorio andavano facendo, nelle loro allocuzioncelle accademiche, i suoi ministri in occasione degl'introiti loro ai re d'Italia, e principalmente a quel di Sardegna.