Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III
Part 12
Incominciavano a prepararsi i semi delle future discordie. Si faceva principio dalla religione, non che toccassero le opinioni dogmatiche, ma soltanto la disciplina. I popoli confondevano l'una cosa coll'altra, i cherici non che gli disingannassero, gli mantenevano nel falso concetto. Prevalevano i desiderj delle riforme Leopoldine, a ciò stimolando il Solari, vescovo di Noli, personaggio d'autorità pel grado, per la dottrina, pei costumi, e molto ardente nelle sentenze Pistojesi. Comandava il governo, che non fosse lecito ai vescovi di promuovere, senza sua licenza, alcuno agli ordini sacri, se non coloro, che già suddiaconi, o diaconi essendo, desiderassero ricevere il diaconato, od il pretato, e parimente senza suo beneplacito, nessuno potesse, o uomo o donna si fosse, vestir l'abito di nessuna regola di frati o di monache; ordinamenti certamente molto prudenti, ma presi in mala parte dai più, perchè la setta contraria al nuovo stato se ne prevaleva. Poi decretava, che ogni cherico o regolare, o secolare che si fosse, se forestiero, dovesse fra certo termine, e con certe condizioni uscire dai territorj. Parevano questi stanziamenti molto insoliti in tanto e sì lungo dominio delle potestà ecclesiastiche; ma bene più insolito e più strano appariva quell'altro precetto, che fu pensiero di Serra, col quale si ordinava, che uomini deputati dal governo a tempo, e dopo i divini ufficj, predicassero la democrazia alle genti. Fu questo un gran tentativo; non succedeva bene, perchè in molti luoghi i deputati non fecero frutto, in altri furono scherniti, in alcuni scacciati. Si sollevarono universalmente gli animi religiosi contro questa novità; i nemici dello stato crescevano: novello argomento, che nelle umane faccende chi vuol far troppo, fa poco.
Questo quanto alla religione: si moltiplicavano per altre ragioni gli sdegni. Oltrechè con gl'incessabili discorsi e scritti non si lasciavano mai quietare i nobili, fu preso decreto, che si mandasse a Parigi, come ministro della repubblica, l'avvocato Boccardi, e si richiamasse Stefano Rivarola, si richiamasse ancora Cristoforo Spinola, ministro a Londra: se non obbedissero, i beni loro fossero posti al fisco; intanto si sequestrassero. Il motivo fu, che Rivarola e Spinola, in ciò gittando grida incredibili i patriotti, erano stimati agenti, e spie della spenta aristocrazìa; e di più si opponeva loro lo aver fatto stampare per mezzo di Lacretelle in un giornale di Parigi acerbe invettive contro i fatti accaduti in Genova nel giorno ventidue di maggio. L'atto rigoroso offendeva i nobili, vieppiù gli animi s'innasprivano. Questo era riprensibile, ma bene del tutto intollerabile fu un altro atto, con cui si ordinava, che i principali autori della convenzione fatta a Parigi da Vincenzo Spinola, per la quale la repubblica si era obbligata a pagare quattro milioni di tornesi alla Francia, fossero tenuti in solido a restituire la detta somma all'erario, e se non la restituissero, fossero i beni loro posti al fisco. Erano in questa faccenda interessate le principali famiglie, specialmente i Doria, i Pallavicini, i Durazzo, i Fieschi, i Gentili, i Carega, gli Spinola, i Lomellini, i Grimaldi, i Catanei, personaggi che tiravano con loro una dipendenza grandissima. Decreto fu questo veramente incomportabile, perchè chi aveva fatto, ed appruovato quella convenzione (perciocchè anche il minor consiglio l'aveva ratificata) aveva facoltà di farla, e quel far guardar la legge indietro è cosa contro ogni giustizia, e di pessimo esempio. Tant'è, che sebbene il decreto sia stato preso tardi, si vociferava nel pubblico, che si volesse prendere, e gli scapestrati democrati menavano un romore senza fine, perchè si prendesse. Ciò faceva maggiormente inviperire gli animi degli scontenti, i quali vedendo di non trovare dopo la mutazione alcun riposo nè per le sostanze, nè per le persone, pensavano a vendicarsi, non che si consigliassero di far congiure, e moti popolari, perchè troppo erano sbigottiti a voler ciò tentare, ma spargevano ad arte voci sinistre nel popolo, ed aspettavano le prime occasioni per insorgere. Mescolavano il falso col vero: vero era, che Buonaparte aveva domandato parecchi milioni pel vivere delle sue genti: questo anzi era stato uno dei principali motivi della mutazione. Il governo poi, trovandosi ancor debole in quei principj, e non avendo altre radici che i discorsi vani dei democrati, ed il patrocinio forestiero, andava lento alle tasse, e perciò aveva trovato il rimedio di quell'iniquo balzello. Genova per tal modo aveva pagato per comperar quiete quattro milioni, ed aveva trovato sovvertimento: poi si era fatto restituire da uomini privati i quattro milioni per comperar di nuovo quiete, poichè i primi a nulla erano valsi. Qual quiete poi si sia comperata questa seconda volta, diranlo a suo luogo le presenti storie.
A tutto questo si aggiungevano le rapine dei Barbareschi tanto più moleste, quanto più si aveva avuto la speranza data espressamente, che cambiato il reggimento, la Francia avrebbe tutelato dagli assalti dei Barbari le navigazioni dei Genovesi. A questo modo, sclamavano, la nuova repubblica vive? A questo modo preservano i Francesi Genova? Gonfie parole, ed esili fatti son dunque tutto, che si è acquistato? Francesi dentro, Algerini fuori! a che pro servire a Faipoult, a che pro servire a Buonaparte, se l'Africano ci assassina? Questi discorsi, che toccavano l'intimo delle sostanze Genovesi a cagione dell'interruzione del commercio, accrescevano ogni ora più la mala contentezza, e già, come suol avvenire, tornando indietro col pensiero, desideravano l'antico stato.
Motivo potente di mal umore era altresì quello, che due generali Francesi, Casabianca e Duphot, fossero venuti a reggere, e ad ordinare i soldati, segno certo, essere perita la independenza. Ciò significava inoltre, che Buonaparte o non si fidava dei Genovesi, o gli stimava inabili alle cose militari; dal che nasceva, che chi pensava altamente, si teneva mal soddisfatto. I nemici degli ordini presenti se ne prevalevano, mostrando la patria perduta, e serva. Dava maggior forza alle insinuazioni loro l'essersi udito, che si voleva, si smantellassero le fortezze di Savona e di San Remo, soli propugnacoli dell'independenza verso Francia. Vedevano anche levarsi i cannoni dalle porte della metropoli, il che interpretavano come di voglia di aprir l'adito più facile, e più sicuro ai forestieri per invadere il cuore stesso della repubblica. Gridavano, doversi insorgere contro reggitori fatti servi dei forestieri. I nobili, i preti, e gli aderenti loro, che non erano pochi, fomentavano questi mali umori. Nel che tanto più alla sicura si adoperavano, quanto più si erano dati a credere, avere appoggio nel grembo stesso dell'autorità suprema; la qual opinione dall'un de' lati dava loro maggior ardire, dall'altro aumentava la debolezza di chi reggeva. Erano allora i reggitori divisi in due sette, dell'una delle quali compariva capo Serra, dell'altra Corvetto, Ruzza, e Carbonara. Amava Serra un reggimento più stretto, e pendente all'aristocrazìa, voleva, che meglio si rispettassero i preti, faceva professione di amatore ardente dell'indipendenza del paese, forse, come affermava la setta contraria, per ambizione, si mostrava avverso ai patriotti invasati di pensieri estremi, Faipoult nè corteggiava, nè amava, nè lodava, voleva tirar a se tutte le affezioni aristocratiche, ed aggiungervi quelle di una moderata libertà, sopra tutto amava Genova più che la Francia. Gli avversarj s'intendevano meglio con Faipoult, alcuni per ambizione, preferendo il dominare con l'appoggio dei forestieri alla libertà della patria, altri a buon fine credendo, che, poichè i cieli avevano destinato che i Francesi divenissero padroni di Genova, miglior partito era per arrivar a bene il vezzeggiargli, che l'aspreggiarli, perchè, volere o non volere, i Francesi dominavano. Ma la maggior dipendenza di questa parte verso Francia, dall'un canto la faceva odiosa, dall'altro la rendeva dipendente più che non sarebbe stato necessario, dai democrati più ardenti, i quali non amavano Serra, anzi il chiamavano tiranno, e nuovo duca d'Orleans. Questi semi pestiferi erano pullulati, ne prendevano animo i nemici della mutazione, e si apprestavano a far novità. Già si udivano sinistri suoni dalle valli di Bisagno, e di Polcevera. Era la cagione, od il pretesto la nuova constituzione, violatrice, come spargevano, della religione, e che, come si era data intenzione, si doveva accettare il dì quattordici settembre. Per far posar gli animi, annunziavano, essere prorogata l'accettazione, e si torrebbe quanto potesse offender la coscienza dei fedeli.
In questo mezzo tempo Corvetto e Ruzza erano stati mandati a Buonaparte per consultar con lui degli articoli, che avevano fatto adombrare i popoli. Ma gli umori popolari più presto si muovono, che s'arrestano. Dava loro l'ultima pinta l'essersi fatti arrestare tanto in città, quanto nel contado alcuni nobili, che si credevano pericolosi, cinque Durazzi, due Doria, due Pallavicini, tre Spinola, un Ferrari, uomini per nome e per ricchezze di molta dipendenza. Incominciavano il dì quattro settembre a tumultuare le popolazioni di Bisagno. Suonavano le campane a martello, i curati esortavano, e guidavano i sollevati, si facevano adunanze nelle ville dei nobili; poi crescendo il numero ed il furore, armati di armi diverse, ma con animi concordi fatta una gran massa, s'incamminavano infuriati verso la capitale. L'accidente portava con se molto pericolo, perchè si temeva, che avesse corrispondenza viva dentro le mura; non era tempo da starsi. Duphot con una squadra di Francesi e di democrati andava loro all'incontro: il principal nervo consisteva nelle artiglierìe, di cui i sollevati mancavano, ed esse compensavano il minor numero. Seguitava una mischia molto aspra in Albaro. Vi si perdevano di molte vite da ambe le parti, ma più da quella dei villici, perchè in loro era minore l'arte delle battaglie, e la scaglia gli straziava. Pure resistevano lungo tempo con molta rabbia; un frate Pezzuolo, ed un Marcantonio da Sori, giovane animosissimo, gli guidavano, ed incoraggivano. Quest'era guerra civile, e della peggiore spezie, perchè i forestieri vi si mescolavano. Prevalevano finalmente l'arte e la disciplina contro il numero ed il furore: andavano in fuga i sollevati; alcuni furono presi, altri in mezzo alla mescolata fuga crudelmente uccisi. Tornavano i soldati di Duphot in Genova vincitori, sanguinosi, e non senza preda.
Non era ancora del tutto spenta la sedizione di Bisagno, che un nuovo romore di guerra già si faceva sentire dalla Polcevera. Gli abitatori di questa valle, mossi dall'esempio dei Bisagnani, e dalle instigazioni di alcuni ecclesiastici, si levavano ancor essi in gran numero, e correvano contro la capitale. Poi a loro si accostavano non pochi fra coloro, che avanzati alle stragi di Bisagno, passando per luoghi montuosi, si erano condotti in Polcevera per ajutare quel secondo moto, che credevano aver a riuscire a miglior fine che il loro. Il pericolo appariva grave. Già la moltitudine armata, assai più numerosa di quella dei Bisagnani, accostatasi, s'impadroniva per una battaglia di mano del forte della Sperona, che posto in sito eminente signoreggia Genova, ed è come un freno parato contro di lei. Poi più avanti procedendo, occupava tutto il secondo cinto delle mura, restando solo esente la batterìa di San Benigno. Una prima squadra di soldati Liguri e Francesi mandata in quel primo tumulto contro di loro, vedutogli bene armati, e bene fortificati, se ne rimaneva, e tornavasene. Il timore assaliva chi reggeva, pareva vicina la dedizione; perchè anche dentro, essendovi poco presidio, principiavano a scoprirsi i segni della sedizione. Mandava il governo quattro legati ad intendere che cosa volessero, ed a trattar con loro di un accordo. Vi si arrogevano Gerolamo Durazzo, e Luigi Corvetto, personaggi di grande autorità presso i Polceveresi. L'arcivescovo eziandio ad esortazione dei capi dello stato, pubblicava una lettera pastorale, con la quale spiegava ai popoli, che a niun modo si aveva intenzione di offendere la religione o di pregiudicare ai preti. Furono i legati coi deputati eletti dai sollevati, e concludevano un accordo in tre capitoli, per cui si statuiva, che sarebbe la religione cattolica, apostolica e romana conservata, che si serberebbero intatti i beni della chiesa, che si perdonerebbe ogni offesa ai sollevati, che si rimetterebbero in libertà i carcerati: con questo promettevano i Polceverini di tornarsene quietamente alle case loro. Presa questa speranza, cessava il governo ogni apparato di guerra. Ma ecco che dai più ardenti Polceverini si spargeva, che i giacobini erano gente infida, e che solo avevano promesso il perdono per meglio far le vendette. Novellamente s'inferocivano e prese impetuosamente le armi, assaltavano il posto principalissimo di San Benigno. In questo punto Duphot, vincitore di Albaro, che per l'indugiarsi del trattato, aveva avuto tempo di raccorre, e di ordinare tutti i suoi, ajutato fortemente dal colonnello Seras, soldato molto animoso, traversava la città, e correva contro la turba degl'insorti. Seguitava una feroce mischia, come di guerra civile. Combattevano valorosamente Duphot e Seras, vecchi soldati: non resistevano meno valorosamente i paesani, nuovi soldati; durava quattr'ore la battaglia; furono non pochi i morti, non pochi i feriti: superava infine la veterana disciplina: i paesani cacciati dai posti, voltavano le spalle, e seguitati con molta pressa dai repubblicani perdevano gran gente. Cinquecento, essendo presi, empievano le carceri di Genova.
La fama della doppia vittoria di Albaro, e di San Benigno, e le forze mandate sedavano i moti, che già erano sorti a Chiavari, ed in altre terre della riviera di levante, come altresì nei feudi imperiali, o Monti Liguri, che gli vogliam nominare. Ogni cosa si ricomponeva in quiete, ma per terrore, non per amore; ma truce e minacciosa, non lieta e consenziente.
Avuta la vittoria, si pensava alla vendetta. Creavasi un consiglio militare, perchè nelle forme più pronte e più sommarie avesse a giudicare i ribelli. Sette od otto, ma di oscuro nome, dannati a morte, tignevano col sangue loro il suolo dell'atterrita Genova: non pochi erano mandati al remo. Si apprestava il destino medesimo ad altri: Faipoult avvertiva Buonaparte, che si dannavano soltanto gl'ignobili; osservava specialmente, che per decreto dei reggitori era stato sospeso avanti il tribunale militare il processo di un Brignole, figliuolo dell'ultimo doge, sospetto di qualche accordo coi sollevati. Qualificava Serra per sospetto di mali pensieri, e di patrocinio verso i rei di non riconoscere i meriti di Duphot, e d'impedire i fornimenti dei soldati. Accennava in somma, ch'ei fosse avverso in ogni cosa ai Francesi, e persuasore, che si andasse grettamente nel pagar le liste di Duphot, e de' suoi ufficiali per la spedizione contro i ribelli. Chiamavalo uomo pericoloso, dissimulatore, ambizioso: stimava la quiete del pubblico in pericolo, finchè Serra stesse al governo. I due Serra, giuntosi Gerolamo col fratello, dal canto loro accusavano Faipoult e Duphot di essersi fatti protettori di una parte turbatrice, e pervertitrice di ogni buon ordine politico, e d'impedire che la quiete tornasse alla travagliata Genova. Già le mannaje dei sicarj, dicevano, stare sul collo degli uomini dabbene; già volere Faipoult vietare, che il consiglio militare termini al più presto i giudizj, acciocchè quell'apparato di terrore lungo tempo ancora sovrasti così ai buoni, come ai cattivi, e niuno possa vivere sicuro dopo le calamità recenti; volere Faipoult, che si tenessero i nobili in carcere, anche innocenti; niun altro mezzo di salute e di riposo esservi, che quello di mandar via Duphot, e di contenere nelle funzioni del suo ufficio Faipoult; senza ciò nascerebbero necessariamente la debolezza dello stato, l'anarchia, i disordini, il sangue. Per tale guisa gli animi s'invelenivano; ed era vero che Faipoult addomandava imperiosamente al governo, che annullasse il decreto, pel quale aveva ordinato, che la commissione militare terminasse al più presto le sue operazioni. Addomandava oltre a ciò che i nobili carcerati, anche innocenti, quali ostaggi si conducessero nel castello di Milano. Il qual ultimo desiderio a me pare, che sappia molto della natura degl'inquisitori tanto lacerati di Venezia; ma il biasimare gli altri dei propri difetti fu vizio dell'età.
In questo arrivava a Genova con nuovi soldati mandati da Buonaparte, a cui le turbazioni Genovesi davano sospetto, il generale Lannes, il quale non curandosi nè di governo, nè di Faipoult, nè di preti, nè di frati, nè di nobili, nè di plebei, nè di patriotti, nè di aristocrati, e solo alla forza mirando, si alloggiava alla soldatesca nella città, e se ne faceva padrone.
Intanto i legati accordatisi con Buonaparte intorno ai cambiamenti della constituzione della repubblica Ligure, la conducevano a compimento, e lui permettente, era pubblicata. Fossevi un consiglio dei giovani, uno degli anziani, e un direttorio; dividessesi la repubblica in quindici spartimenti, che chiamavano del Centro, di Bisagno, del Golfo Tigulio, della Cerusa, del Lemmo, dei Monti Liguri orientali, dei Monti Liguri occidentali, delle Palme, dell'Entella, della Vara, del Letimbro, della Maremola, della Spezia, del Capo Verde, e della Polcevera; dei magistrati giudiziali, distrettuali, e municipali si statuisse a modo di Francia. Era questo un modello tutto Francese. Nè occorreva, stantechè solo il copiare era permesso, che il signor di Talleyrand, ministro degli affari esteri in Francia, prendesse cura, come ne aveva il pensiero di mandare ad insegnar in Italia l'arte dello stato, uomini politici di grido, e fra gli altri un Beniamino Constant, giovine per verità di molto ingegno, ma che credeva, la libertà non poter consistere, che nelle forme di quei tempi. A tanto di umiltà era condotta l'Italia dal superbo vincitore, che voleva mandare ad ammaestrarla giovani scrittori, che privi d'esperienza, volevano applicare certi modelli astratti di fogge politiche ad ogni sorte di nazioni, non considerando le diversità che sorgono dalla diversità dell'indole, degli usi, dei costumi, delle opinioni, e delle abitudini. In somma la Genovese constituzione fu data, non presa. Pure fra le armi serrate, ed i soldati apprestati fu sottoposta ai comizj popolari. L'appruovavano centomila voti favorevoli, diciassettemila contrarj. Facevansi feste, cantavansi inni, erano nel teatro allegrìe assai. Nominavansi i due consigli, e dai consigli il direttorio. Eleggevansi a questo Luigi Corvetto, Agostino Maglione, Niccolò Littardi, Ambrogio Molfino, Paolo Costa; creavano Corvetto presidente. Era Corvetto, siccome Italiano, ingegnoso, e giusto estimatore delle cose del mondo; il che constituisce la prudenza, fra tutte le virtù più necessaria in chi è chiamato a governar gli uomini. Era in lui la natura dolcissima, ma che però non ricusava quanto la sicurezza dello stato richiedesse. Continente di quel del pubblico, benefico del suo verso gli amici, era Corvetto uomo piuttosto da essere ricerco nei tempi buoni, che degno di servire nei tempi tristi. Sul principiare dell'anno seguente prendevano il magistrato tutti i nuovi ordini, e s'instituiva la constituzione. Poi partitosi Faipoult, gli veniva sostituito un Sottin. A questo modo periva l'antica repubblica di Genova, feroce, animosa, sanguinosa, ed impaziente, non molle, non umile, non lacrimosa, come la Veneziana. Era certamente il fato ineluttabile; ma bene è eternamente da piangersi, che la perdita dell'indipendenza Italiana sia stata aiutata dalle mani d'uomini Italiani. So, che alcuni dicono, che coloro i quali in queste faccende si mescolarono, non solo in Genova, ma ancora in tutte le altre parti d'Italia, rattemperavano con le speranze di un felice avvenire la tristizia dei fatti presenti; il che è vero, nè io sarò per dannargli mai; anzi molti fra di loro, i quali puri furono ed innocenti, pregio e lodo sommamente, e predico, come uomini virtuosissimi e coraggiosissimi, per non aver disperato della patria in casi tanto luttuosi, e per aver dato alla salute di lei, per quanta salute potesse essere in sì lontane e deboli speranze, il riposo loro, le fatiche dei migliori anni, e quel che più importa, perfino l'illibata fama, corrotta in mezzo a tanto avviluppamento da schifose calunnie; ma so ancora che non pochi camminavano con troppo affetto verso i forestieri, e che invece di obbedir loro con sopportevole dignità, gli ajutavano con eccessiva condiscendenza.
Periva per mano dei vincitori Genova, perchè ricca, e con pochi soldati; si conservava il Piemonte, perchè povero, e con soldati. Essendo ancora le cose dubbie coll'imperatore, importava alla Francia l'avere in suo favore i soldati del re, se di nuovo si dovesse tornare sull'armi. Poi, quantunque il direttorio molto l'avesse in odio, Buonaparte se ne compiaceva, invaghito per indole propria dei governi assoluti, ed allettato dalle adulazioni dei nobili Piemontesi, i quali avevano bene penetrato la sua natura, e sapevano in qual modo si potesse, non che mansuefare, inlacciare quel soldato indomito. Pure non era possibile, che le massime che correvano, i rivoltamenti della vicina Genova, i giornali, le predicazioni, le trame di Milano non partorissero in Piemonte effetti pregiudiziali alla quiete dello stato.
Quando prima fu fermata la tregua di Cherasco tra la Francia ed il Piemonte, i ministri del re, ed il re medesimo, anteponendo la salute dello stato all'inclinazione propria posero ogni cura nel nodrire l'amicizia con Francia, ed a questo fine indirizzarono tutti i loro pensieri. Per questo il duca d'Aosta tratteneva con lettere amichevoli Buonaparte: per questo si mandavano San Marsano, e Bossi per tenerlo bene edificato a Milano. Per questo medesimo nell'atto stesso della tregua di Cherasco, e per averla sborsava il re più di trecento mila lire. Nè furono vane le pratiche, poichè sussisteva il re, mentre i vicini rovinavano. La principale difficoltà a superarsi in questa bisogna, perchè quel, che si era conseguito per un tempo, divenisse durabile, in questo consisteva, che si persuadesse al direttorio, che il re per interesse proprio doveva star aderente alla Francia, e che la Francia anche per interesse proprio doveva avere per aderente il re.