Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II

Part 9

Chapter 93,594 wordsPublic domain

Tutte queste difese fanno la fortezza di Mantova, ma più ancora l'aria pestilente, che massimamente ai tempi caldi rende quei luoghi insani per le febbri e per le molte morti, e fa le stanze pericolosissime, principalmente ai forestieri, non assuefatti alla natura di quel cielo. Non è però che nel complesso delle raccontate fortificazioni non vi sia una parte di debolezza, perchè nè la cittadella nè il forte San Giorgio sono tali, che possano resistere lungo tempo ad un nemico, che validamente e con le debite arti gli oppugnasse; e chi fosse padrone di questi due forti, potrebbe con evidente vantaggio battere il corpo della piazza, più debole assai da questo lato che da quello della palude. Male altresì la cittadella si chiama con questo nome, poichè non è tale nè per la grandezza nè per la fortezza, che il presidio di Mantova vi si possa ricoverare, nel caso in cui non fosse più abile a tenere la città. La parte poi di porta Pradella, che è pure il lato più forte, e con più diligenza munito, una sola difesa esteriore l'assicura; e quest'è un'opera a corno dominata dall'eminenza di Belfiore. Le sole difese del corpo della piazza in questa parte sono il bastione di Sant'Alessi, stimato da tutti fortissimo, e pure troppo più piccolo, che non bisognerebbe per poter essere guernito del numero di difensori e di artiglierìe necessario, e la mezza luna di Pradella. L'uno e l'altra poi non sono coperti, e le loro scarpe s'innalzano tutte sopra l'orizzonte. Oltre a ciò sono congiunti fra di loro per una cortina lunghissima, e perciò male atta ad essere difesa dai fianchi di quei due bastioni. Vero è che per rimediare a questa debolezza, sono state sospinte oltre il pelo della cortina, a guisa di due frecce, i due ridotti di terra Nuovo e del Chiostro; ma questi due ridotti sono e di sito troppo più ristretto e troppo, meno che si converrebbe, sporgenti, e male anco volti rispetto alla cortina da potere e pel numero dei difensori, e per quello delle artiglierìe, e per la direzione dei tiri acconciamente servirle di difesa.

Nè maggior fortezza appare nelle mura di Mantova a mano manca di porta Ceresa, andando verso il lago inferiore, perchè quivi, eccettuato un debole torrione a guisa d'orecchione congiunto alla cortina, e tre piccole e basse punte di bastioni, niuna difesa si ritrova. Sapevanselo i Francesi, che prima dell'arrivo di Wurmser, avevano assaltato questa parte, e già tanto si erano condotti avanti, che, aperta la breccia, stavano in punto di entrarvi. A tutto questo pensando Buonaparte, era venuto in questa opinione, che in venti giorni di trincea aperta si potesse prender Mantova, ed a questa piazza anteponeva, per la fortezza, quella di Pizzighettone. Aveva anche fatto disegno d'impadronirsene per un assalto notturno ed inopinato con attraversare il lago sopra barche, che a tal uopo aveva fatto apprestare. Avvertiva però, che la riuscita di queste fazioni notturne dipende da un gridare o di cani o di oche. Seguita da tutto ciò, che l'oppugnazione da questa parte non è tanto malagevole, quanto porta la fama.

A questo si aggiunge, che quello che a prima vista pare constituire il principale fondamento della difesa, ne fa appunto la debilitazione, e questa cagione sono gli stretti argini per cui il nemico debbe necessariamente passare per arrivare alla città; imperciocchè siccome i più efficaci mezzi per ritardar le oppugnazioni e per prolungar la difesa delle piazze sono le sortite forti degli assediati, che rovinano le opere degli assedianti, così questi argini, rendendo le sortite più difficili, nuocono alla difesa; perchè dovendo gli assediati uscire, e passare per un luogo certo, stretto e lungo, facile cosa è agli assedianti di scoprirgli, e di combattergli quando escono, ed innanzi che sopraggiungano loro addosso. La quale facilità è anche più grande a Mantova che in altre piazze, a cagione che per le acque del lago possono agevolmente pervenire al campo degli assediatori i rapportatori e le novelle. Questa natura dei luoghi è cagione, che con poche genti si può fare, se non la oppugnazione, almeno l'assedio di Mantova, perchè il nemico, senza che sia in necessità di circuire tutta la piazza, ponendosi solamente, e facendosi forte alle punte dei ponti e degli argini, verrà facilmente a capo di ridurre il presidio alla necessità di capitolare per mancanza di vitto. Quindi è vero quello ch'era solito dire Buonaparte, il quale se n'intendeva, che con settemila soldati se ne possono bloccar dentro Mantova ventimila. Per la qual cosa si vede, che se nuoce agli assaltatori l'aria infetta di miasmi pestiferi, nuoce ai difensori la fame facilmente indotta. Tutti questi accidenti e di sito e di natura e di arte, operarono a vicenda ed efficacemente o negli assedj, o nelle oppugnazioni di Mantova, come si renderà manifesto dal progresso di queste storie.

Era giunto, come abbiam narrato, il maresciallo Wurmser in Mantova con un grosso corpo di genti avanzate alle stragi di Castiglione e di Bassano. Questo sussidio, mentre dava maggior forza alla guernigione già stanca da molte battaglie, e da troppo frequenti vigilie, induceva nondimeno una più grande necessità di vettovaglia. Difettava particolarmente di erba e di strame per pascere i cavalli, che erano, rispetto ai fanti, in numero assai considerabile. Adunque il capitano Austriaco, vedendosi potente per la moltitudine dei soldati, massime di cavallerìa, sortiva spesso, per allungare i pericoli, con grosse cavalcate a foraggiare alla campagna. Il che tanto più facilmente poteva fare, quanto più, essendo tuttavìa padrone della cittadella e di San Giorgio, aveva le uscite spedite, senza essere obbligato di restringere le genti in lunghe file per passare i ponti o gli argini. Queste cose infinitamente cuocevano a Buonaparte, il quale sapendo, che l'Austria, malgrado delle rotte avute, non avrebbe omesso di mandare nuovi soldati in Italia, desiderava di venirne presto alle strette per aver Mantova in mano sua, innanzichè gli ajuti arrivassero. A questo fine, essendo giunto alla metà del suo corso il mese di settembre, comandava a' suoi, andassero all'assalto di San Giorgio, perchè quello era il principale sbocco degli Austriaci alla campagna. Nel tempo medesimo il generale Sahuguet dava l'assalto alla Favorita, sito fortificato dagli Austriaci, e posto a tramontana tra San Giorgio e la cittadella. Attraversò questi disegni il vivido e sagace Wurmser; perchè cacciatosi di mezzo con la cavallerìa, e represso l'impeto dei repubblicani, gli sbaragliava, e se non era la trigesimaseconda, valorosissima fra le brigate Francesi, che sostenne l'urto del nemico, sarebbe seguìto qualche grave danno a Buonaparte. Rimasero i Tedeschi in possessione della Favorita e di San Giorgio; Sahuguet fu costretto a tirarsi indietro malconcio, e con le genti sceme pei morti e pei feriti. Ma l'audace Buonaparte non era uomo da interrompere i suoi pensieri per un piccolo tratto di fortuna contraria. E però avvisandosi che il suo avversario, fatto confidente dalla prosperità della fazione, cercherebbe ad allargarsi viemaggiormente nella campagna, volendo nutrire in lui questa baldanza nuova, ritirava i suoi più lontano dalla piazza. Era il suo fine di tirar Wurmser tanto discosto dal suo sicuro nido, che a lui nascesse la occasione d'impadronirsi improvvisamente di San Giorgio, per vietare all'avversario ogni comodità del paese. Eransi gli Austriaci ingrossati, coll'intenzione di conservarsi libera la campagna, a San Giorgio ed alla Favorita: avevano anzi spinto molto avanti le loro guardie fuori di questi alloggiamenti. Per meglio mandar ad effetto il suo pensiero, aveva Buonaparte comandato ad Augereau, che stanziava a Governolo, salisse per la riva del fiume, ed improvvisamente urtasse il fianco destro dell'inimico. Sahuguet occupava i passi tra la Favorita e San Giorgio; ma non avendo forze bastanti per resistere al nemico potentissimo di cavalli, ordinava a Buonaparte, che a questa schiera si accostasse quella di Pigeon, che veniva da Villanova, perchè dal tagliar la strada fra San Giorgio e la Favorita dipendeva in gran parte l'esito della fazione. Ma perchè Wurmser, avendo che fare sulla sua fronte, non potesse correre contro le ali dei repubblicani che si avanzavano, imponeva a quel pronto e valoroso Massena, urtasse francamente nel mezzo il sobborgo di San Giorgio. Fu l'industria e la virtù del generale di Francia ajutata dal benefizio della fortuna; perchè Wurmser essendosi di soverchio allargato nella campagna, non fu difficile a Pigeon di congiungersi con Sahuguet ad interrompere le strade fra i due nominati luoghi, ed Augereau arrivava tempestando a rompere l'ala dritta degl'imperiali. Il maggior danno fu quello recato da Massena; poichè fu tanto forte l'impeto suo, che prostrando ogni difesa, entrava per viva forza in San Giorgio, e se ne faceva padrone. Nè in alcun modo soprastando, per non corrompere con la tardanza il corso della fortuna favorevole, metteva anche in suo potere il capo del ponte, che dal sobborgo porta alla città. A questo modo gli Austriaci rotti e dispersi, parte furono presi o morti in numero di circa tremila, e parte si ritirarono fuggendo alla cittadella: perdettero venti bocche da fuoco. Questa fazione, avendo posto in poter dei Francesi i luoghi più opportuni all'ossidione, e fiaccando l'ardire degli Austriaci, restrinse molto la piazza; e sebbene di quando in quando il generale dell'imperio, condotto dal proprio coraggio, e tirato anche dalla necessità, per fuggire le molestie della fame, facesse, per andar a saccomanno, sue sortite, non si affidava però più di correre così liberamente la campagna, il che rendè in breve tempo le sue condizioni peggiori; perciocchè cominciava a patire maravigliosamente di vettovaglie. Già sorgevano segni di mala contentezza, che obbligavano Wurmser a star vigilante così dentro, come fuori. Munivano i Francesi con fossi e con trincee il conquistato San Giorgio, e dimostravano grandissima confidenza d'entrar presto in Mantova.

Era Buonaparte d'ingegno vastissimo, e di attività tale, che occupato in imprese di grandissimo momento, non ometteva di condurne al tempo medesimo altre di minore importanza. Perlochè, mentre dall'una parte pensava a tener lontani dall'Italia gli Alemanni, ed a conquistar Mantova, dall'altra non trascurava le cose del Mediterraneo, e principalmente quelle della Corsica. Eransi in quest'isola maravigliosamente sollevati gli animi a cagione delle vittorie dei Francesi in Italia; il quale moto tanto si mostrava più grande, quanto più alla contentezza dei prosperi successi delle armi si aggiungeva quella, che principalissimo operatore fosse quel Buonaparte, che quantunque mandato in tenera età a crearsi in Francia, era peraltro nato e cresciuto fra di loro. Per la qual cosa si vedeva, che se le vittorie di Francia in paesi tanto vicini alla Corsica davano in lei nuovo animo alla parte Francese, l'essere acquistate da Buonaparte le dava un capo e un guidatore valoroso. Questi umori erano anche ingrossati dalle insolenze degl'Inglesi, e dalle taglie che avevano poste. Quest'erano le cagioni, per cui la parte Francese in Corsica andava ogni dì acquistando nuove forze e nuovo ardire, mentre la Inglese perdeva continuamente di forza e di riputazione; già il dominio d'Inghilterra vi titubava. Accadevano non di rado nelle più interne regioni dell'isola ingiurie e violenze contro il nome e gli uomini Inglesi, e contro coloro che a loro aderivano. Era l'autorità del vicerè ridotta alle terre forti e murate, poste nei luoghi dove poteva avere accesso il forte navilio d'Inghilterra. Queste cose si sapevano da Buouaparte; e siccome quegli che era sempre pronto ad usare le occasioni, aveva posto piede in Livorno, non solamente col fine di serrare questo porto agl'Inglesi, ma ancora per movere la Corsica a danno loro. Laonde indotto in isperanza di poter tosto farvi rivoltar lo stato a favore della Francia, aveva mandato a Livorno, aspettando tempo d'insorgere più vivamente, un colonnello Bonelli Corso, con alcuni altri soldati del medesimo paese, e provvedutolo di denari, d'armi e di munizioni, gli comandava andasse in Corsica, e con la presenza e con le esortazioni desse speranza di maggiori sussidj. Era il passaggio di mare assai pericoloso, per le navi Inglesi che continuamente il correvano; ma Buonaparte, confidando nell'opera di Sapey, un Delfinate molto sagace ed attivo, che aveva il carico di quel passo, gliene commetteva l'impresa. A questi primi principj crescendo vieppiù le speranze del felice fine, mandava a Livorno, perchè fossero pronti a salpare, i generali Gentili, Casalta e Cervoni, nativi dell'isola, e che potevano pel credito e dipendenza loro ajutare l'impresa. Preponeva ad essa, come capo, Gentili, uomo d'intera fama, e savio per natura e per età. I Corsi fuorusciti per intenzione di Buonaparte concorrevano a Livorno, e si ordinavano in compagnìe. Una compagnìa di ducento più attivi e più animosi degli altri, doveva essere il principal nervo dei conquistatori di Corsica. S'aggiungevano alcuni pezzi d'artiglierìe di montagna, e cannonieri pratichi per governarle. Erano vicine a mutarsi in pro della Francia le sorti della patria di Buonaparte.

Avevano molto per tempo gl'Inglesi avuto avviso di tutti questi preparamenti, e stavano vigilanti nell'impedire il passo del mare. Nè parendo loro che ciò bastasse alla sicurezza dell'isola dopo il perduto Livorno, applicarono l'animo al farsi signori di Porto-Ferrajo, terra forte, e principale dell'isola d'Elba. Pervenuto sentore di questo tentativo a Miot, ministro di Francia a Firenze, richiedeva con viva instanza dal gran duca, desse lo scambio al governatore di Porto-Ferrajo, sospetto, secondo l'opinione sua, di essere aderente agl'Inglesi. Il ricercava altresì, mettesse in quel forte un presidio sufficiente ad assicurarlo. Voleva finalmente che si aggiungessero duecento soldati Francesi. Soddisfece alla prima domanda il principe, scambiando il governatore, ma fondandosi sulla neutralità, legge fondamentale della Toscana, accettata dalla repubblica di Francia, e confermata da tutte le potenze amiche e nemiche, non consentì a mandar nuove genti, e molto meno soldati Francesi a Porto-Ferrajo. Si scusò eziandìo allegando, che gl'Inglesi proibivano l'uso del mare, e che perciò non era in sua facoltà, ancorchè volesse, di mandar nuovo presidio in quell'isola. Certamente non si può biasimare Miot dello aver domandato al gran duca quello, che credeva essere sicurtà del suo governo; ma bene gli si può dar carico dello aver usato parole intemperanti parlando della nazione Italiana, quando scrisse, di questo fatto gravemente lamentandosi, a Buonaparte, badasse bene a schivare le minacce vane, principalmente in Italia, dove i popoli accrescevano i mali con la fantasìa, ma tosto trapassavano dal terrore all'insolenza, quando non pruovavano tutto quello che temevano; perchè stava, continuava dicendo Miot, nella natura vendicativa degl'Italiani di veder sempre nei nemici loro la impotenza, non mai la generosità. Quale generosità poi fosse in coloro, che sotto specie di belle parole erano andati ad ingannare ed a spogliare l'Italia, toccherà a Miot lo spiegarlo. Intanto sapranno i posteri come egli parlasse di una nazione illustre, in quel momento stesso in cui ella era miserabil preda di Francesi e di Tedeschi, ridotta per cagione degli uni e degli altri in durissimo servaggio, spogliata de' suoi più preziosi ornamenti, rotta tutta e sanguinosa nelle parti più nobili e più vitali del corpo suo.

Intanto non portarono gl'Inglesi maggior rispetto a Porto-Ferrajo, che i Francesi a Livorno portato avessero. In tal modo fu trattato Ferdinando di Toscana dai capi di due potenti nazioni; infelice condizione di un principe, che, non avendo armi, volle fondare la propria sicurezza sulla integrità della vita, in tempi in cui il più potere era stimato ragione. S'appresentavano il dì nove luglio gl'Inglesi in cospetto di Porto-Ferrajo, con diciassette bastimenti, che portavano duemila soldati; richiesero la piazza. Scriveva il vicerè di Corsica al governatore, volere occupar Porto-Ferrajo, perchè i Francesi avevano occupato Livorno, e macchinavano di occupar anche Porto-Ferrajo; ma non volere, negando con le parole quello che faceva coi fatti, solito costume di quella perversa età, offendere la neutralità. I capi della flotta poi minacciavano, se non fossero lasciati entrar di queto, entrerebbero per forza.

Avute il gran duca queste moleste novelle, comandava al governatore, protestasse della rotta neutralità, negasse la dimanda, solo cedesse alla forza. Ma già gl'Inglesi procedendo dalle minaccie ai fatti, erano sbarcati sulle spiagge di Acquaviva, luogo di confine fra lo stato di Toscana e quello di Piombino, e marciando per sentieri montuosi, erano giunti in cima al monte che sta a ridosso del forte di Porto-Ferrajo; quivi piantarono una batterìa di cannoni e di obici con le bocche volte contro la città. I soldati scendendo da quei siti erti e scoscesi nella strada che dà l'adito alla terra, stavano pronti ad osservare quello che vi nascesse dentro, per le intimazioni e presenza loro. Mandava Orazio Nelson da parte del vicerè di Corsica intimando al governatore, volere gl'Inglesi Porto-Ferrajo e i forti per preservargli dai Francesi; porterebbero rispetto alle persone, alle proprietà, alla religione; se n'anderebbero, fatta la pace, o cessato il pericolo dell'invasione; se il governatore consentisse, entrerebbero pacificamente, se negasse, per forza. Adunava il governatore gli ufficiali, i magistrati, i consoli delle potenze, i capi di casa più principali, acciocchè quello che far si dovesse, deliberassero. Risolvettero di consentimento concorde, che si desse luogo alla forza, che si ricevessero gl'Inglesi, ma che si protestasse delle seguenti condizioni: non potessero a modo niuno i Toscani essere sforzati a combattere, se qualche forza nemica si accostasse all'isola, provvedessero gl'Inglesi alla vettovaglia; i soldati nelle case particolari non alloggiassero. Accettate le condizioni, entrarono nella Toscana isola gl'Inglesi. Poco dopo s'impadronirono anche dell'isola Capraja, di stato Genovese, meno per sicurezza loro, che per dispetto del senato, contro il quale avevano risentimento, per essersi, come credevano, accostato recentemente alla parte Francese. Acquistate Elba e Capraja, correvano più molesti che prima contro i bastimenti Genovesi, e gli mettevano in preda.

In questo mezzo tempo bollivano le cose nella partigiana Corsica perturbata da gravissimi accidenti, ed andavano a versi di Buonaparte. Bonelli condottosi nell'isola, e spargendo voci di prossimi ajuti, e detestando la superiorità Inglese, e spargendo ogni dove faville d'incendio, e turbando ogni villa, ogni villaggio, massime sui monti vicini a Bastìa ed a San Fiorenzo, aveva adunato gente, che apertamente resisteva al dominio del vicerè. A Bastìa, sendovi ancora presenti gl'Inglesi, una congregazione di patriotti, come gli chiamavano, o piuttosto di partigiani di Buonaparte e di Saliceti, nemicissimi al nome di Paoli e d'Inghilterra, avevano preso tanto ardire, che addomandarono al vicerè la libertà dei carcerati, e scrissero a Saliceti, già avesse Bastìa in luogo di città Francese. Vedutosi da Saliceti e da Gentili, che quello era il tempo propizio per restituire la patria loro alla Francia, mandarono innanzi Casalta, con una banda di fuorusciti Corsi affinchè, arrivando a Bastìa, ajutasse quel moto, cagione probabile di cambiamento. Fu opportuno il disegno, non fu infelice il successo; perchè giungeva sul finire di ottobre Casalta, tanta fu la destrezza di Sapey nel procurare il tragitto malgrado del tempo burrascoso e delle navi Inglesi, in vicinanza del porto; e sbarcava le sue genti, alle quali vennero a congiungersi i partigiani in grosso numero. I soldati di Casalta, divenuti forti, occuparono i poggi che dominano Bastìa. Intimava Casalta agl'Inglesi, che tuttavia tenevano il forte, si arrendessero; quando no, gli fulminerebbe. Sopravvennero intanto le novelle che gran tumulti nascevano in tutta l'isola contro il nome Britannico. Gl'Inglesi pertanto si risolvevano ad abbandonar quello, che più non potevano conservare; e precipitando gl'indugi dal forte di Bastìa, perchè avevano paura che i Corsi di Casalta, calando dai monti, impedissero loro il ritorno, lo spacciarono prestamente, e si ricondussero alle navi. Nè fu senza danno la ritirata, o piuttosto fuga loro; perchè soppraggiunti per viaggio dai Corsi, meglio di cinquecento restarono cattivi. Perdettero anche i magazzini; dei cannoni alcuni trasportarono, altri chiodarono. A tale fatto i tumulti crescevano, gli alberi di libertà si piantavano: San Bonifacio, Ajaccio, Calvi chiamavano il nome di Francia. Restava pei patriotti, che si cacciassero gl'Inglesi da San Fiorenzo, dove avevano adunato le maggiori forze, ed anche la fortezza della piazza gli assicurava. Ma il precipizio era tale, che si resisteva senza frutto. Guadagnava Casalta, non però senza difficoltà, le fauci di San Germano, per cui si apre la strada da Bastìa a San Fiorenzo, ed arrivava improvvisamente sopra quest'ultimo luogo cacciandosi avanti gl'Inglesi fuggiti da San Germano. Diedero tostamente opera a vuotare la piazza; vi entrarono con segni d'incredibile allegrezza i Corsi repubblicani. Conquistarono sei pezzi di artiglierìa buona e due mortai, che in tanta fretta i vinti non avevano avuto tempo di trasportare: i soldati sezzai vennero in poter del vincitore. Tuttavia l'armata Inglese stava sorta sull'ancore poco distante da San Fiorenzo in prospetto di Mortella; i soldati avevano fatto un forte alloggiamento sui monti a ridosso di Mortella medesima, non che volessero continuare nell'intenzione di conservare la Corsica, ma solamente per acquare, vettovagliarsi, e raccorre gli sbrancati sì magistrati del regno che soldati, che per luoghi incogniti e per tragetti arrivavano ad ogni ora, fuggendo il furore Corso che gli cacciava. Partiva frattanto da Livorno Gentili, conducendo con se nuove armi e munizioni, ducento soldati spigliatissimi, trecento fuorusciti di Corsica. Arrivato a Bastìa, dato riposo alla truppa, squadronati nuovi Corsi che accorrevano, si metteva in viaggio per a San Fiorenzo, con animo di cacciar gl'Inglesi da quel loro ultimo nido di Mortella. Urtava l'oste Britannica, ne seguitava una mischia mortalissima: fuggirono finalmente gl'Inglesi, ricevendo per viaggio molti danni, e si ridussero, prestamente camminando, e tutti sanguinosi alle navi. Conseguito quest'intento, saliva Gentili sopra certi monti, donde speculando vedeva l'armata Inglese, che continuava a starsene con l'ancore aggrappate in poca distanza: preparava una forte batterìa per fulminarla. Non aspettarono l'ultimo momento; che anzi, date le vele ai venti, si allargarono in alto mare alla volta di Gibilterra, lasciando tutta l'isola in potestà di coloro, che la vollero restituire all'antica madre di Francia. Si ricoverava Elliot vicerè a Porto-Ferrajo, dolente che quella preda si trasferisse di nuovo nella potenza emola all'Inghilterra. Per cotal modo furono spenti in un giro di pochi mesi un parlamento, un reggimento ordinato, un'autorità di un re della Gran Brettagna. Al tempo stesso abbandonarono gl'Inglesi le testè conquistate isole d'Elba e Capraja, brevissimo frutto di violata neutralità.