Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II

Part 8

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Tutte queste fazioni, quantunque di gran momento fossero, non avevano ancora intieramente giudicato la fortuna delle armi fra i due potenti emoli, e restava ancora a determinarsi in una battaglia campale, se le speranze dall'imperatore d'Alemagna poste nella virtù di Wurmser, e tutto quello sforzo per la ricuperazione d'Italia avessero a riuscire o fruttuosi, o vani. Erasi, come abbiam narrato, il maresciallo Austriaco accampato tra Medolano e Castel Venzago a fronte di Castiglione, tra la quale terra e le sue genti se ne stavano schierati i Francesi. Erano i soldati delle due parti stanchi dai lunghi viaggi e dalle frequenti battaglie, e però, sebbene a fronte gli uni degli altri già si trovassero il giorno quattro agosto, nissun motivo fecero per affrontarsi. Piaceva l'indugio a Buonaparte, perchè attendeva alcune genti fresche, e perchè principalmente sperava che Fiorella, in cui era posta la più forte speranza della vittoria, arrivasse in luogo, donde potesse partecipare al combattimento. La mattina del giorno seguente, appena aggiornava, essendo giunto il tempo, che Buonaparte si era prefisso come conveniente alla sua impresa, e non movendosi gl'imperiali, disposti piuttosto ad aspettare che a dar la carica, comandava ad Augereau, ed a Massena, che assaltassero il nemico; ma essendo suo intento che solo s'ingaggiasse la battaglia, ma non si tentasse perancora di sforzar l'inimico, ordinava loro, che, dato il primo urto, e tosto che gli Austriaci uscissero dal campo per seguitargli, si ritirassero. La cosa successe come il capitano Francese l'aveva ordinata; perchè, non così tosto si era incominciato a menar le mani, gli Alemanni, che si sentivano forti, saltando fuori degli alloggiamenti, urtavano gagliardamente i Francesi, che, fatto un po' di resistenza, per ubbidire ai comandamenti del capitano generale, si tiravano indietro. Dalla quale mossa molto a proposito fatta prendendo animo Wurmser, andava distendendo l'ala sua destra verso Castel Venzago con intenzione di circuire la sinistra dei Francesi retta da Massena, e di dar la mano a Quosnadowich, di cui non sapeva le rotte. Quest'era appunto il desiderio di Buonaparte, conciossiachè suo pensiero fosse di urtare piuttosto e sbaragliare la sinistra di Wurmser, perchè conosceva i sinistri casi di Quosnadowich; la fortezza di Peschiera, che era in suo potere, l'assicurava sul suo fianco sinistro, e Fiorella stava in procinto di arrivare sul campo di battaglia contro la punta sinistra dei Tedeschi. A questo fine, mentre Massena ed Augereau sostenevano l'urto degli Austriaci a stanca ed in mezzo, mandava Buonaparte Verdier con un forte polso di granatieri, e con un reggimento di cavallerìa ad assaltare le trincee erette sul colle di Medolano. Ma perchè questo assalto riuscisse meno sanguinoso nel fatto, e più felice nel fine, ordinava che il colonnello Marmont, soldato molto pratico a governar le artiglierìe, posti venti pezzi grossi nella pianura di Medole, fulminasse quel ridotto nemico. Rispondevano furiosamente dal colle di Medolano le artiglierìe Austriache, e ne seguitava un sanguinoso combattimento. In mezzo a tanto rimbombo si faceva avanti con singolar valore Verdier, a cui era compagno Beaumont. Perveniva Verdier al ridotto, e dopo un'asprissima contesa e molto sangue, se ne impadroniva. Al tempo medesimo Beaumont, precipitandosi a corsa verso il villaggio di San Canziano dietro la estremità sinistra degl'imperiali, che già vacillava trovandosi spogliata di quel principale fondamento del ridotto, accresceva terrore ai fuggiaschi, e lo dava ai contrastanti. Nè questo bastando a dare l'ultima stretta, arrivava, tanto bene aveva Buonaparte disposte le cose, in questo punto stesso Fiorella coi soldati di Serrurier, che dando dentro incontanente ai nemici, che non se l'aspettavano, gli sforzava a rotta manifesta.

Wurmser per ristorare la battaglia, che era in questo luogo in tanta declinazione, vi mandava in fretta la cavallerìa, che urtando Beaumont e Fiorella, frenava per qualche tempo l'impeto loro. Ma Buonaparte, veduto che era giunto il momento di vincere, fe' caricare con tutto lo sforzo di Massena e di Augereau l'ala destra e la mezzana dei Tedeschi. Spediva altresì in fretta alcuni rinforzi a Fiorella, il quale anche acquistava nuove forze per l'accostamento successivo delle sue genti, che, rimaste indietro, ora a grado a grado arrivavano. Diventava allora la battaglia generale su tutta la fronte, e se il capitano Francese aveva mostrato, sì prima che nel mentre del fatto, maggior perizia dell'antico capitano dell'Austria, i soldati Austriaci si dimostrarono pari pel valore ai soldati Francesi. Fuvvi che fare assai per questi alla torre di Solfarino, che virilmente assalita, fu anche virilmente difesa. Prevalse infine del tutto la fortuna repubblicana, perchè Massena pressava con vantaggio dal canto suo il nemico, Augereau lo vinceva a Solfarino, Verdier, Marmont, Beaumont e Fiorella lo perseguitavano rotto e disordinato a Cavriana. Così tutto l'esercito Alemanno, parte rotto, parte intiero si ritirava al Mincio; il qual fiume prestamente varcato a Valeggio, e la stanchezza dei perseguitatori il preservarono da maggior danno. Questa fu la battaglia di Castiglione combattuta con arte mirabile da Buonaparte, e con gran valore da Augereau. Da questa medesima acquistò poscia quest'ultimo il nome di duca da Buonaparte creatosi imperatore. Scemarono gli Austriaci in questo fatto di meglio di tre mila soldati o morti, o feriti, o prigionieri, di trenta cannoni, di centoventi cassoni, e di munizioni da guerra in proporzione. Non arrivò a mille la perdita dei Francesi; fra loro di soldati di nome mancò il solo generale Frontin. In tutte queste zuffe intricate, miste e sanguinose, che in pochi giorni si attaccarono fra Wurmser, e Buonaparte, piansero i Tedeschi più di ventimila soldati, e circa quattrocento ufficiali. Fecero anche conspicua la vittoria dei repubblicani settanta cannoni presi. Poco meno esiziali furono le armi imperiali ai Francesi, poichè mancarono dalle insegne di Francia meglio di diecimila soldati o morti, o feriti, o caduti in mano degl'Imperiali.

La vittoria di Castiglione, che tanto affliggeva la potenza dell'Austria, poneva di nuovo l'Italia in potestà di Buonaparte: perchè Wurmser, quantunque non fosse scoraggiato dalla fortuna contraria, ridotto a poche genti, non poteva più contendere col fortunato suo emolo dell'imperio di quella contrada, destinata oramai ad essere preda dei combattenti, o serva dei vincitori.

Buonaparte, conseguita con tant'arte e con tanta fortuna sì gloriosa vittoria, si risolveva a perseguitar celeremente le reliquie del suo avversario, sì perchè non voleva dargli tempo di rifarsi, e sì perchè in aura sì favorevole gli tornavano in mente i vasti pensieri, già molto tempo da lui spiegati al direttorio, di volere andar ad assaltare, valicando i monti del Tirolo, il cuore della Germania, per conculcarvi del tutto, congiunto che fosse con Moreau e Jourdan, che guerreggiavano sul Reno, la potenza dell'Austria. Le fresche vittorie, ed il terrore concetto per loro dai popoli e dai soldati nemici, era occasione favorevole a così gran disegno. Perlochè si accingeva a voler tosto passare il Mincio, per vedere quello che preparasse la fortuna sulla sinistra sponda contro il capitano dell'Austria. A questo fine faceva trarre furiosamente da Augereau con le artiglierìe contro Valeggio per dare in questo luogo riguardo al nemico, mentre Massena sospintosi avanti per Peschiera tenuta tuttavìa da' suoi, sbaragliava, secondandolo virilmente Victor, Liptay, che fu costretto di ritirarsi a Rivoli. Wurmser, veduto da questo fatto che non era più tempo da aspettare a ritirarsi in Tirolo, rinfrescata di nuove genti Mantova, si metteva in viaggio per salire per la valle dell'Adige. Il seguitavano Massena, Augereau e Fiorella. Si appresentava quest'ultimo alle porte di Verona con animo di entrarvi per perseguitare gli Austriaci, che dentro, sebbene in picciol numero, si trovavano, ed in fretta si apprestavano a partire per le rive superiori dell'Adige. Chiedeva Fiorella le si aprissero. Il provveditore Veneto, che temeva che se due nemici tanto sdegnati l'uno contro l'altro, e nel bollor del sangue dei fatti recenti si azzuffassero dentro le mura, ne sarebbe sorto qualche grande sterminio, rispondeva che le aprirebbe, passate due ore. L'intento suo era di dar tempo agli Austriaci di sgombrare, acciocchè Verona non diventasse campo di battaglia. Buonaparte sopraggiunto fulminava le porte coi cannoni, ed entrava vincitore. Successero alcune sparse zuffe coi Tedeschi, non senza terrore dei Veronesi, e se gli Austriaci fossero stati o più numerosi o più animosi seguiva qualche funesto accidente. Ma i repubblicani, mostrando moderazione, eccettuate alcune ingiurie fatte nell'oscurità della notte, conservarono la terra intatta.

Entrato per tal modo in Verona il generalissimo di Francia, ed animati di nuovo i suoi con un manifesto, in cui gli paragonava, certo con ragione pel coraggio, ai soldati di Maratona e di Platea, gli conduceva alle fazioni del Tirolo. Saliva col grosso per le rive dell'Adige, contro Wurmser; Sauret in questo mentre, per ordine suo, camminando all'insù della sponda occidentale del lago, andava a ferire Quosnadowich e il principe di Reuss. Dovevano entrambi raccozzarsi in su quel di Roveredo per andarsene poscia ad occupar Trento, metropoli del Tirolo Italiano. Furono da Sauret cacciati gli Austriaci da tutti i posti sul lago per modo che, abbandonata Rocca d'Anfo e Lodrone, si ritirarono ai luoghi superiori di Arco. Dal canto suo Buonaparte, per opera di Massena e di Augereau, superati, non senza sangue, i siti forti di Corona e di Preabocco, e più su di Ala, di Serravalle e di Mori, mentre Vaubois si alloggiava in Torbole, compariva con mostra vittoriosa in cospetto di Roveredo. I Tedeschi già rotti a Mori, e spaventati da un furioso assalto di Rampon in Roveredo, abbandonarono frettolosamente la terra con andare a posarsi nel sito fortissimo, che chiamano il Castello della Pietra, o di Calliano. Solo passo a questa terra a chi viene di sotto, è una stretta forra, che è serrata a destra da monti inaccessibili, a sinistra dall'Adige. La terra medesima poi distendendosi anch'essa dal monte al fiume, serra il passo, ed appresenta verso la profonda forra un grosso muro merlato, che rende assai facile la difesa. Per questa strettura dovevano passare, e questa muraglia, munita dai Tedeschi di grosse artiglierìe, espugnare i Francesi per andare all'acquisto di Trento. Speravano gl'imperiali, se non di arrestare l'impeto del nemico in questo luogo, almeno di starvi forti tanto, che ogni cosa potessero mettere in sicuro alle spalle. Ma quei presti repubblicani, capaci a sostenere le battaglie giuste nei luoghi piani, e molto più capaci ancora a far le guerre spedite e spartite dei monti, ebbero assai presto superati tutti gli ostacoli, che e la natura del sito, e l'arte del nemico aveva loro opposto. Imperciocchè il generale Dammartin, allogate, con incredibile fatica, alcune artiglierìe in un luogo creduto per lo innanzi inaccessibile, donde feriva di fianco la stretta, ed i feritori alla leggiera, destrissimi ed animosissimi, come sono ordinariamente i Francesi, arrampicatisi per luoghi dirupati e precipitosi, togliendo sicurezza a quel forte passo, tempestavano contro i difensori molto furiosamente. Vedutosi da Buonaparte il successo di queste cose, comandava a tre battaglioni di disperato valore, dessero dentro alla forra a precipizio senza trarre, ed assaltassero il castello, che in fine di quella torreggiava. Nè fu meno pronta la esecuzione di quanto fosse risoluto il comandamento; perchè messisi i battaglioni a quello sbaraglio, in meno tempo che uomo non concitato a presti passi farebbe, passarono la forra, menando grande strage degli Alemanni. Spaventati e rotti i Wurmseriani abbandonarono all'audacissimo nemico non solo la strada, ma anche la forte muraglia, ritirandosi a gran fretta a Trento. Nè credendovisi sicuri, e lasciandolo in balìa di se medesimo, e certa preda ai repubblicani, si ritirarono sulla destra del Lavisio sulla strada per a Bolzano. Tale fu l'esito della battaglia di Roveredo, combattuta il dì quattro settembre, nella quale risplende vieppiù chiaramente il valor dei Francesi, già tanto chiaro per le precedenti fazioni. Perdettero gli Austriaci, con venticinque cannoni, tre in quattro mila soldati morti, feriti, o prigionieri. Dei Francesi pochi mancarono, per la speditezza del fatto.

Perduto il forte sito di Calliano, restava Trento senza difesa. Infatti il cinque settembre, ritiratosene il giorno precedente il vescovo, principe dell'impero germanico, vi entravano i Francesi vittoriosi, prima Massena, poi Vaubois, il quale, non potendo tollerare sotto gli occhi suoi propri i ladronecci di Toscana, e preferendo i pericoli di morte al veder l'infamia, aveva instantemente chiesto di esser mandato al campo. Divenuto Buonaparte signore di Trento, veniva tosto in sulle lusinghevoli parole, dichiarando, volere, che la città e principato di Trento fossero per sempre liberati dalla superiorità Tedesca, e posti in libertà. Laonde, cacciati tutti coloro che per parte dell'impero germanico vi tenevano i magistrati, vi surrogava i nativi, con eleggergli tra quelli che erano più avversi al dominio Tedesco, o più amatori del nome Francese, o più zelanti di novità. Del rimanente poco importava al generale della repubblica lo stato dei popoli Trentini: bensì gli premeva di sollevare con dolci discorsi i popoli della vicina Germania, affinchè tumultuando contro i principi loro, gli rendessero facile l'impresa di congiungersi coi soldati di Ferino mandati avanti da Moreau con questo intento. Certo era, che chiamata a sedizione la Baviera, l'imperatore d'Alemagna sarebbe stato ridotto in estremo pericolo, o costretto ad accettare patti disonorevoli. Questi erano i pensieri ai quali era venuto Buonaparte, per la vastità della sua mente e per lo stimolo delle vittorie.

Gli rompeva questi disegni l'antico Wurmser. Aveva il capitano Austriaco considerato, che Buonaparte si era recato nell'animo, ch'ei fosse per difendere per quei luoghi alpestri con le reliquie de' suoi i passi della Germania. Credeva anzi, che il generale di Francia fosse confidente di venire a capo di questo suo intento; perciocchè si vedeva probabile, che coloro i quali avevano vinto con tanto impeto le strette di Calliano, potrebbero anche facilmente superare gli altri passi del Tirolo. Ma il pratico e tenace Alemanno fece avviso, che quello che combattendo di fronte non avrebbe potuto conseguire, il potrebbe per modo di diversione. Deliberossi adunque con animoso e ben ponderato consiglio di voltarsi di nuovo all'Italia, sperando che per la sua presenza inopinata in questa provincia, aggiuntovi qualche rinforzo che testè gli era giunto dal Norico, avrebbe potuto farvi qualche variazione, od almeno ritirarsi al sicuro nido di Mantova. Qualunque avesse ad essere o prospero od avverso l'esito di questa fazione, bene era certo l'effetto di tirare nuovamente Buonaparte in Italia, e di stornare per questo mezzo quella terribile tempesta dalla nativa Germania. Nasce la Brenta poco lontano da Trento, e correndo nel fondo di una valle profonda tra monti aspri e discoscesi, arriva a Bassano, luogo dove incominciano ad aprirsi le dilettevoli pianure del Padovano e del Vicentino. Questa è la strada che conduce da Venezia a Trento per la più diritta, senza passar per Verona. Adunque il maresciallo, già fin quando si combatteva a Roveredo ed a Calliano, s'incamminava, scendendo a gran passi, per la valle Brentana, intento suo essendo di congiungersi in Bassano con gli ajuti, che venuti dal Norico sotto la condotta dei generali Mitruski e Hohenzollern si erano ridotti ad aspettarlo in quella città. Si era persuaso che il suo avversario, udita la strada presa da lui, non solamente deporrebbe il pensiero di assaltar la Germania, ma ancora scenderebbe a gran passi a seconda dell'Adige per andar a far argine a quel nuovo impeto nelle vicinanze di Verona. Della prima opinione non s'ingannava Wurmser, perchè effettivamente Buonaparte, abbandonata l'impresa di Germania, si rivoltava verso l'Italia; ma bene non prese la via dell'Adige, anzi, sprolungata la destra de' suoi per la valle medesima della Brenta, seguitava frettolosamente, divallandosi ancor esso, le genti Alemanne. Erano guidatori principali di questi presti soldati, secondo il solito, quei due folgori di guerra Massena e Augereau. Questa deliberazione fece Buonaparte per interrompere a Wurmser ogni comunicazione coi corpi che lasciava ai luoghi più alti del Tirolo, e perchè non altra speranza di salute restasse al capitano dell'imperatore, se non quella o di ritirarsi più che di passo alle montagne donde sorge la Piave, o di far opera di condursi a Mantova. Marciarono tanto speditamente i repubblicani, che giunsero gl'imperiali a Primolano, e gli vinsero con presa di molti soldati, non però di quattromila, come fu scritto, che è un'amplificazione di parole molto evidente. Si combattè poscia a Cismone, si combattè a Selagno, e sempre felicemente pei Francesi. Già quel nembo era vicino a scoccare contro Bassano, dov'era il corpo principale di Wurmser. L'assaltarono correndo Augereau a sinistra. Massena a destra, e tosto il ruppero, avendo fatto, in ciò dissimile da se medesimo, invalida difesa, con grande ammirazione e sconforto di Wurmser, che si era confidato nella fortezza di quel passo posto alla sboccatura della valle della Brenta. Ora nissun altro partito restava al maresciallo d'Austria, poichè sì presti l'avevano sopraggiunto i Francesi, se non quello di ritirarsi per far pruova di guadagnare le sicure muraglie di Mantova. Adunque, velocemente marciando, e velocemente ancora seguitato dai repubblicani, passava l'Adige a Porto-Legnago, batteva Massena a Cerea, Buonaparte a Sanguineto, ed entrava coi soldati tutti sanguinosi, ma con aver fatta sanguinosa la vittoria anche al nemico, dentro i ripari della forte Mantova.

Questo fu il fine dell'impresa di Wurmser in Italia, e del poderoso esercito che vi condusse. Ne fu afflitta la Germania, ne fu lieta la Francia, ne pendè di nuovo incerta l'Italia del destino che l'aspettasse; perchè nè Mantova era piazza che si potesse facilmente espugnare, nè l'imperator d'Alemagna era tale, che non fosse per fare un nuovo sforzo per riconquistar le rive tanto infelicemente feconde dell'Adda, del Ticino e del Po.

Siede Mantova, città antica e nobile, in mezzo ad un lago che il fiume Mincio, calandosi da Goito in una gran fondura, forma, ed in tre parti si divide, separate una dall'altra da due ponti, dei quali il superiore, da presso a porta Molina dipartendosi, dove sono i molini dei dodici apostoli, dà l'adito dalla città alla cittadella posta a tramontana; l'inferiore apre il varco dalla porta di San Giorgio al sobborgo di questo nome situato a levante. La prima parte del lago tra la bocca del fiume, dove entra nel lago medesimo, ed il superior ponte frapposta, chiamasi col nome di lago superiore; la seconda rinchiusa fra i due ponti, con quello di lago di mezzo; e finalmente quella parte che dal ponte inferiore partendo, insino all'emissario si distende, col nome di lago inferiore si appella. Nè tutta la città è circondata da acque libere e correnti; conciossiachè il Mincio, a stanca verso la cittadella precipitandosi, lascia i terreni a dritta o del tutto scoperti, o di poche acque velati, ma limacciosi tutti, ed ingombri di erbe e di canne palustri. Questa è la palude, che si dilata, e circuisce le mura, cominciando da porta Pradella, per cui si ha la via a Bozzolo ed a Cremona, insino a porta Ceresa, per cui si va alla strada di Modena. Così girando da porta Pradella per tramontana e levante fino a porta Ceresa, è Mantova bagnata dalle acque dei tre laghi; e dando la volta dalla medesima porta Pradella per Ponente ed Ostro fino a porta Ceresa, è circondata da un profondo ed instabile marese, eccettuata una parte di terreno più sodo situata a guisa di penisola da porta Postierla a porta Ceresa. Quivi sorge il castello del T, così chiamato, perchè per singolar guisa d'architettura ha forma di questa lettera dell'alfabeto. Si ammirano in lui quelle belle pitture a fresco, che rappresentano la battaglia di Giove e dei Titani, opera tanto celebrata di Giulio Romeno, nativo di Mantova. Questa penisola si congiunge al corpo della città per parecchi ponti: ma i principali aditi alla campagna si aprono pei due suddetti ponti della cittadella, e di San Giorgio, e per mezzo degli argini, che partendo dalle porte Pradella e Ceresa, ed attraversando la palude, menano i viandanti all'aperto. Oltre le anzidette porte sonvene alcune altre minori, o piuttosto uscite che porte, le quali danno sul lago, e sono quelle della Catena, della Pomponassa, di San Niccolò, degli Ebrei, d'Ozzolo, di San Giovanni e del Filatojo. Ma siccome la palude a nissun modo varcabile è difesa più forte del lago, che con le barche si può passare, così per assicurare la piazza là dove guarda il lago, fu eretta a tramontana la cittadella, che chiude il passo a chi venisse da Verona, ed il forte San Giorgio a levante contro chi volesse andar contro alla terra, procedendo da Portolegnago e da Castellara. Non ostante, parti pericolose erano le due estremità della palude, perchè là sono gli argini che accennano alle due porte principali per la via di terra, cioè Pradella e Ceresa. Per questa cagione furono affortificate con bastioni, e con altre opere di difesa. Nè fu lasciata senza munizioni la porta Postierla, la quale, avvegnachè si apra quasi nel mezzo di una cortina, ha per difesa a destra il forte bastione di Sant'Alessi, a sinistra un'alta di muro chiamata la torre di Sant'Anna. Per dare poi maggiore forza a questa parte, principalmente a porta Ceresa, e per impedire soprattutto che il nemico non possa fare un alloggiamento nella penisola del T, furono ordinate alcune trincee con terrati e terrapieni sull'orlo di lei, e nel luogo che chiamano il Migliaretto. Così, oltre le acque e la palude, le principali difese di Mantova consistono nella cittadella, nel forte San Giorgio, nei bastioni di porta Pradella e di porta Ceresa, ed in altri propugnacoli, che da luogo a luogo sorgono tutt'all'intorno nel recinto delle mura, e finalmente nelle trincee del T e del Migliaretto.