Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II
Part 6
Ma perchè in tempi di tanta costernazione vieppiù per l'amore della religione s'infiammassero i popoli alla difesa, in un giorno prestabilito si conduceva il re, accompagnandolo una gran moltitudine di popolo, alla Basilica, dove, toccando gli altari, e stando tutti, tra la riverenza e lo spavento, intentissimi ad ascoltarlo, disse queste parole: «Grande Iddio, ecco alla vostra presenza colui, che avete constituito al governo di questi miei fedelissimi sudditi. Se vi piacesse mai di levarmi da un tal ministero, alla vostra santissima volontà di buona voglia mi sottometto; ed affinchè si vegga e si sappia, che questa protesta sia stata fatta da me con tutta contentezza d'animo, ecco che mi tolgo dalle spalle la clamide, dalla mano lo scettro, dal capo la corona, e tutte queste reali divise ripongo sulla mensa del vostro altare, vicine appunto al Tabernacolo, dove voi risiedete come in Paradiso. A voi dunque le lascio, a voi le dedico, acciocchè ne abbiate ad essere il custode».
Queste dimostrazioni producevano effetti incredibili in un popolo dominato da fantasìa potente. Certamente, se le mani fossero state tanto pronte all'operare, quanto erano le menti ad immaginare, si sarebbero veduti da Napoli effetti notabilissimi a salute di tutta Italia.
Partiva Ferdinando da Napoli, indirizzando il viaggio agli alloggiamenti di Castel di Sangro, di San Germano, di Sora, e di Gaeta; fuvvi accolto con segni di grandissima allegrezza dai soldati. Intanto il romore delle occupate legazioni, e le ultime strette in cui era caduto il pontefice, avevano indotto nei consiglieri del re la credenza, che l'accordare fosse più sicuro del combattere. Perlochè non aspettando pure che il papa patteggiasse in definitiva pace, nè consentendo a trattar degli accordi coi repubblicani di concerto con lui, mandavano al campo di Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli, affinchè negoziasse una sospensione di offese, proponendosi d'inviarlo poscia a Parigi a concludere la pace col direttorio. Buonaparte, considerato che Mantova si teneva ancora per gli Austriaci, nè che così presto l'avrebbe potuta piegare a sua divozione per la fortezza dei luoghi, pel numero e pel valore dei difensori, e molto più per la stagione calda e molto pregiudiziale alla salute degli oppugnatori, che oggimai si avvicinava, considerato altresì che del tutto non era ancor prostrata la potenza dell'imperatore, udiva con benigne orecchie le proposte del principe. Si concluse tra il generale e lui il cinque di giugno un trattato di tregua, con cui si stipulava, che cessassero le ostilità tra la repubblica, e il re delle Due Sicilie; le truppe Napolitane che si trovavano unite a quelle dell'imperatore, se ne separassero, e gissero alle stanze nei territorj di Brescia, Crema e Bergamo; si sospendessero le offese anche per mare, ed i vascelli del re al più presto dalle armate Inglesi si segregassero; si desse libero passo ai corrieri rispettivi tanto per le terre proprie o conquistate dalla repubblica, quanto su quelle di Napoli. Fatto l'accordo, andarono i Napolitani, lasciati gl'imperiali, alle destinate stanze. Così il papa fu solo lasciato nel pericolo dal governo di Napoli, che pure testè aveva mostrato tanto ardore per la difesa della religione, convenendo, senza che prima la necessità ultima fosse addotta, con coloro che poco innanzi aveva chiamati nemici degli uomini e di Dio. Per questo le sue parole scemarono di fede, non solamente appresso al pontefice romano, ma eziandìo presso i popoli d'Italia. Affermavano che se non si voleva combattere per la religione, e' non bisognava invocarla, e se si voleva combattere per lei, era mestiero di non concludere così presto. Il toccar gli altari il re, ed il toccar la mano di Buonaparte il principe di Belmonte, furono atti troppo l'uno all'altro vicini, da non esservi stato di mezzo piuttosto inconstanza che prudenza. Quei giuramenti tanto solenni, o non bisognava fargli, e richiedevano che si perdesse almeno una provincia prima di stipulare.
In questo mezzo tempo si spogliavano dall'acerbo vincitore, di statue, di quadri, di manoscritti preziosi, di oggetti appartenenti a storia naturale Parma, Pavia, Milano, Bologna, e Roma. A questo fine aveva mandato il direttorio in Italia per commissarj Tinette, Barthelemi, Moitte, Thouin, Monge e Berthollet, acciocchè procedessero alla stima ed allo spoglio; dal quale ufficio così poco onorevole per la patria loro, non so come non rifuggisse l'animo loro, massimamente quelle dei tre ultimi, uomini gravissimi, ed in cui certamente assai potevano la umanità e la gentilezza dei costumi. La castità della storia però da noi richiede, che diamo pubblica testimonianza dello aver loro temperato con molta moderazione quanto aveva in se di brutto e di odioso il carico, che era stato loro imposto dalla repubblica.
Si avvicinavano intanto i tempi de' rei disegni del direttorio e di Buonaparte contro l'innocente Toscana. Intendevano col comparire armati in questa provincia, spaventare maggiormente il pontefice ed il re di Napoli. Ma i principali fini loro in ciò consistevano, che si cacciassero gl'Inglesi da Livorno, vi si rapissero le sostanze dei neutri, vi si ponessero il segno ed il modo di far muovere la vicina Corsica contro gl'Inglesi che la possedevano: s'ingegnarono di onestare con loro ragioni questo fatto; che gli Inglesi, allegavano, tanto potessero in Livorno che il gran Duca non avesse più forza bastante per frenargli, che il commercio Francese vi fosse angariato, l'Inglese con ogni latitudine protetto, che ogni giorno vi s'insultasse la bandiera della repubblica, che quel Britannico nido fosse fomento ai principi Italiani di far pensieri contrarj agl'interessi ed alla sicurtà di Francia; dovere pertanto la repubblica andare con le sue forze a Livorno per restituire all'independenza propria il duca Ferdinando, e per liberarlo dalla tirannide degl'Inglesi.
Il gran duca negò costantemente qualunque parzialità; e che ciò fosse verità, nissuno meglio il sapeva, che i suoi accusatori medesimi. Di ciò fanno fede le parole scritte da Buonaparte stesso al direttorio, che sono quest'esse, che la politica della repubblica verso la Toscana era stata detestabile. Per purgarla andava il generalissimo ad espilar Livorno. Per la qual cosa, come prima ebbe posto piede in Bologna, e confermatovi il suo dominio, metteva ad effetto la risoluzione di correre contro la Toscana per andarsene ad occupar Livorno. Era suo intento di fare la strada di Firenze per mettere maggiore spavento nel papa; del che avendo avuto avviso il gran duca, mandava a Bologna il marchese Manfredini, ed il principe Tommaso Corsini, perchè s'ingegnassero di dissuaderlo dall'impresa, od almeno da lui questo impetrassero, che piuttosto per la via di Pisa e di Pistoja, che per quella di Firenze si conducesse. Negava il generale repubblicano la prima richiesta, consentiva alla seconda. Perlochè, non indugiandosi punto, e con la solita celerità procedendo, perchè il sorprendere improvvisamente Livorno era l'importanza del fatto, già era arrivato con parte dell'esercito in Pistoja. Da questo suo alloggiamento manifestava il vigesimosesto giorno di giugno le querele della repubblica contro il gran duca, e la sua risoluzione di correre contro Livorno.
Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente offesa alcuna contro la repubblica di Francia, o contro i Francesi: l'amicizia sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso dal direttorio, non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più vere informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione, avere dato facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni dell'ingresso.
Marciavano intanto i Francesi celeremente verso Livorno condotti dal generale Murat, e comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con una banda di cavalli alla port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero avviso del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza Livorno, trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state trattenute nel porto, tutte le proprietà loro: poi quando i repubblicani arrivavano sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessanta bastimenti tra piccoli e grossi, e sotto scorta di alcune fregate, salpava da Livorno, verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col solito brio ed aspetto militare i Francesi. Poco dopo entrava Buonaparte medesimo, contento allo avere scacciato da quel porto tanto opportuno gli odiati Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio dalla Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per voglia, ma per ordine e per paura. Il chiamavano Scipione, ed era per continenza delle donne, non per continenza delle ricchezze, per arte di guerra, non per rispetto alla libertà della patria, degno rampollo in tutto di un secolo grande per armi, piccolo per virtù.
Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le Napolitane sostanze, si confiscavano le Inglesi, le Austriache, le Russe; s'investigavano i Livornesi conti per iscovrirle: si disarmavano i popoli, si occupavano le fortezze, e per far colme le insolenze, si arrestava Spannocchi, governatore pel gran duca. Si scuotevano al tempo stesso fortemente i negozianti, affinchè svelassero le proprietà dei nemici, ed eglino per lo men reo partito offerirono cinque milioni di riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi da coloro che stavano sopra alla vendita, con grave discapito della repubblica conquistatrice, che vinceva i soldati altrui, e non poteva vincere i ladri proprj. Del che si muovevano a grave sdegno, e facevano grandi querele Belleville, console Francese in Livorno, per onestà di natura, Buonaparte per vedere che quel che si succiavano i predatori, era tolto ai soldati. Se ne vergognava anche Vaubois generale, che da Buonaparte era stato preposto al governo di Livorno, e se ne lavava le mani, come di cosa infame. Insomma fu rea nel principio la occupazione di Livorno, ma non fu migliore negli effetti: solo risplendè più chiaramente la virtù di Vaubois e di Belleville.
Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano al gran duca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al direttorio, di torgli lo stato, a cagione ch'egli era principe di casa Austriaca. A questo modo si voleva trattare un principe amico ed alleato della Francia dal generalissimo, e da certi agenti della repubblica, che in Italia non cessavano di accusare la perfidia Italiana e la malvagità di Machiavelli. E perchè questo tradimento di Buonaparte verso il gran duca avesse in se tutte le parti di un atto vituperoso, mandava al direttorio, che conveniva starsene quietamente, nè dir parola che potesse dar sospetto della cosa insino a che il momento fosse giunto di cacciar Ferdinando. Pure Buonaparte scriveva, due giorni dopo, al direttorio, niun governo più traditore, niun più vile essere al mondo del governo Veneziano, come se Venezia avesse in alcun tempo macchinato un'opera tanto vile, quanto quella ch'egli medesimo macchinava contro il principe di Toscana.
Nè alle raccontate enormità si rimase la violata neutralità. Eransi alcuni patriotti Sardi, tra i quali il cavaliere Angioi, fuggendo lo sdegno del re, ricoverati a Milano. Comandava Buonaparte, a requisizione del cavalier Borghese, agente del re a Milano, che fossero dati. Il che avrebbe avuto il suo effetto; se Saliceti ed il comandante di Milano non avessero portato più rispetto alla sventura, che agli ordini del loro generale. Questi medesimi Sardi, essendosi poscia ritirati a Livorno, il re ne faceva novella inchiesta a Buonaparte, ed egli già aveva ordinato che se gli consegnassero. Ma dimostratasi da Belleville e Vaubois la medesima generosità d'animo di Saliceti, e del comandante di Milano, furono salvi. Posto che importasse alla sicurezza dei Francesi in Italia l'occupazione di Livorno, che importava alla sicurezza medesima, che fossero dell'ultimo supplizio affetti tre o quattro Sardi? Atto veramente per ogni parte inescusabile fu questo, perchè violava il diritto delle genti, la sovranità del gran duca, le leggi dell'umanità, ed il rispetto che l'uom porta naturalmente a chi è misero. Che se Buonaparte temeva che questi fuorusciti di Sardegna tentassero da Livorno novità in quell'isola a pregiudizio del governo reale, e voleva in questo gratificare al re, perchè non contentarsi di allontanargli da quella sede? Perchè volere mandargli a morte? perchè volere che mani Francesi consegnassero coloro, che non erano diventati rei che per suggestioni Francesi? Mentre in tal modo si espilavano dai repubblicani le proprietà dei nemici loro in Livorno, gl'Inglesi, signori del mare, serravano il porto, ed impedivano il libero commercio. Livorno fiorente e ricco, divenne in poco tempo povero e servo.
Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè usando la opportunità, invasero i ducati di Massa e Carrara, ed occuparono tutta la Lunigiana, chiamando i popoli a libertà, e sforzandogli a grosse contribuzioni di denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che gli possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena, sposata all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di San Romano quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa e Carrara. Per questo il generale della repubblica gli trattò da nemico. Questo piccolo dominio, che dopo spenta la repubblica di Firenze dalla potenza di Carlo quinto, non aveva più sentito impressione di guerra, non andò ora esente dalle comuni calamità.
Il terrore delle armi repubblicane aveva spaventato tutta Italia; ma parendo a chi le reggeva, che ciò non bastasse a perfetto servaggio, stavano attenti i ministri del direttorio presso i diversi potentati Italiani nello spiare, e nel rapportare il vero ed il falso a Buonaparte, continuamente rappresentandogli i principi della penisola non solamente come avversi alla Francia, ma ancora come macchinatori indefessi di cose nuove contro i Francesi. Avevano in tutto questo per ajutatori, non che i pessimi fra gl'Italiani, anche personaggi di nome, e fra gli altri molto operoso si dimostrava il cavaliere Azara, buona e dolce persona, ma, come buona, assai corriva al lasciarsi prendere all'esca dei lusinghieri discorsi. La gloria guerriera di Buonaparte, unica veramente al mondo, gli aveva talmente occupato l'animo, che non distinguendo più nel capitano di Francia nè vizio nè virtù, il lodava, non che del lodevole, anco del biasimevole.
Intanto agli occhi degli agenti di Francia le chimere diventavano corpi, le visite congiure, i gemiti stimoli a ribellione, i desiderj delitti, ed era l'Italiano ridotto a tale, che se non amava il suo male, era riputato nemico. Il papa, secondochè scrivevano questi spaventati o spaventatori, Venezia, il re di Sardegna, il gran duca di Toscana, la repubblica di Genova, tutti conspiravano contro la Francia, tutti s'intendevano con l'Austria, tutti prezzolavano gli assassini per uccidere i Francesi. Certamente lo stipendiar gli assassini sarebbe stata opera nefanda, ma era tanto falsa, quanto l'imputarla era sfrenata. Rispetto al rimanente, erano piuttosto desiderj che macchinazioni, perchè il terrore era tale che non che i desiderj, i pensieri non si manifestavano. Buonaparte, che non era uomo da lasciarsi spaventare da questi rapporti fatti o per adulazione o per paura, era uomo da valersene, come di pretesto, per peggiorar le condizioni dei principi vinti, e per giustificare contro di loro i suoi disegni di distruzione. Gl'Italiani intanto in preda a mali presenti, e segno a calunnie facili, perchè venivan da chi più poteva, non avevano più speranza.
Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano, e la condizione dei repubblicani in Italia diveniva di nuovo pericolosa. Aveva l'imperatore ardente disposizione di ricuperare le belle e ricche sue province, non potendo tollerare che fossero scorporate da' suoi dominj, e che l'autorità che si era confermata da sì lungo tempo in quella parte tanto principale d'Europa, gli sfuggisse di mano per passare in balìa dei Francesi. Aveva egli adunque applicato l'animo, tostochè si erano udite a Vienna le ultime rotte di Beaulieu, a voler ricuperar il Milanese; al che gli davano speranza la mala contentezza dei popoli, la fortezza di Mantova, e il numero dei soldati che ancora era in grado di mandare in Italia. Nè indugiandosi punto, affinchè l'imperio de' suoi nemici non si solidasse, la rea stagione non sopravvenisse, Mantova non cedesse, aveva voltato con grande celerità al Tirolo tutte le genti che stanziavano nella Carintia e nella Stiria. I Tirolesi medesimi, gente armigera, e divota al nome Austriaco, fatta una subita presa di armi, si ordinavano in reggimenti armati alla leggiera; nè questo bastando alla difficile impresa, si ricorreva ad un più forte sussidio; conciossiachè l'imperatore, anteponendo la conquista d'Italia alla sicurezza dell'Alemagna, ordinava che trentamila soldati, gente eletta e veterana, che militavano in Alemagna, se ne marciassero velocemente verso il Tirolo per quivi congiungersi con le reliquie delle genti d'Italia, con quelle venute dalla Stiria, dalla Carniola e dalla Carintia, e con le masse Tirolesi: erano circa cinquantamila. Perchè poi ad un'oste tanto grossa e destinata a compire una sì alta impresa, non mancasse un capitano valoroso, pratico e di gran nome, mandava a governarla il maresciallo Wurmser, guerriero di pruovato valore nelle guerre Germaniche. Stavano gli uomini in grande aspettazione di quello che fosse per avvenire, essendo vicini a cimentarsi due capitani di guerra, dei quali uno era forte, astuto ed attivo, l'altro forte, astuto e prudente. Nè gli eserciti rispettivi discordavano; perchè nè la costanza Tedesca era scemata per le sconfitte, nè il coraggio Francese aveva fatto variazione pel tempo. Oltre a questo, se erano ingrossati gl'imperiali, anche i repubblicani avevano avuto rinforzi notabili dall'Alpi.
Era il maresciallo Wurmser giunto, sul finire di luglio, in Tirolo, e tosto dava opera al compire l'impresa, che alla virtù sua era stata commessa. La strada più agevole per venire dal Tirolo in Italia è quella, che da Bolzano per Trento e Roveredo porta a Verona, e questa è stata sempre frequentata dai Tedeschi nelle loro calate in Italia. Questa medesima aveva in animo di fare il capitano Austriaco; ma il principal suo fine era di liberar Mantova dall'assedio, donde, fatto un capo grosso all'ombra di quel sicuro propugnacolo, potesse, secondo le opportunità di guerra, o starsene aspettando, o correre subitamente contro il Milanese. E sapendo che i Francesi erano segregati in diversi corpi, gli uni lontani dagli altri per molto spazio, per modo che in breve tempo non avrebbero potuto rannodarsi, si deliberava a spartire i suoi in tre schiere: la prima sotto guida del generale Quosnadowich, doveva, marciando sulla destra sponda del lago di Garda, assaltare Riva e Salò, dove stava a guardia il generale Sauret coi generali Rusca e Guyeux, ma che però non aveva forze sufficienti per resistere. Era pensiero di Wurmser, che questa, occupato Salò, si divallasse, parte per la strada del monte Gavardo a Brescia, parte si conducesse a Desenzano ed a Lonato per congiungersi con la mezza, che veniva scendendo tra la destra dell'Adige e la sinistra del lago. La quale ultima mossa verso Lonato era certamente molto opportuna; ma non appare perchè l'altra dovesse indirizzarsi a Brescia, stantechè così facendo si allontanava dalla mezza e dal Mincio, dove necessariamente erano per seguire le battaglie più forti. Forse Wurmser argomentò, che già fosse venuto in odio ai popoli l'imperio dei Francesi, e perciò, sperando che fossero per tumultuare, volle ajutare la loro volontà col favore di queste genti. Forse ancora, prevalendo di numero, si era persuaso di poter opprimere con la sua forza principale il grosso dei repubblicani, e tagliar loro il ritorno alle spalle. La mezza schiera, o la battaglia condotta dal maresciallo, s'incamminava alla volta di Montebaldo per potere, scendendo vieppiù, assaltare il nervo dei repubblicani tra Peschiera e Mantova. La sinistra confidata al generale Davidowich, insistendo a mano manca dell'Adige, scendeva per Ala e Peri a Dolce, dove, fatto un ponte, varcava il fiume con intento di concorrere più da vicino all'opera della schiera Wurmseriana. Ma una parte di quest'ala sinistra, guidata dal generale Mezaros, continuando a scendere per la sinistra sponda del fiume, s'indirizzava verso Verona, donde potea, secondo le occorrenze, o condursi per Villafranca a Mantova, o non discostandosi dall'Adige, marciare a Portolegnago. Di tutte le parti dell'esercito Francese quella di Massena, che aveva i suoi alloggiamenti a Verona, a Castelnuovo e luoghi circostanti, si trovava in maggior pericolo, perchè là appunto si dovevano accozzare tutte le forze Austriache sulla sinistra del lago.