Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II
Part 3
Entrava la cavallerìa della repubblica, correva precipitosamente, trucidava quanti incontrava: cento sollevati in questo primo abbattimento perirono. Entrava per la Milanese porta Buonaparte, e postovisi accanto con le artiglierìe volte contro la contrada principale, traeva a furia dentro la città. Quivi fra il romore dei cannoni, fra le grida dei fuggenti e dei moribondi, fra il calpestìo dei cavalli, fra lo strepito delle case diroccanti, tra il fremere dei soldati infiammatissimi alla ruina della terra, era uno spettacolo spaventevole e miserando. Ma se periva chi andava per le vie, non era salvo chi si nascondeva per le case. Ordinava Buonaparte il sacco, dava Pavia in preda ai soldati. Come prima si sparse fra i miseri cittadini il grido del dover andare a sacco, vi sorse tale un pianto, tale un terrore, tale una miseria, che avrebbe dovuto aver forza di piegare a pietà ogni cuor più duro. Ma le soldatesche, avventate di natura ed irritate alla morte dei compagni non si ristavano, e vi commisero opere non solo nefande in pace, ma ancora nefande in guerra. Erano in pericolo le masserizie, erano le persone; e le persone quanto più dilicate ed intemerate, tanto più appetite ed oltraggiate dagli sfrenati saccheggiatori. Le stanze poco innanzi seggio sì gradito di domestica felicità, divenivano campo di dolore e di terrore. I padri e le madri vedevano in cospetto loro contaminate quelle vite, che con tanta cura nodrite avevano illibate e caste; ed il minor dolore che si avessero erano le perdute sostanze. Funesti vestigj si stampavano nei penetrali più santi, della forestiera rabbia. Quanti nobili palazzi desolati! quanti ricchi arredi spersi! quanti utili arnesi fracassati! ma più periva il povero che il ricco; perciocchè perdeva questi il mobile, piccola parte del suo avere, perdeva quello l'uniche sostanze che si avesse. Quest'erano le primizie della libertà. Al che se per Buonaparte si rispondesse, che il sangue de' suoi soldati trucidati, e la sicurtà del suo esercito queste esorbitanze necessitavano, nissuno sarà per negare ciò esser vero; ma ognuno aggiungerà dall'altro lato, che non era stato punto necessario che si espilasse il monte di pietà, nè che s'insultassero le persone, nè che si rubassero le campagne. Perlochè ragion vuole, che questi atti barbari siano dagli uomini imputati alla vera origine loro, siccome le imputa certamente il sommo Iddio, giusto estimatore delle opere dei mortali.
Scese intanto la notte del venticinque maggio, e coperse i fatti abbominevoli da una parte, il dolore e la disperazione dall'altra. L'oscurità accresceva il terrore; le miserabili grida che uscivano da luoghi reconditi e bui, facevano segno che vi si venisse ad ogni estremo, di cui più la umanità ha ribrezzo, e terrore. Così fra mezzo ad un confuso tramestio di voci disperate, alle minacce di chi, avuto già molto, voleva ancora aver di vantaggio, all'andar e venire di soldati correnti con preda, od a preda, ai lumi incerti, che di quando in quando splendevano funestamente fra le tenebre, si trapassava quella notte orribile. Nè pose l'alba del seguente giorno fine al pianto ed alle ingiurie. Solo la cupidigia del rapire, che non mai si sazia, continuava più intensa della cupidigia del contaminare, che si sazia, e se il sacco era tuttavìa avaro, non era più lascivo. Ma la luce rendeva più miserabile agli occhi dei risguardanti il guasto che era seguìto la notte; potevano i padroni giudicare di vista quale e quanta fosse stata la ruina loro. Piangevano: la soldatesca intanto od adunatasi nelle vuotate case, od assembratasi nelle riempiute piazze con esultazioni romorose, e con risa smoderate, e col bere, e col tracannare, e col raccontare, e col vantare come suole, con soldatesco piglio quello che aveva fatto, e quello che non aveva fatto, mandava fuori l'allegrezza concetta per una immensa ingiuria vendicatrice di una immensa ingiuria. Tal era l'universale dei soldati: ma noi non vogliamo che lo sdegno, e la compassione da noi sentita per opere tanto enormi, ci faccia dimenticare i pietosi uffici fatti da molti soldati Francesi in mezzo a confusione sì fiera e sì orribile. Non pochi furono visti che abborrendo dalla licenza data da Buonaparte, serbarono le mani immuni dall'avaro saccheggiare; altri più oltre procedendo, fecero scudo delle persone loro ai miserandi uomini, ed alle miserande donne, chiamate a preda od a vituperio dai compagni loro. Sorsero risse sanguinose fra gli uni e gli altri in sì strana contesa, pietosa ad un tempo e scelerata; ed io ho udito raccontare, non senza lagrime di tenerezza, a fanciulle castissime, come della illibatezza loro in sì estrema sventura state fossero a Francesi soldati obbligate. Alcuni così operarono per buona natura, altri tirati da compassione; poichè entrati nelle desolate case con animo di far sacco, visto lo spavento ed il dolore degli abitatori, si ristavano, e da infuriati nemici ad un tratto diventavano generosi guardiani e difenditori. Nè mancarono di quelli, i quali vedendo le donne svenute alle immagini atroci che agli occhi loro si appresentavano, posto in obblìo il primo intento di far preda, intorno ad esse si affaticavano per farle risensare, e riconfortarle, potendo in loro più la compassione che l'avarizia. Altri finalmente furono visti, i quali trasportati dall'impeto comune, e già poste a ruba le magioni altrui se ne venivano carichi di bottino, tornarsene subitamente indietro a far la restituzione delle rapite suppellettili, solo perchè soccorreva loro in mente la miseria di coloro ai quali rapite le avevano. Così, se in mezzo a tanta concitazione alcuni Francesi di perduta natura non si rimasero nè alle preghiere nè alle grida compassionevoli dei saccheggiati, si scoverse in altri od una bontà intemerata, od una compassione più forte dell'ira e della cupidigia: nel che tanto maggior lode loro si debbe, che ebbero a superar l'esempio. Nè si dee passar sotto silenzio, che se si fece ingiuria alle robe ed alla continenza, non si pose però mano nel sangue. Il che non oserò già dire che mi rechi maraviglia; ma bene dirò, che mi par degno di grandissima commendazione, perchè il soldato poteva uccidere non solo impunemente, ma ancora utilmente. Parte anche essenziale di questo fatto fu l'immunità data alle case dell'università, le quali furono da quel turbine preservate, quantunque in se avessero, massimamente il museo di storia naturale, molti capi di pregio, anche per soldati. Questo benigno risguardo si ebbe per comandamento dei capi; e certamente le generazioni debbono con gratitudine riconoscere Buonaparte dello aver fatto in modo che il rispetto verso gli studj e verso i sussidj loro trovasse luogo fra tanti sdegni. Più mirabile ancora fu la temperanza dei capi subalterni, od anche dei gregarj medesimi, che portando rispetto al nome di Spallanzani, e di altri professori di grido, si astennero o pregati leggermente, od anche non pregati dal por mano nelle robe loro. Tanto è potente il nome di scienza, e di virtù, anche negli uomini dati all'armi, ed al sangue!
Finalmente il mezzodì del giorno ventisei, siccome era stato ordinato da Buonaparte, pose fine al sacco. Contento il vincitore a quel che aveva fatto, non incrudelì di soverchio contro a coloro, che presi con le armi in mano ancora grondanti di sangue Francese, meritavano, secondo le leggi, come le chiamano, della guerra, che i repubblicani facessero a loro quello, che essi avevano fatto ai repubblicani. Un solo fu fatto passar per le armi in sul primo fervore a Pavia; poi altri tre, che portati all'ospedale, già vi stavano per le ferite avute, con mal di morte. Raccontarono falsamente le gazzette e le storie dei tempi, che i municipali, uomini tutti nobili, fossero stati castigati con la morte, perchè solo furono tolti d'ufficio, e con altri cittadini di maggior credito, in qualità di ostaggi, condotti in Antibo. Calaronsi dai campanili le campane, disarmaronsi le popolazioni, ordinossi che la prima terra che strepitasse, sacco, ferro, e fuoco avrebbe.
Pavia percossa da tanta tempesta, se ne stette occupata molto tempo da uno stupore misto tuttavìa di spavento. Ma finalmente un vivere più regolato, quantunque non fosse senza molestia, le maniere piacevoli dei Francesi, soprattutto la mansuetudine di Haquin fecero di modo, che succedendo la sicurezza al terrore, ognuno tornasse all'opere consuete. Cominciavano intanto i Pavesi ad addomesticarsi con quei soldati, che avevano creduto tanto terribili per fama, e pruovato vieppiù terribili per atto. Siccome poi il primo e principale ornamento di Pavia era l'università, così il nuovo reggimento poneva cura, che ed ella si aprisse, ed i professori si accarezzassero. Secondavano il buon volere di chi governava i Francesi medesimi, particolarmente quelli, che non nuovi essendo nelle scienze e nelle lettere, onoravano e con ogni gentil modo accarezzavano Spallanzani, Scarpa, Volta, Mascheroni, Presciani, Brugnatelli, ed altri celebrati uomini, lume e splendore d'Italia. Fra il romore dell'armi sorgeva l'università di Pavia, e l'opera più bella di Giuseppe II imperatore era fomentata ed ajutata da coloro, che avevano cacciato i suoi successori da quelle loro antiche possessioni. Solo dispiacque la elezione procurata e fatta di Rasori alla carica di professore, perchè camminava, come giovane, con soverchio affetto nelle nuove cose, e quei professori, uomini gravi, prudenti e pratichi del mondo, amavano meglio chi si mostrava inclinato al conservare uno stato già pruovato, di coloro ai quali piacevano innovazioni d'effetto incerto.
Buonaparte, posato il moto di Pavia, che aveva interrotto i suoi pensieri, s'indirizzava di nuovo a colorire gli ultimi suoi disegni contro Beaulieu, che, come già fu per noi narrato, alloggiava con le reliquie delle sue genti sulla riva sinistra del Mincio, per guisa che essendo padrone dei ponti di Rivalta, di Goito e di Borghetto, aveva facilmente accesso sulla destra. Ora si avvicinavano gli estremi tempi della repubblica Veneziana. La tempesta di guerra, stata finora lontana da' suoi territorj, doveva fra breve scagliarvisi, e due nemici adiratissimi l'uno contro l'altro erano pronti a combattervi battaglie, che ogni cosa presagiva aver a riuscire ostinate e micidiali. Vedeva il senato, che la terraferma quieta allora da ogni perturbazione, sarebbe presto divenuta sedia di guerra, perchè sapeva, che i Francesi si erano risoluti ad andar ad assalire il loro nemico, dovunque il trovassero. Impossibile era il prevedere quali avessero ad essere precisamente gli effetti del duro contrasto, che sulle terre Venete si preparava, ma certo era, che avrebbe portato con se accidenti di somma pernicie, perchè non più si trattava del semplice passo di un esercito che va ad altro destino, e che non avendo alcun timore, non occupa con stanze stabili le terre grosse, nè i luoghi forti; ma bene si era giunto a tale che ambe le parti avendo a combattere fra di loro, avrebbero l'una e l'altra per primo pensiero il procacciarsi i proprj vantaggi, anche a pregiudizio della neutralità Veneziana; perciocchè la salute propria, e la necessità di vincere sono più forti del rispetto, che si dee portare alla dignità ed ai diritti altrui.
Non avevano pretermesso i pubblici rappresentanti di Brescia e di Bergamo, principalmente quest'ultimo, cittadino zelantissimo, d'informare diligentemente il governo di quanto accadeva sui confini; e del pericolo che ogni giorno si faceva più grave: ma le instanze loro restarono senza frutto, perchè ed il tempo mancava, ed i partigiani della neutralità disarmata tuttavia prevalevano nelle consulte della repubblica. Ma stringendo ora il tempo, e desiderando il senato, che in un caso di tanta, anzi di totale importanza, le cose di terraferma fossero rette con unità di consiglj aveva tratto a provveditor generale in essa Niccolò Foscarini, stato ambasciadore a Costantinopoli, uomo amatore della sua patria e di sana mente, ma di poco animo, e certamente non atto a sostenere tanto peso; del che diè tosto segno, perchè nell'ingresso medesimo della sua carica già si mostrava pieno di spaventi, e di pensieri sinistri. Sperava il senato che Foscarini avrebbe potuto con la sua destrezza intrattenere convenevolmente i due capi nemici, e dimostrando loro la sincerità della repubblica, ottenere che inferissero il minor male che possibil fosse, a quelle terre innocenti. Confidava altresì che i popoli della terraferma, vedendo in una persona sola un tanto grado e tanta autorità, si confermerebbero vieppiù nella divozion loro verso la repubblica; perchè il mandare un provveditor a posta, affinchè vigilasse sulla salute loro, era testimonio che la repubblica non gli abbandonava. Diessi, come moderatore a Foscarini, il conte Rocco San-Fermo, con quale prudenza non si vede, perchè San-Fermo parteggiava piuttosto pei Francesi, ed era in cattivo concetto presso ai Tedeschi per essere stata la sua casa in Basilea il ritrovo comune dei ministri di Prussia, di Spagna e di Francia, quando negoziavano fra di loro la pace. Avuto così grave mandato, se ne veniva il provveditor generale a fermar le sue stanze in Verona, città grossa, posta sul fiume Adige, e vicina ai luoghi dove aveva primieramente a scoppiare quel nembo di guerra. L'accoglievano i Veronesi molto volentieri, e gli fecero allegrezze, confidando che la sua presenza avesse pure ad operar qualche frutto a salute loro. Ma non conoscevano i tempi: il senato medesimo non gli conosceva: perchè lo sperare in tanta sfrenatezza di principj politici, ed in un affare in cui dalle due parti vi andava tutta la fortuna dello stato, che si sarebbe portato rispetto al retto ed all'onesto, e che un magistrato privo di armi potesse fare alcun frutto, era fondamento del tutto vano. Bene il predicava il procurator Pesaro, armi chiedendo ed armati; ma impedirono così salutifero consiglio le fascinazioni della parte avversaria, ed abbandonossi inerme la repubblica nella fede di coloro, che non ne avevano.
Ripigliando ora il filo delle imprese di Buonaparte, era suo pensiero, per rompere le difese del Mincio, di dar sospetto a Beaulieu, ch'egli volesse, correndo per la occidentale sponda del lago di Garda, occupare Riva, e quindi gettarsi a Roveredo, terra posta sulla strada, che dall'Italia porta al Tirolo. Perlochè, passato l'Olio ed il Mela, poneva gli alloggiamenti in Brescia, donde ad arte faceva correre le sue genti più leggieri verso Desenzano; anzi procedendo più oltre, mandava una grossa banda, condotta da Rusca, fino a Salò, terra a mezzo lago sulla sua destra sponda. Per nutrire vieppiù nel nemico la falsa credenza, che sua sola intenzione fosse di sprolungarsi sulla sinistra per correre verso le parti superiori del lago col fine suddetto di mozzar la strada agli Austriaci per al Tirolo, aveva tirato sul centro e sulla destra le sue genti indietro per guisa, che in vece di star minacciose sulla destra del Mincio, si erano fermate alcune miglia lontano dal fiume nelle terre di Montechiaro, Solfarino, Gafoldo e Mariana, e le teneva quiete negli alloggiamenti loro.
Era Brescia possessione dei Veneziani. Però volendo Buonaparte giustificare questo atto del tutto ostile verso la repubblica, perchè gli Austriaci avevano passato pei territorj Veneti, ma non occupato le terre grosse e murate, mandava fuori da Brescia il dì ventinove di maggio un bando, promettitore, secondo il solito, di quello che non aveva in animo di attenere, avere, diceva, l'esercito Francese superato ostacoli difficilissimi per venire a torre il grave giogo dell'Austria superba dal collo della più bella parte d'Europa: vittoria, e giustizia congiunte avere compito il suo intento; le reliquie del nemico essersi ritratte oltre Mincio; passare, a fine di seguitarle, i Francesi per le terre della Veneziana repubblica; ma non essere per dimenticare l'antica amicizia, da cui erano le due repubbliche congiunte; non dovere il popolo avere timore alcuno; rispetterebbesi la religione, il governo, i costumi, le proprietà; pagherebbesi in contanti quanto fosse richiesto; pregare i magistrati ed i preti, informassero di questi suoi sentimenti i popoli, affinchè una confidenza reciproca confermasse quell'amicizia, che da sì lungo tempo aveva congiunto due nazioni fedeli nell'onore, fedeli nella vittoria. A questo modo Buonaparte, il dì ventinove di maggio del novantasei, chiamava amica di Francia quella repubblica, che il direttorio, e Buonaparte medesimo già avevano accusato, come di gran reità, dello aver dato ricovero al conte di Lilla; qualificava fedele nell'onore quella nazione, che già avevano accagionato di aver dato il passo alle genti Tedesche. La forza della verità operava da un lato, la cupidigia del rapire e del distruggere dall'altro.
Come prima Beaulieu ebbe avviso, avere i repubblicani occupato Brescia, valendosi del pretesto, pose presidio in Peschiera, fortezza Veneziana situata all'origine dell'emissario del lago di Garda, e che altro non è, se non il fiume Mincio. Temeva, che Buonaparte non portasse più rispetto a Peschiera che a Brescia, ed era la prima, se fosse stata bene munita, principale difesa del passo del fiume. Era Peschiera piazza forte, ma il senato, o, per meglio dire, i Savj, persistendo in quella loro eccessiva neutralità, nè sospettando di un turbine tanto impetuoso, l'avevano lasciata senza difesa. Solo sessanta invalidi la presidiavano: aveva bene ottanta cannoni, ma senza carretti, e per munizioni, cento libbre di polvere, ma cattiva; fortificazioni in rovina, ponti levatoj impossibili a levarsi, difese esteriori senza palizzate, strada coperta ingombra d'alberi, non una bandiera da rizzarsi sulle mura per far segno a qual sovrano la fortezza appartenesse. Bene aveva il colonnello Carrera, comandante, rappresentato al provveditor generale la condizione della piazza, domandato soldati, armi e munizioni, avvertito il pericolo dell'indifesa fortezza in tanta vicinanza di soldati nemici. Ma Foscarini, che aveva più paura del difendersi, che del non difendersi, aveva trasandato le domande del comandante. La quale eccessiva continenza gli fu poi acerbamente rimproverata da coloro, in favor dei quali ei l'aveva usata, perciocchè Buonaparte affermava, che se il provveditor generale avesse mandato solamente due mila soldati da Verona a Peschiera, sarebbe stata la piazza preservata; il che era vero: ma se Foscarini non l'aveva fatto, ciò era stato per non offendere il capitano Francese, non per compiacere al capitano Tedesco.
Occupatasi Peschiera dagli Alemanni, vi fecero a molta fretta quelle fortificazioni che per la brevità del tempo poterono, rassettando i bastioni e le altre difese cadute in rovina per la vetustà. Intanto Buonaparte, sicuro di aver ingannato il nemico con dargli concetto che volesse spingersi verso la punta superiore del lago, si apparecchiava a mettere ad esecuzione il suo disegno. Era questo di sforzare il passo del Mincio a Borghetto. Non era stato il generale Austriaco senza sospetto, quantunque per le dimostrazioni del suo avversario avesse ritirato parte delle sue genti ai luoghi superiori, che il vero pensiero di Buonaparte fosse di assaltarlo a Borghetto. Però aveva munito il ponte con le opportune difese, avendo ordinato che quattromila soldati eletti si trincerassero sulla destra alla bocca del ponte, e che sulla sponda medesima diciotto centinaja di cavalli stessero pronti a spazzare all'intorno la campagna, ed a calpestare chi s'accostasse. Il resto delle genti alloggiava sulla sinistra accosto al ponte per accorrere in ajuto della vanguardia, ove pericolasse. Muovevansi improvvisamente la mattina i repubblicani da Castiglione, Capriana, Volta e s'indirizzavano al ponte di Borghetto. Successe una battaglia forte, perchè gli Austriaci già tante volte vinti, non si erano perduti d'animo, anzi valorosamente combattendo sostenevano l'impeto dei Francesi. Restavano superiori sulla prima giunta, perchè non essendo ancora arrivate tutte le genti di Francia, che dovevano dar dentro, la vanguardia, che prima aveva ingaggiato la battaglia, fortemente pressata dalla cavallerìa Tedesca, cominciava a crollare ed a ritirarsi. Ma sopraggiungendo squadroni freschi, massimamente cavalli ed artiglierìe, furono gli Austriaci risospinti, nè potendo più resistere alla moltitudine che gli assaltava virilmente da tutte le parti, abbandonata del tutto la destra del fiume, si ricoverarono sulla sinistra. Guastarono un arco del ponte, acciocchè il nemico non gli potesse seguitare. Qui succedeva un tirar di cannoni molto fiero da una parte e dall'altra del fiume, ma senza frutto, perchè nè i Francesi potevano passare per la natura del ponte, nè i Tedeschi si volevano ritirare. Ma erano le battaglie dei Francesi di quei tempi più che d'uomini, e con più costanza e' le sostennero che i loro antichi. Ed ecco veramente che il generale Gardanne, postosi a guida di una mano di soldati coraggiosissimi, si metteva in fiume, non curando nè la profondità di lui, perciocchè l'acqua gli arrivava insino a mezzo petto, nè la tempesta delle palle che dall'opposta riva si scagliavano: già varcava, ed alla sinistra sponda si avvicinava. A tanta audacia il timore occupava gli Austriaci; si ricordarono del fatto di Lodi, rallentarono le difese, fu fatto abilità ai repubblicani, non solo di passare a guado, ma ancora di racconciare il ponte. La qual cosa diede la vittoria compita ai Francesi: e come l'ebbero, così l'usarono; perchè avendo passato, si davano a perseguitar l'inimico, sì per romperlo intieramente, e sì per impedire, se possibil fosse, che gittasse un presidio dentro Mantova, fortezza di tanta importanza. Ma Buonaparte, che sapeva bene e compiutamente far le cose sue, per tagliar la strada al nemico verso il Tirolo, aveva celeremente spedito Augereau contro Peschiera, comandandogli che s'impadronisse a qualunque costo della fortezza, e corresse a Castelnuovo ed a Verona. Così impossibilitati a ricoverarsi in Mantova ed a ritirarsi in Tirolo, gl'imperiali sarebbero stati in gravissimo pericolo. Beaulieu, che aveva pe' suoi corridori avuto avviso dell'intenzione del nemico, conoscendo che poichè i repubblicani avevano passato il Mincio, non poteva più avere speranza di resistere, aveva del tutto applicato l'animo al ritirarsi ai passi forti del Tirolo; nè per lui si poteva indugiare, perchè il tempo stringeva. Laonde, introdotto in Mantova un presidio di dodici mila soldati con molte munizioni sì da bocca che da guerra, s'incamminava con presti passi alla volta di Verona. Gli convenne ancor fare, per dar tempo a' suoi di raccorsi, una testa grossa, e sostenere una stretta battaglia tra Valleggio e Villafranca, sulla sponda di un canale largo e profondo, che congiunge le acque del Mincio con quelle del Tartaro. Infatti mentre si combatteva a riva del canale, Beaulieu faceva spacciare prestamente Peschiera e Castelnuovo, e per tal modo, raccolto in uno tutto l'esercito, si difilava velocemente, avendo la notte interrotto la battaglia del canale verso l'Adige: quindi passato questo fiume a Verona, guadagnava i luoghi sicuri del Tirolo. Augereau trionfante e minaccioso entrava nell'abbandonata Peschiera.