Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II
Part 21
Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di Faenza, le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra abbandonata dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città nobile e ricca, la moderazione del vincitore; conservò intatte ed inviolate le proprietà e le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a se i preti ed i frati, gli confortava a star di buona voglia, dimostrando volere, che da tutti la religione si rispettasse, ed i suoi ministri si beneficassero. Davansi facilmente, discorrendo i Francesi per tutto il paese come un folgore, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, quantunque il passo di quest'ultima fosse munito di buoni difensori. Si era Colli tirato indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi fare qualche resistenza sì per la cittadella, e sì per un forte alloggiamento munito di trincee, che aveva fatto sopra un monte chiamato nel paese la Montagnola, e che sta a sopracapo della città. Prevedendo intanto il pericolo della Casa di Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati già fin da principio del novantasei dal direttorio, aveva spacciatamente comandato, che posti sui carri gli arredi, e le reliquie più preziose, s'indirizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato sulla Montagnola con cinque mila soldati, e sette pezzi di buone artiglierie. Ordinava Victor agl'Italiani, ed ai Polacchi, andassero all'assalto: le genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di voler riuscire alle spalle dei pontificj. Fu debole la difesa; perchè i soldati di Colli spaventati dalla rotta precedente si ritirarono in gran fretta: appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona, e la cittadella. Se ne impadronivano i repubblicani. Il generale della chiesa, come prima potè raccorre i soldati disordinati, andava a porre il campo tra Foligno e Spoleto. La Marca, tutto il ducato d'Urbino, eccettuata la metropoli, la più gran parte dell'Umbria, venivano sotto l'obbedienza della repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della madonna, con alcuni altri capi più singolari trascelti dai commissari Monge, Villetard, e Moscati, si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si mostrava assai continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati che facessero sacco. Anzi sapendo quanta efficacia abbia a legare gli animi degli uomini l'umanità, usava un atto molto pietoso verso i preti di Francia fuorusciti, che nello stato Romano si erano ricoverati: comandava, vivessero sicuri, dessero loro i conventi il vitto, e quindici lire al mese pel vestito, risoluzione degna di grandissima commendazione. Piantava Victor il suo principale alloggiamento a Foligno.
Andando tanto impetuosamente in precipizio lo stato pontificio, un alto terrore assaliva Roma. Rammentavano i tempi antichi sotto Attila, i moderni sotto Borbone. Già pareva ai Romani, che quel primo seggio della cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco, per opera di coloro che dai pulpiti, e dai più secreti luoghi erano stati, quai barbari, rappresentati. Nè il romore che si udiva continuo, nè lo scompiglio che si vedeva, erano fatti per riconfortare gli spiriti. L'erario, le suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran pressa a Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone al medesimo viaggio. I religiosi, sì secolari che regolari, erano presi di spavento; ne erano piene le strade; chi verso Terracina, chi verso Firenze, chi alle montagne si ritirava. In mezzo a sì grave precipizio, uscivano, ad ora ad ora, come suol accadere in simili casi, voci più spaventose ancora, che già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di avergli uditi, e chi di avergli veduti. Raddoppiavansi le grida, il terrore, la confusione, la fuga: pareva ad ognuno, che già spenta fosse ogni salute, che già Roma, l'antica madre, rovinasse. S'aggiungeva, che il papa medesimo s'apprestava a partir per Terracina; il che era agli occhi dei popoli spaventati segno d'eccidio imminente, presagio che Dio già abbandonasse, e già portasse altrove quella veneranda sede di Pietro apostolo.
In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Francesi a volontà loro correre per tutto lo stato ecclesiastico, non era più luogo ad altra deliberazione, se non di piegarsi a quella necessità, che o sdegno di Dio, o malvagità degli uomini aveva apprestato. Si mostrava costante il pontefice nel non voler consentire a quelle condizioni, che nel modello del trattato imposto dal direttorio erano a lui parute contrarie alle dottrine della sedia apostolica ed alle consuetudini della chiesa; nè mai volle scemare, o a se od agli oracoli suoi, con pusillanimi e disonorevoli ritrattazioni quella fede, e quella dignità che pretendeva a tutte le cose sue, e che erano il fondamento principale della grandezza della Romana chiesa. Così in quest'ultimo urto di fortuna fortemente resisteva. Quanto agl'interessi temporali, preponendo il titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si preservasse con opportune concessioni, sclamava, la città, alla concordia con Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale della repubblica veduto molto volentieri il cardinale Mattei: parve mediatore opportuno a piegare lo sdegno del vincitore. Scrivessegli, deliberarono, richiedendolo della pace, e del trattare umanamente Roma desolata. Spacciarono anche incontanente a Napoli, a Parma, al ministro Azara, perchè intercedessero. Facevano i pregati intercessori l'ufficio; furono uditi benignamente; soprastava la risposta al cardinale. Cresceva tuttavia il pericolo, cresceva il terrore. Destinava il pontefice quattro legati al generale, il cardinale Mattei, monsignor Galoppi, il duca Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni modo la pace, salva però la religione, e la sedia apostolica. Incontravano per viaggio il corriero portatore delle lettere di Buonaparte al cardinale: erano molto benigne, recatrici di tregua, promettitrici d'accordo, questa fu la prima consolazione di Roma. Avute le novelle, viaggiavano più confidentemente verso Tolentino, dove Buonaparte aveva le sue stanze. S'incontravano al terminarsi della via Flaminia coll'antiguardo repubblicano, in cui erano e Francesi ed Italiani. Maravigliavansi i repubblicani al vedere quelle vecchie fogge d'abiti e di carrozze, che per loro erano nuove, e se ne muovevano a riso. Arrivavano i legati a Tolentino: accolti con dimostrazioni cortesi dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una faccenda, che oggimai non aveva più in se difficoltà d'importanza, perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva più, pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio nel temporale, essendo già posto tutto in balìa del vincitore. Sospese intanto per volontà del generalissimo le offese, visitavano Victor e Lannes, prima i campi del Trasimeno, poi le grandezze di Roma. Gli guardava curiosamente il popolo; gli accoglieva molto umanamente il pontefice.
Si concludeva il giorno diecinove febbrajo a Tolentino il trattato di pace fra il papa, e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice a recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a non dar soccorsi nè d'armi, nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro, nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi, a serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Francesi; al cedere alla Francia Avignone, il Contado, e le dipendenze; al cedere ugualmente le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che non vi si facessero novità pregiudiciali alla religione cattolica; al consentire, che la città, la cittadella, ed il territorio d'Ancona sino alla pace si depositassero ia mano della repubblica. Oltre a questo si obbligava il papa a pagare fra un mese ai Francesi quindici milioni di tornesi, dieci in contanti, cinque in diamanti, fra due mesi altrettanti, parte pure in pecunia numerata, parte in diamanti. Consentiva inoltre a somministrare ottocento cavalli, bestie da tiro altrettante, buoi, bufali, ed altri animali dello stato della chiesa; a dare i manoscritti, i quadri, le statue pattuite nel trattato di Bologna; a disappruovare l'uccisione di Basseville, ed al pagare per ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso trecentomila tornesi; a liberare i prigionieri per cause di stato; a restituire ai Francesi la scuola delle arti in Roma: volle finalmente il vincitore, e consentiva il papa, che il trattato fosse obbligatorio per lui, e pei successori nella cattedra di San Pietro per sempre.
Così finiva la Romana guerra. Nei capitoli della pace si vede, che se il papa restò di sotto per denari e per territorj, furono vantaggiate le condizioni attinenti alle materie religiose; perchè furono cassi dal trattato i capitoli delle disdette, delle rivocazioni, e delle ritrattazioni, che il direttorio aveva voluto imporre al pontefice, e che erano stati la cagione del rifiuto e della guerra. Intanto, per pagar la taglia, si richiedevano a Roma gli ori e gli argenti, sì dei religiosi che dei laici, e vi si facevano accatti rovinosi.
Il generale invitto, domati i grandi, volle far mostra di rispettare ed onorare i piccoli, o fosse in lui nuova spezie d'ambizione, o qualche radice di affetto buono. Pure riuscì la cosa troppo magnifica per non esser perniziosa tentazione ai modesti. Mandò, trovandosi agli alloggiamenti di Pesaro addì sette febbraio, Monge a certificare la repubblica di San Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica francese. Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto dei padri, disse enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma e Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere venuta in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la libertà, ma pur finalmente il popolo francese, del proprio servaggio vergognandosi, essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non cale i propri interessi, posti in non cale gl'interessi del genere umano, essere corsa all'armi contro di lui; la civil guerra avere aiutato la forestiera; pure essersi avventato lui alle frontiere, avere debellato i suoi nemici: avere trionfato: venuti i suoi eserciti in Italia, avervi vinto quattro eserciti Austriaci, recatovi la libertà, acquistatovi gloria immortale quasi fin sotto agli occhi della Sanmarinese repubblica; avere la repubblica di Francia, abborrente dal sangue, offerto pace, ma averla anche offerta indarno; perseguitare pertanto i suoi nemici, passare presso a San Marino per perseguitarli, ma vivessero sicuri, che Francia era amica a San Marino. A questo passo veniva Monge offerendo alla repubblica da parte del generalissimo territorj di stati vicini. Troppo squisito e magnifico parlare, e troppo inconveniente offerta era questa a quegli uomini semplici ed ammisurati; nè so perchè Monge, che uomo temperato era anch'egli, la facesse. Il torre e l'accettare, erano ugualmente brutti e pericolosi per una repubblica, che era vissa sì lunga età innocente, e pura da quel d'altrui. L'ingiustizia e la rapina erano cose ignote per lei. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli stesso: darebbe quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua protezione San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a' suoi cittadini.
Rispose il consiglio, accetterebbe i cannoni volentieri, accetterebbe anche i fromenti, ma pagandoli; dei territorj contento agli antichi, non volerne nuovi: solo pregare qualche maggior larghezza di commercio, e di ciò richiedere l'eroe invincibile. Il seguito fu, che i cannoni non furono dati, e che non si parlò più di San Marino; ciò successe molto prosperamente per lui. Continuò nella solita quiete e libertà; continuò a rispettare i diritti degli uomini senza vantargli, il che è meglio che il vantargli senza rispettargli; continuarono dall'altra parte intorno al felice monte gli strepiti, e la licenza dei popoli e dei soldati.
Rimoveva Buonaparte appoco appoco le sue genti dallo stato ecclesiastico; poscia si conduceva a Bologna intento a nuove imprese, perchè già l'Austria un'altra volta ingrossava.
FINE DEL TOMO II.
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1796