Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II

Part 18

Chapter 183,515 wordsPublic domain

Sorgeva appena il giorno sedici novembre, quando e Francesi, e Tedeschi givano di nuovo con animi infestissimi ad incontrarsi. Avevano i primi di nuovo varcato sulla sinistra dell'Adige, erano i secondi usciti di Porcile e di Arcole per andare a trovar l'inimico. Al tempo medesimo mandava Alvinzi una grossa squadra di cavallerìa a guardare il passo di Albaredo, donde era venuto il pericolo per opera di Guyeux, e muniva tutta la sinistra dell'Alpone di spessi ed esperti feritori alla leggiera. Fu come quello del giorno precedente, durissimo l'incontro dell'armi, combattendosi assai virilmente da ambe le parti. Fu il primo Massena a far piegare la fortuna in favore dei repubblicani, perchè attaccatosi con Provera, che veniva da Porcile, dopo un ostinatissimo conflitto, lo risospingeva sin dentro a questa terra con perdita di molti uccisi, ottocento prigioni, sei cannoni, e quattro bandiere. Il generale Robert assaltava i Tedeschi sull'argine di mezzo, e molti ne buttava nel pantano. Nè se ne stava Augereau ozioso; che anzi opponendo valore a valore, già aveva risospinto gli Alemanni sin dentro ad Arcole, e dava nuovo assalto al ponte. Ma quivi accadeva quello, che era accaduto prima; che con tal furia menarono le mani gl'imperiali condotti da Alvinzi medesimo, ed alloggiati al ponte, nelle case vicine, e lungo la sinistra del contrastato Alpone che i Francesi se ne tornarono indietro dopo di aver patito un orribile macello. Parecchie volte andava alla carica Augereau, altrettante era costretto a cedere con istrazio maggiore: miserabile era la scena di tanti Francesi morti e feriti ammonticchiati sulla bocca del ponte, mentre gli Austriaci, siccome quelli che combattevano da luoghi sicuri, avevano sofferto leggier danno. Sette ufficiali Francesi, o generali, o superiori, furono sconciamente feriti in questa fiera mischia. Chiaro si vedeva l'errore di Buonaparte del volersi ostinare a guadagnare, con far forza di fronte, questo varco. Alcuni accusano Augereau di questa ostinazione, come se Augereau avesse assaltato il ponte non per comandamento di Buonaparte, come se egli si fosse ardito di usare una tanta trasgressione in un affare massime di tanto momento, e sotto gli occhi stessi del generalissimo. Errare è comune destino degli uomini, e nissuno dee dubitare a dire, che anche Buonaparte abbia errato in materia di guerra, perchè anche con qualche errore, sarà egli sempre, e meritamente riputato dagli uomini, sinceri estimatori delle cose, uno dei migliori capitani, che siano comparsi al mondo, e non è punto necessario di maculare la fama altrui per far risplendere la sua, che già tanto in queste guerresche faccende da per se stessa risplende veramente.

Finalmente la sorte declinante della battaglia, più che tante infelici morti de' suoi, faceva accorto Buonaparte del commesso errore, e pensando a quello, a che avrebbe dovuto pensare prima, si metteva all'opra del far gettare in copia fascine nell'alveo dell'Alpone verso la sua foce, con isperanza che avrebbero fatto un sodo sufficiente, perchè i suoi soldati potessero passare a man salva. Ma riusciva vano l'intento, perchè la corrente delle acque diveniva per quell'ostacolo tanto impetuosa, che il passare si pruovò più difficile di prima. In questo fortunoso punto succedeva un fatto di grandissimo ardimento, e fu, che il generale Vial, portato da incredibile ardore, volle far pruova di passare a guado con tutto un intiero battaglione, quantunque i soldati avessero l'acqua fino alla gola, ed i Tedeschi continuassero a trarre furiosamente dalla riva opposta. Ma non era ancor giunto alla metà del rivo, che fu obbligato a tornarsene sulla destra a cagione di una fittissima tempesta di scaglia, che gli lanciarono addosso gl'imperiali. Restava ucciso in quest'incontro un Elliot, aiutante di Buonaparte, ufficiale assai riputato pel suo valore. In questo mentre Alvinzi, volendo usar la occasione della diminuzione d'animo prodotta necessariamente nel nemico da tanti e sì mortali ributtamenti, usciva grosso da San Bonifacio, con intento di pruovare, se gli venisse fatto di cacciar i Francesi nell'Adige, od almeno di costringergli a ripassare il ponte di Ronco più frettolosamente, che non l'avevano passato. Il pensiero del generale Tedesco era assai pericoloso pei repubblicani; ma fu pronto al riparo Buonaparte, poichè, siccome gli Austriaci erano obbligati a marciar sull'argine per gire all'assalto, con alcune artiglierie piantate da lui in un luogo opportuno, gli faceva star addietro. Così la strettezza dei luoghi nocque ai Tedeschi, come nociuto aveva ai Francesi, perchè nè gli uni nè gli altri potevano spiegare le ordinanze loro; ma fu di più grave danno ai Tedeschi, perchè essendo più grossi, avevano maggiore speranza, se avessero potuto allargarsi, di vincere l'inimico. Sopraggiungeva in fine la seconda notte, che faceva sosta al sangue ed alle morti. Tornavano gl'imperiali negli alloggiamenti loro di San Bonifacio e di Arcole, i repubblicani si ritiravano sulla destra dell'Adige, lasciata di nuovo la duodecima a guardia del ponte di Ronco.

S'avvicinava il giorno, in cui doveva definirsi a chi dei due possenti nemici avesse a rimanere la possessione d'Italia. Non isbigottitosi Buonaparte a tante infelici pruove, e persuaso finalmente, che l'assaltar di fronte il ponte di Arcole era uno sparger sangue dei migliori soldati senza frutto, aveva abbracciato quelle risoluzioni, che sole potevano dargli la vittoria; poichè usando l'oscurità della notte, e la cessazione delle armi, aveva fatto dar opera allo edificar del ponte con cavalletti, ed assi sopra l'Alpone in poca distanza dal luogo dove mette nell'Adige. Si erano accorti i Tedeschi del disegno, e però la mattina dei diciassette, come prima incominciava ad aggiornare, erano usciti da Arcole con intenzione di rituffare la duodecima nell'Adige, e d'impedire che il nemico passasse di nuovo pel ponte di Ronco dalla destra sulla sinistra del fiume. A ciò dava loro maggiore speranza un accidente fortuito, perchè una barca del ponte di Ronco improvvisamente si era affondata. Ma le artiglierìe francesi trassero sì aggiustatamente dalla riva destra, che fu fatto abilità ai soldati di Buonaparte di racconciar il ponte, di conservar la duodecima, e di varcare. Andavasi adunque alla battaglia terminativa: il maggior numero delle genti, e l'esito delle precedenti fazioni facevano i Tedeschi confidentissimi: il nuovo ordine dell'assalto, l'avere facoltà di passare sulla sinistra dell'Alpone, il presidio di Legnago, che già si approssimava, ed il valore di tanti soldati agguerriti mettevano i Francesi in isperanza di diventar possessori della vittoria.

Incominciava a colorirsi il disegno di Buonaparte; conciossiachè Massena con piccola parte della sua schiera marciava contro Porcile per operare, che Provera non isboccasse da questo lato; si accostava con la restante ad Arcole per aiutare l'opera della sessagesimaquinta, in faccia al ponte d'Arcole, e della trigesimaseconda, che sotto la condotta di Gardanne si era alloggiata in un bosco vicino all'argine. Era il fine di questi ordinamenti l'impedire, che i Tedeschi non potessero condurre a mal partito le genti repubblicane poste sulla destra dell'Alpone, e non s'impadronissero del passo di Ronco. Ma lo sforzo principale doveva farsi da Augereau, che, passato l'Alpone sul ponte construtto la notte, si avventerebbe, secondato dal presidio di Legnago, contro Arcole da quella parte, dove meno era difendevole. Le cose succedevano come il generale Francese le aveva ordinate; perchè Provera non potè far frutto da Porcile, Augereau varcava l'Alpone, e la sessagesimaquinta condotta da Robert, rincacciava, marciando sull'argine, i Tedeschi insino al ponte di Arcole. Ma gl'imperiali, sboccandone di nuovo più grossi, si scagliavano con tanto impeto contro di lui, che non solo fu risospinta sin là donde si era mossa, ma disordinatamente fuggendo già aveva dato indietro sino al ponte di Ronco. Fu percosso con grave ferita in questo fatto Robert. Seguitavano i Tedeschi questa parte dei Francesi, che fuggiva, credendo di possedere la vittoria, mentre ella effettivamente già loro usciva di mano; imperciocchè Massena, che sapeva bene corre i tempi, ed usargli con vigore, compariva improvviso sulla destra loro, la diciottesima gli percuoteva di fronte, Gardanne uscito dall'agguato gli urtava sul fianco sinistro. Tanti contemporanei assalti disordinavano la schiera Tedesca, di cui parte si ritirava più che di passo verso Arcole, parte fu spinta nella palude vicina, dove divenne miserabile bersaglio delle artiglierìe, e dell'archibuserìa di Francia. Morirono in quest'abbattimento, del quale la principal lode si debbe a Massena, quantità grande di buoni soldati Tedeschi; circa tre mila vennero in poter dei repubblicani.

Alvinzi manteneva tuttavia la battaglia contro Augereau, che, varcato il nuovo ponte, si era condotto sulla sinistra dell'Alpone. Nè era facile a Buonaparte di sforzarlo, perchè il Tedesco aveva con lui il miglior nervo delle sue genti, e la sua destra si appoggiava ad una palude, mentre la sinistra era assicurata da luoghi anche pantanosi, e da una fiorita cavallerìa. Durava la battaglia già buon tempo con esito incerto, quando, siccome narrano, sovvenne a Buonaparte uno stratagemma, e fu di mandare una compagnìa di soldati a cavallo, acciocchè girando velocemente dietro il fianco degli Austriaci, andasse a romoreggiar loro alle spalle con le trombe, e con quel maggiore strepito che potesse. Scrivono, che questo carico fu dato dal generale Francese ad un luogotenente Ercole, e che Ercole lo condusse a fine con quella celerità ed avvedutezza, che meglio si potevano desiderare. Certo è bene che, o che il romore improvviso di questo Ercole, od il presidio di Legnago, che già uscendo dalla vicina terra di San Gregorio incominciava a tempestare sul sinistro fianco, ed alle spalle dei Tedeschi, o finalmente la vittoria avuta da Massena contro il destro, sel facessero, gli Austriaci incominciavano a declinare manifestamente, ed infine a cedere il campo, se non con fuga, almeno con ritirata molto presta. Occupavano con infinita allegrezza i Francesi il tanto combattuto Arcole, e vi pernottavano. Ritirava Alvinzi le sue genti ad Altavilla, poscia a Montebello sul Vicentino. Lasciava, ovunque passava, ogni più sfrenato eccesso commettendo i suoi soldati, funesti vestigi sui desolati paesi. Poco meno di tremila Tedeschi furono uccisi nella giornata di Arcole, circa cinque mila prigionieri, tra i quali sessanta ufficiali, diciotto pezzi d'artiglieria, e quattro insegne ornarono il trionfo dei vincitori. Grave esser stata la perdita dei Francesi nissuno potrà dubitare, considerando le spesse ed aspre battaglie, ed i mortali ributtamenti, massime il silenzio del generale repubblicano in questa parte. Ma la vittoria intiera, la mantenuta fama, la conservata Italia, l'aver superato con un esercito vinto e minore, un esercito vincitore e più grosso, l'aver impedito la congiunzione dei due eserciti Tedeschi, l'aver fatto passaggio, per mezzo di una mossa maravigliosa, da una condizione quasi disperata ad una condizione prosperissima, e finalmente la presa di Mantova, che già si vedeva sicura per Francia, di gran lunga compensarono i sopportati danneggiamenti.

La battaglia di Arcole, che finchè saranno in onore presso agli uomini il valore e la scienza militare, sarà celebratissima, e stimata uno dei più esimj fatti di guerra, che dalle storie siano tramandati ai posteri, pose per allora in sicuro la fortuna Francese in Italia. Aveva bene Davidowich, calatosi da Ala il dì medesimo in cui Buonaparte vinceva ad Arcole, rotto e fugato Vaubois da Corona poscia da Rivoli, e ridotto in potestà sua il posto importante della Chiusa. Aveva bene anche scacciato Vaubois medesimo dai monti di Campara con presa di undici cannoni, e di due mila prigionieri, fra i quali si noveravano Fiorella e Lavalette; finalmente aveva bene altresì, seguitando il corso della fortuna prospera, occupato Bussolengo, e distendendosi sulla sinistra insino a Castelnuovo, e sulla destra insino in prossimità di Peschiera, minacciato di riuscire alle spalle di Verona, e di correre al riscatto di Mantova. Ma quello, che sarebbe stato fatale ai Francesi, se fosse stato effettuato cinque o sei giorni avanti, non poteva partorire, se non la ruina di Davidowich, effettuato essendo a questo tempo. Il che fa vedere, quanto sia stato funesto alla casa d'Austria, e disonorevole, per non dire colpevole, a Davidowich l'avere soprastato, e consumato invano tutto il tempo utile alle stanze di Roveredo. Non arrivò alle sponde del Mincio, quando era il tempo di arrivarvi, e vi arrivò, quando non era più il tempo. Così piuttosto agli errori de' suoi capitani che alla natura dei soldati restò l'Austria obbligata delle rotte sofferte, e della perduta Italia.

Non così tosto ebbe Buonaparte vinto ad Arcole, che si rivoltava con le sue schiere vincitrici contro Davidowich, e trovatolo a Campara lo debellava. Vero è però, che il Tedesco, avendo avuto avviso della calamità di Arcole, stimandosi, come era realmente, impotente al resistere, ebbe combattuto rimessamente, e solo per dar tempo agl'impedimenti di condursi in salvo. Poi vieppiù tirandosi all'insu, si conduceva prima a Dolce, poi ad Ala, seguitato velocemente dai Francesi, che lo danneggiarono nella retroguardia. Nè fuvvi in questa ritirata cosa notabile, se non che una squadra di otto cento Alemanni governati dal colonnello Lusignano, tanto trattenne, valorosamente combattendo, Augereau, che con ottimo intendimento era partito da Verona per riuscire, valicando i monti della Mallara, alle spalle di Davidowich, prima che fosse giunto ad Ala, che rendè vano il disegno dei repubblicani. Essendo diventati novellamente i Francesi padroni di tutto il Veronese, e la stagione correndo molto sinistra, condussero i due avversari i soldati loro alle stanze. Fermossi Davidowich in Ala, Alvinzi in Bassano, con la vanguardia a Vicenza ed a Padova, ed il grosso sulle rive della Brenta. Si avvisò anche di alloggiare un grosso a Primolano per aver in tal modo più vicina, e più spedita la via di comunicare, pel corso della Brenta, con Davidowich. Stanziò Buonaparte nel Veronese, rimandata però la schiera di Kilmaine al campo di Mantova per istringere viemaggiormente l'assedio della piazza, che, siccome priva dell'ajuto d'Alvinzi, credeva aver tosto a venire in sua possanza.

Gli Alemanni, ancora quando fossero respinti, non erano però rotti, e se molti buoni soldati erano morti, grave danno avevano anche patito i Francesi; le fazioni di Caldiero, e le vittorie conseguite da Davidowich nello scendere dal Tirolo compensavano le perdite fatte nella battaglia di Arcole. Si vedeva manifestamente, che, ove Alvinzi si fosse riforzato per nuovi ajuti venuti dagli stati ereditarj, sarebbe di nuovo in grado di uscire alla campagna, e di ritentar la fortuna delle armi: di nuovo le Austriache sorti potevano risorgere. Sapeva queste cose Buonaparte; perciò continuamente rappresentava al direttorio, avere bisogno di nuovi soldati, e tosto gli mandassero se a loro stavano a cuore la fama, e la potenza acquistata nelle contrade Italiche.

Mandava apportatore delle felicissime novelle a Parigi Lemarrois, suo ajutante di campo. Appresentava le conquistate insegne al direttorio; i segni delle avute vittorie tanto più volentieri furono veduti, quanto maggiore era stata la sollevazione degli animi all'apparato Austriaco. Le lodi del capitano invitto, e dell'esercito Italico andavano al cielo.

Decretava la repubblica, le repubblicane bandiere portate da Augereau e da Buonaparte contro gli Alemanni nella battaglia di Arcole, a loro in nazionale ricompensa si donassero. Bene considerato certamente fu questo decreto in quel che diceva, ma non in quel che taceva, perchè Massena aveva vinto gran parte della battaglia.

Le armi infelicemente usate dall'Alvinzi non avevano tanto sbigottito l'imperatore, che non confidasse di poter soccorrere con frutto le cose d'Italia. Perochè e le sue genti erano tuttavia quasi intiere, e la divozione dei popoli grande, e la somma della guerra consisteva in una vittoria, alla quale la volubile fortuna avrebbe, quando meno si pensava, potuto aprire il varco.

Nasceva altresì la sicurezza dell'Austria dalla risoluzione del pontefice di volere piuttosto incontrare una guerra pericolosa, che accettare condizioni inonorate, e contrarie, siccome credeva, alla purità della fede. Pareva, che l'autorità ed il pericolo della santa sede avessero a muovere gl'Italiani, ove l'Austria apparisse di nuovo grossa in Italia, e qualche vittoria l'assicurasse. Non si dubitava poi che se la fortuna voltasse il viso più benigno a coloro, ai quali fino allora era stata avversa, Napoli non fosse per mutar fede, per la grande entratura che avevano gl'Inglesi in quella corte. Le quali cose molto bene considerate e ponderate dall'Austria, la confortarono a fare un nuovo sforzo anche prima che la stagione si fosse intiepidita. Solo dava timore la piazza di Mantova, che si sapeva essere ridotta agli estremi, e l'averla, o non averla era per ambe le parti l'importanza della guerra. Ma Wurmser non indugiava a torre in questo proposito ogni dubbio; perchè non perdutosi d'animo all'esito infelice delle battaglie d'Alvinzi, tanta era la costanza di questo vecchio, nè alle malattie che infierivano in mezzo a' suoi soldati, nè alle tante morti che gli avevano scemati, si deliberava di trovar modo per qualche improvvisa sortita a procurare a se nuova vettovaglia. Assaltava i giorni diecinove, e ventitre novembre con quasi tutto il presidio i repubblicani a Sant'Antonio, ed alla Favorita, ed avendogli fatti piegare, predava, ed introduceva dentro la piazza non poca quantità di viveri. Avendo poi avuto avviso, che erano arrivate nel porto alcune barche cariche di munizioni da bocca ad uso dei Francesi, usciva nuovamente molto grosso gli undici, e quattordici decembre, e le predava; prezioso sussidio alle sue affamate genti. Oltre le munizioni conquistate, la sortita di Wurmser per la porta Pradella cagionava non poco danno alle trincee fatte dai Francesi.

Erasi intanto Alvinzi condotto in Tirolo per consultare con Davidowich sulle faccende comuni, e per fermare i consigli sull'indirizzo a darsi alle nuove armi, che si preparavano. Poco dopo Davidowich, la cui tardità era gravemente spiaciuta all'Imperatore, fu richiamato, ed ebbe lo scambio nel principe di Reuss, capitano pratico dei luoghi, avendo pochi mesi innanzi guerreggiato, non senza lode, con Quosnadowich sulle spiaggie del lago di Garda. Deliberava Alvinzi, al quale l'imperatore serbava fede malgrado dell'infelice successo della guerra testè terminata con la sconfitta di Arcole, che il principale nervo si muovesse, ed il principale sforzo si facesse dal Tirolo, calando per le rive dell'Adige; alla quale deliberazione si era accostato per la difficoltà incontrata di passare questo grosso fiume a Verona. Aveva argomentato, che venendo dal Tirolo, si trovava a campeggiare naturalmente tra l'Adige e il Mincio, ed in grado di correre senza impedimento di fiumi al soccorso della città assediata. Aveva poi ordinato, che la parte di mezzo condotta da Quosnadowich si pruoverrebbe, percotendo verso Verona, di congiungersi con la destra, che era la più grossa, e veniva dal Tirolo, e che al tempo stesso la sinistra guidata da Provera si sforzerebbe di passar l'Adige verso Porto-Legnago. Ma per poter meglio ingannare l'inimico, e tenerlo sospeso del dove avesse a ferire quella nuova tempesta, aveva Alvinzi operato, da una parte, che Laudon con una mano di soldati armati alla leggiera, disceso per la destra del lago, andasse a romoreggiare sino alle porte di Brescia, dall'altra, che un'altra parte di simil gente, partita da Padova, e traversato il Polesine di Rovigo, passasse l'Adige a Boara per mettere in sentore Ferrara e Bologna, dove i Francesi s'ingrossavano per far la guerra al papa. Era lo scopo d'Alvinzi nell'ordinare la mossa contro Brescia il far credere a Buonaparte, ch'ei volesse far campo della nuova guerra le regioni tra il Mincio e l'Oglio, e col correre contro le due legazioni intendeva di dar animo e forza al papa, che già aveva adunato le sue genti sulle rive del Senio. Sperava poi generalmente, che tempestando coi due corni estremi del suo esercito, avrebbe allontanato dalla credenza del generale repubblicano, ch'ei fosse per fare il principale sforzo tra l'Adige e il Mincio. Così come pareva nuovo questo disegno, confidava, che avrebbe suscitato nuovi pensieri di Buonaparte, e messo in sospetto di una maniera di guerra non ancora usata. Per arrivare a questo fine aveva cinquanta mila combattenti, se non tutti sperimentati, almeno tutti ardenti; perchè aveva con se in Tirolo venticinque mila soldati, dieci mila ne aveva Quosnadowich in Bassano, altrettanti Provera a Padova, il resto sulle ali estreme. Maravigliosa cosa è il pensare, come l'Austria, dopo tante rotte, abbia potuto raccorre in sì breve tempo un esercito sì grosso. Ma dal Reno erano venuti più di tre mila soldati, quattro mila dall'Ungheria: gli altri stati ereditari fornivano a proporzione. Risplendè principalmente la fedeltà e l'ardore dei Viennesi in tanta depressione della potenza Austriaca; perchè quattro mila giovani delle prime famiglie, lasciati in sì grave pericolo della patria, gli agi e le morbidezze, e prese le armi, accorrevano bramosamente fra le nevi del Tirolo, e fra i veterani dell'esercito al voler riconquistare al loro signore le perduta Italia. Buonaparte, che stimava l'utile, non il generoso, si faceva beffe di questa gente, giovinastri chiamandogli, e ciamberlani. Ma si vide alla pruova, ch'erano valenti soldati, e che se non era di una spia, e della celerità di un giorno, i vinti sarebbero divenuti vincitori, gli scherniti trionfatori.

Erasi il generale repubblicano ingrossato per nuove genti venute di Francia. Non ostante non arrivava il suo esercito al novero di quello d'Alvinzi, poichè passando i quarantacinque mila, non arrivava ai cinquanta. L'aveva egli spartito in cinque schiere principali, una delle quali governata da Serrurier teneva il campo sotto Mantova, l'altra con Augereau stanziava a Verona, distendendosi verso le regioni inferiori dell'Adige, la terza retta da Massena alloggiava pure in Verona, ma spingeva le sue genti innanzi per sopravvedere quello che fosse per annunziare la guerra dalle sponde della Brenta; la quarta, che obbediva a Joubert, surrogato a Vaubois, guardava le fauci del Tirolo, avendo il campo alla Corona, a Rivoli, e nei luoghi intermezzi; la quinta finalmente, quale corpo di ricuperazione, e per assicurare la destra del lago, aveva le sue stanze a Brescia, Peschiera, Desenzano, Salò e Lonato.