Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II

Part 16

Chapter 163,689 wordsPublic domain

Queste cose vedemmo con gli occhi nostri, nè la religione le impediva, perchè era venuta a scherno, nè la giustizia, perchè era compra. Così tra la forza che ammazzava, e l'arte che rubava, fu sobbissata l'Italia, e peggio, ch'ella era mira di calunnie da parte degli ammazzatori e dei ladri. Chi dava e pigliava gli appalti degli arnesi necessari alla guerra con ingordi beveraggi, ed a prezzi più cari del doppio del genuino valore; chi metteva, minacciando saccheggi, taglie sui paesi, e questi denari spremuti a forza dai popoli si appropriava. Questi prometteva di preservare dalle prede, se si desse denaro a lui: gl'Italiani davano, e qualche volta erano preservati, e qualche volta no: si vendeva il beneficio. Quest'altro faceva tolte di robe per gli ospedali, le usava per se. Diè Cremona cinquantamila canne di tela fine pei malati, e per se gli arrappatori se le pigliarono. Chi vendeva i medicinali dell'esercito, e convertiva il prezzo in suo pro: la corteccia tanto preziosa del Perù principalmente era divenuta materia d'infame ladroneccio. Quanti soldati consunti dalle perniziose febbri perirono, che sarebbero stati salvi, se i rubatori avessero avuto più a cuore le vite loro, che le mense, i teatri, e le meretrici! Nè era cosa che santa o sicura fosse, perchè si faceva traffico dell'asilo dei morenti, e sonsi veduti uomini abbominevoli minacciare di porre ospedali militari nei conventi col solo fine di costringergli a pagar denaro per ricomperarsi da quella molestia: i soldati intanto se ne morivano per le strade, perchè gl'insaziabili segavene s'ingrassassero, ed in ogni più immondo, in ogni più ingordo vizio s'ingolfassero. Le polizze dei passati si davano per chi non era passato, ed anche per chi era morto: i magazzini si empivano di grasce finte, e nissuno aveva, se non chi non doveva avere. I soldati perivano, i paesi pagavano, perchè a quello, che non era somministrato dalle riposte, bisognava bene, e per forza, che i paesi sopperissero. Così chi dava, non aveva, chi non dava, aveva; la brutta usanza fu generale. I capisoldi poi, i premj, le indennità largamente si davano a chi meno le meritava, nè vi era ufficiale, che di chi ministrava fosse amico, che alla menoma rotta non si trovasse ad aver perduto gli arnesi, e grassi compensi non toccasse, mentre gli uomini valorosi, che combattendo virilmente contro il nemico, avevano perduto tutto, richiedevano invano quello, a che la patria era loro obbligata. Cuocevano infinitamente a Buonaparte i raccontati ladronecci, e faceva formare ai rei gravissimi processi dalle diete militari, instando perchè fossero dannati a morte, a motivo, come diceva, che non erano ladri ordinarj, ma tali, che con le malvagie opere loro interrompevano il corso alle sue vittorie, od erano almeno cagione che con più sangue si acquistassero. Ma si lamentava che vi fossero in queste diete dei segreti maneggi, onde i rei se ne andavano od assoluti, o condannati a pene nè proporzionate al delitto, nè capaci di spaventare i compagni. «Voi avete presupposto certamente, scriveva Buonaparte sdegnoso al direttorio, che i vostri amministratori ruberebbero, ma farebbero i servizi, ed avrebbero un po' di vergogna: ma e' rubano in un modo tanto ridicolo e tanto impudente, che s'io avessi un mese di tempo, non ve ne avrebbe un solo che non facessi impiccare. Gli fo legar dai gendarmi, gli fo processar dai consigli militari continuamente. Ma che giova, se i giudici sono compri? Questa è fiera, e tutti vendono. Un impiegato accusato di aver posto una taglia di diciottomila franchi a Salò, fu condannato a due mesi di carcere. Così, come si potran pruovare le accuse? È un concerto: tante vili enormità fan vergogna al nome Francese.» Così si querelava, e così inveiva Buonaparte contro i rubatori, e questa fu l'accompagnatura della libertà in Italia.

Ma egli è oramai tempo di far passaggio dall'avarizia degl'involatori al furore degli armati: incominciarono le armi a suonare più orribilmente che prima sulle Italiane terre. Non aveva il direttorio pretermesso alcun ufficio per inclinare l'imperatore alla pace, ora offerendogli compensi di nuovi stati, ora minacciando di sterminio quelli, che ancora gli restavano. A quest'ultimo fine scriveva Buonaparte all'imperatore Francesco, che s'ei non si risolvesse alla pace, colmerebbe per ordine del direttorio il porto di Trieste, e guasterebbe tutte le sue possessioni dell'Adriatico. Ma i prosperi successi dell'arciduca Carlo in Germania avevano ridesto nell'Austria la speranza di sostenere le cose d'Italia, ed anzi di riconquistare gli stati perduti; però non volle consentire agli accordi.

Il fondamento di questo nuovo moto era Mantova, perchè tutti i disegni potevano arrivare al fine desiderato, se la sua difesa tuttavia si sostenesse; ed all'opposto sarebbero stati disordinati, se cadesse in possessione dei Francesi. Non era ignoto a Vienna, che il presidio era ridotto all'estremo, dalle malattie e dalla strettezza dei viveri, e che solo si sosteneva per la costanza veramente maravigliosa dell'antico Wurmser. Nè solo il maresciallo vinceva con animo invitto l'urto delle armi nemiche, ma ancora la minaccia barbara e vile fattagli dal direttorio, che, se non desse la piazza in mano della repubblica, sarebbe quando si arrendesse, condotto a Parigi, e giudicato qual fuoruscito Francese. Vide l'Austria, che non era tempo da aspettar tempo, e che il pericolo di Mantova ricercava prestissima espedizione; perciò adunava con celerità mirabile un nuovo esercito di più di cinquantamila combattenti pronto a calare per mettere di nuovo in forse la fortuna Francese, che già tanto pareva stabile e sicura. Certamente fu maraviglioso l'impeto Francese in quei tempi, ma non fu meno maravigliosa la costanza Tedesca. Di tanta mole si mandavano venticinque mila soldati freschi nel Tirolo e nel Friuli, e tanto era l'ardore loro, che davano speranza di vittoria. Infatti nelle battaglie, che poco dopo seguirono, combatterono non solo con valore, ma ancora con furore, siccome quelli che erano cupidi non solo di ricuperare i paesi perduti, ma ancora di scancellare l'offesa fatta alle armi imperiali dalle precedenti sconfitte. L'emolazione altresì verso i soldati di Germania operava efficacemente nelle menti loro, e le vittorie dell'arciduca gli stimolavano. Fu posto al governo di queste fiorite genti il generale d'artiglierìa Alvinzi già pratico delle guerre d'Italia, e nel colmo della riputazione; e siccome quegli che era di natura pronta e speditiva, si sperava che fosse per allontanare da se quella lentezza che era stata cagione delle rotte precedenti. Aveva anche per consigliero un Veiroter, che si era acquistato nome di perito capitano in Germania. Era il disegno di questa nuova mossa non dissomigliante da quello posto in opera pochi mesi prima da Wurmser, con questa differenza però, che ove il maresciallo discese con tutto il pondo per la valle dell'Adige, ed interpose, certamente con imprudente consiglio, tra le due principali parti de' suoi tutta la larghezza del Lago di Garda, Alvinzi ordinava, che una parte guidata da Davidowich scendesse dal Tirolo con venti mila soldati, e conculcati i Francesi, che colà stanziavano alla difesa dei passi, se ne venisse a sboccare per Castelnuovo fra l'Adige e il Mincio. Egli poi con trenta mila combattenti venuti dalla Carniola e dal Cadorino, si proponeva di varcare il Tagliamento, la Piave e la Brenta, combattendo i repubblicani ovunque gli trovasse, e quindi varcato il fiume più grosso dell'Adige dove la occasione migliore si appresentasse, di congiungersi con Davidowich, e di marciare unitamente alla liberazione di Mantova. Già varcati con fatica incredibile i monti della Carniola, e traversati torrenti grossi ed impetuosi, erano, quando il mese di ottobre si avvicinava al suo fine, giunti gl'imperiali sulle sponde della Piave, e si accingevano a dar principio a quella terza guerra, dalla quale pendeva il destino della potenza Austriaca in Italia.

Non erano a tanta mole pari pel numero i Francesi; perchè certamente non passavano i quaranta mila, noverati gli assediatori di Mantova. A questi nondimeno debbonsi aggiungere gl'Italiani, ed i Polacchi ordinati a Milano, e nella Cispadana, che, sebbene Buonaparte non se ne servisse per combattere nelle battaglie giuste, erano a lui di grandissima utilità, ed accrescevano la sua forza, perchè tenevano i presidj nelle piazze, contenevano il papa, e facevano il paese sicuro insino alla Romagna ed al Veneziano. Trovavansi allora i Francesi raccolti nelle stanze, perchè Kilmaine con ottomila soldati stava attorno a Mantova, Augereau con altrettanti custodiva le sponde dell'Adige, Massena sempre il primo ad essere esposto alle percosse del nemico, alloggiava sulla Brenta, Vaubois assicurava il Tirolo con dieci mila soldati. In fine una schiera di riserbo, in cui si noveravano circa tre mila soldati tra fanti e cavalli, era distribuita negli alloggiamenti di Brescia sotto la condotta dei generali Macquart e Beaumont. Aveva Buonaparte comandato a Vaubois, impedisse ad ogni modo il passo a Davidowich, e siccome gli assalti sono sempre più fortunati pei Francesi, che le difese, volle che Vaubois medesimo, ancorchè fosse inferiore di forze, non aspettasse il nemico, ma lo andasse ad assaltare nei propri alloggiamenti: soprattutto il cacciasse dai luoghi tra il Lavisio e la Brenta. Egli intanto si apprestava ad arrestare con Massena ed Augereau l'impeto di Alvinzi, che già arrivato sulle rive della Brenta, ed avendola passata, faceva le viste di volersi incamminare verso Verona. Alloggiava Davidowich col grosso delle sue genti a Newmark, mentre la vanguardia occupava il forte sito di Segonzano, reso anche più sicuro dal posto eminente di Bedole, custodito da Wukassowich. Guyeux, obbedendo agli ordini di Vaubois, assaltava San Michele, terra posta oltre il Lavisio, con intento, se la battaglia riuscisse prospera, di correre contro Newmarck. Al tempo medesimo Fiorella urtava le terre di Cembra e di Segonzano. Fu grande la resistenza che incontrava Guyeux a San Michele; perchè gli Austriaci avevano chiuso l'adito alla terra con trincee, ed essendosi posti ai merli, di cui erano guernite le case, attendevano a difendersi virilmente. Tre volte andarono alla carica con grandissima animosità i Francesi guidati dal capitano Jouannes, e tre volte erano con grave uccisione risospinti. Era la fazione di grande importanza, e maggiore anche di quanto annunziassero il numero poco notabile dei combattenti, e la ristrettezza dei luoghi, in cui si combatteva, perchè dall'esito pendeva la conservazione, o la conquista del Tirolo, il potere gli Austriaci od i Francesi incamminarsi alle spalle del nemico per le valle della Brenta, e finalmente la congiunzione, o la non congiunzione delle due schiere Alemanne, capo principalissimo dei disegni fermati a Vienna per la ricuperazione d'Italia. In fine, fattosi dai Francesi un ultimo sforzo, entravano in San Michele, e se ne impadronivano a malgrado che i Tedeschi, ajutati anche da parte dei Tirolesi, avessero continuamente tratto contro di loro con morte di molti, e con ferita del valoroso Jouannes.

Bene auguravano i Francesi dei fatti loro in Tirolo, ma non fu loro ugualmente favorevole la fortuna a destra verso Segonzano; il che interruppe tutti i pensieri loro, e da vincitori diventarono vinti. Aveva bene Fiorella, con molta valenzia combattendo, espugnato il castello di Segonzano, ma non avendo, o perchè abbastanza non avesse fatto esplorare i luoghi, o qual'altra cagione che sel muovesse, sloggiato prima l'inimico da Bedole, questi scendendo improvvisamente, lo assaliva sul fianco destro ed alla coda, talmente che fu commessa non poca strage dei suoi, e fu costretto a ritirarsi più che di passo verso Trento. S'aggiunse, che Davidowich medesimo, udite le novelle dell'assalto dato ai Francesi, si era calato col grosso de' suoi a soccorrere la vanguardia; di modo che non fu lasciato altro scampo ai repubblicani, se non volevano essere tagliati tutti fuori, ed a pezzi, che quello di ritirarsi più sotto, lasciando, dopo breve contrasto sotto le mura, la città stessa di Trento in balìa degli antichi signori. Successe questo fatto ai due novembre. Due giorni dopo entrava Davidowich in Trento; rallegrandosene gli abitanti, amatori del nome Austriaco, ed asperati dalle intemperanze dei conquistatori.

Vaubois dopo di aver combattuto infelicemente a Segonzano, andava a porsi alla bocca delle strette di Calliano, alloggiamento, intorno al quale si era persuaso, per la sua fortezza, doversi fermare l'impeto dei vincitori. Assicurava alla sinistra il fianco dei Francesi il fiume Adige, la destra custodivano due colli eminenti, sui quali sorgono i due castelli della Pietra, e di Bezeno. Dava fortezza alla fronte un rivo assai profondo, sulle sponde del quale avevano i repubblicani eretto parapetti, e cannoniere munite di artiglierìe. Tenevano in guardia questo forte luogo quattromila soldati eletti, che aspettavano confidentemente l'incontro del nemico. Marciava Davidowich enfiato dalla prosperità della fortuna, grosso, e minaccioso, dopo l'occupazione di Trento, all'ingiù dell'Adige, avendo talmente diviso i suoi che Wukassowich scendeva sulla sinistra del fiume, Ocskay sulla destra. Laudon, condottosi ancor esso sulla destra con soldati più leggieri, camminava più alla larga verso Torbole, con intenzione di dar timore al nemico per la possessione di Brescia. Arrivavano Wukassowich a fronte di Calliano, Ocskay a Nomi. Avrebbe potuto, come alcuni credono, Davidowich, in vece di assaltar di fronte quel luogo tanto munito di Calliano, girato prima alla larga per le eminenze, scendere poscia, e riuscire per la valle di Leno alle spalle del nemico. Ma, qual si fosse la cagione, amò meglio venirne alle mani in una battaglia giusta, confidando nel valore e nella grossezza delle sue genti, massimamente nei feritori Tirolesi, che pratichi dei luoghi più inaccessi, e peritissimi nel trarre di lontano; avrebbero efficacemente ajutato lo sforzo Austriaco. Combattessi il giorno sei di novembre con incredibile audacia, e vario evento da ambe le parti, sforzandosi gl'imperiali di superare il passo, ed insistendo principalmente contro i castelli della Pietra, e di Bezeno. Restarono i repubblicani superiori, fu l'assalto degli Alemanni infruttuoso. Davidowich, veduto che l'impresa si mostrava più dura di quanto aveva pensato, mandava in rinforzo di Wukassowich il generale Spork ed il principe di Reuss, ed operava di modo che per diligenza di Ocskay, si piantassero artiglierìe presso a Nomi sulla destra dell'Adige, ed anche a fronte della strada che da Trento porta a Roveredo. Al tempo medesimo i feritori Tirolesi, postisi qua e là sui vicini gioghi, si apparecchiavano a bersagliare l'inimico. Cominciavasi il giorno sette una ferocissima battaglia, in cui come fu il valore uguale da ambe le parti, così fu varia la fortuna, perchè ora prevalevano i repubblicani, ed ora gl'imperiali. Venne verso le cinque ore della sera il castello di Bezeno in poter dei Croati dopo un lungo ed ostinato combattimento, in cui i Francesi si difesero con sommo valore, e con tutte sorti di armi, perfino coll'acqua bollente, che furiosamente versavano contro gli assalitori. Fu il presidio parte preso, parte tagliato a pezzi. Poco stante cedeva anche il castello della Pietra; ma di nuovo i Francesi se ne impadronivano, e di nuovo ancora lo perdevano. Con lo stesso furore si combatteva nei luoghi più bassi verso Calliano, e fu quel forte passo preso, ripreso, perduto, e riconquistato più volte ora da questi, ora da quelli. Era tuttavìa dubbia la vittoria, quantunque le artiglierìe di Ocskay, ed i feritori Tirolesi non cessassero di fare scempio dei Francesi, quando improvvisamente udissi fra di loro, se per paura, o per tradimento non bene si sa, un gridare, salva, salva, per cui ad un tratto si scompigliava tutto il campo, e si metteva in rotta. Non si perdeva per questo d'animo Vaubois, e raccolti, meglio che potè, i suoi e calatosi vieppiù per le rive dell'Adige, andava ad alloggiare nei siti forti della Corona e di Rivoli. Roveredo intanto, e tutte le terre circostanti tornavano sotto la divozione dell'antico signore. Perdettero in questo fatto i Francesi sei pezzi d'artiglierìa, e nella ritirata per a Rivoli, essendo seguitati dai Tedeschi, altri sei. Perdettero, oltre a questo, non poche munizioni; noverarono due mila soldati uccisi, e mille prigionieri con qualche ufficiale di conto. Furono dalla parte degli Austriaci molto lodati i Croati, e principalmente i cacciatori Tirolesi, ai quali fu l'imperatore obbligato dell'acquisto dei castelli di Bezeno e della Pietra. Mancarono fra gli Austriaci circa cinquecento soldati fra morti, feriti, e prigionieri; desiderarono due cannoni. Questa fu la seconda battaglia di Calliano, non inferiore alla prima, nè a nissuna pel valore, e per l'ostinazione mostrata da ambe le parti.

Questa vittoria avrebbe potuto partorire la ruina dei repubblicani, se Davidowich tanto fosse stato pronto a seguitare il corso della fortuna prospera, quanto erano stati valorosi i suoi soldati al combattere; conciossiachè, se pressato avesse, senza mai dargli posa, ed incalzato l'inimico innanzi che avesse avuto tempo di respirare, e di rannodarsi, verisimile cosa è, che avrebbe prevenuto tutti gl'impedimenti, e, superato facilmente la Corona e Rivoli, sarebbe comparso improvvisamente grosso e vittorioso sulle rive del Mincio: il che avrebbe posto in gravissimo pericolo Buonaparte, che era alle mani sulla Brenta con Alvinzi, e dato comodità al generalissimo d'Austria di farsi avanti a congiungere le due parti per correre grosso, ed intiero alla liberazione di Mantova. Ma Davidowich per una tardità o negligenza certamente inescusabile, se ne stava più di dieci giorni alle stanze di Roveredo, con lasciare quasi quiete le armi, e non si moveva per alle fazioni del Mincio, se non quando la fortuna, per la perizia e velocità di Buonaparte, aveva già fatto una grandissima variazione tra la Brenta e l'Adige.

Erasi il generalissimo Alvinzi fatto signore del passo della Brenta con occupare Bassano, Cittadella, e Fontaniva, ed avendo avuto avviso delle prime vittorie di Davidowich nel Tirolo, aveva ordinato, che i suoi varcassero il fiume. Sboccava Quosnadowich nella parte superiore da Bassano, e posava le sue stanze a Marostica, ed alle Nove. Liptay correva ad alloggiarsi più sotto tra Carmignano, e l'Ospedal di Brenta: ma siccome quegli, che solo guidava la vanguardia, fu stimato troppo debole, e però fu fatto seguitare dalla battaglia condotta da Provera, che aveva varcato il fiume a Fontaniva. Al tempo stesso Mitruski, padrone del castello della Scala, mandava guardie insino a Primolano per sopravvedere quello, che fosse per succedere nella valle della Brenta, della quale stavano le due parti in grandissima gelosìa. Buonaparte, confidando di compensare con la celerità quello, che gli mancava per la forza, aveva fatto venire a se, oltre le schiere tanto valorose di Massena e di Augereau, le guernigioni di Ferrara, Verona, Monbello e Legnago. Era suo pensiero di assaltare Alvinzi, di romperlo, e, camminando quindi con somma celerità per la valle verso le fonti della Brenta, di riuscire alle spalle di Davidowich, e di sgombrare per tal modo e al tempo stesso, l'Italia ed il Tirolo dalla presenza degli Austriaci; pensiero certamente molto audace, e da non venir in capo, che a lui, che tutto era, per la gioventù e pel vigor dell'animo, coraggio e prestezza. Urtava Augereau Quosnadowich, Massena Provera: ne nasceva il dì sei novembre una sanguinosa zuffa. Dure furono le prime Italiche battaglie, ma questa è stata molto più. Si attaccavano con grandissimo furore Augereau e Quosnadowich, ambi capitani esperti, ambi valorosi: ora cedeva l'uno, ora cedeva l'altro; Alvinzi, che conosceva l'importanza del fatto, mandava continuamente alla sua parte nuovi rinforzi. Fu preso, perduto, ripreso, e riconquistato più volte il villaggio delle Nove, e sempre con uccisione orribile delle due parti. Si combattè, prima con le artiglierìe, poi con la moschetterìa, poi con le bajonette, poi con le sciable, finalmente con le mani e con gli urti dei corpi; valore veramente degno della fama Francese ed Austriaca. Infine restarono i Francesi signori del combattuto villaggio; ma seppe tanto acconciamente Quosnadowich schierare i suoi, che grossi e minacciosi si erano ritirati dal campo di battaglia, nell'alloggiamento che dai monti dei sette comuni si distende per Marostica sino alla Punta, che quantunque urtato e riurtato da Augereau, si mantenne unito, e rendè vano ogni sforzo del suo animoso avversario. Ma dall'altro lato non si combattè tanto felicemente per Provera contro Massena; perchè, sebbene l'Austriaco non fosse rotto, sentissi non ostante tanto gravemente pressato, che stimò miglior partito il ritirarsi sulla sinistra del fiume, rompendo anche il ponte di Fontaniva, acciocchè il nemico nol potesse seguitare. Fessi notte intanto; l'oscurità e la stanchezza, poichè si era combattuto tutto il giorno, piuttosto che la volontà, pose fine al combattere che fu mortalissimo; perchè tra morti, feriti, e prigionieri desiderò ciascuna delle parti circa quattromila soldati. Il generale francese Lanusse, ferito da colpo di arma bianca, cadde in potere dei Tedeschi.

Il non aver potuto rompere gl'imperiali in questo fatto, diede a pensare a Buonaparte. Vano era lo sperare di poter riuscire a montare per la valle di Brenta verso il Tirolo. La perdita di Segonzano e di Trento, di cui egli aveva avuto notizia, dava giustificato timore per Verona e per Mantova, e l'ostinarsi a voler combattere un nemico grosso, avvertito, ed insistente in un sito forte, non sarebbe stato senza grave danno; perchè ponendo anche il caso, che la battaglia succedesse prosperamente, il perdere ugual numero di soldati era più pernizioso ai Francesi manco numerosi, che agli Austriaci più numerosi. Dal che si vede, quanto momento avrebbe recato in tanta incertezza di fortuna Davidowich, se si fosse spinto avanti con quel medesimo vigore, col quale aveva combattuto a Galliano, e fosse andato a dirittura a ferire Corona, e Rivoli. Mosso da queste considerazioni si deliberava Buonaparte a levar il campo dalle rive della Brenta per andarlo a porre su quelle dell'Adige nel sito centrale di Verona. Per la qual cosa il dì sette novembre molto per tempo mosse l'esercito verso Vicenza, e non fece fine al ritirarsi, se non quando arrivò sotto le mura di Verona. Il seguitavano il giorno medesimo i Tedeschi, succedeva un aspro combattimento a Scaldaferro. Entravano gl'imperiali il dì otto in Vicenza, il nove alloggiavano a Montebello. Quivi pervenivano ad Alvinzi le desideratissime novelle della vittoria di Calliano; perciò spingendosi più oltre andava a porre il campo a Villanova, terra posta a mezzo cammino tra Vicenza e Verona. Intenzion sua era di aspettare in quest'alloggiamento, che cosa portassero le sorti in Tirolo, e massimamente che Davidowich, superati i forti passi della Corona e di Rivoli, si fosse fatto vedere a Campara ed a Bussolengo; perchè allora si sarebbe mosso egli medesimo verso quella parte che più sarebbe stata conveniente per congiungersi col vincitore del Tirolo. Ordinava intanto varie mosse per dare diversi riguardi al nemico, e per tenerlo sospeso del dove volesse andar a ferire. Apprestava eziandio quantità grande di scale, come se fosse per dare la scalata a Verona. Già aveva mosso la vanguardia, e fatta posare nell'alloggiamento di Caldiero più vicino alla città.