Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II

Part 13

Chapter 133,553 wordsPublic domain

Tutte queste considerazioni appartenevano all'incorrotta fama: altre appartenevano alla sicurezza. Era la repubblica disarmata, nè così presto si sarebbero potute apprestare le armi necessarie all'importanza di una tanta guerra; perciocchè non era da dubitare, che la congiunzione a difensione con Francia non fosse stimata congiunzione ad offensione dell'Austria. Dal che conseguitava, che poco momento poteva arrecare la repubblica con la sua alleanza, e l'effetto inevitabile ne sarebbe stato, che le province Venete poste ai confini Austriaci, ed ancora immuni dalle armi, sarebbero state incontanente occupate in forma di guerra dagl'imperiali per modo che tutti i territorj Veneti, nissuno eccettuato, sarebbero divenuti o campo di feroci battaglie, o stanza di amici intemperanti, o bersaglio di nimici irritati. Nè era da passarsi senza essere avvertito il pensiero, che il farsi alleata del direttorio importava alla repubblica il farsi serva di lui, ed il dover consentire a quanto egli volesse, dar l'ingresso alle genti di Francia in Venezia per la spedizione tanto desiderata di Trieste, dar loro accesso, e copia dell'arsenale sotto colore di voler armar navi contro l'Inghilterra, e tutto questo apparato nuovo e grosso di armate navali dover essere a carico della già consunta repubblica, nè si potevano sperare ajuti di denaro da Francia, perchè gli alleati grossi sogliono prendere, non dar denaro ai piccoli, e fra gli alleati grossi il direttorio era quello, che ne prendeva più, e ne dava meno. Poi di somma importanza era, che la lega con la Francia avrebbe prodotto la guerra con l'Inghilterra; il quale accidente di quanto danno fosse per riuscire ai Veneziani per traffichi di mare, nissuno è che non veda; l'isole Ioniche stesse avrebbero portato gravissimo pericolo; che se per renderle sicure contro i moti dell'Inghilterra, vi si fossero introdotti presidj Francesi, si poteva bene sapere quando vi sarebbero entrati, ma non quando ne sarebbero usciti. Quest'era la guerra di mare; ma quella di terra, avrebbero dovuto farla i Veneziani con quei medesimi modi, coi quali la facevano i repubblicani di Francia, che è quanto a dire con incitare i sudditi Austriaci alla ribellione; ed i territorj, che per premio si promettevano a Venezia, sarebbero stati il frutto d'instigazioni abbominevoli. Il che quanto fosse lontano dalla fede, dalla dignità, e dalla consuetudine della Veneziana repubblica, e quanto potesse macularle, facile è il vedere. Ma in tutto questo negozio, certamente tanto importante quanto geloso, un motivo era più potente di tutti, perchè la repubblica non si scostasse dalla illibata neutralità, e quest'era, che la Francia era lontana e l'Austria non solo vicina, ma confinante per lungo spazio con gli stati Veneti, e che quantunque la fortuna tanto si fosse fino allora dimostrata favorevole alle armi Francesi, poteva accadere ch'ella improvvisamente si voltasse in favor dell'Austria; ed allora quale speranza, quale sicurezza sarebbe rimasta a Venezia, perchè non diventasse preda dell'imperatore? Del quale avvenimento dava ragionevole sospetto l'essere sempre state le stanze dei Francesi subite e corte in Italia. Al postutto, sebbene vi fosse da ogni parte incertezza e pericolo, più prudente consiglio era in un affare, in cui andava la somma tutta dello stato, il fidarsi di un governo antico, regolato e vicino, che di un governo nuovo, sregolato e lontano. Finalmente pareva cosa troppo brutta all'integerrima repubblica, e che non potesse passare senza grande offesa della sua dignità, il dover correre addosso ad uno stato amico, ed ajutare alla sua oppressione, ora che la fortuna lo aveva precipitato in una sì grande avversità. Serbando adunque l'antica consuetudine di Venezia, opinarono i Savj, e fu appruovato dal senato, che signora di se medesima, e da ogni vincolo libera si serbasse la repubblica. Rispondeva il senato gravemente a Lallemand, che grate ed accette gli erano le dimostrazioni amichevoli fatte dal governo della repubblica Francese, che appunto per queste stesse disposizioni amichevoli sperava il senato, che il direttorio non avrebbe voluto condurlo a deliberazioni, che verrebbero a produrre effetti contrarj all'intento; che per antico instituto la repubblica di Venezia lontana dall'ambizione, e solita a temperare se medesima, aveva riposto il fondamento dell'esser suo politico nella felicità e nell'affezione dei sudditi, e nella sincera amicizia verso tutti i potentati d'Europa; del quale giusto ed immacolato procedere si erano sempre, malgrado degl'inviti e delle sollecitazioni contrarie in varj tempi fatte, essi potentati mostrati contenti; che per esso ancora era stata la quiete conservata ai Veneti dominj con utile costante, e contentezza inestimabile dei sudditi; che questa condotta del senato confermata dal corso di tanti secoli felici, non poteva abbandonarsi senza incontrare inevitabilmente il pericolo di guerra; che erano le guerre calamitose a tutte le nazioni, ma assolutamente insopportabili al senato pel suo amore paterno verso i sudditi, per la constituzione fisica e politica de' suoi stati, e per la sicurezza delle nazionali navigazioni. Alle quali cose s'aggiungeva il pericolo funesto di sconvolgere le basi del proprio governo, senzachè derivar ne potesse alcun rilevante appoggio alle grandi nazioni, alle quali egli strettamente si unisse. Terminava il suo grave ragionamento con dire, sperare, che il direttorio, conosciuta la ingenuità, e la verità di queste considerazioni, le avrebbe per accette, e non sarebbe per alienare l'animo, nè in qualunque evento, dalla innocente Venezia, da Venezia risoluta a conservare con ogni studio l'amicizia con Francia.

A questo modo si terminarono i negoziati di alleanza tra il senato, e il direttorio. La quale risoluzione, avvegnacchè da alcuni, i quali credono che il senato Veneziano doveva deliberare come conveniva alla Francia, e non come conveniva a Venezia, sia recata come segno di nemicizia contro la Francia medesima, e come pretesto del tradimento fatto a Venezia, non sarà se non lodata da tutti gli uomini prudenti. Bene appruovolla il direttorio stesso, che più di tutti avrebbe dovuto disappruovarla, avendo dichiarato al nobile Querini in Parigi, che il governo Francese sentiva perfettamente come il senato in tale materia, e che mai non l'avrebbe consigliato ad unirsi con la Francia in questa guerra contro la casa d'Austria, conoscendo benissimo a quanti pericoli poteva Venezia esporsi. Alla quale risposta era venuto il direttorio, perchè il nobile Querini l'aveva, in proposito dell'alleanza parlando, interrogato, se egli potesse assicurare, che i Francesi riuscissero a cacciare gli Austriaci per modo che i Veneziani non avessero mai in progresso di tempo a pentirsi dello aver abbandonato la loro neutralità.

Rifiutata dal senato l'alleanza con la Francia, restava a considerarsi, se non sarebbe stato utile e sicuro alla repubblica il collegarsi con l'Austria; perchè, se non si poteva temere che la Francia lontana volesse far sue le spoglie di Venezia, bene si poteva dubitare di tale intendimento nell'Austria vicina. Al qual timore davano maggiore forza le recenti offerte fatte degli stati Veneziani dal direttorio all'imperatore, e le parole che incominciavano a metter fuori i comandanti Austriaci in Italia; essere l'Austria male soddisfatta delle opere della repubblica, troppo parziale essersi dimostrata verso i Francesi. L'alleanza con l'Austria avrebbe fermato tutti questi mali pensieri, e non era da credere ch'ella si tirasse indietro, perchè in mezzo alla fortuna avversa l'accessione di Venezia avrebbe recato peso nella somma delle faccende militari. Ma prevalsero i consigli quieti, perchè il senato non voleva pendere più da questa parte che da quella, e non voleva soverchiamente irritare contro di se i repubblicani già padroni di buona porzione de' suoi territorj. Era chiaro altresì, che per la presenza dei due nemici era Venezia giunta a tale che non poteva collegarsi nè con l'uno nè con l'altro senza correre pericolo di totale ruina. Nondimeno, se ella avesse congiunto le sue armi con quelle dell'imperatore, massimamente quando erano queste cose ancora minacciose e forti, avrebbero i Francesi potuto ricevere grave danno. Il non aver ciò fatto pruova la sincerità della repubblica.

Ma patti pieni di molta sicurtà venne offerendo a questo tempo medesimo a Venezia una potenza forte per proteggerla, lontana per non darle ombra. Le offerte fatte dalla Francia di dare i dominj Veneti all'Austria non furono tanto segrete che l'altre potenze non le risapessero. Seppele fra le altre la Prussia, a cui più importava la cosa, siccome emola e solita a recare a propria diminuzione ogni aumento dell'Austria. Avvisò, che quello che voleva il direttorio di Francia, avrebbe finalmente avuto effetto, perchè stimava che l'Austria, passate le prime ripugnanze, non fosse di tale moderazione che non consentisse ad accrescere gli stati proprj con quelli d'altrui. Per la qual cosa il barone di Sandoz-Rollin, ministro plenipotenziario di Prussia a Parigi, in un abboccamento avuto col nobile Querini, si fece avanti dicendo, che con dolore infinito vedeva la condizione del senato, e delle Venete province, divenute campo e bersaglio di una crudele guerra; lodò il consiglio del senato dello aver saputo conservare in mezzo a tanto turbine e con tanto costo la sincera neutralità; che migliore contegno non poteva nè immaginare, nè tenere il senato: soggiunse poi però, che non doveva il senato aspettare i tempi sprovveduto d'amici, e collegato con nissuno, nè abbandonare gl'interessi dello stato ad un avvenire certamente molto incerto, e probabilmente tempestoso; che il governo che facevano i Francesi delle terre veneziane con aver violato le leggi le più sante della neutralità, poteva facilmente dar pretesto agli Austriaci di turbare l'attuale quiete e sicurezza della repubblica; che perciò gli pareva, che la prudenza del senato il dovesse indurre a premunirsi di qualche sostegno valevole a guarentire le sue possessioni contro qualunque tentativo della casa d'Austria; che bene conosceva, che non poteva la repubblica collegarsi con la Francia, quando questa non fosse per mantener sempre in Italia ai comandamenti del senato cinquantamila soldati, pronti a difenderla da ogni improvviso assalto; la quale supposizione, soggiungeva, era impossibile a verificarsi. Detto tutto questo, passava Sandoz-Rollin a dire, ch'ei credeva, che la sola potenza con la quale la repubblica avrebbe utilmente e sicuramente potuto stringersi in alleanza, fosse la Prussia, perchè gl'interessi politici del re tanto erano lontani da quei di Venezia, che il senato non poteva a modo nissuno sospettare, ch'ei volesse una tale alleanza procurarsi per qualche sua mira particolare; che anzi era la Prussia la sola potenza, che potesse por freno agli appetiti ambiziosi dell'Austria, e conservare l'incolumità e l'integrità dei dominj veneti; che a lui pareva, tale essere la opportunità e la necessità di quest'alleanza, che non fosse nemmeno da tenersi segreta; perchè la casa d'Austria non poteva recarsi a male, che la repubblica cercasse di guarentirsi da quei sinistri effetti, che a lei potevano derivare dal cambiamento di quei principj che fino allora avevano conservato la buona corrispondenza fra i due stati; che finalmente, quando l'imperatore vedesse, essersi la repubblica collegata veramente con la Prussia, avrebbe deposto il pensiero di tentare cosa alcuna contro di lei. Insistè finalmente il prussiano ministro affermando, che doveva il senato con la sapienza e prudenza sua internar la vista in un avvenire, che non si poteva ben prevedere quale fosse per essere, poichè fatalmente la presente guerra poteva aver dato motivo all'imperatore di chiamarsi scontento dei Veneziani, e di recar loro col tempo qualche grave molestia.

Questo parlare profetico, e questa profferta tanto secondo il bisogno, potevano essere la salvazione dell'insidiata Venezia, ed ogni motivo di stato concorreva a far deliberare che si accettasse; perchè nè gli Austriaci, nè i Francesi potevano far peggio attualmente di quel che facevano alla repubblica, nè peggiori disegni macchinare contro di lei, di quelli che macchinavano; il che dimostra, che la lega con la Prussia poteva solo causar bene, non male a Venezia, e che sola poteva medicare i mali presenti. Ben si era fino allora consigliato il senato, seguitando il suo antico costume di non congiungersi nè con questa nè con quella parte; ma certamente fu pur troppo timorosa risoluzione quella di non aver voluto accettare la lega tanto necessaria, e tanto opportunamente esibita dalla Prussia; abbenchè, come trovo scritto, questo fatale rifiuto non sia stato colpa del senato, ma sì piuttosto degl'inquisitori di stato, checchè a ciò fare gli muovesse, e dei Savi, che avuto il dispaccio del Querini, nol rappresentarono, avendo da loro medesimi deliberato di scrivergli, che non entrasse in questo trattato. Della quale deliberazione la posterità tutta, e massimamente la patria loro diventata suddita, da sovrana ch'ella era, gliene avranno biasimo ed indegnazione eterna. Forse a sì strano partito, e ad impedire sì salutifero consiglio si mossero pel rispetto di non volere offendere la Francia, e principalmente l'Austria, e per la speranza, che la sincerità e l'imparzialità della repubblica avessero a condurla a salvamento; semplicità certamente maravigliosa in una Venezia, ed in tempi tanto scapestrati. Bene gli aveva avvertiti Lallemand, con verità dicendo, che la probità politica non era più al mondo.

Intanto prima che si tradisse lo stato, si laceravano i sudditi sì dai Francesi che dai Tedeschi con ogni maniera di più immoderata barbarie. Nè più si vanti la libertà di frutti dolci, nè la regolarità degli antichi governi di frutti moderati, nè il secolo decimottavo di umanità; poichè e repubblicani ed imperiali, pretendendo parole soavi di amicizia, rapivano nei miserandi territorj veneti, non solo per necessità, ma anche per capriccio, non solo per forza, ma anche con violenza, non solo con comando, ma anche con ischerno le vite, l'onore, e le sostanze di coloro, che amici chiamavano. Nè più si portava rispetto ad una età che ad un'altra, nè ad un sesso che ad un altro; e quello che non periva per sangue, era contaminato per bruttura; spesso anche il sangue succedeva alla bruttura; perciocchè e' furono veduti vecchi e fanciulli uccisi, perchè non pronti a discoprire dove fossero riposte le sostanze, o le madri, o le figliuole loro, e se gli uomini stati fossero fiere, non sarebbero stati trattati peggiormente dai crudeli dominatori, come i Veneziani furono. Quello poi che era involato per forza, era profuso per iscialacquo; il paese desolato, i soldati sì vincitori che vinti si consumavano per mancamento di ogni genere necessario; chi per ufficio, o per grado aveva debito di provvedere ai soldati, e di ritirargli dalla barbarie, si arricchiva; il perchè si vedevano capi ricchi, soldati squallidi, abitatori spogliati: non che non vi fossero nell'uno esercito e nell'altro uomini incorrotti, che anzi ve n'erano molti, ma non avevano autorità, perchè il malo esempio dominava, e tra i repubblicani erano chiamati aristocrati, come se gli amatori della libertà si debbano conoscere dagli stupri e dalle rapine. Le case s'incendevano, gli alberi fruttiferi si atterravano, le ricolte preziose si sperdevano dagli sfrenati forestieri: i cavalli dei ricchi si rubarono dai repubblicani, perchè, come dicevano, erano cavalli di aristocrati; i cavalli, e gli altri animali da tiro e da soma appartenenti ai villici s'involavano dai repubblicani e dagl'imperiali, perchè erano, come dicevano, animali di spie; e tant'oltre procedè questa rapina, che le mosse militari ne divennero tarde e difficili per la mancanza di bestie. Il male era ancora peggiore nelle bovine, parte scialacquate dalla licenza, parte consumate da un morbo epidemico gravissimo. Pubblicavansi dai generali ordini e regole per frenare tanta rabbia, ma vano era il proposito, perchè quando si veniva alla esecuzione, si andava molto rimessamente, essendo i capi intinti. Buonaparte poi, quantunque facesse qualche dimostrazione in contrario, dava a' suoi la briglia sul collo, e comportava loro ogni cosa, per farsegli più suoi pei disegni avvenire. A questo tempo medesimo gli eserciti di Francia governati sul Reno da Moreau e da Jourdan, assai diversi dal buonapartiano erano per moderazione, e per rispetto ai vinti. In fatti venne in Italia dal Reno la schiera di Bernadotte, che temperatamente portandosi, e con maggior disciplina delle altre procedendo, era cagione, che a gara le città italiche in presidio la chiamassero. Per questo le compagne la chiamavano la schiera aristocratica, e vi furono delle male parole, e dei peggiori fatti in questo proposito. Di tante enormità si lamentava il veneziano senato a Vienna, si lamentava a Parigi; estorquere, gridava a Francesco imperatore, i comandanti imperiali dai sudditi veneti con minacce nella vita, e con dar in cambio semplici ricevute, quantità esorbitanti di provvisioni; avere saccheggiato Villanova con uccisione di parecchi abitatori, avere saccheggiato Salò e Fontanaviva, e molte altre terre del Veronese e del Vicentino; essere la licenza dell'imperiale esercito, ovunque passava, incomportabile, e se nella sua prima giunta a Bassano aveva mostrato qualche moderazione, sapere le desolate sponde dell'inferiore Brenta in quanta sfrenatezza si fosse cangiata la prima temperanza. Nè portarsi da lui maggior rispetto ai particolari innocenti, che allo stato amico: avere ad onta della professata neutralità assaltato i Francesi in Brescia, uccisone alcuni, imprigionatone molti, cacciato i restanti con forza, e con pericolo d'incendio e di sacco di quella popolosa città; avere minacciato di atterrare violentemente le porte di Verona, se presto non gli fossero aperte; avere altresì con volere resistervi dentro ai Francesi fatti più forti, posto a gravissimo ripentaglio tutta la terra; vincitore, saccheggiare per insolenza, vinto per rabbia; se aveva, domandare per ladroneccio; se non aveva, domandare per bisogno: in ambi i casi rapire con violenza; accusare i Francesi per imitargli, accusare i Veneziani, come partigiani dei Francesi per rubargli: le opinioni non fare; segno essere alle cupide soldatesche così i pacifici cittadini, come i parziali di Francia: non fare la dignità; le chiese contaminate, i parochi insultati, le municipali sedi spogliate e rotte, nè sapersi più discernere, se gl'Imperiali volessero la salute, o la perdizione di Venezia; cotali essere le opere degl'imperiali soldati. Le giustissime querele del senato Veneziano porte a Vienna non fruttarono, perchè furono passate o con silenzio sprezzatore, o con promesse inutili.

Nè meno lamentevoli voci, nè meno vere gittava per mezzo del nobile Querini a Parigi, i detestabili fatti del buonapartiano esercito nella terraferma veneta narrando: avere saccheggiato la dogana pubblica in Desenzano; avere a Castello Lagusaro rapacemente spogliato le stanze della guardia veneta, minacciato barbaramente nella vita il paroco, ucciso una miseranda vecchia, saccheggiate le case, violate le donne; sperperate essere in fondo le provincie Bresciana e Veronese; Bassano non aver più da vivere; pure non cessare le sforzate tolte, e chi s'indugiava alla Francese impazienza, essere ucciso; fumare da ambi i lati le terre arse dei Lezini monti; Lubiara, Corrodetto, Albarè di Gardezzana, il contado tutto di Verona essere desolati; andare raminghe le genti fameliche per la rapina violenta dei loro averi; trecento famiglie all'estremo ridotte dal sacco errare squallide e nude per iscoscese montagne; Este, e Montagnana soprattutto portare i segni del repubblicano furore; ivi una povera donna, a cui la natura aveva fatto dono infausto di bellezza, e vicina al termine della sua gravidanza essendo, chiamata da soldati brutalissimi agli ultimi oltraggi, avere fra doglie orribili cessato di vivere; il misero marito desideroso di sottrarla dalla sfrenata cupidigia, avere avuto un braccio reciso dagli oltraggiatori dell'infelice moglie; avere il repubblicano esercito di Francia, quale furiosa tempesta, calpestato ogni cosa ad Arcole, a Ronco, a Tomba, a Villafranca, le terre tutte fra l'Adige e il lago; campagne devastate, granai dispersi, cantine vuotate, cavalli, buoi, animali d'ogni spezie rapiti, mobili involati o distrutti, case rovinate od arse, vergini violate, santuarj profanati, vasi sacri rubati, abitanti, alcuni uccisi, inumerabili spogliati e ridotti ad errare raminghi, coi teneri figliuoli loro asilo e sussistenza mendicando. Questi essere gli effetti della presente guerra, i quali parrebbero anche incredibili, se le voci stesse di tutto il Francese esercito non gli attestassero: eppure non esser mai mancata qualunque comodità alle genti Francesi; l'ospitalità la più amichevole essersi per la parte Veneta e sempre, ed in ogni luogo mostrata; avere i generali, gli ufficiali, i commissarj, i famigliari loro, i soldati stessi trovato le case aperte per accorgli amorevolmente, per trattargli umanamente; essersi vedute intiere famiglie di regolari, di vergini sacre, ed anche di semplici particolari cedere ai nuovi ospiti il proprio tetto; chiamargli a parte delle mense e di ogni comodo loro; avere sempre abbondato ogni sorte di provvisioni; avere il governo sempre, e non invano esortato i sudditi a sopportare pazientemente tante calamità; essersi i sudditi con rassegnazione incredibile mostrati obbedienti alle esortazioni, ma ciò non giovare; più si concedeva, più domandarsi; maggior cortesia si usava, maggiore violenza adoperarsi; le più gentili persone svillaneggiate da una soldatesca insolente; ai modi più ingenui corrispondersi con inumani oltraggi; la nobile Verona diventata un quartier sucido di soldati tutta, venire per la forestiera contaminazione a schifo ai Veronesi stessi le antiche e dilette stanze loro: certamente, dappoichè i miserabili uomini trattano la guerra, non mai essersi dimostrata dall'un canto tanta pazienza, non mai dall'altro tanta barbarie, e peggio, che gli oppressori chiamavano la pazienza perfidia, la barbarie libertà. Così periva sotto nome di amicizia la misera Venezia, non solo senza gratitudine da parte di coloro che si succiavano le sue sostanze, ma ancora senza compassione; e per ristoro finalmente fu fatto vendita e compra di lei dai feroci saccheggiatori, non meno cupidi di rapire, che vogliosi di tradire. Dolevasi il senato al direttorio; dolevansi i magistrati a Buonaparte, dolevansi ai Tedeschi capitani: rispondevasi per gli uni e per gli altri non solo freddamente, ma anche ironicamente, esser questi mali inseparabili dalla guerra: esser veramente Venezia infelice; si ordinerebbe, si provvederebbe, e gli ordini, e le provvisioni erano, che diveniva ogni dì più insopportabile l'insolentire dei soldati. Io non so quello, che il mondo corrompitore o corrotto sarà per dire di queste mie narrazioni; questo so bene, che l'universale dei Francesi e degli Austriaci, anzi tutti, eccettuatone solamente quelli, che credono che la gloria consista nell'opprimere le nazioni forestiere, danneranno con tutti i buoni sì detestabili eccessi, e di perpetuo biasimo noteranno coloro che vi ebbero colpa.