Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II

Part 12

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Genova debole, e lacerata da due nemici potenti, fu obbligata a comporsi con uno di loro; il che non fu la sua salute: Venezia lacerata ancor essa da due nemici potentissimi, ma più forte, più padrona di se medesima, più vicina all'Austria che alla Francia, più tenace nella neutralità, non volle comporsi, nè ciò fu la sua salvezza, perchè si aveva a far con uomini tali, che il comporsi ed il non comporsi con loro erano ugualmente di rovina. Ma prima di raccontare le Veneziane disgrazie, sarà conveniente che da noi si narrino i maneggi politici, che allora giravano per l'Italia. Le vittorie di Buonaparte avevano dato speranza al direttorio, che l'imperatore d'Alemagna avrebbe concetto pensieri di pace, e che gli manderebbe ad effetto, solo che gli si proponessero condizioni, se non onorevoli, almeno non disonorevoli; conciossiachè principal mira del governo di Francia, alla quale tutte le altre erano subordinate, fosse sempre la pace con l'imperatore, non solamente per la sua potenza, ma ancora per la dignità della casa, e del grado. Parevagli, che ove Francesco avesse accettato le condizioni, la repubblica riconosciuta da un tanto principe, sarebbesi bene radicata, e per così dire, naturata in Europa. Sola l'Inghilterra sarebbe rimasta nemica: ma non avendo più speranza di muovere l'Europa contro la Francia, si conghietturava, che anch'essa sarebbe sforzata al venirne agli accordi. Chiaro appariva, che dalle condizioni dell'Italia, essendo già i Paesi Bassi Austriaci posti in possessione della Francia, pendeva principalmente la pace con l'imperatore. A questo principal fine dirizzando i suoi pensieri il direttorio, aveva mandato in Italia il generale Clarke, personaggio molto dipendente da Carnot, col mandato di veder vicino le cose, e di fare convenienti proposte d'accordo all'Austria. Era Clarke uomo molto atto a questo negozio, non solo per la sua destrezza, ma ancora perchè detestava, e sapevasi, le esagerazioni dei tempi. Inoltre egli pare, che il direttorio, od almeno qualche membro di lui avessero concepito sospetto di pensieri ambiziosi in Buonaparte, e però si erano risoluti a mandare in Italia un uomo, quale loro sembrava Clarke, molto fidato, affinchè investigasse, ed accuratamente rapportasse gli andari del generale Italico. Del che o accortosi, o sospettando Buonaparte, quando se lo vide comparire innanzi, siccome quegli che non amava gl'imperj dimezzati, gli disse a viso scoperto, che se veniva per accordarsi con lui, il vedrebbe volentieri e l'accetterebbe: quando no, se ne poteva tornare. Questa insolenza o non seppe il direttorio, o saputa, per lo meno male, la passò. Clarke, che uomo accorto era, avvisò facilmente dove era, e dove aveva a rimanere la potenza; si piegava perciò facilmente, e da inviato del governo divenne fidato di Buonaparte. Da quel punto nacque fra ambidue quella benevolenza e quella intrinsichezza, che si mantennero in tanti e sì diversi tempi, ed in tante rivoluzioni d'uomini e di cose.

Ma venendo al mandato politico di Clarke, quantunque ei dovesse principalmente indirizzarsi all'imperatore, fece opera per viaggio di racconciar le faccende colla Sardegna. Offeriva in nome della repubblica di dare al re Genova co' suoi territorj con patto che egli cedesse alla Francia l'isola di Sardegna, e si unisse in lega con la repubblica, obbligandosi a congiungere all'esercito Italico un numero determinato di soldati. Disordinò anche questo pensiero il rifiuto di Carlo Emanuele del voler entrare in questa lega; perchè, come già rapportammo, detestava grandemente di voltar le sue armi contro il papa. Allora fu fatto il trattato con Genova, col quale il direttorio, non potendo più farla cosa del re, la fece cosa sua.

A questo succedeva nei consigli dei reggitori della Francia un altro disegno per opera principalmente di Buonaparte, e questo era, persistendo sempre nella volontà di conservar la possessione dei Paesi Bassi, di dare per compenso all'imperatore la Baviera, e tutti, od alcuni territorj della terra ferma Veneta; e già i capi della repubblica facevano pubblicare nei loro giornali di Parigi, che Venezia era usurpatrice di parecchi territorj imperiali: intendevano principalmente dell'Istria e della Dalmazia. Così abbisognava, per soddisfare all'ambizione del direttorio, e perchè la Francia fosse accomodata dei Paesi Bassi, che ed il duca di Baviera ed i Veneziani fossero spodestati dei loro dominj.

A queste proposizioni se ne stava dubbiosa l'Austria, non che non avesse voglia di avere quello d'altrui, ma perchè, parendole il caso strano, il decoro la riteneva, e non aveva ancora perduto la speranza di ricuperare per forza d'armi gli stati d'Italia; perciocchè questi negoziati correvano prima delle ultime rotte di Wurmser. Oltre a ciò, e quest'era il principale motivo che la faceva stare sospesa, sapeva che la Prussia non avrebbe sopportato quietamente, ch'ella riunisse alle sue antiche possessioni in Germania la Baviera tanto opportuna a' suoi disegni, e tanto aumentatrice della sua potenza. Finalmente l'accettare la Baviera, e gli stati Veneti in una condizione di tempi non ancor maturi, come erano quei del novantasei, ed ancor soggetti a grosse e probabili mutazioni, pareva all'Austria cosa troppo insolita, e troppo lontana dal consueto suo andare cauto e prudente. Tutte queste considerazioni operarono tanto nei consigli Austriaci, che non potè avere effetto la dazione della Baviera. Ma quello che faceva la salute della Baviera, faceva la rovina di Venezia; perchè Clarke e Buonaparte, non ostante le vittorie avute contro Wurmser, insistevano maggiormente presso all'Austria per darle in mano i territorj Veneti in compenso della Lombardìa, e dei Paesi Bassi.

Conosceva il direttorio la renitenza dell'Austria. Perciò aveva mosso, per vincerla, altre pratiche lontane, per le quali sperava di operare, che il timore superasse a Vienna il pudore. Dipendeva intieramente la Spagna pei consigli, e per l'autorità del principe della Pace, dalla Francia. Dipendeva anche da lei per la necessità delle cose la Porta Ottomana. Venne adunque il direttorio in pensiero, condotto da quel suo fine principalissimo di aver amicizia con l'imperatore, di fare proposizioni di lega difensiva tra la Spagna, la Porta Ottomana, la Francia e la repubblica di Venezia contro l'Austria: presumeva il direttorio, oltre il timore da darsi all'imperatore, che Venezia, stante la costanza del senato a volersene star neutrale, avrebbe ricusato d'entrar nella lega, e però, che se gli sarebbe porta più colorita cagione di dar la repubblica in mano altrui; che se pel contrario Venezia, il che non era verisimile, si fosse mostrata inclinata a collegarsi, avrebbe avuto l'Austria giustificato motivo di accettar quello che le si offeriva. Il Reis Effendi, favellando a Costantinopoli col dragomanno di Venezia, si era lasciato intendere, che in quel totale sovvertimento d'Europa il senato Veneziano non poteva, e non doveva più starsene isolato e da se, ma sì consentire a quelle congiunzioni, che per la sicurtà de' suoi stati fossero necessarie, e che nissuna congiunzione migliore poteva essere, che un'alleanza con la Porta, la Francia, e la Spagna. Poco dopo Verninac, ministro di Francia a Costantinopoli, avuto un segreto colloquio con Ferigo Foscari, bailo della repubblica, gli aveva significato le medesime cose, protestando dell'amicizia della sua repubblica verso quella di Venezia, e non solamente promettendo sicurtà per tutto il territorio Veneto, ma ancora dando speranza di considerabile ingrandimento. Infine in qualità di persona pubblica procedendo, l'ambasciadore dava al bailo uno scritto, acciocchè lo tramandasse al senato, in cui veniva ragionando, che la repubblica Francese oltre modo tenera della quiete generale, e della preservazione degli stati contro i disegni di alcune corti ambiziose, si era risoluta a non istarsene da se in mezzo all'Europa commossa; che a questo fine desiderava congiungere a quella d'altri tutta la forza sua; che confidava che i governi interessati sarebbero disposti a secondarla; che sperava che specialmente il senato Veneziano si mostrerebbe pronto a concorrere a questo fine; che perciò proponeva al senato per mezzo del bailo, e per comandamento espresso del direttorio un'alleanza fra le due repubbliche. Quindi più apertamente spiegandosi, dimostrava, uno e medesimo essere un nemico a Francia ed a Venezia, quest'esser l'Austria perpetuamente cupida delle provincie della terra ferma Veneziana, e del dominio dell'Adriatico; ad essa accostarsi la Russia sua alleata, ambiziosissima dell'impero d'Oriente, impero, che già tentava con le armi, che già macchinavano nel cuor loro i Greci: darebbe volentieri la Russia Venezia in preda all'Austria, perchè l'Austria le desse in preda la Grecia, e l'imperio dei Turchi. Allora qual sicurezza, quale speranza resterebbe al senato di conservar Zante, Cefalonia e Corfù con l'altre isole del mare Ionio? Pensasse il senato, e nella prudenza sua deliberasse, se in casi tanto estremi, non più nascosti ma aperti, non più lontani ma vicini, altro mezzo rimanesse di scampo, che quello della lega, che il direttorio veniva proponendo. Non avendo il bailo mandato per trattare una sì importante materia, rispondeva pei generali, offerendosi solamente di trasmettere lo scritto di Verninac al senato.

Le medesime mosse diedero a Madrid il principe della Pace ai nobili Bartolo Gradenigo, e Almorò Pisani, a Parigi il ministro degli affari esteri Lacroix al nobile Alvise Querini, finalmente a Brescia Buonaparte al provveditor generale Francesco Battaglia. Quest'era un concerto per maggiormente muovere la repubblica. Ma il senato non avendo ancora deliberato, perchè i Savj non gli avevano partecipato un affare di tanta importanza, il venzette settembre, quando appunto più vive bollivano le pratiche fra Clarke e gli agenti dell'Austria e che più instanti erano le esibizioni e le esortazioni del primo ai secondi, affinchè consentissero, in premio della pace, a pigliarsi le province Venete, si appresentava in Venezia al serenissimo principe con un memoriale il ministro di Francia Lallemand, col quale, annunziando che la repubblica Francese, desiderosa di stringersi vieppiù in amicizia con l'antica sua amica la repubblica di Venezia, le proponeva di nuovo per mezzo suo quello, che già le era stato proposto e da lui medesimo e da altri ministri di Francia, cioè un'alleanza a difesa ed assicurazione de' suoi stati; conoscere Venezia, ragionava Lallemand, la condizione sua rispetto alla casa d'Austria, sempre cupida dei Veneziani dominj; sapere, esserle stati conservati per l'amicizia di Francia; non isfuggirle l'ambizione della Russia a danno dei Turchi, la quale se venisse a soddisfarsi, tutte le isole Venete sarebbero preda del vincitore; l'avida Inghilterra, certo molto imprudentemente, voler dividere le spoglie d'Oriente con porsi nel Mediterraneo a rovina totale del commercio e della navigazione dei Veneziani; non esser mai per perdonare queste tre potenze al senato il non aver voluto entrare nella lega contro la Francia; già l'Austria apparecchiare la vendetta; già volersi risarcire con Veneziana preda dei danni ricevuti dalla Francia; più onesto che considerato consiglio del senato, essere quello di voler seguitare le antiche consuetudini in tempi tanto rotti; più non esservi nei negoziati politici la probità; saperlo la Polonia divenuta preda degli amici suoi; avere potuto Venezia conservarsi intera, quando era in piè la condizione librata d'Europa; ma fatto lo sbilancio, non potere più sussistere senza appoggio; offerire il direttorio l'alleanza del popolo Francese; essere questo popolo, fatto potentissimo per le sue vittorie, in grado di dare al mondo, e per quiete sua, quell'assetto che gli piacerebbe; stipulerebbe patti proficui e nobili per una nazione alleata; obbligherebbe tutte le sue forze a difenderla, se i suoi vicini s'attentassero di molestarla; se mandasse il senato un negoziatore a Parigi, si concluderebbe un trattato ad unione dei due popoli fondato sulla sincerità e sulla buona fede, sole basi della politica Francese; già prepararsi la pace del continente, già esser vicine a definirsi le sorti d'Italia; ogni cosa dovere sperar Venezia congiunta in alleanza con Francia.

In tale modo instava con molta pressa Lallemand in cospetto del serenissimo principe. Aggiungeva poscia, per aprir l'adito alle future cose, che se Venezia per rispetto verso i suoi nemici naturali, che macchinavano la sua ruina, trasandasse la occasione, che le si offeriva, di liberarsi per sempre dall'ambizione dell'Austria, non eviterebbe alcuno di quei pericoli, che le sovrastavano, e non avrebbe più ragione alcuna di richiedere di assistenza una potenza, ch'ella avrebbe trascurato, e che sola la poteva guarentire: dure parole, continuava a dire Lallemand, essere queste a proferirsi, ma non sapere la lealtà Francese risparmiar parole, quando si trattava di avvertire, e di salvare un amico.

I motivi di Lallemand ajutava presso al senato il provveditore Francesco Battaglia, il quale, non so se per amor di bene, o per amor di male, si era discostato, accettando le nuove, dalle antiche consuetudini del governo Veneziano. Inoltre conversando egli spesso in Brescia col generalissimo, parte tratto dal nome tanto glorioso del giovane guerriero, parte svolto e raggirato dalla loquela di lui, che per verità era molto persuasiva, si era lasciato condurre a prestar fede alle sue parole melliflue e magnifiche, ed a credere esser falso quello ch'ei vedeva con gli occhi suoi proprj, e vero quello che non vedeva. Mandava continuamente Battaglia a Venezia, ed instantissimamente pregava, si risolvesse il senato ad accettare la lega; con vivissimi colori rappresentava l'energia, la virtù, il valore, e le vittorie dei Francesi trionfatori di tutta Europa; che già l'Europa vinta dalle armi, convinta dalle ragioni e dal merito di quei nuovi repubblicani, non aveva più altro rimedio, che il volere quello, che essi volevano; che i Turchi ed i Veneziani dovevano usare quell'occasione propizia di scuotersi dalla lunga inerzia, che gli aveva occupati, e che gli avrebbe resi certa preda di grandi potenze, che a ciò anelavano; che se, mostrandosi ingrati a tanta lealtà, a tanta beneficenza dell'amica Francia, non avessero afferrato il crine della favorevole fortuna, bene poteva accadere, che ella ai proprj interessi provvedendo, e mossa a sdegno dal rifiuto, ritirasse da loro la mano sua protettrice, e divenissero i Veneziani prezzo di riconciliazione tra nemici potentissimi, dei quali uno voleva essere conosciuto qual era, l'altro preservare i proprj stati da una rovina minacciata: ricordassesi il senato, ed avvertisse, che se le coscienze morali sono mosse dal buono, le politiche sono dall'utile, e che l'innocenza non è stata mai scudo contro la forza.

Grave al certo deliberazione era questa, e che importava alla somma tutta della repubblica; perchè se da una parte si vedeva, che il collegarsi con la Francia in mezzo a tanta vertigine di cose avrebbe necessariamente condotto Venezia per sentieri insoliti, non mai battuti da lei, e pieni di un dubbioso avvenire, dall'altra il non collegarsi poteva portar con se una immediata pernicie; ed in questo non si era infinto il ministro di Francia, avendo accennato a quale pericolo si esporrebbe Venezia, se a starsene scollegata, e da se continuasse. Questa materia fu maturamente esaminata in una consulta di tutti i Savj di collegio, e sebbene la sentenza, in cui entrarono, sia stata da molti biasimata, e da alcuni allegata come pretesto valevole di fare a Venezia quello, che le fu fatto, come se uno stato independente fosse obbligato, sotto pena di eccidio, di opinare come uno stato forestiero vorrebbe che opinasse, noi non dubitiamo di affermare, ch'ella fu giusta, onorevole e conveniente ai tempi. Era a considerarsi, e considerarono i Savj da chi, e contro chi, ed in quali circostanze fosse proposta l'alleanza. La proponeva il direttorio, al quale più importava la pace con l'Austria, che l'esistenza di Venezia; che aveva, non era gran tempo, sollecitato il Turco a muoversi contro di lei; il cui disegno era chiaramente d'intimorir piuttosto l'Austria, che di preservar Venezia; che al tempo medesimo proponeva di dar gli stati della repubblica all'Austria medesima; che per mezzo di Clarke aveva testè suggerito al marchese Gherardini, ministro d'Austria a Torino, di far occupare dagli Austriaci la Dalmazia; che offeriva, per prezzo di alleanza, Genova alla Sardegna; che aveva imputato a delitto alla repubblica l'avere dato un pietoso ricovero ne' suoi stati ad un principe perseguitato dalla fortuna; che già prima che le armi Francesi romoreggiassero sui confini Veneziani, aveva concetto il pensiero di cavare, prevalendosi di quel lontano terrore, milioni di denaro dalla repubblica; che questo era quel direttorio stesso, che anche prima che l'esercito suo entrasse in Italia, voleva far espilare la casa di Loreto; che pagava con ingiurie, e con occupazioni violente, e con progetti di tor lo stato, l'amicizia di Ferdinando di Toscana; che si corrucciava, se le monarchìe non seguitavano le massime delle repubbliche, e se le repubbliche non seguitavano le massime della democrazìa. Considerarono anche i Savj, che queste medesime mosse erano date da Buonaparte, cioè dal rompitore delle promesse di Brescia, dal conculcatore degli stati Veneziani, dall'insidiatore della disarmata Peschiera, dal minacciatore della pietosa Verona, dallo spogliatore dei monti di pietà di Milano, di Piacenza e di Bologna. Quale fede porre, quale speranza avere nelle promesse, e nelle protestazioni di costoro? Volere al certo render Venezia colpevole verso l'imperatore per darla in preda all'imperatore; volere al certo distruggere quell'innocenza, che era il principal fondamento della sua salvazione.

Oltre a questo maturamente avvertirono i Savj, che l'Austria, innanzi che i repubblicani pervenissero negli stati Veneziani, non aveva mai offeso la repubblica; che dalla lega di Cambray in poi questa potenza non aveva mai manifestato pensieri ambiziosi contro di lei; che sempre aveva portato rispetto a' suoi territorj; che sempre le era stata ajutatrice fedele contro le armi dei Turchi; che sempre si era opposta ai progetti messi avanti da altri e principalmente dalla Francia, di smembramento e di occupazione degli stati Veneti; che segnatamente l'imperatrice Maria Teresa aveva sdegnosamente rifiutato tale proposta fattale dalla Francia per prezzo della pace generale del quarantasette: che l'imperatore Francesco medesimo non aveva pure testè voluto udire le offerte fatte della occupazione della Dalmazia Veneta dal negoziatore Clarke al ministro d'Austria in Torino, e che certamente qualunque fosse stata l'antica fede dell'Austria e della Francia verso la repubblica, d'infinito spazio ai tempi presenti migliore era stata quella della prima, che quella della seconda. Concludevano da tutto questo, che se la fortuna Francese preponderante non permetteva che si pendesse di più verso l'Austria, la maggior fede dell'Austria non permetteva che si pendesse di più verso la Francia. Pensarono finalmente, che se era destinato dai cieli, che la repubblica perisse, doveva ella perire piuttosto innocente che rea, piuttosto per violenza altrui che per colpa propria, piuttosto con compassione che con biasimo del mondo, e senza che ne fosse diminuita la maestà del suo nome.