Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II

Part 11

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Nè con minore caldezza procedevano le faccende in Ferrara. Vi si creavano i magistrati popolari; vi si bandiva la repubblica. Mandavano deputati a Buonaparte per ringraziarlo, ai Milanesi per affratellarsi: tutta l'Emilia commossa chiamava libertà.

In questo mentre arrivava Buonaparte a Modena. Concorrevano in folla i popoli per vederlo, Ferraresi, Bolognesi, massime Reggiani, che in questi moti con maggiore ardenza camminavano. Non si potrebbe con parole meritevolmente descrivere il concorso, e la giubbilazione di queste genti cispadane. Scriveva il generalissimo al direttorio, che quello che vedeva con gli occhi suoi, era vero amore di libertà, e che i popoli cispadani erano chiamati a gran destino.

La sua presenza in Modena fruttava altro che parole. Chiamati a se i primi, fece loro intendere con un'arte esortatoria, che era in lui molto efficace, che lo star divisi era servitù, lo essere uniti libertà; che le mani inermi sono serve d'altrui, le armate padrone: si unisse adunque tutta l'Emilia in una sola repubblica, e si facesse forte sull'armi. Questi consigli trovavano disposizioni conformi in popoli esaltati. Però si adunavano il dì sedici ottobre in Modena ventiquattro deputati per parte di Bologna, altrettanti per parte di Ferrara, venti per Modena, venti per Reggio. Le parole dette, ed i partiti posti e presi in quest'adunanza generale dell'Emilia furono degni di commendazione; furono lontane le esagerazioni, solo si pensò d'ordinare uno stato libero. Tacquero eziandio pel bene comune le antiche emulazioni fra i diversi membri della lega. Buonaparte medesimo pareva, che volesse diventar savio in mezzo a gente savia. Parlava di quiete per tutti o assenzienti o dissenzienti, abborriva le persecuzioni, detestava i rapitori dei popoli e dei soldati. Decretava il consesso, tutta l'Emilia in una sola repubblica sotto protezione della Francia si unisse; la nobiltà feudataria si abolisse; fossero salve e sicure a tutti i pacifici uomini le proprietà; un magistrato si creasse, che avesse carico di levare, ordinare, armare quattromila soldati a difesa comune; un altro congresso di tutta l'Emilia si tenesse in Reggio il dì venzette decembre; questo secondo congresso statuisse la constituzione, che avesse a reggere la nuova repubblica. Questo muoversi dei Cispadani all'armi molto piaceva a Buonaparte, perchè serviva d'esempio ai Milanesi, che la medesima volontà non dimostravano. In fatti questi ultimi, per non parer da meno, offerirono dodicimila soldati. Già si dava opera a Milano ad ordinare la legione Lombarda, in cui entrarono Italiani di ogni provincia, e la legione Polacca, in cui si scrissero molti Polacchi o disertori, o fuorusciti, e parte anche uomini raccolti di tutta Germania. I Reggiani più infiammati non si contentarono nè delle parole, nè delle mostre. Dato dentro ad una squadra d'Austriaci usciti per fazione militare da Mantova, e tagliati fuori dai Francesi, gli facevano prigioni a Montechiarugolo, non senza fatica e sangue da ambe le parti. Presentarongli in una Modenese festa trionfalmente a Buonaparte, gratissimo dono, perchè ed agguerriva gl'Italiani, e gli faceva intingere contro l'imperatore.

Tutte queste cose affliggevano e spaventavano il pontefice, che si vedeva restar solo esposto alle percosse delle armi repubblicane. Aveva fatto quanto per lui si era potuto per adempir le condizioni, ancorchè gravissime fossero, della tregua. La pace che si trattava a Parigi, non veniva a conclusione. Voleva il direttorio, che il papa recedesse da qualunque lega contro Francia, negasse il passo ai nemici, il desse ai Francesi; serrasse i porti agl'Inglesi, rinunciasse a Ferrara, a Bologna, a Castro, a Benevento, a Ronciglione, a Pontecorvo, proibisse l'evirazione dei fanciulli. Quanto alla religione, il direttorio richiedeva, che il papa rivocasse qualunque scritto, od atto emanato dalla santa sede rispetto alle faccende ecclesiastiche di Francia dall'ottantanove in poi. Posto il partito dal pontefice, opinò con consentimento unanime il collegio dei cardinali, doversi rifiutare tutte le pratiche, non potersi accettare i patti, alla forza si resistesse con la forza. Quando così deliberarono, già sapevano essere in ordine una terza mossa Austriaca per l'Italia, e per questa cagione speravano di aver seco congiunte le armi imperiali.

Sapeva Pio Sesto a quale pericolo sottoponesse se medesimo, e tutto lo stato ecclesiastico col rifiutare la pace. Perciò non ometteva alcuno di quegli ajuti, che pei tempi confermare lo potessero. Scriveva un breve a tutti i principi cattolici, col quale gravissimamente favellando, gli esortava a non abbandonare dei sussidj loro la santa sede in così imminente pericolo; corressero, ammoniva, in soccorso di quella religione, che con tanta pietà professavano, e che era cagione che i sudditi con tanto amore e soggezione a loro obbedissero; sapere il mondo quale strazio avesse fatto, e tuttavìa facesse il governo di Francia, di questa santa religione e de' suoi ministri, non solamente in Francia, ma ancora in tutti i paesi che restavano aperti alle armi sue; già minacciarsele una totale sovversione in Italia dalle rive contaminate dell'Adda, e del Po; già titubare su quelle dell'Adige, e già innoltrarsi per le nemiche rupi verso il cuore della illibata Austria; considerassero, che non si può la religione spegnere, che non si spenga, o non si turbi immoderatamente lo stato: avere ciò pruovato in Germania, quando opinioni nuove secondate da poche armi vi erano sorte; che sarebbe per accadere presentemente, che nuove e molto più disordinate opinioni, accompagnate da armi tanto formidabili sorgevano? Avere il mondo a scerre tra la pietà, e l'empietà, tra la civiltà e la barbarie, tra la libertà e la servitù; non essere il santo padre per mancare al debito suo; ma soccorrergli poche armi temporali, nè le spirituali, in tanta diminuzione di fede e di religioso costume, avere quella efficacia, che una volta avevano; nel suo ultimo ridotto essere oppugnata la religione; se anche questo si superasse, niuna speranza restare, dovere la umana generazione governata essere dalla cieca forza, dalla disordinata fortuna: sorgessero adunque, esortava, accorressero, pruovassero avere cura di quanto ha posto il cielo quaggiù di più sociale, di più salutevole, di più sacro; darebbe egli tanto vicino al pericolo l'esempio della costanza, nè potere o il romore di sì perniziosa guerra, o l'età sua oramai cadente, o le instigazioni dei male affezionati tanto operare, ch'egli non sorgesse con animo invitto a difesa di quella religione, che scesa da Cristo Dio pel ministero dei santi Apostoli sino a questi miseri tempi incorrotta e pura doveva parimente ai posteri pura ed incorrotta tramandarsi.

Queste voci mandava ai principi cattolici il pontefice ottuagenario, primo sostenitore e con le parole e con l'esempio, dell'autorità e della dignità dei principi. Ma le opinioni religiose, massimamente le cattoliche, erano diminuite: in alcuni poi fra i principi il timore superava la religione, in altri l'interesse politico la corrompeva. Solo dall'imperator Francesco veniva qualche speranza, il quale però si muoveva piuttosto per gl'interessi proprj, che per quei del papa.

Non aveva il re di Napoli intermesso per mezzo del principe di Belmonte Pignatelli i suoi negoziati a Parigi, ora con più vivezza procedendo, ora allungando il dichiararsi, secondochè gli accidenti d'Italia succedevano o più prosperi, o più avversi alle armi Francesi. Lo stimolavano dall'un de' lati l'Austria e l'Inghilterra a mantenersi in fede, dall'altro il ritraeva il timore dei Francesi saliti a tanta potenza. Il direttorio, che si accorse dell'arte, volle stringere, e fece bene: bensì merita riprensione dello aver tacciato, accennando alle tergiversazioni del principe di Belmonte, d'infame nota la fede Italica, come la chiamò; perchè noi non vediamo come si possa accusare una nazione dell'infedeltà de' suoi governi, e nemmeno vediamo come le arti usate dal principe Napolitano, ora di stringere, ora di allargarsi, possano stimarsi arti fedifraghe, e da chiamarsi con nome odioso; perciocchè di simili arti usano tutti i governi in tutti i loro negoziati politici, e la Francia stessa le usò in ogni tempo, e più ancora a quei del direttorio. L'udire poi accusarsi la fede Italica, come infedele, da coloro che a bella posta cercavano lite ai principi Italiani per cavarne danaro, e per distruggergli, non si potrà certamente senza sdegno da chi libero da ogni anticipata opinione essendo, è solo amatore del giusto e dell'onesto.

Intanto tra per la mediazione di Spagna, e per le nuove che ogni dì più si moltiplicavano del venire i Tedeschi verso l'Italia, fu concluso tra Francia e Napoli un trattato di pace il dì dieci ottobre, molto onorevole, secondo i tempi, al re; perchè nè gli si comandava di serrare del tutto i porti alle potenze nemiche della repubblica, nè gli s'imponeva l'obbligo di scarcerare i mescolati in congiure. Le principali condizioni furono, che il re rinunziasse a qualunque lega coi nemici della Francia; si mantenesse puntualmente in neutralità con le potenze belligeranti; vietasse l'entrata nelle sue marine alle navi armate in guerra di esse potenze, così Francesi come di altre nazioni, se più di quattro fossero; si restituissero tutti i beni sì mobili che stabili sequestrati, e confiscati tanto in Francia quanto nel regno a motivo della presente guerra; si stipulasse un trattato di commercio; avesse luogo nella pace la repubblica Batava.

Fatto l'accordo, orava pubblicamente il principe di Belmonte in cospetto del direttorio con amichevoli parole. Rispondeva il direttorio con parole magnifiche di fede, di amicizia, di pace.

Anche la tregua tra Francia e Parma si convertiva in accordo per verità non troppo superbo pel duca, per la protezione, in cui l'aveva la Spagna, sicchè la pace gli recò minor danno che la tregua: accidente insolito, perchè le paci del direttorio erano per l'ordinario peggiori delle tregue.

Udissi a questi giorni la morte di Vittorio Amedeo terzo re di Sardegna, principe che avrebbe avuto in se tutte le parti, che in un reggitore di popoli si possono desiderare, se non fosse stata quella smania di guerra, che notte e dì il tormentava. Quindi consumò l'erario per mantener i soldati, ed i soldati consumarono il paese: lo soggettarono anche alla forza, che sarebbe stata intollerabile, se la natura buona del principe, e le vecchie abitudini di governo regolato non l'avessero temperata. Quand'io considero il destino degli uomini, non posso non maravigliarmi, come spesso eglino s'ingannino in quello, che debbe rendergli o chiari od oscuri nella posterità; perchè il re Vittorio Amedeo, che sempre anelava a voler fare commendabile il suo nome per le armi, il fece per questa parte poco degno di lode; anzi la guerra il fece andare in precipizio, mentre restano, e sempre resteranno le memorie delle onorate cose fatte da lui in pace, e nel riposo de' suoi popoli. In somma Vittorio Amedeo lasciò, morendo, un regno servo, che aveva ricevuto intiero, un erario povero, che aveva ereditato ricchissimo, un esercito vinto, che gli era stato tramandato vittorioso. Così le sue virtù, che furono molte e grandi, contaminate dal vizio della guerra, non partorirono pe' suoi sudditi tutto quel benefizio che promettevano.

Successe nel regno a Vittorio Amedeo terzo Carlo Emanuele quarto di questo nome, principe ammaestrato in molte belle discipline, ornato di tutte le virtù che in uomo capir possono, e devotissimo alla religione. Ma con l'animo santo aveva il corpo infermo; perciocchè pativa straordinariamente di nervi, e questo male, al quale non vi era rimedio, gli rappresentava spesso di strane fantasìe, che il facevano parere assai diverso da quello ch'egli era veramente. Per tal modo Carlo Emanuele quarto cominciò a regnare in un regno desolato, fu afflitto continuamente da ombre e da ubbìe singolari, e cessò di regnare più miserabilmente ancora, che non aveva incominciato. Essendo gli stati del re frapposti tra Francia ed Italia, e provveduti tuttavìa di buone armi, sebbene infelicemente usate, molto importava alla prima di averlo per amico; perciò il direttorio niuna cosa lasciava intentata per congiungerselo in amicizia stabile per un trattato di alleanza. Si aggiungeva la tenerezza di Buonaparte pel re, e massimamente pei nobili, perchè a lui parevano buoni stromenti del governare assoluto. Primario intendimento fu sempre di Buonaparte di trasportare il dominio del re dal Piemonte nello stato di Milano, e d'incorporare alla Francia il Piemonte, e l'isola di Sardegna. Questo pensiero stesso ei si volgeva per la mente, quando più con le instigazioni tentava di accalorare lo spirito repubblicano in Milano. Ma non andava a grado del direttorio, o fosse che non avesse ancor deposto il pensiero di restituire, se bisognasse, il Milanese all'imperatore, o fosse che per non so quale ambizione di repubblica credesse, che con tante vittorie potesse alzar l'animo a maggiori cose, con fondare una nuova repubblica negli stati dell'imperatore in Lombardìa. Amava meglio compensare il re a spese della repubblica di Genova. Ambidue cercavano con queste speranze di adescar tanto Carlo Emanuele, ch'ei venisse a concludere con la repubblica la confederazione. E siccome queste pratiche non si potevano tenere tanto segrete, con le altre potenze non le subodorassero, confidavano che l'imperatore intimorito si sarebbe più facilmente inclinato a fare la volontà della repubblica. Ma il re non volle a questo tempo consentire al trattato, perchè gli pareva, che se congiunto fosse in lega difensiva ed offensiva con Francia, sarebbe stato costretto a volgere le sue armi contro il papa, al quale sapeva che i repubblicani macchinavano allora di far guerra. Non gli poteva sofferir l'animo di offendere il capo della chiesa che non gli aveva fatto alcuna ingiuria. Per questa cagione non ebbe per allora effetto il trattato.

In questo mentre Carlo Emanuele aveva chiamato ai consiglj dello stato, in vece del conte d'Hauteville, stimato troppo aderente all'Austria, il cavaliere San Damiano di Priocca. Inoltre, avendo il direttorio ripudiato il conte di Revel, come fuoruscito Francese, dall'ambascerìa di Parigi, il re gli aveva surrogato il conte Balbo, uomo di alto legnaggio, di molte lettere, e di non poca dottrina. Del rimanente, quanto al politico, era il conte piuttosto amatore di mettere l'Italia in Piemonte, che il Piemonte in Italia, ed aveva ottimamente conosciuto di che qualità fosse la libertà di quei tempi. Arrivato come ambasciadore di Sardegna a Parigi, gli furono date gratissime parole; ed egli, siccome quegli ch'era accorto e buon conoscitore degli uomini, si mise tosto in sul negoziare, non disperando di trovar modo di far servigj importanti al re fra quei repubblicani amatori di denaro, e di nomi illustri. Intromesso al cospetto del direttorio, disse, non essere mai stato il re suo signore nemico a Francia, nè al governo di lei; tempi fatali avergli posto in mano le armi, nel corso di quella infelice guerra, ma fatta con coraggio e con lealtà, non avere mai cessato di desiderare la pace; essersi, come prima il momento comodo fu giunto, affidato in loro senza riserva alcuna, senz'altra sicurtà, che la sincerità sua propria e la loro; d'allora in poi avere il direttorio rettamente giudicato e dell'animo, e dell'opere sue; consigliarlo il rispetto dell'interesse suo, che era quello stesso del suo popolo, che restasse affezionato alla Francia: naturale adunque essere, soggiungeva, l'amicizia dei due stati; avere lui carico di nudrirla, e perchè nissuna cattiva impressione restasse, avere carico di disdire i fatti accaduti in Piemonte contro l'ultimo ambasciadore di Francia; presentare le sue credenziali; vedrebbero per loro quanta fede avesse il re posta in lui; stimerebbe meritarla, se quella del direttorio meritasse.

Rispose magnificamente il presidente, la moderazione del principe di Piemonte (quest'era la qualità di Carlo Emanuele prima della sua assunzione) avere preparato la strada alla stima del popolo Francese verso il re; accrescersi la contentezza del direttorio alle nuove protestazioni; renderebbe il governo di Francia amicizia per amicizia; desiderare, che l'esempio di un re amatore della pace piegasse tutti i nemici della repubblica ad accettarla; rallegrarsi il popolo Francese per le vittorie acquistate ad assicurazione della sua libertà, ma vieppiù essere per rallegrarsi, quando tutte le nazioni vivessero in amicizia con lui; non conoscere la repubblica l'astuzia politica; stipulare i trattati con lealtà, osservargli con fede, difendergli con coraggio; soddisfarsi il direttorio al vedere, che il re l'avesse eletto a nutritore di concordia, sperare si sforzerebbe in adempir bene il quieto mandato.

Tali furono i vicendevoli parlari tra Francia e Sardegna. Quantunque il re non potesse amare un governo che l'opprimeva, la sua amicizia politica verso di lui era nondimeno sincera, e non si può dubitare, che suo proponimento fosse di seguitar la Francia piuttosto che l'Austria, perchè credeva, che ciò importasse alla salute ed agli interessi del suo reame. Dall'altro lato il direttorio mostrava il viso benigno al re per aver seco congiunte le sue armi, sebbene avesse disegni di distruzione del governo regio in Piemonte.

Ma quel che faceva ricercare il re della sua amicizia in questo momento, cagionava il pericolo della repubblica di Genova: il direttorio tanto odiava l'aristocrazìa, quanto la monarchìa; nè avendo Genova, come il re di Sardegna, la protezione del generale vittorioso, correva pericolo che di tanto si scemasse il suo stato, di quanto si voleva accrescere quello del suo vicino. Vennesi in sui cavilli, e sulle superbe parole. Rincominciaronsi le querele pel fatto della Modesta già composto tante volte. Esortava Faipoult Buonaparte a venire armato a Genova per cacciare dai magistrati gli avversi a Francia, a bandirgli, a cambiare le forme delle deliberazioni del governo.

Mandava la signorìa all'alloggiamento di Buonaparte Francesco Cattaneo, uno dei più gravi e più riputati cittadini della repubblica, affinchè s'ingegnasse di mitigare quella superbia; ma si tirava più su con le richieste: serrassero, imponeva, tutti i porti agl'Inglesi, seimila Francesi il golfo della Spezia occupassero, apprestasse la repubblica quanto abbisognasse alla Francia; venti milioni pagasse a compenso dei danni inferiti dagl'Inglesi e dagli Austriaci sui mari; per impedire l'entrata agl'Inglesi nel porto di Genova un presidio Francese la lanterna munisse, gli abitatori della Polcevera si disarmassero. Il senato, siccome quello, a cui le condizioni parevano intollerabili, mandava con autorità d'inviato straordinario a Parigi Vincenzo Spinola, patrizio veduto volentieri dagli agenti Francesi. Si faceva lo Spinola avanti parte con le parole, parte con fatti più efficaci delle parole.

Intanto il dì undici settembre venivano gl'Inglesi ad un fatto, che fece precipitar Genova alla parte Francese. Stavano i repubblicani sbarcando da una nave loro sorta sulla spiaggia di San Pier d'Arena armi, ed arnesi ad uso dei loro soldati. Ebbe Nelson, vice-ammiraglio d'Inghilterra, che voleva comandare con insolente arbitrio sui mari, come Buonaparte voleva comandare col medesimo arbitrio su terra, avviso del fatto: perciò, uscito incontanente dal porto di Genova con una grossa nave, e con una fregata, ed allargatosi un poco, e messi in mare i palischermi pieni di gente armata, si fece sopra alla nave Francese, e violentemente la rapì. Fu il caso tanto improvviso che i marinari della repubblica appena trovarono scampo a terra; nè la batterìa Francese piantata sul lido a tutela della nave, nè le artiglierìe della lanterna furono a tempo a rompere il disegno agl'Inglesi. Fu certamente questa una grave prepotenza: pure la batterìa piantata dai Francesi sulla terra neutrale, dava qualche motivo a Nelson di fare quello che fece. Ma fu inescusabile il capitano d'Inghilterra di essere uscito a questa fazione da quell'ospitale ricovero di Genova. Faipoult usando l'occasione, ed acceso in gravissima indegnazione domandava, che Genova intercludesse i porti agl'Inglesi, e desse, in compenso della nave rapita, in mano di Francia tutte le navi loro sorte ne' suoi porti: quando no, sarebbe tenuta del fatto verso la repubblica.

Le insolenze d'Inghilterra, e le minacce di Francia fecero facilmente andar innanzi la mutazione nelle deliberazioni di Genova. Per la qual cosa, tacendo, o poco contrastando nelle consulte coloro che inclinavano alla parte Inglese, sorse più potente la parte Francese. Però fu risoluto nel consiglio grande, ed appruovato nel piccolo, che si chiudessero tutti i porti ai bastimenti Inglesi sì da guerra che da commercio; si ritenessero quelli che nei porti stanziassero.

Il serenissimo governo, datosi tutto alla parte del nome Francese, pubblicava per giustificare la sua deliberazione, un manifesto, in cui, raccontate tutte le ingiurie ricevute da poi che aveva incominciato la guerra, dagl'Inglesi, concludeva, che, poichè la lunga pazienza ed i frequenti ricorsi erano stati indarno, nè alcuna speranza si aveva che gl'Inglesi fossero per venirne a termini più temperati, si era risoluto ad escludere insino a nuova deliberazione dai porti Genovesi le navi Britanniche, la presenza delle quali, sotto colore di non adempita neutralità per gli altrui fatti violenti, aveva dato occasione a tanti incomodi, ed a tanti pericoli.

Intanto si stipulava il dì nove ottobre a Parigi tra il direttorio ed il plenipotenziario Spinola una convenzione, con la quale si fermarono le condizioni, a norma delle quali i due stati dovevano vivere fra di loro. L'accettarono i Genovesi sperando, che con lei sarebbe confermato lo stato. L'accettarono il direttorio e Buonaparte, perchè procurava loro denaro. Fu convenuto fra i due stati, che il decreto del governo di Genova, per cui si serravano i porti agl'Inglesi, avesse la sua esecuzione fino alla pace; proibisse Genova il soccorrere di viveri e di munizioni gl'Inglesi; presidiasse sufficientemente i porti; se non potesse, la Francia la servirebbe di presidj; se la Gran Brettagna intimasse guerra a Genova, la difenderebbe la Francia; annullasse Genova i processi fatti ai sudditi per opinioni, discorsi, o scritti politici; i nobili processati, nel grande e nel piccolo consiglio si redintegrassero, la Francia promettesse di conservare intero il territorio della repubblica, di agevolarle la pace con le potenze Barbaresche; di far libere e franche le terre vincolate per dritti di feudo all'impero Germanico; i Genovesi accettassero la mediazione della Francia per comporre le loro differenze colla Sardegna; pagassero alla Francia, per prezzo dell'amicizia e della conservazione dei territorj, due milioni di franchi e le facessero un presto di altri due milioni. Furono i due milioni di taglia estratti dal banco di S. Giorgio, i due del presto pagati dai più ricchi.