Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II
Part 10
Fatte tutte queste cose, arrivava Saliceti in Corsica con facoltà di perdonare. Veniva annunziando, che la generosa Francia perdonava; che mandato per lei espressamente recava a' suoi compatriotti constituzione e libertà; una insolenza insopportabile, proscrizioni, esigli, carceri essere stati i doni dell'Inghilterra; avere l'Inghilterra ingannato i Corsi con pretesti di religione, come se la Francia fosse nemica alla religione. A questo eravam serbati, sclamava fortemente Saliceti, di vedere gl'Inglesi divenuti amici, e protettori del papa; non essere la Francia nemica alla religione; solo volere la libertà di ogni culto; vedete, gridava, come i traditori, che all'Inghilterra, quale vil gregge, vi venderono, fuggono; vedete come non osano combattere; vedete come prestamente hanno sgombrato da queste terre, che con la presenza e coi delitti loro han voluto rendere disonorate ed infami; or sen vadano essi pure vagando per istrani lidi con la vergogna, e coi rimorsi compagni, e se qualche traditor resta, punirallo la repubblica: questi svelate, questi punite; con ogni altro vivete come con fratelli: unitevi, affratellatevi; giurate sull'are vostre, e per l'ombre dei compagni morti nelle battaglie a difesa della repubblica, giurate odio eterno alla monarchìa. Queste incitate parole, che producevano frutti conformi, dimostravano quanto gli uomini si soddisfacciano meglio delle esagerazioni, che della temperanza.
LIBRO OTTAVO
SOMMARIO
Nuovi pensieri politici, che sorgono nella mente degl'Italiani più savj dopo le vittorie replicate di Buonaparte. Rivoluzioni nel ducato di Modena. Comizj di Bologna. Congresso dell'Emilia. Spaventi del pontefice; pure non consente alla pace. Sue gravi esortazioni ai principi. Pace del re di Napoli colla repubblica di Francia: il principe di Belmonte Pignatelli suo ambasciadore presso al direttorio. Pace tra Francia e Parma. Morte di Vittorio Amedeo III, ed assunzione di Carlo Emanuele IV, re di Sardegna; qualità di questi due principi. Progetti di Buonaparte e del direttorio sul Piemonte. Conte Balbo, ambasciadore del re Carlo Emanuele a Parigi sue qualità, e suo discorso d'introito al direttorio. Nuove tribolazioni di Genova. Gl'Inglesi vengono ad un fatto condannabile, che fa gettarsi Genova del tutto alla parte Francese. Spinola, suo plenipotenziario a Parigi: conclude un trattato col direttorio. Maneggi politici in Italia. Clarke mandatovi dal direttorio: perchè, e con quali istruzioni. Proposizione d'alleanza tra Francia e Venezia. Rifiutata da Venezia, e perchè. Proposizione d'alleanza tra l'Austria e Venezia. Rifiutata dalla seconda, e perchè. Proposizione d'alleanza tra la Prussia e Venezia. Rifiutata da quest'ultima, e perchè. Desolazione dei paesi Veneti per opera sì dei repubblicani, che degl'imperiali. Querele dei Veneziani. Venezia si arma per le minacce fatte da Buonaparte al provveditor generale Foscarini. Sospetti della Francia in questo proposito, e dilucidazioni date dal senato Veneziano.
Le vittorie dei repubblicani in Italia erano splendidissime: l'avere ridotto a condizione servile il re di Sardegna, costretto ad accordi poco onorevoli quel di Napoli ed il pontefice, l'avere non solo vinto, ma anche spento due eserciti d'Austria, l'essere disarmata la repubblica di Venezia, e l'aver cacciato dalla Corsica gl'Inglesi col solo sventolar d'un'insegna, davano argomento, che la potenza Francese metterebbe radici in Italia, e che questa provincia sarebbe per cambiare e di signori e di reggimento. Queste condizioni erano cagione che sorgessero ogni dì nuovi partigiani a favore del nuovo stato, e contro il vecchio. Se per lo innanzi la parte Francese solamente seguitavano o coloro che erano presi con esagerazione evidente da illusioni fantastiche di bene, o coloro che in vantaggio proprio disegnavano convertire quei rivolgimenti politici, vedute tante vittorie, si accostavano a voler secondare le mutazioni molti uomini savj e prudenti, i quali opinavano, che, poichè la forza aveva partorito movimenti di tanta, anzi di totale importanza, era oramai venuto il tempo del non dover lasciare portar al caso sì gravi accidenti; che anzi era debito di ogni amatore della patria Italiana di mostrarsi, e di dar norma con l'intervento loro, per quanto fra l'operare disordinato dell'armi possibil fosse, a quei moti, che scuotevano fin dal fondo la tormentata Italia. Prevedevano, che quantunque nella probabilità delle cose avvenire avessero i Francesi a restar signori, si sarebbero tuttavìa, per l'impazienza e l'instabilità, di cui sono notati, presto infastiditi delle cose d'Italia, ed in parte ritirati, e che la signorìa, divenuta semplice autorità, avrebbe avuto natura piuttosto di patrocinio, che di dispotismo. Allora, speravano, le cose si sarebbero ridotte ad uno stato più tollerabile, e forse gl'Italiani avrebbero potuto ordinare una libertà fondata dall'una parte sovra leggi patrie, dall'altra scevra dall'imperio insolente dei forestieri. Si persuadevano che se era scemato il pericolo delle armi Tedesche, era cresciuta la necessità di soccorrere alla patria coi buoni consigli; credevano male accetti essere ai popoli gl'Italiani intemperanti, che avevano prevenuto, o troppo ardentemente, o troppo servilmente secondato i primi moti dei Francesi, e però non doversi a loro abbandonare la somma delle cose. Gravi uomini, pensavano, avere ad essere i fondatori di un vivere libero, non cantatori, o ballerini intorno agli alberi della libertà; nè alcun nuovo stato potersi fondare senza l'autorità degli uomini autorevoli, perchè i nuovi stati non si possono in altro modo fondare che con la opinione dei popoli, che alla lunga fugge gli esagerati, seguita i savj. Costoro adunque consentivano a farsi vivi in ajuto dello stato, quantunque sapessero in quali travagli avessero a mettersi.
Questa fu un'epoca seconda nelle rivoluzioni d'Italia, in cui uomini prudenti per la necessità dei tempi, vennero partecipando delle faccende pubbliche. In questo concorsero e nobili e popolani, e dotti ed indotti, e laici ed ecclesiastici, desiderando tutti di cavare da quelle acque tanto torbide fonti puri e salutari per la patria loro. Fra costoro non tutti pensavano alla medesima maniera; perciocchè alcuni più timidi, o di più corta vista, o forse di più ristretta ambizione, amavano i governi spezzati; altri innalzando l'animo a più alti pensieri, desideravano l'unità d'Italia, perchè credevano, che l'Italia spezzata altro non fosse che l'Italia serva. Fra i primi si osservavano i più attempati, fra i secondi i più giovani; i primi moderavano, i secondi incitavano; i primi più manifestamente operavano, i secondi più nascostamente; i primi erano amati ed accarezzati dai francesi, i secondi odiati e perseguitati. Chiamavano questi ultimi, come se fossero gente di molta terribilità, la lega nera, e di questa lega nera avevano i capi dell'esercito più paura che dei Tedeschi, perchè e la potenza di lei di per se stessi alle menti loro esageravano, ed era loro esagerata dagl'Italiani adulatori e rapportatori che credevano, che il dar sospetto ai Francesi facesse stimare più necessarj i servigi loro. Pieni erano gli scritti, piene le parole segrete di questi rapportatori ai generali e commissarj della repubblica, del nome della lega nera, ed io ho veduto di molti sonni turbati da questo fantasma. Egli è vero, che gli addetti a questa setta tanto odiavano i Francesi, quanto i Tedeschi, e bramavano che l'Italia sgombra degli uni e degli altri, alle proprie leggi si reggesse, avvisando, che lo sconvolgimento totale prodotto dalla guerra potesse aprir la occasione a quello, a che non avrebbe mai potuto condurre lo stato quieto. Sapevano che nè i Francesi nè i Tedeschi amavano l'independenza Italiana; perciò volevano servirsi dei primi per cacciare i secondi, poi servirsi della forza dell'Italia unita per cacciare i primi. Ma questo era un ferire a caso, piuttosto che andare ad un disegno certo, perchè, essendo in quei gravissimi accidenti non attiva, ma passiva l'Italia, non era da credersi che vi sorgessero personaggi civili di estrema autorità, nè generali di gran nome, ai quali concorressero con opinione ed impeto comune per la desiderata liberazione i popoli. Pure aspettavano confidentemente il benefizio del tempo, e preparavano, non con ischiamazzi e con grida, ma con un parlare a tempo, ed anche con un tacere a tempo, i semi alle future cose. Di questi non pochi entrarono nei nuovi magistrati creati dai Francesi, che loro diedero autorità, perchè non gli conoscevano; ed essi i comandamenti altieri od avari, o moderavano coi fatti per acquistar favore presso ai popoli, o con parole gli magnificavano per acquistar odio ai Francesi. Creata la setta, entravano anche gli addetti nei magistrati instituiti dai Tedeschi, quando questi riusciti superiori inondarono il paese, e con le medesime intenzioni, ed al medesimo fine indirizzavano le operazioni loro, cioè a creare autorità a se stessi, ed odio ai Tedeschi. Questa, o vera lega che si fosse, o solamente desiderio universale, si era propagata e radicata in tutti i paesi, ed a lei s'accostarono personaggi, a cui non piacevano nè i Francesi nè la libertà, perchè pareva a tutti un dolce ed onorato vivere l'independenza dai forestieri. A questi desiderj mancarono piuttosto i principi, che i popoli Italiani, perchè i principi avevano più paura della libertà, che amore dell'independenza, i secondi più amore dell'independenza, che della libertà. Ma se un principe si fosse abbattuto in Italia, non dico quali gli partorivano i Romani tempi, ma solamente quali nascevano ai tempi di Lorenzo, di Castruccio, e di Giulio della Rovere, avrebbe prodotto, queste opinioni assecondando, ed una Italiana bandiera al vento innalzando, effetti notabilissimi non che in Italia, in tutta Europa. Ma Sardegna era fissa nel desiderio di acquistarsi una provinciuzza Milanese, o Francese, o Genovese, Genova nel commercio, Venezia nella mollezza, Roma nel sacerdozio, Napoli nel volersi una particella delle Marche, Firenze in un felice e pacifico stato; Milano privo del principe proprio ed in preda ai forestieri poteva solo seguitare, non cominciare. Così per troppo godere, o per troppo temere, o per istrettezza di mente, o per fiacchezza d'animo, i principi Italiani trasandarono le occasioni, ed indirizzarono tutti i pensieri loro al difendersi dai Francesi, non avvertendo che il proporsi per fine di tornare allo stato vecchio, indifferente a molti, odiato da alcuni, non poteva far muovere i popoli con quella efficacia, con cui gli avrebbe mossi un disegno nuovo, generoso e grande.
Quanto al reggimento interno di ciascuna parte, o di tutta l'Italia, amavano i più, fra coloro di cui parliamo, la repubblica, ma la volevano ridurre al patriziato, istituito con la moderazione della potenza popolare prudentemente ordinata, governo antico e naturale all'Italia; il quale patriziato molto è diverso dalla nobiltà feudataria, frutto di tempi barbari; perchè il primo fa i clienti protetti ed affezionati, la seconda gli fa servi ed avversi. Può e debbe il patriziato consistere con l'egualità dei diritti civili, ma induce necessariamente inegualità di diritti politici, mentre la nobiltà vive con l'inegualità degli uni e degli altri. Nè in quei tempi, in cui tanto si gridava sulle piazze la egualità, si ristavano questi prudenti Italiani ai popolari e servili schiamazzi; perchè da una parte sapevano, che negli stati grandi la democrazìa pura non può sussistere, se non con soldatesche grosse e con tribunali terribili, atti a contenere i popoli nella quiete; i quali soldati e tribunali sono peste mortalissima di ogni libertà e di ogni egualità. Seppeselo la Francia rossa di cittadino sangue, videlo la Guiana piena dei più virtuosi uomini, pruovaronlo le stanze di San Clodoaldo, fatte testimonio di quanto ardisca e di quanto possa coi soldati un audace e fero conquistatore. Dall'altra parte, non ignoravano, che anche nella democrazìa la egualità politica è impossibile, perchè coloro che esercitano i magistrati, non sono in termini di equalità con coloro che ne son privi, nè chi comanda con chi obbedisce. Adunque vedevano, che una sola differenza poteva essere tra il patriziato misto di democrazìa, e la democrazìa pura, e quest'era, che in quello la inegualità politica è perpetua, in questa temporanea. Credevano governo non solo naturale, ma necessario ed inevitabile nelle umane società essere il patriziato; perchè chi è famoso per ricchezza, o per dottrina, o per virtù, o per servigi fatti alla patria, avrà sempre clientela, nè tutte insieme le grida democratiche potranno impedire, stantechè cosa naturale ed insita nell'uomo è il corteggiare i potenti ed il rispettare i buoni. Neanco fa effetto lo spegnere con le mannaje e con gli esigli come suol fare la democrazìa pura, i buoni ed i potenti cittadini; perchè nuovi sottentrano, e se non s'appresentano da se, il popolo se gli crea; tanta è la necessità del patriziato. Ora pensavano, dovere i legislatori prudenti usare, per ordinar bene una società, questa necessità; e poichè è il patriziato inevitabile, volevano che per leggi fondamentali si organizzasse, e non che si lasciasse sorgere, ed operare a caso; perciocchè organizzato essendo, contribuisce all'armonìa dell'umana società, non organizzato la turba. Buono, anzi necessario consiglio essere opinavano, per bene constituire uno stato, usare gli elementi insiti nella natura umana, perchè, quantunque sia l'uomo di origine divina, soggiace non pertanto, come tutti gli altri animali, a certe leggi naturali; e siccome nel domare gli animali usa l'uomo questo modo o quest'altro, secondochè la natura di ciascuna spezie di loro il richiede, così per reggere gli uomini debbono i legislatori adoperare quel modo, che dalla natura della umana spezie è necessitato. Nè è da temersi che questo procedere conduca al dispotismo, perchè l'uomo ha in se una qualità nobile, che gli fa amare le cose generose, ed abborrire le vili e le vituperevoli, nè può volere il proprio danno. Questo ordinare le società secondo la natura è ben altro che ordinarle secondo certi principj astratti e geometrici, e questo è stato altresì l'errore continuo dei legislatori Francesi ai nostri tempi, solleciti sempre dei principj astratti, non degli affetti e passioni naturali. Quali effetti ne siano nati, il mondo dolente se lo ha veduto. Adunque gl'Italiani volevano un patriziato per la conservazione della società, una democrazìa temperata per la conservazione della equalità, l'uno e l'altra per la conservazione della libertà. A questo salutare consiglio si opponevano le operazioni disordinate delle armi sì Francesi che Tedesche, l'assurdo capriccio dei Francesi di quei tempi del voler applicar il modo del loro governo a tutti i paesi che conquistavano, la volontà di Buonaparte nemico della libertà, amico del dispotismo, amatore, anzi ammiratore della nobiltà feudataria, ed odiatore del patriziato paterno; finalmente gl'Italiani, servili imitatori delle cose d'oltremonti, ed incapricciti ancor essi dei governi geometrici. Ma gl'Italiani, veri speculatori e scrutatori delle umane cose, non si sgomentavano, sperando dal tempo e dalla necessità ajuto agl'intendimenti loro; e poichè pareva che per destino l'autorità regia fosse giunta al suo fine, confidavano che la società si sarebbe fermata al governo patrizio, misto di democrazìa, e non scesa al democratico puro.
Questi sentimenti a sicurazione e salute d'Italia, principalmente sorgevano nell'Emilia, e più particolarmente in Bologna, ma non potevano impedire che la fazione democratica, pazza e servile imitatrice di quanto si era fatto in Francia, non vi producesse una grande inondazione. Nè essa operava da se, quantunque ne avesse voglia, ma suscitata a bella posta dagli agenti di Buonaparte e del direttorio. Il duca di Modena solo, e senza amici, e quel che era peggio, ricco, o in voce di essere, si trovava senza difesa esposto ai tentativi di quest'uomini fanatici e sfrenati; nè rimaneva per la forza delle opinioni, e degli esempj che correvano, fedele disposizione nei popoli. Furono le prime mosse date da Reggio, città scontenta, per le emolazioni con Modena, del governo del duca. La notte dei venticinque agosto vi si levarono improvvisamente a romore i partigiani della democrazìa. Era il presidio debole, i magistrati timidi, l'infezione grande. Laonde senza resistenza alcuna crescendo il tumulto, in poco d'ora fu piena la città di lumi, di canti repubblicani, di voci festive del popolo, di un gridar continuo di guerra al duca. Piantarono il solito albero, inalberarono le tricolorite insegne. La mattina nissun segno era in piede del ducale governo: Reggio fu, o credessi libero. I soldati del duca impotenti al resistere se ne tornarono di queto a Modena. Si accostarono ai primi motori uomini riputati per ricchezze e per dottrina, sì per dar norma a quell'impeto disordinato, e sì per isperare, che egli, se non era libertà, poteva col tempo divenire: l'allegrezza del popolo somma, e così anche sincera. Certamente i Reggiani amavano la buona e vera libertà, solo s'ingannavano credendo, che potesse sussistere coi conquistatori. Condotto a fine il moto, crearono un reggimento temporaneo con forma repubblicana, moderarono l'autorità del senato, instituirono magnati popolari, descrissero cittadini per la milizia. Questi erano i disegni interni. Ma desiderando di rendere partecipi i vicini di quanto avevano fatto, mandavano uomini a posta nel contado, in Lunigiana, ed in Garfagnana, acciocchè parlando e predicando muovessero a novità. Inviavano Paradisi e Re ad affratellarsi, come dicevano, coi Milanesi; fece Milano feste per la conquistata libertà di Reggio. L'importanza era di far muovere Modena. Nè in questo mancarono a se stessi i Reggiani, perchè spacciarono gente attiva a sollevare con segrete insinuazioni, e con incentivi palesi quella città. Tanto operarono, che già una banda di novatori, portando con se non so che albero, il volevano piantare in piazza: gridavano accorruomo, e libertà. Ma fu presto il governo ad insorgere contro quel moto, e fatta andare innanzi la soldatesca con le armi, risospingeva i libertini non senza qualche uccisione. Rendè Ercole Rinaldo da Venezia solenni grazie ai Modenesi per la conservata fedeltà. Pagherebbe, aggiunse, del suo gran parte delle contribuzioni, scemerebbe le gravezze dei comuni.
Questo intoppo interruppe i pensieri di Buonaparte. Ma egli, che non voleva, che gli fossero interrotti, fece con la forza propria quello, che le Reggiane non avevano potuto. Per la qual cosa mandava fuori un manifesto da Milano, pieno di querele contro il duca; non avere pagato ai tempi debiti le contribuzioni di guerra; starsene tuttavia lontano dagli stati; lasciare interi gli aggravj di guerra ai sudditi, nè volervi partecipar del suo; avere somministrato denari ai nemici della repubblica; incitare i sudditi con perniziose arti, e per mezzo di agenti contro Francia; avere vettovagliato Mantova a pro degli Austriaci. Dichiarava pertanto, non meritare più il duca alcun favore dalla Francia; essere annullati i patti della tregua, l'esercito Italico ricoverare sotto l'ombra sua, e ricevere in protezione i popoli di Modena e di Reggio; chiunque offendesse le proprietà, ed i dritti dei Modenesi e dei Reggiani, sarebbe riputato nemico di Francia. Buonaparte non era uomo da minacciare con le parole prima che eseguisse coi fatti. E però non ancora comparso il manifesto, già i suoi soldati s'impadronivano del ducato. Due mila entravano in Modena, prendevano la fortezza, sconficcavano le casse, cacciavano i soldati, afferravano le insegne, chiamavano i popoli a libertà. Al tempo medesimo occupavano Sassuolo, Magnano, ed altre terre del dominio ducale, facendo variare lo stato, e ponendo mano in tutto, che al pubblico si appartenesse. Pure le allegrezze furono molte; piantossi l'albero, contossi, ballossi; furonvi conviti, teatri, luminarie. Fatte le allegrezze, si venne alle riforme; annullaronsi i magistrati vecchi, crearonsi i nuovi, giurossi alla repubblica di Francia; dello stato politico si aspettavano i comandamenti di Buonaparte.
Trattati gli affari di Modena e di Reggio, l'ordine della storia richiede, che torniamo al filo interrotto delle cose di Bologna, che non era vacua nè di sospetti nè di fatiche. Aveva il senato fatto, per conservarsi lo stato, quanto pei tempi abbisognava, cattivatosi il generale repubblicano, fatto restituir Castelbolognese, promesso riforme conformi al secolo. Ma l'aristocrazìa era odiosa ai più ardenti instigatori, la democrazìa trionfava. Perlochè voci subdole si spargevano contro gli aristocratici, gli chiamavano tirannelli; si ergevano gli spiriti allo stato popolare puro; il popolo sempr'era di mezzo e lo dicevano sovrano. Imperversavano gridando, che scacciato quel tiranno del papa, così lo chiamavano, era mestiero scacciare anche quei tiranni dei senatori, e tutto dare in balìa del popolo sovrano: il popolo adombrava, perchè non sapeva che cosa tutto questo si volesse significare: i capi repubblicani volevano consuonare con Modena e con Reggio. Vide il senato il tempo tempestoso per le condizioni tanto perturbate del paese, e volle rimediarvi con dare speranza di riforme, non accorgendosi, che se il resistere alla piena era impossibile, il secondarla era insufficiente. Pubblicava, si creasse una congregazione d'uomini dotti e probi, affinchè proponessero un modello di constituzione consentanea ai tempi, ma conforme a quel modo di reggimento, che sussisteva in Bologna prima della signorìa dei pontefici. Non parve compito il disegno, perchè quell'antica forma non piaceva, ed i nominati della congregazione si tacciavano d'aristocrazìa. La verità era, che niuna forma buona, se non la democratica, pareva a coloro che menavano più romore. Compariva intanto il modello della constituzione, tutto democratico e, secondo il solito, levato di peso dalla constituzione Francese, ma contenente molte buone parti: si abolisse la tortura, si abbreviassero i processi, si moderassero le pene. Buoni, oltre a ciò, erano gli ordini politici, quanto alla elezione dei rappresentanti nei nazionali comizj.
Io narrerò i comizj di Bologna, ancorchè creda, che questo accidente delle mie storie non parrà di molta importanza, perchè non ebbe nè frutto nè durata, e ad altro non servì, che a contristare gli spiriti prudenti nel veder messa a vicina comparazione la semplicità dei conquistati con l'arti dei conquistatori.
Era la chiesa di San Petronio destinata ai comizj, correva il dì quattro decembre; il fine era di accettare, o di rifiutare la constituzione. La milizia urbana in armi ed in arredo, manteneva gli spiriti queti; la secondavano i Francesi in armi, ed in arredo ancor essi. Entravano in quel principal tempio, e fra spettacolo solenne i rappresentanti eletti dal popolo ad accettare, od a ricusare. Era in tutti spirito raccolto, speranza dell'avvenire, desiderio di bene, riverenza alle cose sante. Chiamaronsi i nomi, verificaronsi le credenziali. Chiuse le porte, si venne alla elezione del presidente. Per voti concordi nominarono Aldini, avvocato. Intuonava Aldini, l'inno del Santo Spirito; echeggiava il tempio. Raccolto il partito, trovossi, avere squittinato quattrocento ottanta quattro, quattro cento trenta quattro pel sì, cinquanta per il no. Bandì il presidente, il popolo Bolognese avere accettato la constituzione: lodassero, ringraziassero il sommo Iddio. Intuonossi l'ambrosiano canto, al tempo stesso udissi un suonar di campane, un dar nei tamburi, una musica guerriera, un cantar repubblicano per tutta Bologna. Godeva il popolo per lo avere a memoria dell'antica libertà usato in quel giorno la sovranità; la notte fuochi artificiati, luminarie, teatri, e quanto si usa fare dai popoli contenti nelle grandi allegrezze.